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venerdì 27 agosto 2010

Quando giocava Kopa

Ritorna il campionato di calcio, con il suo pesante carico di problemi e di tensioni, ben noto anche a chi non segue questo sport. Non sempre è stato così o, per lo meno, non compiutamente così.

Nel 1960, credo, ci recammo io, papà, fratellino e zio materno a vedere una partita Monaco-Reims nel vicino Principato, nel vecchio stadio a dimensione quasi familiare. Eravamo vicini ad una linea laterale prossima ad una porta, ma un gruppo di spettatori sulla nostra sinistra era ancora più affacciato di noi sul rettangolo (come si suol dire) di gioco. Anzi, ad un certo momento, si consentì agli stessi di avanzare ancora, sino a portarsi a ridosso del portiere: in questo movimento rivedo ancora la fulminea mossa di una signora a riprendersi trafelata il fiaschetto di vino scordato indietro per potersi poi finire beata il suo bel picnic nella nuova agognata posizione.

Finita la partita, dobbiamo avere indugiato un po' da qualche parte, perché altrimenti non mi spiego la scena seguente. Su due sedie malandate, davanti ad un baretto qualsiasi (come oggi a Montecarlo non ce ne sono più), lo zio riconobbe per primo un calciatore, io un attimo dopo il secondo. Si trattava rispettivamente di Kopa, migliore giocatore europeo del 1958, e di Fontaine, tuttora recordman con 13 reti (1958, in Svezia) di un singolo mondiale, quella volta con una gamba ingessata (e, quindi, non era sceso in campo, ma aveva accompagnato la squadra) come avevo già letto in uno dei miei prediletti giornalini dell'epoca: entrambi del Reims e nazionali (i galletti) di Francia, il primo oriundo polacco, il secondo a suo tempo esordiente in Marocco. Si avviò un'amabile conversazione tra adulti, di cui ora io ricordo solo i continui complimenti fatti anche in spagnolo (aveva appena finito di militare nel Real Madrid), rivolti da Kopa al mio fratellino.

Lo stesso anno alla riapertura si andò a Marassi di Genova per un Genoa in serie B. Anche lì all'epoca si poteva stare molto vicini al campo, tanto é vero che in occasione di rimesse laterali o altre pause tecniche di gioco Pesaola (O' Petisso) contraccambiava spesso i saluti dei tifosi rossoblu e Bean (allora il mio adorato Bean, come ne spiegherò un'altra volta la motivazione, se ne troverò lo spunto) mi parve rivolgesse addirittura un amichevole cenno diretto a me che lo chiamavo.

Potrei riferire altri episodi similari, attinti sia alla memoria che alle letture, molti degni di un libro "Cuore", alcuni anche emblematici del mio amato ciclismo di una volta. Non che tutto fosse perfetto, anzi, ma si rinvenivano almeno un maggior numero di storie esemplari. Spero di trovare prima o poi l'occasione opportuna per parlarne.

giovedì 26 agosto 2010

Genova, sempre

Non intendevo ancora per qualche giorno tediare nessuno, ma il commento di Carmen al mio precedente post merita che io rimandi in qualche modo a quella che io ritengo una bella intensa poesia da lei, genovese, dedicata a Genova. Insomma, sia chiaro, il mio é un caldo invito a leggere quanto scritto in proposito da questa gentile blogger, che del tutto involontariamente mi ha fornito, altresì, con altro suo commento postato altrove lo spunto per iniziare questa mia personale trilogia genovese.

Se aggiungo qualche parola é per proclamare e confermare a modo mio il mio amore per Genova, che sta crescendo nel tempo.

Non ho foto belle come quelle pubblicate da Carmen, purtroppo: a loro rimando.

Sin da bambino sono rimasto incantato dalla Casa di Colombo (ma anche dalle acciaierie, ahimé, e dalla Cristoforo Colombo, se ricordo bene, nel Porto Antico - l'Andrea Doria, no, se l'ho vista, non riesco a riportarmela alla mente! -). Poco lontano, oltre la maestosa Porta Soprana, scorto un palazzo di cemento, sorto al posto di macerie causate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, se non mi confondo con un altro centro storico, chiedevo ragazzotto a mio padre  perché non ne avessero ricavato una piazzetta, piuttosto.

E sempre rimanendo idealmente in zona chiedermi da adulto, rivedendo lo splendido bianco e nero de "Le mura di Malapaga" con Jean Gabin, che tanti edifici storici, ancorché sinistrati, li ha fissati per sempre in una pellicola, se non ne potevano salvare qualcuno, restaurato, in quella colata di cemento, tra cui spiccano due palazzi dell'Ente Regione, che ne ha invaso negli anni '70 la valletta tra Sarzano e Carignano. E non dirò degli sventramenti di Piccapietra, cui dedicarono a suo tempo una dolente canzone I Trilli. Aggiungerò, invece, del fascino provato, adolescente, nel vedere e calpestare la pista in cemento del ciclismo del vecchio, ormai demolito Stadio Carlini, andando e venendo dagli spogliatoi per ormai lontane gare di corsa sulla terra rossa.

Mi accorgo che certo sdegno per l'incuria umana é più forte di me e mi prende di continuo la mano, ma credo sia comunque una sorta di testimonianza dovuta.

Gli scaloni maestosi dell'attuale Facoltà di Giurisprudenza in Via Balbi, allora. Lì vicino Palazzo Reale e le sue opere d'arte. Chiese e piazzette meravigliose. Sulle alture, fortificazioni dalle linee pure ed essenziali. A Ponente, Villa Doria (martoriata da strade e ferrovia), altre ville con parchi e giardini, un gioiello di edificio (già monastico, credo) ammirato in occasione di un convegno, non lontano dall'aeroporto. Tornando in centro, accostata per così dire ai vicoli mirabilmente descritti da Carmen Via Garibaldi con Palazzo Rosso, Palazzo Bianchi, Palazzo Tursi ed altri palazzi, tutti carichi di storia e d'arte, quasi tutti grandi musei. Sentire una volta nell'aria nella vicina Via Cairoli una voce musicale in genovese come quelle del finale di "Creusa de ma", girarmi, non capire e chiedermi se non era mera suggestione. Più a Levante, apprendere da poco per recenti rinvenimenti che la Genova antica, dall'età del bronzo al 500 A.C. almeno, era posizionata nei pressi di Brignole con un porto fluviale, a quell'epoca preferito dai naviganti. Boccadasse (e la "gatta" di Gino Paoli). Due passi indietro e la bella chiesetta affacciata su Via XX Settembre. Andando in avanti, la splendida Nervi con le sue ville, il suo superbo parco e certe calette rocciose sul mare da togliere il fiato.

Potrei continuare a lungo, solo affidandomi alla mia labile memoria, io che Genova, questa Genova, la conosco invero poco, anzi, vorrei scoprirla sino in fondo.

Se qualcuno mi ha seguito sin qui, legga, ripeto, le belle parole di Carmen. Legga anche altro che riesca a trovare, anche se, nella mia personale esperienza, non si rinvengono  molte vie di mezzo tra pubblicistica specializzata e divulgazione alla spicciola. Anzi, forse sono già utili i romanzi del noir genovese, in primis il Bacci Pagano di Bruno Morchio: certi scorci di centro storico io li ho riscoperti anche così. Soprattutto, prenda in considerazione una visita, meglio se accurata, a Genova.

Io, dal canto mio, quando mi reco a Genova, non mi faccio mai mancare un pezzo di focaccia consumata sul posto!

martedì 24 agosto 2010

Genova matrigna

In questa occasione sarò oltremodo trasandato, perché la provocatoria frase del titolo mi ha sempre creato molti dubbi.

Di sicuro é una frase ripetuta sin troppo nel Ponente Ligure (ma forse anche in altre province) dai mass-media e da (spesso presunti) opinion-makers.

La frase si riferisce in buona sostanza al comportamento prolungato negli anni della classe dirigente regionale (intesa in senso largo: istituzioni varie, partiti, sindacati), inteso come penalizzante nei confronti del territorio.

Nel contributo, che inizialmente intendevo prendere più alla leggera, ad un briciolo di dialettica su questo piccolo lembo d'Italia, avendo forse un po' maldestramente allargato il discorso, non potevo tralasciare, quasi fossi un cronista attento, l'argomento posto dal titolo.

Anche nei miei trascorsi lavorativi e di vita di relazione ho potuto personalmente riscontrare che qualcosa di vero, ma più attinente ai rapporti gerarchici di organizzazione, in quella frase sussisteva e sussiste. Credo che situazioni del genere capitino anche altrove rispetto al capoluogo di regione, sempre inteso come emblema di varie istanze.

Mi sono spesso posto il problema se non si era troppo provinciali: ritengo che, come spesso accade, la verità sia stata e sia in mezzo.

Solo che, stante l'attuale situazione del Paese, cui la Liguria certo non si sottrae, occorrono visioni ed impegni concreti di ben altro respiro: a chi di dovere l'arduo compito!

Il fatto é che, dal punto di vista di un giornalismo un po' estremo, la frase "Genova matrigna" rimane sempre una frase d'effetto.

domenica 22 agosto 2010

La zona di Latte

La zona di Latte, di cui nella foto si vede un ampio scorcio panoramico, corrisponde, all'interno del territorio comunale di Ventimiglia, all'estremo lembo ligure, prospiciente il mare, verso la Francia. Non entro nella descrizione, almeno questa volta, delle varie frazioni (Latte, appunto; ma anche Mortola - Superiore ed Inferiore -, sede dei magnifici Giardini Hanbury; Grimaldi - anch'essa divisa in Superiore ed Inferiore -; altre) e delle varie borgate e case sparse che costellano l'unica piana colà esistente e le varie alture che accompagnano alle incombenti Alpi Marittime, per accennare almeno, invece, a  storie di uomini veri.

Ho avuto l'onore di conoscere uomini che hanno fatto la Resistenza e che in quella zona avevano già aiutato tanti ebrei e tanti altri perseguitati a fuggire verso l'allora ospitale Francia, uomini che hanno continuato, senza reclamare onori (a volte, invece, usurpati da altri) a guadagnarsi il pane con la dura fatica del lavoro manuale, in genere quella della diffusa, sino a poco tempo fa', coltivazione dei fiori.

Avevo già in mente di scrivere questi appunti, quando ho ricevuto ulteriore conferma a farlo dalla lettura di una recensione di un libro che narra di un esule (negli anni '30), espatriato clandestinamente in Francia per motivi di lavoro e di antifascismo. L'articolo in questione contiene parole molto belle sia per sottolineare il dramma dei viaggi clandestini di ieri e di oggi, sia per invogliare il lettore a leggere quel libro. E' molto probabile che quella fuga sia avvenuta da queste parti: in ogni caso rinvengo un collegamento ideale con le scarne note che sto tracciando.

Va da sé che, nella storia delle frontiere, compresa la nostra, non si sono solo cimentati eroi, che hanno ritenuto semplicemente di compiere il loro dovere di uomini, ma anche contrabbandieri e veri e propri farabutti.
Pubblico, invece, la foto che si é appena vista (della cui scarsa qualità sono consapevole) solo per dare una pallida idea, dato che l'inquadratura é a livello mare, di un orrido (e, forse, la parte terminale non é questa, ce ne sono altri) denominato "Passo della Morte". Era chiuso in alto dal sentiero preferito, più prossimo al mare, per espatri clandestini e contrabbando. I racconti, specie quelli tramandati a viva voce, ci parlano di tanti incidenti fatali, anche di persone avviatesi da sole nell'ignoto e di persone indirizzate, ma non accompagnate da delinquenti che avevano intascato comunque ancor più indegna mercede. E la tragica denominazione é rimasta e forse a marchiare più punti di passaggio di quelle colline rocciose a picco sulla sottostante stretta fascia litoranea. Altre storie di delinquenza sul traffico di clandestini extra-comunitari andarono poi molto più tardi a concretarsi, e probabilmente tuttora sporadicamente continuano, con l'utilizzo dell'Autostrada dei Fiori.

Alcuni validi scrittori di questa terra hanno raccontato in belle pagine anche quelle tragedie. Nella presente occasione, voglio accennare almeno a Nico Orengo, delle cui opere invito alla lettura. Ne "La curva del Latte" emergono alcuni personaggi di cui ho detto in premessa, riconoscibili, stante la trasfigurazione letteraria, solo a chi ha vissuto intensamente da queste parti ed altri ancora, deceduti prematuramente, così come altre situazioni, altre memorie storiche, il dopoguerra, la bellezza della natura e del paesaggio. L'incanto é tutto nelle vicende narrate con grande maestria dall'autore. Nico Orengo - mi pare giusto sottolinearlo - é stato impegnato nella vita reale, e non solo con la testimonianza resa dalle sue opere, a difendere tanti luoghi belli di questa zona, la Piana di Latte, soprattutto, dall'assalto del cemento. Credo non sempre ci sia riuscito. Io ho il rammarico, nonostante i tanti amici in comune, di non averlo mai potuto conoscere di persona. Ed ormai é poco più di un anno che ci ha lasciati. Questo scrittore ci ha narrato in altri romanzi ed in altre opere altre trame di grande respiro, che hanno anche spaziato in tutto il Ponente Ligure, in Piemonte, in Francia. Difficilmente, tuttavia, se l'ambientazione non era in toto nella zona di Latte, ne trascurava almeno un accenno. Come nel caso di un agile librettino che ci porta con commossa partecipazione dalla Provenza degli impressionisti a posti magici che non ci sono più, con l'inserimento di ritratti di attori americani, passati dalla Riviera e che giustamente sono rimasti nell'animo popolare, e di tante altre belle storie: "Gli spiccioli di Montale".
Nella foto, corrispondente alla parte occidentale della Piana di Latte, l'ultima casa a destra vede il dialogo di esordio de "Gli spiccioli di Montale", o, meglio vedeva, perché, anche se non sono un tecnico, credo che per fare posto all'attuale edificio si sia proceduto alla preventiva demolizione (e non alla semplice ristrutturazione) di quella che in origine era una villa del 1500. Lascio amaramente il tutto senza commenti e senza riferimenti a sfratti e mire immobiliari compiuti dalla pregressa proprietà, la cui identità svelata si presterebbe a molteplici sarcastiche considerazioni.

Avviandomi al termine, mi rendo conto che gli appunti mi sono un po' scappati di mano. E', forse, il fascino di questa zona, derivante anche da tanti uomini che l'hanno vissuta. Mi auguro, pertanto, che ci siano nuovi innamoramenti del Ponente Ligure (anche per contribuire ad evitare nuovi scempi!) e tanti nuovi lettori di Nico Orengo e di altri scrittori liguri.

venerdì 20 agosto 2010

Su Genova

Ieri ho letto del ritrovamento nel mare di Sicilia di una nave del '500 partita da Genova: un fatto prezioso per l'archeologia, perché molto raro. Da un po' volevo scrivere qualcosa su Genova, che, pur vicina a me geograficamente, anzi, capoluogo della mia Regione, per me é sempre un grande mistero: ne avevo accennato anche in un commento al blog di Daniele Verzetti.

La Storia, innanzitutto. La Storia é - credo - soprattutto una lunga catena di tragedie, lutti, dolori, ma continua ad affascinarci, più in funzione degli innumerevoli drammi consumati che dell'evoluzione progressiva della cultura e della civiltà: la massima non é mia ed io l'ho citata malamente a memoria.

Genova é in pieno nella Storia, ma l'opinione pubblica, oggi anche quella ligure, non lo sa. Da questo, secondo me, occorre ripartire.

I primi capitoli da aprire sarebbero, a mio modesto avviso, il Risorgimento, la Resistenza, le lotte operaie ed antifasciste del dopoguerra, la sconfitta del terrorismo, l'attuale indecifrabile situazione socio-politica: senza questo doveroso tributo alla coscienza di cittadini, aperti al progresso civile e sociale e convinti del valore "moderno" e cosmopolita dell'Unità della Nazione, sarebbe mera accademia riandare anche con emozione all'arte, alle navigazioni, ai monumenti ed alle radici stesse di "Ianua", che si scoprono di continuo sempre più antiche e nobili.

Sono stato più sentenzioso del solito, ma aggiungo che, sempre a titolo personale, senza una tale dichiarazione di intenti non me la sentirei di continuare altre volte il discorso, anche sotto forma di semplici aforismi ed aneddoti all'insegna di una sorta di "Genova per me".

mercoledì 18 agosto 2010

Aubagne

Aubagne è un comune francese di 42.638 abitanti (al 2005) situato nel dipartimento delle Bocche del Rodano, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. E questa frase l'ho ripresa tale e quale da Wikipedia.

Quando mi ci recai circa trent'anni fa', partendo da Marsiglia, da cui non dista granché, non ne sapevo molto.
 
Durante il viaggio dal capoluogo a lì non ebbi, quella volta, il modo di apprezzare o notare molto del paesaggio, anche se era ancora giorno, giorno di primavera, sia perché teso per la spericolata guida del nostro autista, sia perché preso dal conversare dei miei due accompagnatori, imperniato soprattutto su gustosi aneddoti riferiti a Gaston Deferre, sindaco di Marsiglia per più di trent'anni, ed all'epoca lo era ancora, anzi stava per diventare o ridiventare anche ministro.
 
Arrivati a destinazione, la prima cosa imprevista e simpatica fu' che c'era un appuntamento per me con la Giunta Comunale al completo. Mentre ci si attardava ad entrare nel Municipio, notai che quasi in fila indiana sindaco ed assessori salutavano con naturalezza e garbo scambiando baci (sulle guance!) con il vice sindaco, giovane signora elegante, oltrettutto carina: non mi era ancora capitato all'epoca di assistere a tale usanza in pubblico tra autorità, mentre in seguito, invece, ravvisai che almeno sulla Costa Azzurra tra colleghi (uso questo termine in senso largo, che ricomprende anche gli "ospiti" italiani) signore e signorine si attendono in genere il ripetersi di quella gentile consuetudine.
 
Scambiati i saluti di rito (che io dovetti per la mia parte improvvisare) in una bella sala, per lo più dedita alla celebrazione di matrimoni civili, venni gratificato con il dono di un pezzo pregiato di artigianato locale, una graziosa bambolina di porcellana, vestita in miniatura in modo tradizionale, vale a dire con gonna bianca a fiori, grembiule rosa, camiciola bianca orlata di pizzo, scialle lilla a fiori bianchi, cuffietta anch'essa adorna di pizzo, cappello di paglia a larga tesa, con un mazzolino di fiori di Provenza nella mano sinistra e con un cestino di altri fiori ed erbe della regione sotto l'altro braccio. Si tratta di una bambolina tuttora custodita con cura, tanto é vero che, al momento in cui stendo di getto questi appunti, non me la sento di trarla dalla vetrinetta per procedere ad una rituale fotografia cui sinora non avevo pensato.
 
Dopo questo incontro mi vennero mostrate in altre ali del palazzo civico diverse grandi fotografie che testimoniavano un consistente processo di industrializzazione, di cui i miei anfitrioni andavano molto fieri (in termini di occupazione indotta anche dalla politica di quell'Amministrazione, forse anche giustamente). In quel momento pensai che la convivenza tra l'artigianato artistico, di cui la pupeé era un fattivo esempio, e la modernizzazione in corso fosse un fatto compiuto, senonché non ho più avuto l'occasione di valutare l'evolversi della situazione.
 
Si procedette, poi, alla riunione con emigrati italiani colà residenti, scopo del mio viaggio, cui dedico (un po' me ne vergogno, ma spero di riuscire a tornare altre volte sull'argomento) poche righe, perché l'onda (neanche molto tumultuosa, come cercherò poi di attestare) dei ricordi mi spinge su un'altra strada.
 
Perché, finito il mio vero e programmato impegno, mi ritrovai a bere una volta (come si suol dire) nel bar della "Mamma dei Legionari"!
 
Sì, la cosa non mi parve, e non mi pare tuttora, solo pittoresca, come me la descrivevano i miei amici di quella sera. Cercherò di rendere al meglio il concatenarsi di fattori, ma non é facile: descrivere non é come trovarsi dal vivo in quelle scene una dietro l'altra.
 
Intanto, non sapevo che a Aubagne ci fosse la Legione Straniera. Mi sembra che anche oggi ci sia la sede del comando generale, dove avvengono gli arruolamenti; e non farò deviazioni dal racconto principale riferendo nei dettagli come, ironia del caso, poco tempo dopo qualche giovane di mia conoscenza (non metto aggettivi di sorta!) si arruolasse tra quei mercenari. Il vero fatto perturbante per me era trovarmi vicino ad uno dei simboli più spietati delle repressioni coloniali: sì, il film "Beau Geste" con Gary Cooper da ragazzino mi era anche piaciuto, ma la storia documenta una realtà diversa di soprusi e di crudeltà.
 
A seguire mi si accennò quella sera ad una matrona, che mi limiterò a definire di forme e fattezze esuberanti e di non tenera età. Si trattava della padrona dell'esercizio, che si era meritata l'appellativo di mamma dei legionari, perché il suo locale era il ritrovo preferito da quei presunti militari, che in lei trovavano attenzione, calore umano e parole di conforto.
 
Non c'era molta gente, a parte noi tre, forse perché, essendo già un po' tardi, la ritirata in caserma era già suonata; forse per questo motivo i miei accompagnatori non trovarono di meglio che invitare tanto personaggio al nostro tavolo, come se fosse un rituale folcloristico cui io dovessi assistere per forza. E la signora venne e mi pare dicesse le solite parole di circostanza sull'Italia e quanti italiani erano stati ed erano nella Legione e così via.
 
Poi ebbe come un lampo, si allontanò un attimo, sempre accompagnata dai sorrisi sardonici (che non l'avevano mai abbandonata!) dei miei anfitrioni, per tornarsene trionfante per esibire soprattutto a me (i miei amici lì, é chiaro, se non erano di casa, poco ci mancava: se per "spiare" o per divertirsi invero amaramente guardando le miserie del mondo, non lo so!) una copia di una rivista popolare italiana che l'aveva "immortalata" con almeno tre pagine, corredate di varie fotografie, in quanto consolatrice di quei poveri giovani abbandonati che sono i legionari: la "Mamma dei Legionari", insomma!
 
Si da il caso che tra la guida spericolata di cui ho già detto, un mangiare affrettato fatto non so più dove e qualche sorso di grappa (sì a me sembra ancora adesso grappa, mentre in Francia c'é dell'ottimo cognac che é un vero medicinale), servita in precedenza da una cameriera, io da un po' ormai, ad usare un eufemismo, avevo del mal di testa. Per cui non riuscendo a sottrarmi in modo elegante ad una situazione per me un po' equivoca, mi andai ad inibire la tranquilla visione di una serie di vere chicche che quel locale riservava, che io vedevo solo da lontano, perché non potevo allontanarmi dalla "celebrità locale": vale a dire ritagli di giornale dedicati e fotografie autografate di vari protagonisti dello sport francese, che a quanto pare non avevano manifestato  scrupoli di coscienza nel lasciare là delle tracce.
 
E fu così che non ricordo quasi niente del viaggio di ritorno. E l'alberghetto davanti al quale mi lasciarono, ormai nel cuore della notte, fu un po' come un tocco finale. A me sembra ancora adesso, per farla breve, tratto di peso da un qualche romanzo dove compare Maigret, con la differenza che io mi trovavo a Marsiglia e non a Parigi. Solita tappezzeria un po' ... trasandata, solito rubinetto che sgocciolava, solita persiana che cigolava al vento, solite voci di donne e uomini: queste cose, nonostante il ... mal di testa me le ricordo, così come mi ricordo di avere dormito ben poco.
 
Fu veramente comodo il viaggio di ritorno in treno, un bel treno ancora di quelli di una volta, posizionato in una vera poltrona (non ci si crederà!) tutta per me: l'unica dello scompartimento, credo, ma non me la ero certo lasciata sfuggire!
 
E così capita che, stando al computer posto vicino ad una vetrinetta dove é custodita una così bella bambolina, mi siano affiorati alla memoria ricordi un po' sfumati che mi hanno indotto a scrivere queste righe. Anzi, mi sembra quasi che anche la graziosa contadinella al termine di questo post intenda mandare i suoi garbati saluti a tutti!

domenica 15 agosto 2010

Ferragosto con vento di mare


Dopo la pioggia di ieri, oggi sulla Riviera dei Fiori é arrivato, quasi puntuale, il vento, un vento di sud-ovest, che, quindi, spira su tutta la Costa Azzurra.



Vengono in mente tante immagini e tante situazioni.

Pensando alla vicina Provenza, un dicembre di diversi anni fa' con una Marsiglia veramente flagellata: dal sagrato di Notre Dame de la Garde sembrava che l'isolotto d'If venisse, insieme a tutte le memorie del Conte di Montecristo, da un momento all'altro inghiottito dalla furia del mare. E per associazione d'idee penso ad un vento (dei venti) che ha (hanno) altre provenienze e che quasi sempre si accompagna (accompagnano) allo scorrere tumultuoso di torrenti e di fiumi montani, il vento (i venti) che spira (spirano) nelle Alpi di Bassa Provenza nelle pagine di Pierre Magnan, dense di omicidi gotici, di personaggi comunque indimenticabili anche perché quasi tutti avulsi dallo scorrere della storia, dei variopinti colori di cime, foreste, prati, rocce, forre, giardini segreti; della natura e di pietre, pregne di storia, insomma.


Nel Ponente Ligure quasi in ogni stagione, invece, la furia del vento spinge il mare a devastare litorali di difficile, anche per l'incuria dell'uomo, ripascimento, spesso con conseguenze devastanti per gli stabilimenti balneari e per le stesse opere di fabbrica delle passeggiate a mare. Sul piano letterario pagine sublimi sugli effetti cangianti, di luce, di colore, di forma, del vento sul nostro mare ha scritto un insigne autore di questa terra, Francesco Biamonti, alle quali mi auspico in molti vogliano andare o ritornare.



D'altronde é Ferragosto, per cui, forse, anche pochi, piccoli spunti possono essere sufficienti per successivi letture ed approfondimenti.

mercoledì 11 agosto 2010

Aspettando Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, per i pochi che non lo conoscessero, é uno scrittore e giornalista dotato di vera curiosità e di grande carica umana. Da anni per "la Repubblica" intraprende di questa stagione viaggi molto originali (anche per i mezzi di trasporto prescelti: una volta, i Balcani in bicicletta!) da cui ricava resoconti densi di notizie inusuali, ma importanti; di amore per la storia, la natura ed il paesaggio; di personaggi e di vicende, anche cosiddetti minori, ma amabili e simpatici.

Quest'anno il tema, per un viaggio iniziato da circa dieci giorni, é, per così dire, una testimonianza sul prossimo Anniversario dell'Unità d'Italia costruita con il reperimento di varie memorie garibaldine a 150 anni dalla spedizione dei Mille.

Ne sono già emersi inediti ritratti di località, di persone e di fatti e notevoli spunti per un inveramento della figura dell'Eroe dei Due Mondi. Per dire, si apprende che sono diverse le associazioni e le persone che in qualche modo ancora oggi intendono testimoniare l'epopea delle Camicie Rosse; che archivi, reperti e piccoli musei sono diffusi e curati; che, in connessione con la storia eroica, con addentellati ancora recenti, di un ceceno morto nella Resistenza Italiana (e tanti furono gli stranieri immolatisi con i nostri partigiani!), Garibaldi da sempre é popolare in Russia, specie tra i ceti contadini; che a Pontida e nelle Valli Bergamasche (dal capoluogo partirono per la spedizione di Quarto decine e decine di giovani studenti) talora é ancora possibile dialogare sul destino progressivo del Paese. Potrei continuare, ma é giusto leggere direttamente queste cronache, eventualmente online.

Non so ancora se Rumiz passerà dalla Riviera dei Fiori e se lo farà in treno, come in una precedente occasione, in cui proprio a Ventimiglia l'allora suo compagno di viaggio, Marco Paolini, ebbe la sventura di perdere i propri appunti, carpitigli, mi sembra di ricordare, insieme ad altre cose da qualche manolesta: il tema, quella volta, era la ricerca di linee secondarie, ma caratteristiche. Nella foto che segue, che identifica il ponte sul Roja a Ventimiglia, si vede a sinistra la linea ferrata verso Cuneo, quella del ripristinato (si veda "Gli odori") trenino del Col di Tenda, commentato quella volta dal nostro autore; a destra, invece, la direzione Francia.


Come é ampiamente risaputo, Garibaldi nacque a Nizza, che in autostrada dista mezz'ora d'auto dal vecchio confine e le cui moderne propaggini occidentali, con l'immancabile carosello di aerei che atterrano e decollano nel e dal secondo scalo di Francia, nelle giornate serene dall'ultimo lembo di Ponente Ligure si scorgono ad occhio nudo.

Ecco, perché, almeno idealmente aspetto Paolo Rumiz, sperando proprio che venga da queste parti e ne tragga delle storie esemplari.

martedì 10 agosto 2010

Il potere del cane

Ho letto poco fa' su Rai News 24 che in Messico trecento poliziotti hanno assaltato e destituito il proprio comando.

Mi è sembrata una pagina tratta di peso da "Il potere del cane", romanzo di Don Winslow, che ho letto l'anno scorso. Situazioni similari sono evocate in "L'anatra messicana" di James Crumley, in alcune opere di James Ellroy, il mio autore prediletto, nel film "L'infernale Quinlan" con e di Orson Welles ed in una precedente pellicola con un ancor giovane Robert Mitchum, di cui ho dimenticato il titolo.

Ho citato autori ed opere che ritengo di grande spessore e che hanno saputo anticipare una tragica situazione. Altri si sono cimentati con minore resa letteraria nel descrivere le vere fiamme del Messico contemporaneo: povertà, droga, scontri sanguinosi tra bande, polizia corrotta, emigrazione clandestina verso gli Stati Uniti costellata da migliaia di vittime innocenti, stupri, terrorismo, connivenze con le forze dell'ordine e "servizi" nord-americani, ombre pesanti dei "narcos" colombiani e di varie mafie.

Ci sono anche pericolosi paragoni da fare con l'Italia.

La letteratura è grande: sa anticipare la realtà e, nel contempo fare palpitare le menti ed i cuori degli uomini.

Non può, tuttavia, che scarsamente incidere sulla realtà!

domenica 8 agosto 2010

Milano, Via Santa Redegonda

In questi giorni mi viene spesso da pensare ad un certo modo con cui ho visto Milano, vuoi per la presenza dalle mie parti in questo periodo di vacanze di amici e parenti colà residenti, vuoi per una bella discussione avuta la settimana scorsa con un amico che nel capoluogo lombardo, se non vi é nato, vi ha per lo meno vissuto a lungo.

La prima volta che venni portato a Milano avevo poco più di un anno, come testimoniato da una fotografia di famiglia, scattata in Piazza Duomo con l'immancabile cornice di piccioni, uno in mano a mio padre, ma non posso certo ricordarne nulla.

Ricordo bene, invece, che, prima dell'età scolastica, dalla finestra di un piano ben alto posizionato in Via Santa Redegonda mi sembrava di toccare con una mano quel Duomo che mi affascinava tanto.

Quella casa non c'é più, sostituita già prima delle vicende cantate ne "Il ragazzo della Via Gluck" da un orrendo silo-parcheggio, quasi adiacente alla Galleria. Ed il Duomo non mi appare oggi poi così vicino.

Non voglio ora indagare sulle demolizioni dei centri storici, né sullo sradicamento dai medesimi dei ceti popolari, argomenti molto importanti che altri hanno saputo e sanno affrontare in modo più degno del sottoscritto.

E neppure sfiorare l'intreccio di rapporti familiari ed amicali di un'altra epoca, che pur hanno creato, credo, tante belle pagine nelle storie personali di tanti italiani.

Nel mio caso, non posso certo dimenticare che quella casa fu' la base di partenza, ad esempio, per le prime escursioni verso il Lago Maggiore: a Stresa un trenino su cremagliera salendo verso la cima del Mottarone riempiva di meraviglia un bambino di cinque anni.

Io di Via Santa Redegonda voglio adesso ricordare una signora, vicina di appartamento agli zii di mio padre, che a me sembrava anziana, ma che, pur parlando in dialetto stretto e per me incomprensibile, mi appare ancora, a tanti anni di distanza, dotata di una formidabile carica umana.

Ho recuperato più avanti, per via di altre frequentazioni e non solo di parentela, acquisita o meno, il senso di una pregressa diffusa bonomia popolare, composta di arguzia e di solidarietà, mai disgiunta da senso civico e da tradizionale, autentica etica del lavoro.

Mi sono formato queste convinzioni, sia ascoltando storie ambientate in Via della Spiga, quando era ancora un rione popolare, che in zona Fiera-Sempione, anche questa ormai centro urbano, ma anche vivendo per tempo di persona situazioni ambientate un po' ovunque in quella metropoli, come in Via San Marco e in zona Niguarda.

Nonostante la mia esposizione un po' confusa, voglio arrivare all'amara constatazione che quel sano humus popolare mi risulta largamente disperso, come, per non andare tanto lontano, pur si evince dalla lettura di innumerevoli cronache quotidiane.

Se é vero che "ricordare é conoscere", come proprio da poco ha scritto un amico nel suo blog, può darsi che il mio risulti un modesto contributo al miglioramento del clima sociale e civile del Paese.

sabato 7 agosto 2010

Bordighera-Mentone, andata/ritorno

Questa mattina abbiamo fatto la quasi abituale visita settimanale a Mentone, poco oltre la vecchia frontiera con la Francia.

Mi sono venute in mente un po' di cose.

Dietro la muraglia dell'autostrada, al fondo del crinale della collina, inizia lo scenario de "Gli odori".
Qui siamo quasi alla foce, ma risalendo per diversi chilometri, il fiume Roia oggi comunque, quando non é in piena, é così.
Si scusi la qualità della foto, ma tra le costruzioni, che all'epoca non c'erano, e la bella collina si snoda la strada statale del Colle di Tenda, dove inizia il viaggio in autostop di ...
Un'occhiata curiosa sotto la piazzuola di scatto di altre foto.
Nella frazione Latte di Ventimiglia, verso la frontiera: quante belle storie di Nico Orengo!
A sinistra, poche case: é Mentone! Poi, lo spuntone dove una volta c'era l'ascensore per i Balzi Rossi, Villa Voronoff e più in alto a destra la ridente Grimaldi. Peccato che si era controluce!
Il promontorio (visto da Mentone) in fondo a destra é Bordighera.
Mentone, per oggi ciao!
Eccomi qua! E, sullo sfondo, Mont Agel, che da bambino tanto mi incantava, pur visto da ben più lontano!
Senza parole, direi! Qui il paesaggio c'é ancora tutto o quasi! E tante idee per tante altre storie, se .... si vedrà. A sinistra inizia la "Douce France".
Sopra la spiaggia delle Calandre di Ventimiglia, zona non facilmente accessibile, corre un treno verso la Costa Azzurra.
Siamo alla foce del Roia, a Ventimiglia: su quel promontorio inizia l'abitato del centro storico di Ventimiglia Alta, di cui si vede il campanile della cattedrale. Al centro, tra le palme, i ruderi del castello del .... Corsaro Nero!

mercoledì 4 agosto 2010

Douce France


Nella foto (scusate l'immancabile foschia estiva, ma cliccateci sopra, l'effetto migliora!) da destra: Mentone, Cap Martin, -sopra- La Turbie con il Trofeo di Augusto, Montecarlo, Cap d'Ail, dopo-sopra- borgate di Nizza, Beausoleil, Cap-Ferrat)

Abito a pochi chilometri dalla Costa Azzurra, ma invero da anni mi reco sporadicamente oltre il vecchio confine.

Non sempre é stato così, tuttavia non posso dire di avere girato in lungo e in largo la Francia: l'idea che mi sono fatto di questo grande paese deriva in buona misura dalle letture e da tante conversazioni avute nel tempo.

Douce France é il titolo di una bella canzone di Charles Trenet, forse non a caso scrittta durante il secondo conflitto.

Douce France é un termine usato in senso molto lato in tante occasioni, forse anche a sproposito.

Douce France é il titolo di un libro di memorie di un insigne antifascista italiano, che narra della sua clandestinità nella zona, all'incirca, di Saint-Tropez nel momento più buio della storia transalpina, gli inizi della seconda guerra mondiale. Il fratello di Giancarlo Pajetta, che ho avuto la ventura di accompagnare tanti anni fa' a margine di quel teatro geografico, é stato capace di trovare sorrisi e conforto all'interno di una serie di tragiche vicende storiche. Il che, forse, corrisponde a tanta parte della storia di Francia, come, del resto, é stato reso in tanta parte della letteratura.

Nel mio personale sentire la cosiddetta storia maggiore, quella dei libri e dei risonanti articoli di stampa, si intreccia con la storia minore, anzi, ne risulta verificata, corretta ed inverata.

Il mio primo appuntamento fu', a cinque anni a Grasse, per salutare con la famiglia lo zio materno, colà temporaneamente emigrato, anche da discreto giocatore di calcio: un trenino (credo lo stesso con altri risvolti storici che magari tengo da parte per un'altra volta) che corre nella campagna, il classico viale alberato, figure di affabili persone (forse ai miei occhi di allora!) anziane che ho voluto ritrovare in tanti libri e film (ad esempio, nella finzione scenica il padre di Kevin Kline in "French Kiss") sono fotogrammi che mi accompagnano da quella gita.

Vorrei aggiungere in ordine sparso altre impressioni.

L'anno vissuto a Le Cannet, vicino a Cannes, nel 1931 da mio padre bambino: forse certi entusiasmi me li ha trasmessi proprio lui con i suoi tanti racconti, anche con quello di essere stato compagno di scuola con il semisconosciuto Lazarides, vincitore del primo Tour, ma non ufficiale, del dopoguerra. Sembra neo-realismo in tono minore, ma da giovanotto ne feci argomento per arricchire la conversazione con un anziano italo-francese di quella zona, appassionato di ciclismo. Un fratello della nonna (lato paterno) emigrato a Parigi per antifascismo. Un cugino della nonna che stava a Cap d'Ail, in una casa affacciata su più piani e terrazze su un'incantevole caletta: e scoprire anni dopo lì sotto sul lato orientale, tra le tante famose, la villa che fu dei fratelli Lumiere. Nipoti del nonno Maini emigrati in Dordogna: una storia comune a tanti italiani, come tanti ne ho conosciuti di persona poi io, in genere fieri di essersi integrati, come voleva ancora trent'anni fa' tutta la società francese, ma ancora nostalgici del Paese. Una vendemmia da teenager a Les Arc (sempre vicino a Saint-Tropez): "Parli il francese come una vacca spagnola!". A Parigi, già allora il solito italiano: "E' Pompidour?" e il flic "Oui, Monsieur le President!" Documentazione scorta nel vicino dipartimento transalpino sugli anni del Fronte Popolare, con le sue conquiste civili e sociali. E due parole ancora su Picasso. L'incanto della Cappella della Pace a Vallauris, dove ho frequentato ceramisti autorizzati dall'artista in persona a riprodurre certe sue ispirazioni nei loro vasi. Disegni, litografie ed acquarelli donati a sedi ed uffici popolari. La vaga speranza, passando da Mougins, di poterlo scorgere almeno da lontano.

Ho cercato di fare affiorare alla memoria aspetti meno noti della cultura, della tolleranza, dell'antifascismo, del vivere comune della storia di Francia, così come li ho visti io.

Potrò sbagliare, ma trovo oggi molto affievoliti quegli elementi. Italo-francesi o francesi che siano, nei miei attuali occasionali interlocutori trovo sempre minore consapevolezza di quelle radici.

martedì 3 agosto 2010

Al tempo delle jacarande in fiore

Pubblicata al momento della fioritura la foto di una bella jacaranda di Bordighera, ci fu', tra gli altri, un commento che merita, anche a distanza di qualche settimana, di essere riportato:
"Splendida la jacaranda in questo periodo di fioritura. Che strana la nostra Liguria, tanti insigni scrittori, tra cui Francesco Biamonti, niente hanno potuto contro la schiera di pessimi cementificatori."

La sequenza degli eventi é stata, invero, più articolata. Tra i primi commenti ci fu quello di un amico che riportava la notizia per cui a introdurre in provincia di Imperia le jacarande fosse stato il padre di Italo Calvino, insigne botanico. Non potei resistere alla tentazione di scrivere due righe in proposito, per sottolineare l'impegno culturale e civile di Calvino contro la speculazione edilizia. Me ne venne fuori un articolo che, apparendomi pretenzioso, andai subito a cancellare, non prima di avere suscitato le impressioni che più sopra ho riportato.

Potevo partire da un agave, da un pino marittimo, anche da un geranio. Certo, di importazione o di tradizione locale, anche un modesto vegetale desta nelle persone semplicemente dotate di buon senso sentimenti di rispetto per la natura ed il paesaggio.

Ho fatto bene a cancellare quel mio post. Quel commento, che lascio anonimo, era ed é esaustivo: ogni mia altra considerazione sarebbe superflua.

Ho rimandato ad altre occasioni taluni riferimenti culturali cui mi fanno, comunque, pensare le jacarande.

Mi sembra giusto, tuttavia, chiosare, per così dire, l'argomento riportando la discussione svolta in precedenza sulla difesa del paesaggio nel Ponente Ligure fatta intorno al post di un amico.