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domenica 28 novembre 2010

Loano!?!

L'altro ieri sono passato anche da Loano. Risparmio il riferimento al nevischio (così basso credo il primo della stagione in Riviera) incontrato sull'autostrada subito dopo Sanremo, ma causa, nonostante le segnalazioni che questa volta c'erano, del solito incidente automobilistico dovuto all'imprudenza.
Nei dintorni di Albenga mi sono rifatto, come si suol dire, un po' gli occhi, ammirando uno scorcio di entroterra di questa amata Liguria, il cui ambiente viene ogni giorno vieppiù compromesso.

Anche a Loano ho rivisto scorci interessanti, soprattutto riferiti, come quello della fotografia qui sopra, alla Storia.
Solo che, fatti alcuni passi verso il mare, mi sono imbattuto nella colata di cemento corrispondente al nuovo porto turistico: e la fotografia non rende, credo, l'idea del colossale impatto ambientale.
A dire il vero, passando con il treno negli anni, avevo visto i lavori di costruzione, ma non mi ero mai perfettamente reso conto della loro ampiezza spropositata.

Su Meemi, simpatico socialnetwork con impianto nostrano, avendo pubblicato subito l'altra sera una sorta di resoconto fotografico di quel mio viaggio, che però dell'approdo in questione riportava solo un'immagine di una palazzina isolata, ho ricavato presto da un mio "corrispondente" locale una risposta illuminante sull'affaire porto di Loano. In sintesi, nonostante intense campagne di denuncia la cosa é andata avanti. 

Da un lato, pur lettore attento dei giornali, mi rendo conto che molte delicate tematiche liguri mi stanno sfuggendo. Dall'altro, e non é la prima volta che mi capita (figuriamoci allora più in generale!), osservo che da un accenno di semplice notizia su Internet con il meccanismo delle successive integrazioni può derivare un'informazione più articolata ed attenta.

Solo che, dal vero grave impatto ambientale di Ventimiglia, dal mastodonte di Imperia (già, peraltro, oggetto di indagini), dalla mostruosità di Loano, con questi nuovi cosiddetti porti turistici non mi pare, ad usare un eufemismo, che in Liguria arrivi alcunché di positivo.


giovedì 25 novembre 2010

Totò!

Non so perché, ma poco fa mi é venuto in mente Totò, il grande attore comico napoletano. Forse stavo pensando a tanti brutti aspetti e personaggi della società italiana contemporanea, che per tanti versi aveva saputo anticipare, a mio avviso, con le sue uniche, irripetibili dissacrazioni  l'autore dell'immortale battuta "Ho fatto il militare a Cuneo!". Una Cuneo peraltro geograficamente vicina a chi vi scrive e i cui abitanti hanno saputo fare sfoggio qualche tempo addietro di rara autoironia, dedicando al Principe De Curtis una statua che riprende altresì quel classico motto.

Grandi autori, persone che se ne intendono di arte, quella scenica in particolare, hanno dedicato lusinghieri commenti conclusivi all'opera di Totò. Ricordo in primis, uomini del calibro di Federico Fellini (che, se ricordo bene, schizzò in proposito pregevoli acquarelli) e di Dario Fo, per cui é ben lungi da me l'idea di stendere note di critica cinematografica o di quant'altro.

Il mio vuol essere solo un personale, modesto, affettuoso ricordo di un signore che, per la sua complessità di vita vissuta (che ritengo per sommi capi nota ai più) amo idealmente ascrivere alla galleria dei nonni bonari e simpatici.

Secondo me Totò é stato cattivo, come cattivo deve essere un comico di razza, non tanto per i personaggi che ha interpretato, quanto, piuttosto, per le situazioni sceniche che ha creato con grande originalità, certo quasi sempre improvvisando, ma con la forte ispirazione che gli derivava dal genio innato, dalla lunga gavetta, dalla continua umanissima attenzione alle cose del mondo. In quegli atti dell'eterna commedia che recitò sino all'ultimo oggetto di amare risate erano le distorsioni sociali e culturali, il fascismo (quello al potere, dalle cui ire censorie sfuggì per un pelo durante la guerra, e quello di ritorno), l'ipocrisia, il perbenismo, "lorsignori" (come avrebbe detto un certo Fortebraccio, altro grande fustigatore di costumi). I mali della società, insomma, che io ho poc'anzi sommariamente riepilogato, ma che Totò riusciva a mettere sotto l'impietosa luce dei riflettori anche con una semplice battuta.

Neanche fosse ad un tempo attore, regista, sceneggiatore, persino produttore del film che stava girando. In tutto questo, sempre a mio parere, risiede la sua grande originalità. E, probabilmente, la quintessenza della sua pura arte assoluta, pur dispersa (perle ai porci?), come ben risaputo, nelle tante grame occasioni commerciali che gli venivano rifilate.

Una grande questione, secondo me, é che tante pessime abitudini e tante degenerazioni caratteriali di certi italiani, involutesi con gli anni e adeguatesi eventualmente a certa evoluzione tecnica, sono ancora lì a fare tristo spettacolo davanti a noi tutti.

E pensare che io ho scoperto Totò praticamente da adulto, come le nuove generazioni dai film che passano in televisione. Da bambino ne sentivo parlare, conoscevo alcune sue battute, tipo "Siamo uomini o caporali?", ma il tutto mi derivava dai compagni di giochi di quell'età. In famiglia forse non piaceva. O non se ne ebbe l'occasione. Feci in tempo a sbirciare qualcosa in televisione, poco dopo la sua morte, ma avvicinandomi alla maggiore età, come tutti, il sabato sera non stavo certo a casa. Solo che si davano ancora le repliche dei film nei piccoli cinema di periferia. Fu così che solo soletto me ne andai a vedere per curiosità "Totò le Moko", realizzato ben prima della mia nascita, quindi, a 24 anni dalla sua prima uscita. Fu per me una folgorazione. Il resto l'ho già raccontato.


sabato 20 novembre 2010

Storie un po' così

Li ho persi di vista da tempo. Ma me li ricordo ancora. Abbastanza bene.

L. veniva a scuola in pullman da un paesello e come tanti adolescenti pativa quel tipo di locomozione. Cambiò per l'Istituto di Ragioneria, nel quale conseguì una sorta di borsa di studio per frequentare un anno di scuola (validato) in America ai fini di fare pratica di inglese. E all'epoca un po' di invidia la provai. Anche perché ai liceali quei percorsi erano forse preclusi. Laureato, era ancora timido in pubblico, sì da chiedermi se poteva venire a presentarmi in qualche comizio nell'entroterra: per farsi le ossa a parlare in pubblico. Di sicuro più tardi, se non prima, frequentò N. e S. Divenne manager, prima in banca (lo incontrai per caso davanti al Duomo), poi in un'industria. Quando lavoravo ancora lo vidi di fretta qui in Riviera: e mi persi in seguito i suoi numeri di telefono.

P. non credo abbia mai conosciuto gli altri di cui accenno. Era creativo ed estroso già da ragazzo. Per lui i viaggi in autostop erano una dimensione esistenziale. Mi lasciai coinvolgere, se non proprio da lui, da altri amici, ma si era tutti assieme a fare squadra, in quello che per me fu un mezzo viaggio, comunque interessante, cui ho già accennato, per lui e per B. un giro in mezza Europa. Oggi é un versatile artista affermato. Poeta, anzitutto. Ecco, lui un po' l'ho recuperato, tramite Facebook.

G., anch'egli come P. di immigrazione siciliana, faceva il frontaliere nel Principato, quindi si alzava prima dell'alba, ma non mancava mai alle discussioni ed all'impegno del tormentato inizio anni '70. Una sua leggera operazione mi fece conoscere, da visitatore, l'Ospedale di Monaco. Protagonista di un memorabile viaggio in auto (cui non potei partecipare perché decisamente impegnato sul campo)  in Francia con N. e S., dai cui resoconti ho attinto molti particolari per le mie storie. Conobbe una bella granatiera di norvegese che felicemente sposò. E fece il tranviere ad Oslo. Lui l'ho intravvisto a Ventimiglia già pensionato, con splendidi figlioli e matrona ancora più radiosa. "Ci vediamo.". "Quando torno, ci sentiamo!". I saluti ce li scambiamo tramite i suoi fratelli. Quando capita.

N., d'immigrazione dal Polesine (e al secondo matrimonio di S. mi raccontò di sue ricerche storiche locali), faceva il bracciante nella campagna epicentro de "La curva del Latte" di Nico Orengo. Ma alle due di notte (io ero ancora studente) teneva testa a Francesco Biamonti in quelle lunghe discussioni nelle quali il futuro maestro di San Biagio della Cima dimostrava una sua grande dote, mai appieno oggi rammentata: la sua grande signorilità. N., dalla grande dialettica e dalla grande erudizione da autodidatta, conobbe una graziosa insegnante di Milano. Fu l'amore e il trasferimento a Milano. In una di queste tappe, forse quella definitiva, lo accompagnammo io e S. Gustoso l'episodio delle strelitzie, dimenticate a mollo, che stavano per trasbordare dalla vasca da bagno. N. vinse un concorso pubblico, studiò pur lavorando, conseguendo via via diploma magistrale e laurea. E di conseguenza salì, mediante concorsi, i gradini di una onorata carriera, in diversi comuni dell'hinterland della metropoli lombarda. Ma quel suo amore di gioventù finì già diversi anni fa.

Storie un po' così.

giovedì 18 novembre 2010

Liberiamo il soldato Saviano!

Non c'é peggior sordo di chi non vuole sentire.

L'ignoranza é una colpa.

Liberiamo il soldato Saviano!

martedì 16 novembre 2010

Brescia: ennesima assoluzione!

Vergogna, sdegno, rabbia, sono sentimenti diffusi in questi minuti, in queste ore, dopo un'altra assoluzione al processo di Brescia per la strage di innocenti in Piazza della Loggia di quella triste mattina di trentasei anni fa.

Ho voluto riflettere un attimo prima di unirmi alla spontanea protesta di tante degne persone.

Ritengo importante l'articolo della figlia di Tobagi, vittima di un altro terrorismo, comparso l'altro giorno su "La Repubblica". Ricostruisce molto bene la trama di depistaggi che si stese subito intorno a quelle povere vittime. Ed altre vicende famigerate che seguirono. Per inquinare, per fare sparire le prove. Come per Milano, come per Bologna, come per Ustica. I misteri d'Italia, insomma, che tanto misteri non sono, tuttavia.

Quel doloroso giorno di primavera diedi il mio modesto contributo alla realizzazione di una delle tante immediate pacifiche manifestazioni di piazza, che intendevano onorare quei poveri morti, esprimere solidarietà e chiedere l'individuazione immediata dei colpevoli. E pacifica era la riunione pubblica di Brescia, colpita da quell'efferato attentato.

Occorre ora anche riprendere e dare nuove forme a quella controinformazione che, dopo Piazza Fontana, per lo meno contribuì a non fare morire in galera Valpreda, da subito indicato come il mostro.

Forse, e purtroppo, non ci saranno mai colpevoli assicurati alla giustizia.

Ma gli elementi per un giudizio morale e storico ci sono. Vanno inquadrati. Vanno diffusi. 

Che almeno si stenda un cordone sanitario intorno ai mandanti ed agli esecutori. E ai loro nuovi complici. 

E giudicare la politica per quanto farà o non farà in tale direzione.

Per non dimenticare!


domenica 14 novembre 2010

Il ciclismo era una mia passione

Ho letto avidamente storie (anzi, se mi capita, le divoro letteralmente ancora) del ciclismo epico degli esordi e di quello che arriva all'immediato secondo dopoguerra: Garin, Petit-Breton, Ganna, Gerbi il Diavolo Rosso, altri di cui ora mi sfugge il nome. E, poi, atleti italiani, che in piroscafo andavano alle remuneratissime Sei Giorni americane negli anni '20. Gorni Kramer, musicista e direttore d'orchestra: cognome il primo, secondo il nome, da un grande pistard statunitense che aveva entusiasmato il padre. Vennero in seguito Belloni, Girardengo, Bottecchia, Binda, Guerra, molti dei quali anch'essi spesso in trasferta negli USA. E ancora Bartali, Coppi, Magni.

Bartali prima della guerra in allenamento passava spesso da Ventimiglia. Giovanotti del posto talora lo affiancavano per un po', anche nella salita verso la frontiera, con i loro mezzi molto più ordinari.

Da qualche parte in famiglia c'é un fotografia che mi ritrae mentre Defilippis, il Cit, quell'erta la ridiscende per andare a vincere l'unica tappa del Tour de France approdata a Sanremo.

Mi capitò da bambino di vedermi regalare due annate pressoché complete del foglio sportivo rosa. Conobbi così la tragica tappa del Bondone del Giro d'Italia del 1956: neve e gelo a primavera inoltrata, da cui emerse solo il lussemburghese Gaul, il corridore educato e gentile, che ha lasciato memoria di tanti aneddoti edificanti. Nel 1959, all'atto di riprendere il treno per la Riviera, io e mio padre vedemmo a Milano da un giornale della sera (come quelli che non ci sono più) che aveva ipotecato quel giorno la nostra massima corsa.

Non so se era "Ciclismo illustrato", o qualcosa del genere, che pur sfogliai qualche volta, poteva forse essere addirittura una rivista francese perché a colori, ma del Tour del 1957, il primo vinto da Anquetil, praticamente sapevo tutto.

Passava dalle nostre parti, sulla Via Aurelia, a marzo la Genova-Nizza, che ad un certo punto poteva anche essere la Nizza-Genova: era una festa, per lo meno nel nostro rione di allora, per cui si era in tanti in attesa sul cavalcavia di Nervia, sullo sfondo Mont Agel.

Fece tappa a Ventimiglia una Parigi-Roma, credo sempre nel 1959. Un ciclista gentile, benché stanco ed impolverato, dopo l'arrivo stette a rispondere alle domande di mio padre, che molti anni dopo mi disse che secondo lui era Roger Riviére, di cui sapevo già che era recordman dell'ora e grande inseguitore, ma la cui immagine vidi forse per la prima volta quando fece l'anno dopo la tragica caduta al Tour vinto da Nencini, caduta che gli stroncò la carriera e gli accorciò di sicuro la vita.

Di Nencini avevamo diverse fotografie con autografo, perché i ciclisti all'epoca viaggiavano in treno: facile per mio padre ferroviere fare molte conoscenze, da cui discendevano affascinanti racconti in famiglia.

Vidi in televisione Coppi lanciare nella fuga vincente del Mondiale su strada del 1958 il giovane Baldini, che non riuscì ad essere suo erede: ma la leggenda del Campionissimo, che non mi ha più lasciato, l'appresi in pieno dopo la sua morte per via delle pubblicazioni uscite nella triste occasione. E ho ascoltato con nostalgia i racconti delle persone che hanno avuto la ventura di incontrarlo e di conoscerlo.

In sella ad una bicicletta da bersagliere ho percorso poco prima dell'adolescenza in lungo e largo la Val Nervia, che qualche salita pur la presenta, specie per andare a Castelvittorio. Da Bardineto a Calizzano ed oltre, l'anno del Vajont, sulle orme della Armeé d'Italie di Napoleone, io ci andavo su un mezzo da donna, il mio compagno di scuola, trovato lassù casualmente, su uno da corsa. Ma il mio approdo all'attività vera e propria si fermò in pratica lì.

Qualche tappa del Giro d'Italia (e qualche altra corsa in linea) dalle nostre parti é poi arrivata quando ero ormai adulto, troppo tardi per suscitarmi grandi emozioni. Così non mi sono mai recato nella vicina Sanremo per vedere dal vivo l'arrivo della classica di San Giuseppe, cui, però, mi dicono, ho assistito da piccolo. Ascoltavo e cercavo storie di nostre piccole glorie locali, che, magari, la fama se l'erano fatta da dilettanti nella vicina Costa Azzurra o di chi, con discreto trascorso, sulla Riviera era poi venuto ad abitarci. Episodi più significativi altri hanno raccontato, altri ancora racconteranno. E sono iniziate circa trent'anni fa, come, credo, un po' in tutta Italia, diverse serie di corse per dilettanti o amatori, che prima non ricordavo di avere mai visto. 

Non mi sembra di avere mai visto passare professionisti in allenamento, che pur ci sono stati. Questione di mie semplici coincidenze mancate, mentre in diversi, specie le signore, che in genere salutava tutte per primo, si ricordano ancora di Cipollini (perché residente a Monaco) che si faceva la gamba sulla nostra Aurelia.

Mi sono, in verità, scaldato per Moser, così che, sapendo che doveva gareggiare in una delle tante kermesse di fine inverno, quella volta nel 1975 mi fermai volentieri, nonostante il ritardo per il mio appuntamento, a Beausoleil, sopra il Principato, sperando, illuso, di poterlo scorgere nel gruppo che arrancava in salita. E mi sono preso la soddisfazione di vedere in tanti bar del Trentino esposta la sua fotografia autografata.

E' il doping la bestia maledetta, o come si può chiamare adesso, emo, ecc. Venire a sapere, poi, che anche a livello di ragazzini o di cicloturisti (o come si chiamano) possono essere in voga pratiche proibite mi ha tolto quasi del tutto la poesia per il ciclismo. E qualche inchiesta (diversa da quella cui accennerò dopo) si é sviluppata anche dalle nostre parti, verso farmacie presunte compiacenti.

Certo, lampi tra le nuvole ce ne sono stati, ma l'ombra, se non di più, degli scandali si é allungata su tutti i campioni degli ultimi vent'anni. In un ambiente, quello delle Federazioni professionistiche, che continua praticamente a fare finta di niente.

Con tutto questo, qualche anno fa, pur sapendo la notizia e pur cercando di non fare lo spettatore ad ogni costo, mi sono trovato casualmente a vedere transitare la tappa in circuito a Sanremo del Giro (paradossalmente alla sera ci furono sequestri di sostanze all'indice, di cui parlarono a lungo i giornali): il fruscio delle ruote sull'asfalto, devo confessarlo, mi ha procurato invero qualche brivido.

Spero vivamente nel risanamento del mondo del ciclismo, ma soprattutto che non si disperda l'eco delle grandi imprese del passato, che, considerate le condizioni (di biciclette, di strumenti di supporto, di strade) in cui si correva una volta, così diverse da quelle attuali, rimangono a mio avviso sempre esaltanti.


mercoledì 10 novembre 2010

Il Rex!


Il Rex
Il Rex! E due! Dopo i ricordi di mio padre, allora appena arrivato a Ventimiglia per poterne vedere dalla collina di Collasgarba il viaggio inaugurale, poco fa qualcuno mi ha raccontato, casualmente, di quando il Rex passava da queste parti. Il mio interlocutore era ancora bambino quando, allo scoppio della guerra, la bella nave dovette interrompere i suoi maestosi viaggi. Ma due ricordi gli sono ancora nitidi. Certi bambini avventurosi, tra cui lui, si buttavano tra le forti onde causate dal transatlantico. E l'orgoglio della Marina Mercantile provocava questi sconquassi del pelago, perché navigava tutto impavesato a grande festa rasente Bordighera allorché recasse in viaggio un ricco signore americano all'epoca residente nella splendida Villa Garnier (sì, quella che fu già del grande architetto!). Seguivano almeno quattro, cinque poderosi fischi della sirena di bordo. "Amarcord" della Riviera dei Fiori! Ed altri ancora, sempre sul Rex, da tenere in serbo per altre occasioni. Ma se oggi non si formavano sotto riva dei marosi che spazzavano la passeggiata della Città delle Palme forse non sortiva l'occasione di questi interessanti ricordi! Memorie di episodi, di eleganze e di emozioni che, nonostante il progresso tecnico, gli attuali yachts e navi da crociera, che incrociano numerosi nel Mar Ligure, sono ben lungi da esibire e da suscitare!
Villa Garnier



domenica 7 novembre 2010

Gli spiccioli di un provinciale

Racconti di guerra, grande ingiustizia del mondo, sentiti in famiglia. 

La Grande Guerra. Dalla viva voce della nonna materna appresi fanciullo di bambini sloveni trattenuti sulle linee del fronte dell'Isonzo al pari di donne ed anziani, feroce anticipo italiano delle persecuzioni e dei campi di concentramento loro riservati vent'anni dopo. Bambini in allora obbligati a sentire le grida di agonia dei feriti gravi abbandonati tra i reticolati delle trincee. Anziani considerati spie e trattati di conseguenza, salvati solo all'ultimo minuto dall'esecuzione. Stupri o tentativi di stupro. Su un fronte più lontano l'altro mio nonno, a combattere. Schivo di parole in merito, però, eccezione fatta per meticolosi chiarimenti tecnici resi al sottoscritto di ritorno da Gorizia. Già, ma la pandemia di spagnola della prima famiglia gli lasciò solo lo zio tragicamente destinato a perire più tardi in Russia. Particolari appresi da adulto. Pudori arcaici di famiglia. 

Le donne, meravigliose creature, sensibili e pratiche ad un tempo, come progressivamente ho appreso nella vita. Loro quindi mi hanno illuminato per prime su tante nefandezze umane. Forse il primo squarcio di luce rispetto alle letture artatamente patriottiche dei libri di testo mi arrivò proprio dai particolari di Musei e Sacrari narrati da una zia (a noi tutti carissima!) anche lei di ritorno dalla Venezia Giulia. 

Più sfumate le testimonianze dirette della seconda guerra. La malaria (altre persone a me care ne soffrirono nella loro probabilmente conseguente breve vita) del nonno più giovane reduce dall'Albania, più o meno costretto ad indossare di nuovo la divisa del carabiniere. Quali orrori avrà visto in tale veste? Un anticipo del suo espatrio clandestino in Jugoslavia per riabbracciare la madre ormai lontana, con particolari conosciuti solo da mio padre per essere svelati tanti, troppi anni dopo? 

Ultima guerra, mio padre: i bombardamenti aerei a  Napoli, le due battaglie navali della Sirte, la fuga da Pola, 8 settembre 1943, della squadra della corazzata Giulio Cesare, la successiva destinazione ad altri incarichi spesa a terra tra Taranto e Lecce. Da queste parti, in Riviera, i civili in dura lotta per la sopravvivenza. Anche bambine a spingere carrette su e giù per il Col di Nava alla ricerca di farina in cambio di olio cercando di evitare i feroci controlli tedeschi. 

Potrei continuare, aggiungendo notizie apprese diversamente, alcune decisamente significative. Ho già lasciato qualche traccia scritta di questi eventi, che in gran parte costituiscono da sempre il filo conduttore di mie narrazioni orali, nella convinzione che particolari come questi aiutino a comprendere la Storia. Ho trovato, invero, anche riscontri, destando talora nei miei interlocutori la necessità di ripercorrere con attenzione le loro ascendenze. 

Ma sulla guerra, fatalmente sulla seconda, che vede ancora dei testimoni diretti, la mia curiosità partecipe va anche alla vita dei civili e dei militari in libera uscita, forse attratto da tanti passi incrociati di parenti e di conoscenti, comunque, desideroso di sapere quali molle caricassero quelle donne e quegli uomini a sopportare quei mesi difficili. Di qui il mio trepido stupore quando ho rivisto "Ossessione" di Visconti, realizzato fortunosamente in tempo di guerra, dove abbondano scene di vita reale nelle retrovie. E la grande attenzione con cui ho ammirato "Estate violenta" di Florestano Vancini.

La Resistenza, poi, affiora per ironico paradosso in presa diretta di stampo familiare con ambientazioni geograficamente lontane dalla Liguria Occidentale. 

Ci sono episodi, riconducibili a quando avevo da poco superato i vent'anni di età, che non ho mai raccontato, anche perché mi tornano, chissà perché, raramente alla memoria.

Una visita guidata ai Musei Vaticani. Afferrare e ritenere per sempre da poche parole dell'accompagnatore l'essenza dell'arte, ma ancor più la sottesa storia sociale, un po' come compie con grande respiro il professor Flavio Caroli con le sue lezioni magistrali, l'ultima sentita ieri sera a "Che tempo che fa", su Goya, stupenda! Capire, meglio, forse, perché "Tempesta" di Giorgione, "Adamo ed Eva cacciati dall'Eden" di Masaccio, "Guidoriccio da Fogliano" di Simone Martini da sempre mi affascinino in modo particolare. E dal vivo ho visto solo la Cappella Brancacci. Per le prime due opere é ampiamente riconosciuto, mi pare, un accostamento non arbitrario a "L'urlo" di Munch. Io aggiungo anche la terza. Ma lo intendo solo ora. Così come é giusto cercare di aiutare il superamento delle angosce altrui.

Colli Albani. Presenza inattesa in quella storica villa del capo delegazione, una donna, del VietNam del Nord al tavolo della pace di Parigi. Io sono il primo a vedere la piccola comitiva, che sperava di passare inosservata, e a chiamare gli altri per esprimere in modo improvvisato e goffo emozione e solidarietà a quella lotta di liberazione e a popoli atterriti da nuovi micidiali bombardamenti aerei. Senonché, ci sono le amare pagine della storia che ci rammentano tante ingiustizie. No, non era un modello quel VietNam, non lo é neanche adesso. Anche se era giusto che quella guerra cessasse. Forse non comunque, di sicuro non in quel modo, con le rappresaglie dei vincitori e i Boat People. Per non parlare dell'immane tragedia della Cambogia. Penso adesso a "Asce di guerra" dei WuMing, un libro in cui l'anima, a mio avviso, ce l'hanno messa sul serio. Ed illuminante.

Un viaggio in treno da Milano. Carlo Levi che scenderà ad Alassio, dove, sulle alture, ha casa e ricordi d'infanzia. Lo spessore umano di un personaggio che si lascia tormentare dalle domande del sottoscritto. Entrambi reduci da una Conferenza dell'Emigrazione, svolta in una bella villa sul Lago di Como. Lui dirigente di quel sodalizio e grande relatore con un discorso intriso di splendide e commoventi immagini. Io semplice spettatore. In vettura, ma lo comprenderò (mi é capitato con altri personaggi importanti) una volta di più anni dopo, mi impartisce una lezione di vita. E di autentica Storia. Non si lascia andare ai ricordi di "Cristo si é fermato ad Eboli". Tutt'al più mi parla delle sue prove artistiche di pittore. Mi fa toccare con mano mediante il resoconto di fatti apparentemente minuti il profondo significato di essere degni cittadini.

Se qui ho parafrasato, come riconosco di aver fatto, "Gli spiccioli di Montale" di Nico Orengo, compianto autore dalla grande scrittura creativa, sottolineo, come ho già documentato, che quest'ultima opera si apre in una casa storica in riva al mare che ho avuto la ventura di frequentare. Le mie odierne trame, invece, hanno preso le mosse a Bordighera in un'altra residenza più modesta, non lungi da dove abito adesso, ormai abbandonata in attesa della furia delle ruspe per il compimento dell'ennesima speculazione edilizia. Solo la nonna materna ci ha vissuto per più di sessant'anni. Il mare é vicino, ma non visibile. Si scorgevano (si scorgerebbero) dagli usci verdi colline ormai massacrate dal cemento, una torre d'avvistamento per i pirati saraceni che si é scoperto da poco insistere su rari reperti archeologici dell'Alto Medio Evo, ma destinata ad essere circondata dagli ennesimi residences. Ed ancora, il Sasso, Seborga, Monte Caggio più a levante, per dire. Più o meno di fronte, Borghetto San Nicolò e Vallebona. In mezzo il torrente Borghetto che, quasi tutto tombinato e destinato ad accogliere acque furiose non più trattenute da rilievi modesti, ma ormai spelacchiati o ricoperti da manufatti agricoli e non, in otto anni ha più volte esondato, con conseguenze particolarmente pesanti a metà settembre 2006: non più luogo di giochi durante la siccità estiva per bambini che amavano "L'Intrepido", dunque, non più sito di raccolta di erbe odorose per i conigli ed altri animali da cortile, non più terreno di ricerca delle more più dolci mai mangiate. D'altronde da tanti anni ormai avevano cessato di defluirvi le acque della grande antica lavanderia di Guido, omaccione generoso dalla voce tonante che non spaventava nessuno.
Monte Caggio, in lontananza

Scorci della valle del Borghetto