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domenica 1 febbraio 2026

Schegge taggiasche

Taggia (IM): lo Sferisterio

Quell'anno - il 1976 - inopinatamente una Festa de l'Unità venne organizzata nello Sferisterio di Taggia. Una sera, quando la manifestazione volgeva al termine, arrivò Tunin, dopo aver chiuso il suo bar-trattoria. Aveva portato con sé la chitarra acustica e pizzicava le corde dello strumento per i compagni attivisti che iniziavano a rifiatare. Richiesto da qualcuno di suonare "Foglie morte" (versi di Jacques Prévert e musica di Joseph Kosma), canzone resa celebre da tanti interpreti, accolse la proposta, in più intonando il brano in francese con voce calda ed ammaliante.
In quella tarda primavera - se la citata datazione corrisponde - una piccola carovana di tre automobili al massimo aveva portato sin dal mattino alcuni militanti e dirigenti delle sezioni comuniste del comune di Taggia a fare campagna elettorale per le politiche nelle frazioni di Triora site alle spalle del capoluogo. Non furono incontrate, invero, molte persone, fra le quali alcune erano salite per il fine settimana dalla costa, ma fu un'esperienza per molti aspetti interessante, soprattutto per capire meglio certi risvolti di propaganda. In un momento di riposo i sodali di quella minuta comitiva appresero, ad esempio, dalla viva voce di uno di loro che costui, ormai affermato commerciante, era stato - errore di gioventù! - con la Legione Straniera a combattere nel 1954 a Điện Biên Phủ, lunga battaglia rovinosa che aveva determinato il ritiro della Francia dall'Indocina.
In quel periodo soffiava, ad opera di democristiani dissidenti, vento di crisi sul comune di Taggia, tale da portare alle elezioni amministrative anticipate del 1978, che, comunque, confermarono una maggioranza di centro-sinistra saldata intorno alla Democrazia cristiana.
Si erano, pertanto, infittite le riunioni tra i partiti, compresi socialisti e socialdemocratici. Forse erano altri tempi, ma si crearono o si rinsaldarono diverse relazioni cordiali anche tra avversari politici, alcune persistenti tuttora. E coinvolgenti i due o tre funzionari comunisti che in quel torno si alternarono in città. Ad uno di questi, poi, poteva capitare di passare una dozzina di anni dopo un pomeriggio gradevole in compagnia di un ex segretario di sezione democristiano, mentre assistevano ad una partita di minibasket dove giocavano in squadre diverse rispettivamente il figlio ed un nipote. E più tardi ancora di fornire ad un ex assessore di grido, sempre già democristiano, il ritaglio stampa del 1959, osservato per caso per altro motivo, nel quale veniva riportata la notizia di una vittoria in gara ciclistica giovanile del futuro noto amministratore.
Ma prima di tutto questo, avvenivano fatti singolari, se non quando decisamente interessanti.
Giampiero, tornato a Taggia dopo un grave incidente ed ancora in attesa di concorrere con esito positivo ad un posto pubblico come invalido, stupiva tutti con la sua ormai spiccata cantilena torinese, ma di tanto in tanto faceva cucinare dal padre squisiti piatti piemontesi e locali per amici e compagni.
Salvatore, che abitava vicino al Castello, accantonati momentaneamente o forse abbandonati del tutto gli studi - nel 1978 sarebbe diventato consigliere comunale comunista di Taggia - impressionava gli interlocutori con il racconto degli scontri provocati dai cosiddetti autonomi nel 1977 all'Università di Roma, dal medesimo visti parzialmente in modo diretto.
Questi due ragazzi, insieme ad un menzionato funzionario ed a un valente artigiano, nativo della rossa Sarzana, tutti accomunati dalla militanza comunista, in un pomeriggio di settembre risalirono in macchina la Valle Argentina sino alla deviazione per Montalto Carpasio, che oltrepassarono, andando per un tratto ancora verso Montegrande, non del tutto consci del pellegrinaggio che stavano compiendo in importanti luoghi della Resistenza.
Diversi erano gli ex partigiani che si fermavano, se vi passavano davanti, nella sede di rappresentanza comunista di Levà di Taggia. Uno molto assiduo, quando si recava nei giorni liberi da Sanremo, dove lavorava e abitava, al suo paese, Carpasio, era Cicin Pastorelli, al secolo Giovanni Battista, uomo amabile e cordiale, che discorreva di tutto, ma non dei suoi trascorsi nella lotta di Liberazione, comportamento, questo, in verità comune a quasi tutti i vecchi patrioti antifascisti. Di cose da dire ne avrebbe avute Pastorelli e qualcosa da pensionato avrebbe infine tramandato, lui che con il nome di battaglia di "Sferra" era stato commissario politico del I° Battaglione “Carlo Montagna” della IV^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Elsio Guarrini” della II^ Divisione "Felice Cascione".
Merita almeno un fugace cenno tra quei visitatori Nino De Andreis di Badalucco, che, essendo stato colto dai tragici avvenimenti del 1943 in Calabria, con la liberazione alleata di quella regione, si era prontamente dato da fare - come tramandato in alcune pubblicazioni locali - per la ricostituzione alla luce del sole del Partito comunista. E che ebbe il merito di ricordare in una lettera, scritta forse con qualche imprecisione, ma di sicuro con tanta passione, inviata nel 1985 a "l'Unità", la figura del professore di musica Raffaello Monti, antifascista, pacifista, amico di Aldo Capitini e di Giuseppe Porcheddu, un personaggio che fece tanto per la vita culturale dell'epoca a Bordighera.

Adriano Maini

 

lunedì 26 gennaio 2026

Anche un isolotto artificiale quasi alla foce del Nervia

 







Il torrente Nervia scorre verso la foce tra gli alberi sfiorando in tangente sulla sponda orografica di destra Via Gradisca, nella zona di Ventimiglia che prende il nome da questo corso d'acqua, ma risulta visibile in pratica solo attraverso una griglia che sbarra il fondo - lato, dunque, di levante - di questa stradina. Tanti, tanti anni addietro, nonostante fosse già passata anche da quelle parti - novembre 1966 - una disastrosa piena, che meriterebbe un capitolo a parte, in quel punto era stato realizzato un notevole accumulo di terra e di ghiaia, accesso per uno sterrato, che diventava presto nulla di più di un sentiero, che terminava su una spiaggia pressoché selvaggia, nelle cui adiacenze in direzione Francia spiccava in pratica solo il deposito - ormai dismesso - dei locomotori delle Ferrovie, un'area oggi ristrutturata a spazio pubblico.
Qualcuno parla addirittura di una sorta di isolotto realizzato al centro del corso d'acqua, da molte persone utilizzato per il lavaggio delle proprie automobili.
Nelle sue cronache telefonate da Parma se ne ricordava Carlo, che millantava lontani arrivi in loco - più probabili, tuttavia, dal lato mare - a bordo dell'autovettura dello zio acquisito, il bravo panettiere ben conosciuto in città per approdare a gustosi picnic all'aperto o, più spesso, a pranzi nel primo ristorante costruito sulla riva, un altro edificio dalla proprietà e della storia controverse. 
 




Opinabili o meno che siano le date e gli assetti di quel punto di territorio, erano incontrovertibili i riversamenti provenienti dal distributore di benzina non poi così lontano, quello, alla data attuale chiuso, dove, quando ancora non era stata realizzata l'Autostrada dei Fiori, si fermarono per fare rifornimenti di benzina tante celebrità, soprattutto calciatori. Era di là da venire la protezione - non si quanto efficace - data al corso d'acqua verso la foce dalla denominazione ufficiale "Oasi del Nervia" e dai connessi approntamenti.



Via Gradisca, ancora, piccolo rione di case anche di ferrovieri: non c'é più sulla scarpata della ferrovia l'alto traliccio, oggetto nei primi anni Sessanta di spericolate arrampicate di Piero e di altri avventurosi adolescenti.



Non doveva passare molto tempo prima che l'assetto dell'adiacente - a ponente - località mutasse radicalmente, soprattutto con l'edificazione di palazzoni che hanno pure elettrizzato a lungo la vita amministrativa di Ventimiglia.

Adriano Maini

venerdì 16 gennaio 2026

Stranomi, ma non solo


C'era a Bordighera una bella villa, di cui oggi rimane traccia solo - usando la fantasia - per via di un terreno incolto una volta occupato da qualche pertinenza della citata abitazione, la quale, invero, sorgeva, circondata da un vasto parco in cui spiccavano gli eucalipti, abbastanza arretrata rispetto alla Via Aurelia.
Chi l'aveva visitata ne parla ancora come di una casa delle meraviglie, che ospitava altresì in quello che veniva definito museo diversi ricordi di caccia esotica del proprietario.
La demolizione e l'occupazione di suolo di tutta evidenza vennero effettuati per un trasferimento di volumetria a vantaggio di nuove palazzine.
Si ebbe necessità in una specifica occasione di ricorrere a uomini di fatica per lo spostamento o l'arrivo di un pesante elemento di arredamento. Il padrone si raccomandò che quei facchini a giornata procedessero a piedi scalzi per non rovinare i preziosi marmi dei pavimenti, ma male gliene incolse perché uno dei due lavoranti, un vero Maciste, aveva delle estremità, appena coperte da scarpe per il caso in questione, così luride da fare, date le nefaste conseguenze, rimpiangere a lungo il committente per l'ingaggio effettuato.
L'episodio venne raccontato da Sergio Marcenaro, già sindaco di quel paese, nel corso di una conversazione con Arturo Viale, appena sentito il soprannome in dialetto di un abitante di Soldano.
Ci sono nomignoli che talora si ripetono nelle storie di Arturo Viale e di Gianfranco Raimondo.
Anche quest'ultimo nei suoi articoli non fa mancare la rievocazione di tipi bizzarri: qui sarà sufficiente menzionare chi - sempre molto addietro - in Via Dante (ancora oggi da molti appellata come Via Regina) si era per così dire specializzato a spaccare tirando frecce le zucche dei numerosi pergolati.
Ancora a Bordighera si vedeva ai tempi un caratteristico personaggio, che sospingeva una carriola in legno, nella quale il più delle volte appoggiava solo la copia di un quotidiano, tornare dal centro città a Villa Hortensia, dove svolgeva diverse mansioni per conto del professore Raffaello Monti - o della famiglia - e nel cui garage secondo alcune versioni alloggiava: a lui spettò, in ogni caso, l'onore di essere ritratto a torso nudo - come in effetti si aggirava, se non quando indossava una sorta di canottiera o gilé - dal pittore Roman Bilinski.
Sempre da Bordighera emerge la soluzione di sciorinare, a casaccio ed a titolo indicativo, qualche soprannome senza tema di affibbiare al singolo un circostanza controversa, perché selezionato da un vecchio articolo di Mario Armando (altro importante cultore di cose nostrane e non solo del dialetto: a lui si devono ad esempio significative rievocazioni del passaggio davanti a questa costa di confine del Rex) comparso nel numero di settembre 2010 di "Paise Autu", periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, nel quale si usava come principale il termine "stranome" con l'avvertenza che la "nomea" - al plurale - "i nosci veci chiamavano 'Spronomi' non pregiudicanti amicizie": Gianèira, Gianòira, Gianè, Manineta, Scimùn, Tunina, Dumuà, Gigè, Neghin, Martinbè, Mè, Chicheta, Perugin, Baiòca, Sciasciùn, i Linghèia, u Sàrdu, Sciangài, Gianchetu, Sparissoera, Scùrpina, Pistùn, Bagiotu, Castagnà, Tirèijina, Perussetu, Castagneta, Patatina, Scijèrbura, Ciarùn, Caretè, Ferandìn, Sciurbetè, Strascè, Vacà, Pastù, Pulaioe, Pecina, Mamà, Biunda, Tetasse, Lerfan, Gamba, Becu, Bellocchio, Sètelèrfi, Ranghetu, Boetascui, Scciapabricheti, Dentan, Gamèla, Paciarò, Sètelèrfi, Zibà, Manèlu, Vagliò, Favèla, Nenenè, Patacà, Bazazò, Bedò, Mungìn, Cantalamessa, Cundutu, Ciò, Guapa, Lagnò, Taleti, Chipò, Meninò, Fanfafè, Sciànte, Sigareta, Putoschi, Bulò.
Ed allora con lo stesso criterio si possono aggiungere nomignoli che affiorano negli scritti dei richiamati autori di Ventimiglia, quali Bacì di Sciapi, Cartun, Ciurina, Giuà de Canun, Sciacamoti, Sciapassùche, Tapapussi. Altri ancora sono rimandati ad un prossimo articoletto.

Adriano Maini

 

sabato 10 gennaio 2026

Sostiene Gianfranco

Ventimiglia (IM): il torrente Nervia in stagione invernale

E così di recente Gianfranco Raimondo ha aggiornato il suo modo di presentare sul web momenti interessanti di storia da lui vissuta, soprattutto a Ventimiglia e dintorni, fondando su Facebook un nuovo gruppo, come tale aperto ai contributi degli aderenti.
Del resto, dall'alto dei suoi novantanni portati splendidamente di conoscenze fatte da tramandare Gianfranco ne ha sul serio tante.
Su questo blog a volte si attinge alle sue esperienze.
Non è possibile riassumere al meglio i racconti di Gianfranco. Non è neppure agevole raggruppare i temi da lui affrontati.
Risulta più semplice procedere per esempi casuali o per connessioni con vicende qui già sottolineate.
Con questa cifra si possono leggere con viva partecipazione i drammatici momenti della seconda guerra mondiale da Gianfranco attraversata in quanto ancora bambino, ma anche sorridere a fronte ai tanti aneddoti curiosi visti e raccolti da lui nei suoi traslochi di famiglia da Ventimiglia a Via Dante (da lui, come per ancora molte persone, rigorosamente chiamata Via Regina per automatico riflesso della vecchia denominazione ante conflitto di questa arteria un tempo periferica) di Ventimiglia, a Seborrino di Camporosso, a Nervia di Ventimiglia e di nuovo, ma in maniera definitiva, in Ventimiglia Centro, nonché nelle sue molteplici attività - al netto del suo mestiere - di intrattenitore di spettacoli, nella cui veste spicca l'essere stato presentatore - anche se scelto perché accettava gratuitamente l'incarico! - della Battaglia di Fiori del 1961.
Può, a questo dunque, essere opportuno, perché può capitare ancora con il nuovo spazio di cui si è detto all'inizio, riportare qualche ricaduta di qualche vecchio brano di Gianfranco.
Quando rammentò la partecipazione di Armando Lissa, alla cui figura qui si dedica qualche riga più avanti, e di un certo Croesi di Pigna come ciclisti indipendenti ad una Milano-Sanremo d'epoca, un commento fece nascere l'equivoco che si fosse trattato, invece, di Emilio Croesi, storico sindaco (1946-1986) di Perinaldo, anche questi già ciclista - ed anche discreto - ma del periodo precedente la guerra: di conseguenza ci furono ricerche appropriate di Gianfranco con soluzione definitiva dell'arduo quesito.
 
Ventimiglia (IM): dove, tra Nervia e Asse, spiccavano un tempo due belle ville

O quando, interpellato di persona sul contenuto di un certo suo datato pezzo, Gianfranco sciorina i nomi di alcune belle ville di Ventimiglia da tempo scomparse, come quelle che sorgevano in Nervia di Ventimiglia subito a levante di Villa Olga, aggiungendo ragguagli non secondari sui proprietari.
Due parole su Lissa, infine, con la premessa che anche altri, come certi ex ragazzi di Via Regina, rammentano talora stravaganze di questo omone, che non disdegnava il vino - ci sarebbe anche stata la vicenda non ben definita di una certa damigiana -, parole mutuate sempre da Gianfranco: Lissa campava facendo il pescatore, forte (calciava a piedi nudi grossi sassi come fossero palle di gomma), burbero, buono d'animo, ma anche, secondo Gianfranco, incline - caratteristica alquanto artata, perché non può mancare in un quadretto di folclore locale - a certe vanterie, come quella di avere raggiunto - da ciclista - una volta Binda sul Turchino; ed ancora per quella partecipazione alla Milano-Sanremo è d'uopo aggiungere che Lissa ed il suo sodale si recarono in bicicletta il giorno prima nel capoluogo lombardo, dove dormirono nella stazione ferroviaria, prima di gareggiare in una competizione che li vide fatalmente arrivare nella città dei fiori quando ormai era buio...
Si consiglia, tuttavia, di leggere direttamente gli articoli di Gianfranco Raimondo.

Adriano Maini

 

venerdì 2 gennaio 2026

Sul cassone di un motocarro da Nervia a Dolceacqua

 




Agli inizi degli anni Sessanta non transitavano ancora, come adesso, da Nervia di Ventimiglia per imboccare o ridiscendere la strada provinciale di Valle comitive di ciclisti amatoriali su mezzi e con vesti tecniche tutti all'avanguardia.
Poteva, invece, capitare che all'inizio della citata arteria si dessero appuntamento per iniziare o concludere giornate dedicate a gite in alture diverse coppie di giovani: gli inquilini dei dintorni, soprattutto quelli di appartamenti situati a pianterreno, venivano in modo indiretto messi puntualmente al corrente, specie nella bella stagione dalle finestre aperte, dei piani e dei resoconti di giornata, dai quali ultimi sovente non mancavano aspetti comici o litigi, in particolare tra innamorati.
Due compagni di scuola di seconda media di là si avviarono diverse volte in bicicletta, chi pedalando su una da donna, leggera e dal rapporto molto agile, chi su un pesante residuato d'anteguerra, già in uso ufficiale a qualche bersagliere: ancora di recente la moglie di uno dei due non credeva che al tempo fossero così arrivati sino a Castelvittorio, paese cui si accede mediante una discreta salita e dove il futuro marito intendeva fare una sorpresa ai nonni materni.
 

Il memoriale di Camporosso dedicato ai carabinieri uccisi da appartenenti alla Banda di Pollastro. Foto: Silvana Maccario

Il padre dell'altro adolescente aveva lasciato un po' al caso l'apprendimento da parte dei figli dell'uso della bicicletta, ma non mancava di accompagnarli a turno - dato che le due bici già menzionate erano di quella famiglia - per qualche tratto di valle sempre partendo da Nervia: al ritorno una tipica sosta era quella davanti al piccolo memoriale di Camporosso dedicato ai due carabinieri uccisi da ex appartenenti alla banda del bandito Pollastro (o Pollastri) con relative spiegazioni di ordine storico da parte dell'adulto. Ma presto l'uomo si dotò di un motorino con il quale continuava la sua opera un po' di completamento di istruzione a quegli attrezzi un po' in ogni caso di sorveglianza, anche con altri virgulti del rione, a lui comunque affidati con piena fiducia e, a quel punto, dotati anche di propri velocipedi.
Non è dato sapere, però, se avessero mai incrociato un motocarro Ape proveniente dall'altra parte del torrente, da Camporosso Mare, il cui bizzarro proprietario non disdegnava ospitare sul cassone ragazzotti della zona per escursioni sino a Dolceacqua.
Non metterebbe conto dilungarsi sulle scampagnate, già in quel torno numerose, che passavano da quell'incrocio, se non fosse che per dei fatti curiosi. Se ne riporta per l'occasione almeno uno, a titolo di esempio: un gruppo di amici di Ventimiglia si recarono sovente alla svolta degli anni Settanta in Località Castiglione di Camporosso, come attestato da diversi filmini, presso il casone di famiglia di un loro sodale di quel paese, per passare all'aperto, ma con tante comodità a portata di mano, ore di svago e di allegria: non sapevano, come forse non sanno neppure oggi, che quel posto è stato catalogato come sito archeologico di epoca romana.

Adriano Maini

venerdì 26 dicembre 2025

Frittelle di baccalà e farinata a Sottoripa

 

Genova: uno scorcio di Sottoripa

Ancora oggi poche persone, recandosi a Genova, resistono alla tentazione di assaporare subito la focaccia, quella tagliata a strisce di forma ben rettangolare, magari rinunciando a quella che ritengono la migliore, ma servita in locale più lontano dalla prima meta, in genere con la riserva mentale di rimediare in seguito. E ci sarà anche qualcuno che esprimerà altre preferenze, fosse pure per analoghe delizie di Via Paleocapa a Savona.
Alla svolta degli Ottanta un assessore comunale di Ventimiglia, quando andava in missione presso la Regione, si faceva poi condurre, insieme all'eventuale accompagnatore, dall'autista, quindi con una discreta deviazione, ad una taverna sita all'ombra della Lanterna: a tavola sorrideva sornione lo chauffeur, mentre ascoltava le lodi profuse dall'uomo politico circa la tipica trippa, che aveva praticamente imposto a tutti i suoi commensali, e non si esimeva di gettare di tanto in tanto un'occhiata all'acquaio da cucina che faceva da separazione della grande sala comune.
Un funzionario di associazione di categoria, ormai esperto di ristoranti tra i più diversi di Genova, stupiva talora i suoi ospiti con deliziosi primi piatti agli scampi, peculiari di una locanda allocata in un vicolo, piccola traversa di Via Garibaldi verso la Maddalena, dunque a pochi passi da Piazza delle Fontane Marose, ma una stanza molto modesta con almeno un tavolo molto prossimo a tre alti gradini sui quali si apriva la porta della - come si diceva un tempo -  ritirata.
Un altro funzionario, imperiese, della detta organizzazione aveva scoperto sulla collina di Carignano, non lontano dal distretto militare, un esercizio la cui specialità erano sughi e ragù con ampio utilizzo di foglioline di piante aromatiche quali rosmarino, origano e similari: facile che molti clienti vi ci recassero affrontando da ponente l'erta Salita San Leonardo, senza magari neppure accorgersi dell'esistenza della palazzina della Federazione del Partito comunista.
Una ventina di anni addietro tre distinte signore, impiegate di segreteria di un istituto scolastico dell'estremo ponente ligure, ammesse per simpatia al seguito di una gita di istruzione a Genova, al momento del pranzo, vuoi per scelta vuoi per opportunità, si fiondarono subito in una taverna di Sottoripa, degustando chi frittelle di baccalà, chi farinata, ma trovando tutto squisito, come avrebbero a lungo raccontato in famiglia.
A metà dei Sessanta alcuni adolescenti di una squadra di atletica leggera di Sanremo in trasferta nel capoluogo, nel corso della libera uscita successiva alla cena s'imbatterono in Largo XII Ottobre in uno di quei bar appena aperti da una delle due industrie sino ad allora famose per i panettoni e scoprirono quale curiosità gelati - di pochi gusti, invero - che venivano versati nei coni azionando i rubinetti di apposite macchinette.
Era ancora un periodo in cui ferrovieri e non affollavano la mensa del Dopolavoro di categoria, trovando tutto buono, anche se non sempre caratteristico.
Cioccolata, caffé, tè, cioccolato, pasticcini, biscotti vari, dolciumi in genere approcciano, invece, ad una certa gastronomia genovese ed a locali di lusso in quel della Superba, con, ad esempio, punti di eccellenza a Nervi, non fosse altro che per le splendide viste sul mare.

Adriano Maini

martedì 23 dicembre 2025

A Roma in questi giorni

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Recenti articoli di giornale hanno riferito che a Roma per gli scavi della nuova metropolitana è stato adottato il sistema di smontare i reperti archeologici e di riposizionarli in loco, una volta finiti i lavori, rendendoli visibili ai viaggiatori nelle stazioni sia attraverso acconce vetrate sia direttamente, come nel caso, qui messo in evidenza, di quella del Colosseo.
Viene da dire "meglio tardi che mai", se si pensa a sconci non poi tanto remoti, come, a fare un solo esempio, per la rapida ricopertura dei resti della villa appartenuta al generale di Marco Aurelio, che si dice avesse ispirato la figura del protagonista del famoso film "Il gladiatore".
In materia, certo le problematiche sono vaste, ma con un po' di intelligenza e con un po' di pazienza, qualcosa di positivo può essere - come si vede - realizzato.
Intanto, sempre più persone possono ammirare, se vogliono, testimonianze di case di età tardo repubblicana dell'antica Roma che, collocate tra le pendici della Velia e del Colle Oppio, erano già state sepolte al momento della costruzione - voluta da Mussolini - di Via dei Fori Imperiali.

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Un'altra buona notizia proveniente dalla capitale è la sempre più diffusa apertura del Palazzo del Quirinale - i cui tesori artistici non necessitano di spiegazioni - e dei suoi giardini ad un largo pubblico.

Foto: Gian Maria Lojacono

Foto: Gian Maria Lojacono

Molto bene, quindi, per i romani e per i turisti appassionati di storia e di cultura.
 
Adriano Maini