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martedì 14 settembre 2010

Il Gruppo Sbarchi della Resistenza (Intemelia)

Ieri si sono svolti a Bordighera i funerali del partigiano Renzo Biancheri (Rensu u Longu). Mac Fiorucci mi ha consentito di pubblicarne una testimonianza da lui raccolta, testimonianza di Renzo Biancheri, che riporto qui di seguito in corsivo.


La mia storia nella Resistenza è legata a filo doppio con Renzo Rossi.

Nell’agosto del ‘44 mi aggregai al gruppo partigiano di Girò, che operava nella zona di Negi, dove godevamo anche dell’appoggio di Umberto Sequi a Vallebona e di Giuseppe Bisso a Seborga; tutti e due membri del CLN di Bordighera. Negi era il punto di contatto tra le varie formazioni partigiane che operavano nella zona: Cekoff, Gino Napolitano ecc.

Facevo da staffetta tra Negi e Vallebona.

In settembre insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vittò. Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri che aveva aderito alla Resistenza. Vittò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il SIM (Servizio Informazioni Militare) e i SAP (Squadre d’Assalto Partigiane), e io fui nominato suo agente e collaboratore.

In novembre mi aggregai al battaglione di Gino Napolitano a Vignai, ma dopo alcune operazioni di collegamento tra Vallebona e il comando di Vignai, il comando mi richiamò ad operare nel Gruppo Sbarchi.

Nell’estate, i servizi segreti americani avevano inviato sulla costa una rete di informatori, capeggiati da Gino Punzi. Dovendosi recare in Francia, per passare le linee, Gino si avvalse della collaborazione di un passeur, che però era passato dalla parte dei tedeschi e durante il viaggio lo uccise. Il comandante tedesco si infuriò perché avrebbe voluto catturare vivo il Gino. Sul suo cadavere furono rinvenuti dei documenti, dai quali i tedeschi vennero a conoscenza che sarebbero stati inviati altri agenti e telegrafisti alleati.

I tedeschi predisposero una trappola e quando arrivò il telegrafista “Eros” lo catturarono ferendolo. Si avvalsero di lui per trasmettere falsi messaggi al comando alleato di Nizza.

Con questi falsi messaggi fu richiesto l’invio di un’altra missione: la missione “Leo”.

(vedi racconto Renzo Rossi - n.d.r. Mac -)

La missione andò a rotoli con il ferimento di “Leo”, che venne nascosto nella cantina di casa mia.

I tedeschi rastrellarono tutta la zona cercando “Leo”; “visitarono” anche la mia casa: sulla porta rimasero le impronte dei chiodi degli scarponi di quando sfondarono l’ingresso a calci.

Ma non cercarono in cantina, si limitarono ad arraffare del cibo dalla cucina. Con Renzo Rossi nascondemmo tutti i documenti del SIM e del CNL nel mio giardino, preparandoci al trasferimento di “Leo” in Francia. Il Gruppo Sbarchi aveva frattanto predisposto una barca e Renzo Rossi con Lotti avevano preavvisato i bersaglieri della necessità di effettuare l’imbarco quanto prima possibile. La collaborazione dei bersaglieri fu determinante per tutte le operazioni del Gruppo Sbarchi. (Il sergente Bertelli comandava un gruppo di bersaglieri a Collasgarba e aveva manifestato la volontà di aderire alla Resistenza. Fu avvicinato dai fratelli Lilò per stabilire le modalità della diserzione, quando il plotone fu distaccato alla difesa costiera giusto sulla costa di Vallecrosia in prossimità del bunker alla foce del Verbone. I Lilò convinsero i bersaglieri a non disertare ma ad operare dall’interno consentendo e agevolando tutta la Operazione Sbarchi.

Alla data convenuta, in pieno giorno trasferimmo “Leo” a Vallecrosia, sempre sulla canna della bicicletta di Renzo. In pieno giorno, perché approfittammo di un furioso bombardamento. Le strade erano deserte, solo granate che esplodevano da tutte le parti. Ricoverammo “Leo” in casa di Achille aspettando la notte. Al momento opportuno ci trasferimmo sul lungomare; il soldato tedesco, come al solito, era stato addormentato da Achille con del sonnifero fornito dal dr. Marchesi che era laureato in chimica.

I bersaglieri ci aiutarono a mettere in acqua la barca e a caricare “Leo” ferito. Cominciammo a remare, ma, dopo poche centinaia di metri, la barca cominciò ad imbarcare acqua. Non potevamo tornare indietro. Mentre io e “Rosina” remavamo, “Leo” e Renzo si misero di buona lena a gottare, con una sassola che, per puro caso, avevamo portato con noi. Riuscimmo a tenere il mare e ad arrivare al porto di Monaco. Con la pila facemmo i soliti segnali, ma non ricevemmo alcuna risposta; entrammo nel porto e accostammo alla banchina. Chiamammo una ronda di passaggio, che ci portò al comando di Polizia, dove chiedemmo di informare Milou, l’agente di collegamento. Arrivarono gli inglesi e “Leo” fu finalmente ricoverato al Pasteur di Nizza. Anche io e “Rosina” ci facemmo medicare il palmo delle mani piagate dal remare.

Il nostro ritorno fu programmato subito con il motoscafo di Pedretti e Cesar, che doveva recuperare anche alcuni prigionieri alleati (i 5 piloti: 2 inglesi, 2 americani, 1 francese); ma il motoscafo in mare aperto andò in panne e non ne volle sapere di riavviarsi. Eravamo in balia delle onde, Renzo Rossi, Pedretti e Cesar sotto un telo, al chiarore di una lampada, rabberciarono alla meglio il motore. Quasi albeggiava e la missione fu annullata perché ormai troppo tardi.

Sulla spiaggia di Vallecrosia il Gruppo Sbarchi attese invano con i 5 piloti.

I piloti vennero trasferiti in Francia nei giorni successivi da Girò e Achille.

Io, Renzo Rossi, Achille e Girò ritornammo con un carico di armi. Per sbarcare dovemmo attendere il segnale dalla riva, ma, come altre volte, non arrivò alcun segnale. Sbarcammo proprio davanti alla postazione dei bersaglieri, vicino al bunker.

Pochi giorni dopo, senza Achille, che rimase a dirigere il Gruppo a Vallecrosia, effettuai con Girò un’altra traversata, accompagnando “Plancia” (Renato Dorgia) a prendere armi e materiale per i garibaldini. Il ritorno lo effettuammo con la scorta di una vedetta francese, che accompagnò il motoscafo di Pedretti. Vi furono momenti di apprensione perché da bordo della vedetta si udì distintamente il rombo del motore di un motoscafo tedesco; non si accorse della nostra presenza e passò oltre. Trasbordammo sul motoscafo e sul canotto gli uomini e il materiale delle missioni “Bartali” e “Serpente”, composte da agenti addestrati al sabotaggio. Nelle operazioni di trasbordo alcuni caddero in mare e recuperarli nel buio non fu cosa facile, dovendosi osservare il silenzio assoluto. Attendemmo i segnali convenuti da riva. Anche quella volta nessun segnale. Gli ordini erano di annullare tutto, ma Girò accompagnò ugualmente a terra tutta la missione, mentre io tornai a bordo della vedetta, e nel buio pesto riuscì ad individuare il tratto di spiaggia dinanzi a casa sua.

Le difese di quel tratto di costa erano così composte: un bunker alla foce del torrente Borghetto, uno nei pressi della foce del Verbone, un altro quasi alla foce del Nervia.

Tra il bunker del Borghetto e quello del Verbone, era tutto un campo di mine, eccetto, giusto alla metà tra i due bunker, un passaggio largo meno di un metro, dalla battigia fino al rio Rattaconigli. Sbarcarono a Rattaconigli e superarono il campo minato attraverso quel sentiero.

Quella sera dal bunker di Vallecrosia fino alla foce del Nervia era tutto un pullulare di tedeschi e fascisti. Ci aspettavano. La fortuna fu dalla nostra.

Girò tornò al Petit Rocher da dove ripartì per l’ultima missione.
 
 
Poi Mac mi manda un'altra email dove afferma "...ti allego parte della testimonianza del Partigiano .... Renato, (Plancia), anche lui del Gruppo Sbarchi, dove racconta un episodio di Rensu u Longu, durante il soggiorno alla sede di St. Jean Cap Ferrat (villa Le Petit Rocher, sede del SOE, servizi inglesi). U Longu appena arrivato dopo l'ennesima traversata, telefona a una non individuata donna e le canta "Polvere di Stelle", Stardust. Quando Renato me lo raccontò rimasi scettico; poi lo stesso Rensu me lo confermò, cantandomela ...."
 
......La base alleata in Francia era a Saint Jean Cap Ferrat, nella baia di Villafranca, nella villa Le Petit Rocher. Da Vallecrosia si partiva, naturalmente di notte, e si raggiungeva il porto di Montecarlo, facilmente individuabile perché l’unico illuminato. All’ingresso del porto, una vedetta intimava l’alt e accompagnava il natante all’approdo sotto stretta sorveglianza. Qui l’equipaggio forniva alle sentinelle alleate del porto di Monaco solo un numero di telefono o di codice e il nome dell’ufficiale dell’Intelligence Service. In meno di un’ora erano presi in consegna dai servizi segreti alleati.

Anche io fui condotto a Montecarlo, con Renzo Rossi, Girò e Renzo Biancheri, già allora sordo come una campana. Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell’ennesima traversata.

Fummo accolti dal capitano Lamb, che ci condusse a Le Petit Rocher. Ci diede qualche istruzione, tra le quali ricordo che, alla mia richiesta di una qualche sorta di documento, ci disse che a eventuali controlli dovevamo solo rispondere che eravamo maltesi e di riferire il suo nome, Cap. Lamb con il numero di riconoscimento.

Mettendo mano al portafoglio, Lamb cominciò a distribuire una banconota da 500 franchi. La sua intenzione era di consegnarne una per ognuno di noi, ma Renzo Rossi, intascata la prima banconota ringraziò dicendo che 500 franchi bastavano per tutti.

Il capitano, sorpreso, ci fissò negli occhi uno per uno e domandò:

“Ma voi siete proprio Italiani?”.

Scoppiò poi a ridere, ma, per un attimo, vidi nel suo sguardo il sospetto che fossimo sabotatori. Renzo Biancheri chiese di poter usare il telefono, compose il numero e ottenuta la comunicazione tra lo stupore generale iniziò a cantare Polvere di Stelle.

Renzo era sordo e come tutti i duri d’orecchio cantava bene.

Sussurrava la melodia d’amore di “Polvere di Stelle”, alle orecchie di una interlocutrice, evidentemente conosciuta in qualche precedente missione e con la quale di certo non scambiava lunghe conversazioni:

Sometimes I wonder why I spend
The lonely night dreaming of a song
...........

13 commenti:

il monticiano ha detto...

Ecco quello che servirebbe da leggere nelle scuole e nelle università in modo da far capire cos'è stato quel periodo da cui ebbe origine la nascita di una nuiova Italia che adesso stanno cercando di distruggere.

Ernest ha detto...

Resistere, resistere resistere!

Anonimo ha detto...

Grazie per questa testimonianza, Renzo Biancheri era mio prozio. Viviana

Adriano Maini ha detto...

Credo che, se intervengo solo ancora una volta, a margine delle testimonianze che sopra ho trascritto, si capisca lo spirito che mi ha animato e mi anima in questa occasione. Devo, pertanto, io, invece, ringraziare vivamente la signora Viviana. Vedete: io ho trascritto in una triste occasione, cercando di onorare la memoria del prozio di Viviana (ed una pagina incisa anche dagli altri generosi suoi compagni di lotta per la libertà), resoconti che sono stati già pubblicati e che, con la mia modesta voce, invito ora a cercare nella stesura integrale presso l'Istituto Storico della Resistenza di Imperia. Il rispetto per i partigiani che hanno operato nella nostra zona di confine con la Francia e per i partigiani di tutta Italia e d'Europa mi impone di non aggiungere altro.

Alessandra ha detto...

racconta Adriano, ne abbiamo bisogno. Come scrive il Monticiano è davvero necessario che sia tramandata la nostra storia. Chè non è mai abbastanza. Non "importi" di non aggiungere altro, per favore.
Con riconoscenza
Alessandra

Alligatore ha detto...

Sembrano scene di un film, invece è realtà. Scritta bene, utile, ed è necessario diffonderla.

giacynta ha detto...

Un motivo in più per considerare preziosa la tua amicizia. Non mi era mai capitato di sentirmi "dentro" un'azione partigiana e di poter intuire le emozioni e i sentimenti di chi, in quella dimensione che adesso consideriamo "storica", ( e che invece è ancora un "vivo" presente ) ha agito con generosità.
Giacinta

Zio Scriba ha detto...

Bella testimonianza. Ha ragione il Monticiano, certe letture andrebbero proposte nelle scuole. Ieri la Ministronza gelmini parlava di UN MILIARDO da stanziare per l'istruzione: gli editori e i venditori di bibbie staranno facendo i salti dalla gioia... noi, che abbiamo a cuore il futuro dei bambini, che vorremmo diventassero Uomini Liberi e non pecore bisognose di pastori, ne facciamo un po' meno...

gturs ha detto...

Le testimonianze sono la vera storia del nostro paese. Come non condividere il caro Monticiano?
Grazie per averla riportata, consentimi di aggiungere che la memoria storica non ha colori politici!
Ciao Adriano, Roberta.

Carmen ha detto...

Brividi lungo la schiena, ecco ciò che provo leggendo questo post e pensando che la memoria storica è da molti giovani sentita come una "barba", eppure basterebbe educarsi ed educare oltre che alla comprensione intellettuale alla capacità di ascolto, per non dire all'"empatia", questa sconosciuta... grazie Adriano. A presto. Carmen

Anonimo ha detto...

onore al partigiano Renzo. pur essendo zio diventato di mia moglie non avevo mai saputo di questo suo glorioso passato pur avendo difficilmente conversato con lui nei miei soggiorni a Bordighera di tanti argomenti.
Fulvio

DANTE ha detto...

CERCO ULTERIORI NOTIZIE SUL CAPITANO GINO PUNZI MIO LONTANO PARENTE. INTANTO RINGRAZIO IL SIG. ADRIANO MAINI PER QUANTO TESTIMONIATO, CHE NON E' POCO.

Adriano Maini ha detto...

Signor Dante, la mia email é adriano.maini@hotmail.it. Avrei cercato altre notizie sul capitano Punzi, ma avendo già trovato qualcosa, gliela segnalerei, intanto, appunto via email.