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sabato 14 maggio 2022

Già nell’ottobre 1942 i comunisti italiani presero contatto con le formazioni slovene per concordare alcune forme di collaborazione

Lusevera (UD) nella Benecìa - Fonte: Mapio.net

La lotta armata nella Venezia Giulia e in Friuli ha caratteri specifici ed originali che la differenziano dalla Resistenza nel resto d’Italia.
Questa originalità deriva, innanzitutto, dalla posizione geografica della regione, sita com’era a cavaliere tra Austria e Jugoslavia in un punto chiave per i tedeschi, crocevia logistico-operativo fra il fronte italiano, la Germania e i Balcani.
A queste motivazioni d’ordine geografico-militare se ne accompagnano altre di tipo etnico: infatti abitavano la zona popolazioni slovene e croate che convivevano qui da secoli a fianco della componente italiana. L’oppressione scatenata dal fascismo contro sloveni e croati (allogeni e alloglotti) della Venezia Giulia e del Friuli, spinse costoro alla ribellione durante tutto il ventennio, coinvolgendo di conseguenza anche la popolazione italiana. Le radici della Resistenza friulana s’innestarono quindi nella forte tradizione dell’antifascismo clandestino regionale, uno dei più attivi e dei più perseguitati d’Italia <50: questo è il motivo principale del perché scaturì in regione un così precoce spirito resistenziale. Alla luce di ciò si comprende meglio perché nella Venezia Giulia e in Friuli la Resistenza assunse subito un carattere plurinazionale, con la nascita e lo sviluppo, sin dalla tarda estate del 1941, di formazioni partigiane slovene nelle province di Gorizia e Trieste; queste formazioni penetrarono anche nelle Valli del Natisone (Slavia veneta, altrimenti detta Benecìa <51). L’organizzata Resistenza slovena creò diversi punti di riferimento per l’antifascismo friulano e giuliano e costituì, agli inizi, uno stimolo ed un esempio per le sue iniziative. Questa vicinanza, in seguito, si ripercosse negativamente sulle vicende friulane: i fini ultimi della lotta dell’Esercito di Liberazione jugoslavo (lotta di liberazione nazionale e rivoluzione sociale) complicarono non poco i rapporti tra le formazioni e tra i partiti italiani; i rapporti da tenere con gli sloveni diventarono motivo di aspre discussioni e di paralisi per l’unificazione dei diversi comandi partigiani italiani, soprattutto nelle zone di confine. La prossimità con questo forte movimento di liberazione a direzione comunista fu la principale ragione del perché si formò proprio in Friuli la più robusta organizzazione partigiana non comunista, la Osoppo, che ha pochi eguali in Italia.
Il dualismo fra i reparti diretti dai comunisti (Garibaldi) e quelli sostenuti da altri partiti (Osoppo) non fu connotato tipico friulano, ma in questa regione assunse un valore particolare.
L’insorgere di una questione nazionale e di frontiera sollevata dal movimento jugoslavo è un altro degli aspetti caratterizzanti, dal punto di vista politico-militare, della Resistenza nel Friuli Venezia Giulia.
La Resistenza friulana si segnala, inoltre, per una serie di “primati”: fu in regione, infatti, che nacque l’unico distaccamento italiano sorto prima dell’armistizio dell’8 settembre; per primi, in Friuli, i reparti garibaldini si organizzarono in battaglioni e brigate (nelle altre regioni si combatteva ancora per bande, per piccoli nuclei); qui si costituì la prima brigata italiana, la Garibaldi “Friuli”, e si assistette alla prima grande battaglia contro i tedeschi (Gorizia 12-19 settembre 1943: probabilmente l’unico esempio in Friuli di insurrezione armata spontanea).
Non di minore rilevanza storico-politica sono i trattati stipulati dai garibaldini con il IX Korpus d’armata jugoslavo o la creazione di grandi zone libere, con il conseguente controllo di vasti territori (come la Zona Libera della Carnia) che videro il coinvolgimento diretto e l’intervento nella vita sociale e amministrativa delle popolazioni civili, con interessanti esperimenti di autogoverno e l’avvio di una Costituzione avanzata.
[...] Già nell’ottobre 1942 i comunisti italiani presero contatto con le formazioni slovene per concordare alcune forme di collaborazione <52. L’intesa (superando molte perplessità interne) fu raggiunta dalla federazione udinese: gli italiani s’impegnarono a passare informazioni sui movimenti tedeschi, a rifornire di armi, medicinali e viveri le formazioni slovene; gli sloveni, da parte loro, concessero la formazione di un reparto autonomo di partigiani italiani, con comando e simboli nazionali, riunendo quei combattenti che già stavano lottando disseminati nelle formazioni jugoslave. In seguito a tali accordi, nella primavera del 1943, nacque il primo nucleo partigiano: il Distaccamento “Garibaldi” <53, composto da una quindicina di volontari italiani, e operante sui monti della Slavia veneta. Questo distaccamento porta il nome di Garibaldi non per un caso: Garibaldi, infatti, era un eroe popolare; “garibaldini” erano i combattenti di Spagna nelle Brigate Internazionali contro il fascismo franchista e, soprattutto, il nome di Garibaldi richiamava forte l’immagine che voleva la resistenza al fascismo e ai tedeschi come continuazione del Risorgimento italiano.
Il Distaccamento, braccato di continuo dai nemici, si spostò continuamente e si sciolse.I superstiti, all’indomani dell’8 settembre, formarono sul Collio (in continuazione del vecchio distaccamento) il battaglione “Garibaldi”, costituito con l’apporto di antifascisti del cormonese, di partigiani italiani che militavano nelle file slovene, di soldati sbandati e di alcuni dispersi della brigata “Proletaria” dopo la sconfitta nella battaglia di Gorizia. Raggiunse in pochi giorni le 120 unità e, su pressante invito sloveno, si spostò nelle Valli del Natisone.
In seguito al forte afflusso di giovani e volontari dopo l’8 settembre, nacquero nuovi battaglioni partigiani nella zona orientale del Friuli.
Fra il 12 e il 20 settembre si costituì, sempre nelle valli del Natisone, il Battaglione “Friuli”, organizzato su tre compagnie, come il “Garibaldi”.
Ai primi di Ottobre risale anche la formazione del Battaglione “Pisacane”, composto in parte da membri degli altri due battaglioni e forte già di 70 uomini.
A questi si aggiunse il Battaglione “Mazzini”, costituitosi a fine ottobre sul Collio (l’unico reparto italiano accettato in zona dagli sloveni), e dal quale in futuro avrebbe avuto vita la Brigata “Natisone”. La storia di questo reparto è diversa dalle altre formazioni garibaldine: infatti, ebbe sempre una notevole autonomia decisionale conferitagli dal decentramento logistico cui fu costretto e dalla contiguità con i reparti sloveni.
Con la nascita e lo sviluppo di questi primi battaglioni si posero i presupposti per la costituzione di una brigata partigiana. Furono i comandi garibaldini a caldeggiare la formazione della brigata, unico mezzo per affermare in maniera decisa l’esistenza di formazioni italiane autonome nelle Prealpi Giulie. Inoltre incominciava a farsi pressante la necessità della presenza di una adeguata e congrua formazione militare italiana dato che, con la caduta del fascismo e a causa di rivendicazioni territoriali sempre più ufficiali e dettagliate da parte slovena, il problema dei confini orientali andava facendosi sempre più attuale.
Dall’unione di questi battaglioni (nati e operanti fra i fiumi Natisone, Judrio e Isonzo) nacque così alla fine del 1943, sulle Prealpi Giulie, la Brigata “Friuli”, la prima in Italia, composta da circa 450 uomini.
Volontari friulani, operai isontini (molto forte fu il numero di iscritti e sostenitori del partito comunista nei cantieri di Monfalcone) ed ex-militari, formarono il grosso di queste unità.
Il P.C.I. fu anche il principale organizzatore della lotta armata in pianura. Tra settembre e dicembre 1943 creò una robusta rete di organismi politici e militari che operarono a supporto dei reparti di montagna, concorrendo a mobilitare le masse e a suscitare la guerriglia.
Furono diretti dal P.C.I., infatti, i gruppi dell’Intendenza, i G.A.P. e la maggior parte delle S.A.P. Su iniziativa della Federazione comunista i primi nuclei di G.A.P. erano stati costituiti già ad ottobre in tutta la regione. Da principio erano piccoli gruppi di persone (tre, cinque al massimo) che vivevano in legalità; si riunivano solo per compiere sabotaggi, recuperare armi, munizioni e viveri <54, attaccare macchine nemiche isolate, eliminare spie.
Altri raggruppamenti di massa furono il Fronte della Gioventù, i Gruppi di Difesa della Donna, i Comitati operai e contadini in cui, in genere, erano comunque i comunisti a prevalere.
Le condizioni in cui operarono furono difficili e pericolose.
All’interno delle stesse forze di pianura si possono individuare due diverse tipologie di combattenti: c’erano quelli che vivevano alla macchia, in continuo spostamento, accampati tra la vegetazione per non essere scovati, simili per certi versi ai partigiani di montagna (nel 1943 non si hanno ancora notizie di questi gruppi che si svilupparono, verosimilmente, nella primavera-estate 1944). C’erano poi uomini che vivevano in legalità, a casa propria, svolgendo servizi di intendenza, stampa, propaganda, a volte di aiuto sanitario; erano i cosiddetti “territoriali” che occasionalmente si armavano per azioni di guerriglia (rientrano in questa categoria la maggior parte dei G.A.P., le S.A.P., gli appartenenti al F.d.G.).
[NOTE]
50 Centinaia furono gli arrestati e i condannati a pene detentive durissime, migliaia i confinati e gli internati (I. DOMENICALI, G. FOGAR, La Resistenza, in “Storia regionale contemporanea, guida alla ricerca”, edizioni Grillo, Udine, 1979, p. 48).
51 Per T. MANIACCO e F. MONTANARI (I Senza storia. Il Friuli dal 1866 al 25 Aprile 1945, Casamassima, 1978) è più corretto chiamare queste zone Slavia veneta piuttosto che friulana.
52 Si veda, per esempio, G. C. BERTUZZI, 1942-1943. “Esercito partigiano italiano” e “questione nazionale”: alle origini di una vicenda controversa in “Storia contemporanea in Friuli”, anno XII, n.13, I.F.S.M.L., Udine, 1982.
53 Probabilmente la dicitura “Distaccamento Garibaldi” fu successiva alla creazione del nucleo.
54 A. C., in un’intervista orale, ricorda l’assalto al deposito militare di Percoto da parte della popolazione locale per rifornirsi di scatolette di cibo. La sua testimonianza è confermata da F. MAUTINO (Guerra di popolo, Feltrinelli, Padova, 1981, p. 56).
Alessio Di Dio, Il Manzanese nella guerra di Liberazione. Partigiani, tedeschi, popolazione, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2002-2003

Il primo nucleo nacque come “distaccamento Garibaldi” nella Slavia Friulana (Benecìa) già nel marzo del 1943, per iniziativa del PCI e del movimento di liberazione sloveno. Fu la prima formazione militare della Resistenza italiana. Subito dopo l’8 settembre, in quella zona, si era formata una Brigata Garibaldi.
Nei mesi successivi, dopo la dispersione delle forze combattenti dovuta all’offensiva tedesca, il battaglione venne ricostruito dando vita a due formazioni distinte: il Btg. Garibaldi ed il Mazzini. Da questo sdoppiamento, nasceranno tre brigate: la Buozzi, la Picelli e la Gramsci, raggruppate nella Divisione Garibaldi Natisone, costituita ufficialmente il 17 agosto 1944 inquadrando 1.200 uomini che in settembre raggiungeranno circa 2 mila uomini. Alla fine del 1944, dopo la conclusione dell’esperienza della Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, e quella del Friuli orientale, la Divisione si trasferì oltre l’Isonzo, passando alle dipendenze operative dell’Esercito di liberazione jugoslavo. Partecipò a diversi e sanguinosi combattimenti, rientrando a Trieste il 20 maggio del 1945. Lasciò in terra slovena ben 1.000 caduti. Di questa unità fece parte anche la Brigata Triestina, aggregatasi nei giorni della Liberazione.
Bibliografia:
G. Gallo, La Resistenza in Friuli 1943-1945, IFSML, Udine 1988;
L. Patat, Mario Fantini “Sasso”. Comandante della Divisione “Garibaldi Natisone”, IFSML, Udine 2000;
G. Padoan (Vanni), Abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale, Del Bianco Editore, Udine 1965;
A.a.V.v., La Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli, Il Mulino, Bologna 2013;
A. Buvoli-A. Zannini (a cura), Estate-autunno 1944. La Zona libera partigiana del Friuli orientale, Il Mulino, Bologna 2016;
E. Cernigoi, La Brigata d’Assalto ‘Triestina’ nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico. Una storia militare 1943-1945, Ed. Tempora, 2017.
Redazione, Divisione Garibaldi Natisone, ANED (Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti) Brescia, 23 febbraio 2020

lunedì 9 maggio 2022

I partigiani imperiesi se ne andarono, ma “Tigre” restò prendendo il comando del Rebagliati

La zona di Calice Ligure (SV) - Fonte: Mapio.net

Verso metà luglio 1944 una serie di eventi negativi mise a rischio lo schieramentogaribaldino. In risposta allo scacco subito con l’attacco al presidio di Calice Ligure, i tedeschi organizzarono un rastrellamento contro il distaccamento “Calcagno”, attestato nei pressi di Monte Alto <70. Presi alla sprovvista, i garibaldini arretrarono in preda al panico (molti erano dei “novellini”) in una nebbia impenetrabile, tra continue raffiche di mitra. Miracolosamente non vi furono né vittime né prigionieri, ma la frattura prodottasi nel bel mezzo del rastrellamento tra il “Calcagno” ed il Comando Brigata - che a detto distaccamento si appoggiava - costituiva un fatto assai grave. Più in generale in quei giorni si dispiegò un rastrellamento generale contro tutta l’area dal Carmo alla Val Bormida; anche i garibaldini del “Rebagliati” di stanza alla Baltera se la cavarono per il rotto della cuffia <71. In più gli imperiesi del 10° distaccamento, rendendosi forse conto di essere diventati una presenza “scomoda”, chiesero ed ottennero di poter tornare in I^ Zona. Il loro arrivo era stato determinato essenzialmente dalla caccia mortale che i fascisti imperiesi davano al comandante Rosolino Genesio “Tigre”, che aveva ucciso un carceriere con una testata allo stomaco (!) <72. I garibaldini imperiesi se ne andarono, ma “Tigre” restò prendendo il comando del “Rebagliati” e facendosi fama di estrema risolutezza.
Si imponeva una riflessione. Il servizio informazioni non si era mostrato pronto di fronte alla minaccia nemica, che solo per una fortunata circostanza fortunata non si era tradotta in un disastro irreparabile tipo Benedicta o Val Casotto: una di quelle disfatte totali che il movimento partigiano impiegava mesi per assorbire. Molti partigiani, specie le reclute appena salite in montagna dai centri rivieraschi, si erano mostrate pavide: a questo avrebbero dovuto provvedere i commissari politici con un’appropriata opera di sostegno psicologico e di motivazione al combattimento.
Prudentemente il distaccamento “Calcagno” si trasferì a Pian dei Corsi, riorganizzando i servizi di guardia e i turni delle pattuglie in perlustrazione. Il Comando Brigata ritenne invece opportuno stabilirsi ad Osiglia, paese che il distaccamento “Astengo” aveva lasciato la sera dell’11 luglio per dirigersi su Monte Carmo, sopra Loano. Passando per la cascina Catalana, non lontana da Bardineto e abitata dalla famiglia Goso che da tempo aiutava i partigiani, gli uomini dell’”Astengo” raggiunsero la meta il giorno seguente perdendo tuttavia per strada il carro con i viveri, inopinatamente abbandonato dalla guida. Trovandosi in una zona apparentemente tranquilla ma a stomaco vuoto, i partigiani inviarono cinque volontari a procurarsi cibarie e pentolame presso i contadini della zona, che dai tempi della “Brigata Tom” collaboravano attivamente con la Resistenza. Ne tornò solo uno, “Sambuco”, perché, stracarica di viveri, la pattuglia era incappata presso Bric Aguzzo in un’imboscata in piena regola compiuta da tedeschi e fascisti della “Muti” che stavano rastrellando i dintorni. Il capo pattuglia Pierino Secchi, il cassiere Luigi Moroni e i volontari Agide Maccari e Dante Bonaguro erano rimasti uccisi <73. Il distaccamento, per evitare di essere individuato e massacrato sul terreno brullo e aperto di Monte Carmo, batté in ritirata verso il Bric dell’Agnellino, più a nord, passando per la cascina Catalana <74.
Un ulteriore elemento negativo fu il fallimento del tentativo, peraltro velleitario e abortito ancora in fase di progetto, di costituire una XXIa Brigata che fungesse da cuscinetto fra la XXa e le robuste formazioni che dominavano le montagne intorno al passo del Turchino, quelle, per intenderci, che avrebbero dato vita alla Divisione unificata Ligure - Alessandrina e in seguito alla “Mingo” <75.   
[...] Il fascismo repubblicano, con la creazione delle Brigate Nere, aveva ormai perso l’afflato “ecumenico” dei primi tempi e si era reso conto di essere in netta minoranza. La paura e il senso di impotenza spingevano i brigatisti neri a reazioni sempre meno ponderate. Un esempio tipico. Unità della Brigata Nera “Briatore” erano state sconfitte in combattimento a Colle San Bernardo, presso Garessio, dai partigiani imperiesi, lasciando sul terreno il tenente Libero Aicardi: la loro rappresaglia si sfogò a decine di chilometri di distanza, a Voze, frazioncina a monte di Noli posta nella zona operativa del distaccamento “Calcagno”. A tarda sera tre brigatisti neri, fingendosi partigiani, si presentarono dal parroco don Carretta chiedendogli da mangiare. Uno scrisse una lettera pregandolo di farla avere ai suoi familiari. Quindi, usciti dalla canonica, i tre infiltrati ebbero modo di incontrare ed identificare molti giovani del posto, alcuni dei quali armati, anche se qualcuno già sospettava dei nuovi venuti; quindi operarono alcuni arresti. Tornati in forze a notte fonda, i fascisti arrestarono anche il parroco, poi portarono tutti a Savona, alla Federazione del PFR. Il parroco si offrì al posto dei giovani che i fascisti volevano fucilare, ma il federale lo invitò bruscamente a non fare il martire. Così il 14 luglio vennero fucilati i cinque renitenti alla leva Guglielmo Avena, Alfonso Mellogno, Carlo Ardissone, Eugenio Manlio e Giuseppe Calcagno. Un sesto giovane, Domenico Caviglione “Mingo”, partigiano del “Calcagno” catturato giorni prima presso Voze e rimasto ferito in un tentativo di fuga, avrebbe dovuto essere fucilato quel giorno. Ma alcuni suoi colleghi della Scarpa & Magnano, con l’aiuto di una suora, riuscirono a liberarlo dall’Ospedale San Paolo dove era piantonato dal brigadiere di Pubblica Sicurezza Cardurani con due agenti <80.
[NOTE]
70 M. Calvo, op. cit., p. 51.
71 M. Savoini “Benzolo”, op. cit., pp. 82-84.
72 Ibidem, p. 86.
73 M. Calvo, op. cit., p. 52. Luigi Moroni era uno dei garibaldini del gruppo di Gottasecca catturati a San Giacomo di Roburent e consegnati ai tedeschi; arruolato a forza nell’esercito della RSI, era stato spedito in Germania per l’addestramento, ma in giugno, appena tornato a Savona, aveva subito disertato per tornare con i compagni: vedi F. Sasso, Folgore...cit., p. 27. Il fatto che uno come lui fosse stato cooptato nei corpi armati della RSI nonostante la comprovata militanza tra i ribelli comunisti è sintomatico del quadro disastroso del reclutamento per l’Esercito fascista repubblicano.
74 R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., p. 110. A questo proposito, gli autori sostengono che la famiglia Goso, che risiedeva nella cascina, sarebbe stata arrestata e deportata in Germania in tale occasione; ma ciò contrasta con quanto lo stesso De Vincenzi narra in E. De Vincenzi, O bella ciao...cit., pp. 93-96, e cioè che i Goso sarebbero stati catturati ai primi di dicembre del 1944.
75 M. Calvo, op.cit., pp. 47-49.
80 G. Gimelli, vol. II, pp. 223-224 e R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., pp. 103-104.
Stefano d’Adamo, Savona Bandengebiet - La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999/2000

mercoledì 4 maggio 2022

Buranello acconsente di fare il gappista «per disciplina»


Il Partito comunista era l’unico [a Genova], seguito in ciò dal Partito d’azione, ad essere riuscito a conservare una seppur embrionale struttura organizzativa; il tutto all’interno del mondo operaio che, agli occhi dei giovani e imprudenti cospiratori, appariva invece inerme e sfiduciato. Gli studenti non potevano credere che i pericolosissimi comunisti descritti dalla propaganda del regime fossero quegli stessi lavoratori spossati dalla fatica e obbedienti alla disciplina di fabbrica; non riuscivano del tutto a capacitarsi di questi militanti, che non conservavano nemmeno un elenco degli iscritti e che sembravano limitare ogni attività alla raccolta delle quote del soccorso rosso.
Così come per gli altri dissidenti, anche per i comunisti era ormai impossibile uscire dal chiuso delle cellule e delle amicizie fidate: a ogni tentativo, seppur minimo, di portare la lotta dal gruppetto clandestino all’azione di massa, rispondeva immediatamente la reazione poliziesca. Ogni movimento più esteso era stroncato sul nascere, colpendo quadri difficili da sostituire. Con un’organizzazione quasi interamente smantellata dalla polizia e con i dirigenti all’estero, in galera o al confino, i comunisti erano del tutto assenti dalla vita pubblica, con l’ovvia esclusione delle scritte sovversive, che mani anonime facevano in genere comparire negli ambienti frequentati da operai. Solo con il crollo del fascismo il partito avrebbe ripreso vitalità, sebbene in forme affatto clandestine.
Anima del gruppo degli studenti nonché loro principale ispiratore era Giacomo Buranello, all’epoca poco più che ventenne. Universitario iscritto al biennio di Ingegneria, in lui si incontravano un’intelligenza decisamente al di sopra della norma e una solida e vasta cultura. Gli erano peculiari uno spirito di sacrificio e una forza di volontà non comuni, senza alcun dubbio determinati dal contesto di provenienza, ossia dall’essere cresciuto in una famiglia operaia del ponente cittadino di disagiate condizioni economiche. Dopo una prima infatuazione per gli ideali del Risorgimento italiano, Buranello aveva aderito al Partito comunista <58.
Non bisogna inoltre dimenticare che il gruppo di ventenni in cui Buranello si sarebbe presto affermato come leader era andato formandosi al di fuori di qualsiasi contatto con la dirigenza del Partito, mentre solo in un secondo momento questi ragazzi avrebbero cercato tra i lavoratori dell’industria vecchi militanti e nuovi adepti. Il piccolo movimento capeggiato da Buranello, benché assolutamente degno di nota, era tuttavia solo uno tra le decine di raggruppamenti giovanili antifascisti che erano andati costituendosi nella prima metà del 1942 e che tendevano a ricreare dal basso un tipo di dissidenza che si richiamava direttamente al comunismo, al socialismo, al rivoluzionarismo socialista o liberale <59.
[NOTE]
58 Numerose e interessanti le notizie desumibili sulla breve vita di Giacomo Buranello che, dopo l’arresto dell’11 ottobre 1942 e la liberazione del 29 agosto 1943, sarebbe divenuto a Genova il comandante del primo nucleo dei Gruppi di azione patriottica (Gap). Catturato il 2 marzo 1944, venne fucilato il giorno seguente; gli venne conferita la Medaglia d’oro al Valor militare (N. Simonelli, Giacomo Buranello: primo comandante dei Gap di Genova, Ghiron, Genova, 1977; e inoltre Calegari, Comunisti e partigiani, op. cit., pp. 7-60; F. Gimelli, La Resistenza armata, in Tonizzi, Battifora, Genova 1943-1945, op. cit., pp. 111-142).
59 Per citare due tra gli esempi più significativi, tra il gennaio e il giugno 1942 venne fondato a Perugia il Movimento universitario rivoluzionario italiano (Muri), da parte di alcuni studenti universitari e medi; quasi contemporaneamente a Cesena una ventina di diciottenni diede vita alla Giovane internazionale. Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. IV, La fine del fascismo dalla riscossa operaia alla lotta armata, Einaudi, Torino, 1976, pp. 84-91.
Paola Pesci, La famiglia Lazagna tra antifascismo e Resistenza, Storia e Memoria, n. 5, 2015, Ilsrec, Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea


Fonte: Patria Indipendente

Fonte: Patria Indipendente

L’esempio più efficace per descrivere questi primi gappisti è sicuramente Giacomo Buranello, studente in Ingegneria all’università di Genova, che, nonostante la giovane età, aveva già conosciuto le galere fasciste per la sua attività sovversiva durante il regime. Buranello venne scelto dai vertici del Pci proprio per la sua spregiudicatezza che si spingeva fino ai limiti dell’incoscienza. Per il suo atteggiamento audace generò tensioni tra i vecchi militanti genovesi che lo consideravano un “avventurista”, ma Buranello si dimostrò la persona adatta per dare il via alle azioni gappiste in un contesto dove mancava l’apporto logistico necessario: non si disponeva di armi - che andavano assolutamente strappate ai nemici -, di bombe e di uomini, ma al contempo era necessario che qualcuno si sacrificasse e desse il via alla lotta uccidendo fascisti, indipendentemente dal ruolo ricoperto, generando in loro la paura di un nemico invisibile. La prima azione militare di rilievo, organizzata dal primo gruppo di Gap comandato da Buranello, venne compiuta a Sampierdarena alle ore 18 del 28 ottobre 1943, quando fu colpito a morte il capo manipolo della Milizia fascista <29.
Quella che possiamo definire “prima generazione gappista” pagò un prezzo altissimo per la propria partecipazione alla guerra di Resistenza: i pochi che riuscirono a sfuggire alle torture e alle fucilazioni dovettero riparare in montagna da ricercati, con taglie pesanti sulle loro teste. Sulla testa di Buranello pendeva, già nel gennaio del 1944, una taglia da un milione di lire e, per questo, venne fatto allontanare da Genova, tornò poi in città alla fine di febbraio per partecipare allo sciopero generale ma fu catturato il 2 marzo: venne fucilato dopo aver subito pesanti torture all’alba del giorno successivo.
29 Cfr. N. Simonelli, Giacomo Buranello, primo comandante dei Gap di Genova, De Ferrari, Genova 2002.
Mariachiara Conti, Resistere in città: i Gruppi di azione patriottica, alcune linee di ricerca in Fronte e fronte interno. Le guerre in età contemporanea. II. La seconda guerra mondiale e altri conflitti, Percorsi Storici - Rivista di storia contemporanea, 3 (2015)


A Genova, dopo il dissolvimento del primo nucleo di Giacomo Buranello, l’organizzazione gappista, agli ordini di Germano Jori <137, tra il maggio e il giugno 1944, realizza un numero consistente di azioni, tra cui la bomba esplosa al cinema Odeon con la quale, il 15 maggio, vengono eliminati 5 soldati tedeschi <138. Le catture e le cadute subite nel luglio 1944, che coinvolgono lo stesso Jori, conducono, però, al tracollo dell’intera struttura. In un rapporto del 14 agosto 1944, Remo Scappini afferma che l’organizzazione gappista genovese:
"È quasi inesistente come tale. A Genova dopo gli arresti l’organizzazione ha subito così duri colpi che ci ha indotto ad allontanare tutti i vecchi membri […] Siamo molto deboli in questo campo" <139.
La condizione dei GAP resta deficitaria anche nei mesi seguenti, dato che Scappini, in un’informativa del 19 marzo 1945, in riferimento alle operazioni compiute dalle varie strutture armate del PCI, non fa alcun accenno al gappismo:
"A questo elevamento morale e rinvigorimento dello spirito di lotta specialmente degli operai e impiegati industriali […] hanno molto contribuito le azioni partigiane, specialmente quelle effettuate nelle province di Genova e di Savona, le azioni delle Sap e l’intensa agitazione e propaganda delle organizzazioni del Partito" <140.
[...] Giacomo Buranello nasce nel comune veneziano di Meolo il 17 marzo 1921. La madre, Domenica Bondi, proviene da una famiglia toscana di condizione agiata, la qual cosa le permette di portare avanti gli studi fino alle scuole superiori. Una volta caduto in disgrazia, il nucleo familiare Bondi si sposta a Genova con la speranza di trovare una migliore sistemazione economica. È qui che Domenica conosce Giuseppe Buranello, un contadino di origine veneta che ha lasciato i luoghi natii al fine di cercare lavoro in una grande città industriale. I due si sposano e Domenica, rimasta incinta, in attesa che Giuseppe trovi un’occupazione a Genova, decide di affrontare la gravidanza dai parenti del marito a Meolo. Quando Giuseppe viene assunto alle fonderie dello stabilimento Ansaldo, la moglie e il neonato si trasferiscono con lui in un’abitazione sita in via Leone Pancaldo, nel quartiere di Sampierdarena. È in questo «piccolo mondo abitato esclusivamente da famiglie operaie e da poverissima gente» <290 che Giacomo trascorre la sua infanzia.
Egli, fin da piccolo, si dimostra dotato di intelligenza e predisposizione allo studio. Alle scuole elementari risulta sempre il migliore della classe, pur dovendo lasciare il primo posto al figlio del podestà <291 o della famiglia benestante di turno. Decisivo per la sua formazione è l’incontro, in quarta e quinta elementare, con l’insegnante Antonio Rossi, antifascista, il quale «fu soprattutto un maestro di vita» <292. Tra i due nasce un rapporto di stima reciproca, «proseguito durante l’adolescenza e la giovinezza di Buranello e sfociato in un sodalizio intellettuale e politico» <293. Giacomo assorbe con precocità e vivo interesse gli insegnamenti del maestro. Rossi propone a Buranello, divenuto suo ex scolaro, consigli di lettura e discussioni su varie tematiche. A testimonianza dell’impatto avuto negli anni da Rossi sul suo sviluppo culturale e umano, queste sono le parole scritte nell’agosto 1939 da Giacomo al vecchio docente:
"Lei è per me il Maestro per eccellenza: dai Suoi due anni di insegnamento, vorrei dire di apostolato, ho attinto quelle prime idee, soprattutto quei sentimenti fondamentali che non si mutano e che creano l’uomo e il cittadino. Dalle sue lezioni ardenti su Mazzini, che io ricordo come se fossero di ieri, ho appreso l’amore della libertà e il culto della dignità umana, quei sentimenti che danno uno scopo alla vita e moltiplicano le energie degli individui intenti a realizzarle. Non abbandonerò questi sentimenti, qualunque sia la strada che io seguirò in futuro" <294.
Terminate le scuole elementari nel 1931, Buranello viene iscritto all’istituto tecnico Vittorio Emanuele III. Anche qui Giacomo, malgrado la sua preparazione e gli ottimi risultati conseguiti, si vede scavalcato, per quel che concerne il merito scolastico, da compagni provenienti da famiglie abbienti. È l’inizio di un processo che lo porta ad acquisire una progressiva consapevolezza della sua condizione sociale di figlio di operaio e a sviluppare una «spiccata avversità nei confronti di chi aveva condizioni agiate e di conseguenza di privilegio» e un «forte senso critico nei confronti delle autorità» <295.
Buranello inizia a frequentare nell’autunno 1935 il liceo scientifico Gian Domenico Cassini. Malgrado questo genere di studi, propedeutico alle facoltà universitarie di medicina e ingegneria, sia solitamente precluso a ragazzi di bassa estrazione sociale, la madre Domenica, dotata di grande personalità e di una notevole influenza su Giacomo, «avendo perfettamente compreso le attitudini del figlio, non ebbe dubbi ad indirizzarlo verso uno studio che gli permettesse, accedendo poi all’Università, di far valere tutta la propria intelligenza» <296.
A partire dal terzo anno di liceo, la cucina di casa Buranello, con il favore di Domenica, diventa luogo di ritrovo di un gruppetto di giovani di Sampierdarena. Si tratta di amici di Giacomo di vecchia data, tra cui Walter Fillak, Giambattista Vignolo, Ottavio Galeazzo e Orfeo Lazzaretti, i quali sono mossi da un «comune interesse per la lettura, lo studio e per la conversazione» <297:
"Dalle iniziali discussioni letterarie e filosofiche, passeranno ben presto ad esprimersi con molta chiarezza e senso critico sugli avvenimenti politici. […] Da questi giovani studiosi verrà intentato, sul piano intellettuale, con un enorme sforzo, un lungo processo alle strutture del fascismo" <298.
Dal confronto tra i membri del gruppo emerge una «estraneità alle sollecitazioni e alla cultura del fascismo» <299:
"Non accettavamo i rituali. Ci si ribellava. Non andavamo alle riunioni. Trovavamo giustificazioni per non far parte di quello che allora era considerato l’atteggiamento giusto, confacente. Forse tutto ciò dipende dalla predisposizione di ciascuno di noi verso l’accettazione o meno. Per noi l’accettazione era il fascismo. Ribellarsi era rifiutare il fascismo <300. Tutto è stato quando sono cominciate le nostre letture; i libri che ci piacevano. Lì abbiamo capito che il fascismo era tutto il contrario. C’era anche una certa predisposizione all’indisciplina, a non accettare le adunate e una scuola che ti trattava come un bambino dell’asilo. C’era un rifiuto… Il rifiuto ci accomunava e nello stesso tempo ci apriva a cose diverse da quelle che ci proponeva il fascismo" <301.
Giacomo ritiene il fascismo «un’enorme macchina fondata sulla paura di “perdere il posto”», che «si frantumerà inevitabilmente» <302 una volta dato l’esempio. Dal suo diario, steso tra 1937 e 1939, per quanto condizionato dal «pensiero posteritatis» che induce chi scrive ad una «falsa sincerità caratteristica anche delle autobiografie ritenute più schiette» <303, emerge in lui una disposizione al sacrificio, di sapore risorgimentale e mazziniano:
"[…] ho concluso che occorre sacrificarsi; che il sangue dei martiri segna la strada più sicura alle Idee, che il nostro Risorgimento era fatto meritorio già dopo i primi tentativi falliti e soffocati nel sangue. Dissi che occorre mantenersi liberi da nuova famiglia perché la nostra eventuale morte debba lasciare il minor lutto possibile: niente moglie niente figli. Che occorre trasformare il pensiero e i sentimenti in azione: questo si fa sacrificandosi. Ma prima di giungere al sacrificio supremo bisogna prepararsi perché tale sacrificio possa effettuarsi ed abbia la maggior efficacia" <304.
Si tratta di «una visione eroica dell’impegno personale, che gli anni matureranno, attenuandone gli aspetti più letterari e i toni retorici, e che resterà sino alla fine un aspetto peculiare della sua milizia» <305.
Conseguita la maturità scientifica nell’estate del 1939, Giacomo inizia l’università. Insieme a Fillak e a Lazzaretti, frequenta il primo anno del biennio di ingegneria, comune al ramo di chimica industriale, scelto dagli amici, e a quello di elettrotecnica, selezionato da lui. Le nuove conoscenze strette in ambito universitario portano all’entrata nel gruppo, facente capo a Buranello, di nuovi studenti, quali Luciano Codignola, Arnaldo Minnicelli, Tommaso Catanzaro e Goffredo Villa <306.
In tutti gli appartenenti del raggruppamento vi è la necessità di dare una svolta organizzativa agli incontri, di «trasformare il proprio antifascismo teorico in attività pratica» <307. Giacomo sceglie di iniziare da semplici azioni di propaganda volte a «recuperare la classe operaia dal suo lungo sonno» <308. Nella classe operaia, infatti, egli vede il potenziale rivoluzionario in grado di abbattere il fascismo:
"Senza la lotta attiva delle masse lavoratrici, senza l’esperienza combattiva operaia, il fascismo non sarebbe mai caduto. Ma dovrà essere lo studioso […] a mettersi al servizio degli oppressi. L’intellettuale dovrà muoversi per primo. È il suo privilegio culturale che lo obbliga ad essere avanguardia. Egli, l’intellettuale, conoscendo meglio d’ogni altro l’efficacia contenuta nel movimento e nell’azione, dovrà agire pensando di compiere un atto pedagogico, educativo nei confronti delle masse" <309.
Sulla base di questa logica, l’attività viene avviata in direzione della classe operaia genovese nelle zone di Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente e Rivarolo. Attraverso queste iniziative propagandistiche, Buranello si propone «conseguenze politiche precise per una prossima organizzazione comunista» <310. Per il gruppo di studenti, il comunismo:
"[…] rappresentava il coronamento di storie familiari, locali. Gli studenti erano approdati al comunismo per una inquietudine frutto di una somma di fattori dove carattere, sensibilità, condizione familiare, un maestro elementare e un eccesso di letture avevano avuto, sia pure in dosi diverse per ognuno, il loro peso" <311.
Il primo contatto comunista per Buranello avviene all’inizio del 1940, attraverso un colloquio, preparatogli dal maestro Antonio Rossi, con Emilio Guerra <312, ferroviere di Sampierdarena. Ciò rappresenta per Giacomo l’inizio di una serie di incontri e collegamenti con militanti operai di varie fabbriche e del porto di Genova.
Il 1° marzo 1941 Buranello viene chiamato a prestare servizio militare. Destinato a Bologna, vi trascorre 5 mesi, ossia la durata del corso per specialisti marconisti. Conseguita la specializzazione, viene trasferito momentaneamente a Chiavari, in attesa di essere inviato a Pavia per partecipare ad un corso preparatorio per allievi ufficiali di completamento. Classificatosi tra i primi del corso, ha la possibilità di scegliere una sede che lo avvicini maggiormente a casa. Così, nel febbraio 1942, è nuovamente a Chiavari, sottotenente di completamento presso il 15° Reggimento Genio. Favorito dalla vicinanza con Genova, Giacomo riprende la sua attività politica alla testa della neonata organizzazione clandestina comunista, che continua ad espandersi a macchia d’olio, sviluppandosi, oltre che in Liguria, anche in direzione di Alessandria e Torino.
Nel maggio 1942 viene costituito un Comitato centrale di cui entrano a far parte Buranello, Walter Fillak, Giambattista Vignolo e Ottavio Galeazzo per il gruppo degli studenti, mentre tra gli operai vengono scelti Emilio Guerra, l’ex ferroviere Edgardo Pinetti per i suoi contatti con il centro della città e la val Bisagno, il falegname Cesare Bussoli per quelli con la Riviera di Levante e Raffaello Paoletti <313, in quanto responsabile del gruppo operante in val Polcevera. Scopo del Comitato è «formare un’organizzazione centralizzata che dia unità e forza al Partito nella Provincia di Genova e nelle zone contigue» <314.
[...] Questo organismo, che rappresenta a Genova «l’ultimo progetto cospirativo comunista vissuto in città prima della caduta del fascismo» <317, viene smembrato dagli arresti dell’11 ottobre 1942.
Nel giorno fissato da Buranello con l’architetto Giuseppe Bianchini <318, rappresentante di un altro gruppo comunista operante nel centro della città di Genova, per concludere le modalità di fusione dei due raggruppamenti, l’organizzazione di Giacomo, sotto indagine da diversi mesi, cade vittima di una vasta operazione di polizia che porta alla cattura della quasi totalità dei suoi membri dirigenti.
Buranello, essendo ancora in servizio militare, viene incarcerato nelle prigioni del 15° Reggimento di Chiavari, salvo poi essere trasferito nel carcere genovese di Marassi e, in seguito, in quello di Apuania. Trovatosi a Roma, nel carcere di Regina Coeli, in attesa di essere giudicato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, al momento della destituzione di Mussolini, Giacomo viene rimesso in libertà il 29 agosto 1943.
Tornato a casa, egli viene inserito ufficialmente nell’organico del PCI genovese, di cui uomo forte è ora Raffaele Pieragostini <319. Quest’ultimo, «consapevole della singolarità delle loro posizioni e della difficoltà di controllarne politicamente l’azione» <320, decide di utilizzare Giacomo Buranello e Walter Fillak in ruoli operativi e non in «un impiego che valorizzasse le caratteristiche intellettuali o la loro collocazione universitaria» <321:
"[…] non ci si fermò ad interrogarsi sulla migliore collocazione di un quadro né sul ruolo che potevano assumere militanti della caratura di un Buranello o di un Fillak. […] si decise che Fillak e Buranello sarebbero andati a lanciare bombe. Specialmente non avrebbero assunto ruoli di direzione politica che restavano riservati al partito di Ventotene" <322.
Quando gli viene comunicata la scelta di impiegarlo, in virtù dei suoi trascorsi nell’esercito, come comandante dei futuri GAP, Giacomo non vuole accettare. Infine, acconsente di fare il gappista «per disciplina» <323, pur non riuscendo a tenere nascosta, nel corso dei mesi, «una ribellione intima (che rigettava in continuazione) al ruolo che si trovava a svolgere e che certo non identificava con l’indole del proprio essere» <324:
"Buranello avrebbe preferito fare, data l’attività svolta precedentemente, un lavoro di coordinamento politico specialmente in settori come l’Università, con gruppi di studiosi e studenti, mantenere contatti in ambienti in cui avrebbe potuto esprimere la sua personalità ed esplicare una funzione dirigente" <325.
Ciononostante, verso la metà di ottobre si forma a Genova il primo nucleo dei GAP, composto da Buranello, Fillak, Andrea Scano <326, Angelo Scala <327, Balilla Grillotti <328 e Germano Jori. La loro prima azione militare di rilievo viene compiuta il 28 ottobre 1943 a Sampierdarena, con l’uccisione del capo manipolo della MVSN Manlio Oddone.
A seguito della già accennata retata fascista del 31 dicembre 1943, che, anche nei giorni successivi, è causa di arresti e trasferimenti in montagna, gli unici gappisti rimasti attivi a Genova nel mese di gennaio sono Buranello e Scano, i quali portano a termine due iniziative: la prima, realizzata il 13, in via XX Settembre, riguarda l’abbattimento, tramite colpi di pistola da distanza ravvicinata, di due ufficiali tedeschi; la seconda consiste nel lancio di alcune bombe a mano contro la casa del fascio di Sampierdarena in data 15 gennaio.
Dopodiché, anche loro ricevono l’ordine di Remo Scappini, divenuto responsabile del PCI a Genova e in Liguria, di allontanarsi dalla città e di portarsi in montagna.
A Buranello viene assegnato il comando del 1° distaccamento della 3ª brigata Liguria, operante nella zona del monte Tobbio. Si tratta di un ruolo che ricopre per breve tempo, per il fatto che, in vista dello sciopero generale programmato per l’inizio di marzo 1944, egli viene richiamato a Genova, insieme a Walter Fillak, allo scopo di sostenere, attraverso azioni di sabotaggio, i manifestanti in lotta nelle fabbriche.
Così, Giacomo torna a Sampierdarena la sera del 28 febbraio. L’ampia mobilitazione di forze tedesche e fasciste in conseguenza del proclamato sciopero, unitamente al riscontro di un’assoluta mancanza di partecipazione della classe operaia ad esso, però, porta ad un immediato contrordine: Buranello viene intimato a non eseguire interventi armati in città e a fare ritorno al più presto alla sua formazione partigiana. Egli, tuttavia, malgrado la precarietà della situazione, decide di non tornare in montagna, bensì di «organizzare alcune azioni che avessero ridato fiducia agli operai per la lotta» <329:
"Quando mi dissero che Buranello, nella situazione in cui si trovava Genova, non voleva ritornare in montagna, pensai che egli rimaneva coerente con se stesso fino all’ultimo. Buranello aveva fretta di bruciare le tappe. Il suo entusiasmo nel perseguire una giusta causa gli fece perdere di vista anche le elementari norme di condotta dell’attività clandestina. Nel suo fervido pensiero […] forse ripudiava le lentezze, i compromessi in attesa che maturassero gli altri. Ed ancora, le raccomandazioni di compagni anziani alla prudenza. Per tutto questo penso fu spinto, in quel clima drammatico, ad agire" <330.
La mattina del 2 marzo, durante un appuntamento al bar Delucchi mirato ad ottenere documenti di identità falsi per la sua permanenza a Genova, Giacomo viene catturato e portato in questura, dove subisce interrogatori e torture. Su ordine del questore Arturo Bigoni, viene convocata per la sera stessa una riunione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI <331, i cui componenti decretano la pena di morte a Buranello mediante fucilazione alla schiena.
La sentenza viene eseguita, all’alba del 3 marzo 1944, sull’altura del Forte San Giuliano.
[NOTE]
137 Germano Jori (1904-1944). In carcere dal 1933 al 1937, fu comandante dei GAP genovesi dopo la morte di Giacomo Buranello. Il 13 luglio 1944, identificato in un bar di Sampierdarena, fu ucciso mentre tentava di sottrarsi alla
cattura, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 27-06-2019.
138 L’attentato fu seguito, il 19 maggio, dalla rappresaglia del passo del Turchino, con la fucilazione di 59 detenuti, prelevati dal carcere di Marassi.
139 Remo Scappini (Giovanni), Rapporto dalla Liguria del 14-08-1944, in Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945, cit., p. 481.
140 Remo Scappini (Giovanni), Informazioni dalla Liguria del 19-03-1945, in Ibid., p. 975.
290 Nicola Simonelli, Giacomo Buranello. Primo comandante dei GAP di Genova, De Ferrari, Genova 2002, p. 15.
291 Il podestà, nel corso del regime fascista, fu, con la soppressione della carica di sindaco, l’organo monocratico a capo del governo di un comune.
292 Testimonianza di Domenica Bondi, in Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 18.
293 Pietro Rossi, Giacomo Buranello, i Gap, la violenza e la moralità nella Resistenza: analisi e riflessioni, in «Storia e memoria», 2005, 2, pp. 212-213.
294 Lettera di Buranello ad Antonio Rossi del 12-08-1939, in Simonelli, Giacomo Buranello, cit., pp. 42-43.
295 Testimonianza di Orfeo Lazzaretti, in Ibid., p. 20.
296 Ibid., p. 26.
297 Ibid., p. 34.
298 Ivi.
299 Manlio Calegari, Comunisti e partigiani. Genova 1942-1945, Selene, Milano 2001, p. 22.
300 Testimonianza di Ottavio Galeazzo, in Ibid., p. 38.
301 Testimonianza di Orfeo Lazzaretti, in Ivi.
302 Mariella Del Lungo, Il diario di Giacomo Buranello, in «Storia e memoria», 1994, 2, p. 86.
303 Del Lungo, Il diario di Giacomo Buranello, in Ibid., p. 81.
304 Del Lungo, Il diario di Giacomo Buranello, in Ibid., p. 86.
305 Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 33.
306 Goffredo Villa (1922-1944). Comunista, entrò a far parte del gruppo di studenti di Buranello e Fillak. Arrestato, riacquistò la libertà in seguito alla caduta del fascismo. Fu membro dei GAP genovesi e, in seguito, partigiano. Venne fucilato al Forte San Giuliano il 29 luglio 1944, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 29-06-2019.
307 Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 49.
308 Ibid., p. 50.
309 Ivi.
310 Ibid., p. 52.
311 Calegari, Comunisti e partigiani, cit., p. 31.
312 Emilio Guerra (1906-1944). Ferroviere comunista, fatto prigioniero nel corso della Resistenza, fu tra coloro che persero la vita, mediante fucilazione, nella strage del Turchino del 19 maggio 1944, in Simonelli, Giacomo Buranello,
cit., p. 58.
313 Raffaello Paoletti, nato nel 1910, comunista. Dichiaratosi contrario all’organizzazione centralizzata pensata da Buranello, il 27 settembre 1942 fu espulso dal Comitato centrale di cui faceva parte. Malgrado l’allontanamento,
anch’egli finì nell’elenco degli arrestati di ottobre, in Calegari, Comunisti e partigiani, cit., pp. 61-62.
314 Atto costitutivo dell’organizzazione, in Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 109.
317 Calegari, Comunisti e partigiani, cit., p. 67.
318 Giuseppe Bianchini (1894-1951). Aderì al PCd’I dal 1921, fu tra i primi dirigenti della sezione genovese del partito. Nel corso della Resistenza divenne segretario del Triumvirato insurrezionale della Liguria, in Donne e Uomini della
Resistenza, ad nomen, consultato il 29-06-2019.
319 Raffaele Pieragostini (1899-1945). Aderì al PCd’I nel 1922. Fu arrestato nel 1927 e condannato a 5 anni. Scarcerato, lasciò l’Italia, in accordo con il partito, continuando a svolgere attività politica in Francia, Unione Sovietica e
Spagna. Fu arrestato in Francia nel 1942 e condotto in Italia, riottenendo la libertà dal carcere di San Gimignano nell’agosto 1943. Venne chiamato a dirigere il PCI a Genova. Fu vice comandante militare del CLN della Liguria, in
AA. VV., Ear, vol. IV, cit., p.587.
320 Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 74.
321 Calegari, Comunisti e partigiani, cit., p. 139.
322 Ivi. Con partito di Ventotene si intende il gruppo di dirigenti e quadri di partito che, a seguito della liberazione dall’isola omonima, assunse la guida dell’organizzazione comunista in Italia.
323 Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 74.
324 Ibid., p. 78.
325 Ibid., p. 74.
326 Andrea Scano (1911-1980). Accorso volontario in Spagna per combattere nelle Brigate internazionali, nel 1939 finì nei campi di internamento francesi. Consegnato nel 1941 alle autorità fasciste italiane, fu confinato a Ventotene. Nel
corso della Resistenza, fu gappista a Genova e partigiano nell’alessandrino, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 29-06-2019.
327 Angelo Scala (1908-1974). Comunista, fece parte dei GAP genovesi. Con il nome di battaglia «Battista» nel novembre 1944 divenne comandante della Brigata Volante Balilla, squadra di punta dotata di grande mobilità, operante tra
Bolzaneto, la val Polcevera e Genova, in Wikipedia, ad nomen, consultato il 29-06-2019.
328 Balilla Grillotti (1902-1944). Operaio comunista, operò nei GAP di Genova. Catturato il 19 luglio 1944 e processato dieci giorni dopo, fu condannato a morte e fucilato, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 29-06-2019.
329 Simonelli, Giacomo Buranello, cit., p. 94.
330 Testimonianza di Remo Scappini, in Ibid., p. 95.
331 Fu un tribunale straordinario della Repubblica Sociale Italiana, istituito nel dicembre 1943 ed erede del disciolto Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Gabriele Aggradevole, Biografie gappiste. Riflessioni sulla narrazione e sulla legittimazione della violenza resistenziale, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2018-2019


Era uno studente bravissimo, Giacomo Buranello. Il capo dei Gap genovesi, fucilato il 3 marzo 1944 quando ancora non aveva compiuto 23 anni, ai ragazzi più giovani che avevano scelto di seguirlo dopo l’8 settembre, ripeteva sempre l’insegnamento mazziniano: “studiate, studiate sempre”, come ricorda Giordano Bruschi, il partigiano “Giotto” che, diciottenne, fu tra loro.
E a cent’anni dalla nascita - era nato il 27 marzo 1921 - decine di docenti della Scuola Politecnica dell’Università di Genova, insieme al centro di Documentazione Logos hanno infatti promosso una richiesta per il conferimento della Laurea alla Memoria a Buranello - a cui già negli anni 70 era stata intitolata l’Aula Magna della Facoltà di Ingegneria - e il Consiglio della Scuola Politecnica ha approvato all’unanimità la proposta, trasmettendola ora ai vertici dell’Ateneo a cui spetta la decisione di attribuire il titolo [...]
Donatella Alfonso, Giacomo Buranello, una laurea alla memoria, Patria Indipendente, 27 marzo 2021

mercoledì 27 aprile 2022

Sanremo: incontro pubblico sulla figura dell'eroina partigiana Lina Meiffret


SANREMO
SABATO 30 APRILE 2022
ORE 17.00
FEDERAZIONE OPERAIA
SANREMESE
Via Corradi, 47
Nel rispetto delle norme anti Covid

 Presentazione del libro
“LINA, PARTIGIANA E LETTERATA,
AMICA DEL GIOVANE CALVINO”
Lettere, Poesie, Scritti inediti di
Lina Meiffret
di DANIELA CASSINI e SARAH CLARKE
Fusta Editore
Introduce GIOVANNI RAINISIO
Presidente dell’ISRECIm
Presenta DANIELE LA CORTE
Coordinatore Commissione Scientifica dell’
ISRECIm
Intervengono le AUTRICI
Letture di LOREDANA DE FLAVIIS
(Teatro dell’Albero)


Un gruppo, che confluì dopo la guerra nel partito socialista ma che sorse autonomo intorno al 1939 ed ebbe come centro Bordighera, fu quello che fece capo a Guido [Hess] Seborga, un giovane il quale cominciò a osteggiare il fascismo fin dalla guerra d'Abissinia (lo disse ai compagni di scuola e fu "pestato" per tali sentimenti "anti-patriottici"). Attorno a Seborga si raccolsero numerosi giovani: Renato Brunati (poi garibaldino e trucidato dai tedeschi), Lina Mayfrett [Meiffret], deportata in campo di concentramento, Beppe Porcheddu (il quale si suicidò nel '47 per la delusione che l'assetto politico scaturito dalla Resistenza provocò in lui). Questo gruppo lavorava anche in contatto con i torinesi Alba Galleano, Giorgio Diena, Vincenzo Ciaffi, Domenico Zucàro, Raffaele Vallone, Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Musso e altri. Il gruppo svolse soprattutto attività di propaganda di collegamento tra le regioni, di diffusione di libri proibiti e, quando giunse il momento della lotta aperta, i suoi principali esponenti, allora "azionisti", militarono nelle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà" e della "Matteotti".
Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Garzanti, 1971

La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati e da me in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d’impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici.
La vera azione partigiana s’iniziò dopo il fatale 8 settembre 1943, allorchè Brunati e la sig. Maiffret [Lina Meiffret] subito dopo l’occupazione tedesca organizzarono un primo nucleo di fedeli e racimolarono per le montagne, sulla frontiera franco-italiana e nei depositi, armi e materiali: armi e materiali che essi vennero via via accumulando a Bajardo in una proprietà della Maiffret, che servì poi sempre di quartier generale in altura, mentre alla costa il luogo di ritrovo e smistamento si stabiliva in casa mia ad Arziglia e proprio sulla via Aurelia. Nei giorni piovosi di settembre ed ottobre 1943 i trasporti d’armi e munizioni, furon particolarmente gravosi: occorreva (ai due capi) far lunghissimi rigiri per evitar le pattuglie ed i curiosi, sempre pronti alle indiscrezioni e delazioni: così i nostri patrioti conobbero a fondo l’asprezza e le insidie della zona Negi, Monte Caggio, Bajardo […] L’armamento della banda, ormai numerosa di circa 40 elementi, raggiunse i 30 moschetti e le 5 mitragliatrici, più bombe a profusione e forti riserve di munizioni. Verso la metà di novembre due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta  […] Purtroppo il 14 febbraio 1944 Brunati e la Maiffret, venivano definitivamente presi dai repubblicani, su denuncia di (……) Garzo partigiano traditore, ex camicia nera rientrato nella guardia repubblicana per inimicizia coi 2 eroici capi: la denuncia era tale da comportar pronta esecuzione capitale, ma l’intervento d’un agente bene intenzionato, faceva sospender le condanne e vi sarebbe riuscito del tutto se il console Bussi vigliaccamente non avesse distratto le pezze a scarico, consegnando i 2 capi alla S.S. tedesca. Sappiamo dolorosamente che Brunati e la Maiffret vennero bestialmente seviziati: il 1° fu poi fucilato il … maggio a … la seconda deportata in Germania ove languì per 10 mesi: ora essa è salva, il che ha del miracoloso.
Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento IsrecIm) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019 

Imperia - Giunge ora notizia che il 5 corrente la G.N.R. dopo lunghe e laboriose indagini ha arrestato il maggiore Enrico ROSSI, il tenente Alfonso TESTAVERDE e il tenente Angelo BELLABARBA. I tre ufficiali, provenienti dal servizio permanente dell'ex esercito regio, avevano tenuti contatti con la professoressa Emanuela MAIFRETT [Meiffret] e con l'amante di lei, Renato BRUNATI, già arrestati dalla G.N.R. il primo marzo c.a. e consegnati alle S.S. di Genova, perché responsabili di attività sovversiva [...] i tre arrestati distribuivano stampati di licenza illimitata ad ex militari non in regola, arruolavano persone per un costituendo battaglione "Principe di Piemonte", sovvenzionavano ex militari, facevano parte del comitato direttivo di liberazione nazionale. I tre ufficiali sono stati consegnati alle S.S. germaniche di Imperia. Le indagini proseguono per scoprire eventualmente altri correi.  
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 11-06-1944, p. 27 
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Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Rivedo Lina Meyfrett che pare sempre miracolosamente scampata ad un campo di concentramento e insieme ricordiamo Renato Brunati e Beppe Porchedddu...
Guido Seborga, Occhio folle, occhio lucido, Ceschina, Milano, 1968, ristampa Graphot Spoon-River, Torino, 2012, pag. 45

giovedì 14 aprile 2022

All’organizzazione ideale e tecnica del Fronte della Gioventù sarebbero seguite le campagne di propaganda e le azioni armate vere e proprie


Eugenio Curiel nasce a Trieste l’11 dicembre 1912, primo di quattro figli di un’agiata famiglia ebrea.
Dopo aver conseguito la maturità scientifica nel 1929, frequenta a Firenze il biennio di ingegneria, iscrivendosi nel 1931 al Politecnico di Milano ma, avendo più inclinazione per gli studi teorici, dopo pochi mesi si iscrive al corso di laurea in Fisica tenuto nell’Università fiorentina.
L’11 dicembre 1932 consegue il diploma di maestro elementare per poter lavorare, pur continuando gli studi di fisica. L’amico Bruno Rossi lo invita nel 1933 a concludere gli studi all’università di Padova. Eugenio accetta, laureandosi il 20 luglio col massimo dei voti e la lode.
Curiel è attratto dallo studio dall’antroposofia di Steiner, nella quale vede anche lo stimolo a conseguire un’autodisciplina fisica e psicologica che gli appare consentanea al suo rigore intellettuale e morale.
L’1 novembre 1933, accetta una supplenza di lettere nel ginnasio di Montepulciano; allo scadere della supplenza ritorna a Padova con un incarico di assistente universitario di meccanica razionale.
L’applicazione alla filosofia steineriana si attenua con il tempo, sostituita lentamente dall’interesse verso la dominante filosofia idealistica; sono ora Kant, Fichte, Hegel, Croce e Gentile a costituire il centro degli interessi spirituali di Curiel, ma anche Georges Sorel e i problemi posti dal sindacalismo anarchico; frequentando l’Istituto di filosofia del diritto, conosce e si lega d’amicizia con gli assistenti di filosofia Ettore Luccini ed Enrico Opocher.
A Padova rivede nel 1933 l’amico d’infanzia di Trieste, Atto Braun, con il quale divide l’alloggio; quest’amicizia rinnovata costituisce per la sua vita una svolta decisiva: il Braun è clandestinamente aderente al Partito comunista e con lui Curiel discute e polemizza, ma legge anche i libri che questi gli impresta: il Manifesto di Marx ed Engels, l’Antidühring di quest’ultimo, il Che fare? di Lenin. In breve, nel 1935, anche Curiel entra a far parte del piccolo, clandestino, circolo comunista dell’Università e a collaborare, dal 1937, alla pagina sindacale de’ Il Bò, il giornale universitario di Padova, redatto da giovani fascisti insofferenti dell’ortodossia del regime, ma anche da antifascisti mascherati, come lo stesso Braun.
Nel marzo del 1937 si reca a Parigi - e vi tornerà ancora alla fine dell’anno - dove ha sede il Centro estero del partito, prendendo contatto, fra gli altri, con Emilio Sereni, Ambrogio Donini e Ruggero Grieco e scrivendo un articolo, dal titolo Il nostro lavoro economico-sindacale di massa e la lotta per la democrazia, con lo pseudonimo di Giorgio Intelvi, che compare nella rivista Lo Stato Operaio. Curiel sostiene che bisogna premere con la stampa universitaria sugli studenti, perché passino da un’ideologia ancora corporativa di fascismo di sinistra al riconoscimento della lotta di classe, e sui fiduciati di fabbrica, rappresentanti eletti dagli operai e riconosciuti dal sindacato, all’interno del quale occorrerebbe creare gruppi segreti, costituiti opportunamente, che dovrebbero svolgere sugli operai un influente lavoro politico.
[...] Il 25 agosto 1943, a seguito della caduta del fascismo, lascia l’isola per unirsi alla lotta armata con il nome di battaglia "Giorgio". Ritorna a Milano, dove dirige L’Unità clandestina e La nostra lotta e infine promuove la costituzione di un’organizzazione unitaria tra i giovani antifascisti di ogni schieramento politico, il Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà. In questo periodo elabora la sua teoria sulla democrazia progressiva, considerato il suo più importante contributo teorico all’antifascismo.
Il mattino del 24 febbraio 1945, a due mesi dalla liberazione di Milano, mentre si sta recando a un appuntamento, Eugenio Curiel viene sorpreso in piazzale Baracca da una squadra di militi repubblichini guidati da un delatore; non tentano nemmeno di fermarlo, gli sparano una raffica quasi a bruciapelo. Curiel si rialza, si rifugia a fatica in un portone, ma qui viene raggiunto e finito dai fascisti.
Il giorno dopo, sulla macchia rimasta, una donna spargerà dei garofani.
Il poeta Alfonso Gatto gli dedicherà due poesie: Curiel e 25 Aprile dove lo cita scegliendolo quale esempio del desiderio di libertà e democrazia del popolo italiano.  [...]
Redazione, Eugenio Curiel, Le Pietre raccontano. Comune di Cinisello Balsamo (MI)

Il 25 luglio 1943 - data della deposizione di Mussolini, messo in minoranza e fatto arrestare da un Gran Consiglio del fascismo spaccato dalla disfatta militare, dall’ondata di scioperi del marzo ‘43 e dai maldestri tentativi della monarchia per dissociarsi dalle responsabilità del regime - segnò una tappa fondamentale di quel “lungo viaggio attraverso il fascismo” poi rievocato da Zangrandi: ovvero di quel lungo processo caratterizzato dall’assimilazione, dagli impossibili tentativi di riforma e infine dal rigetto dell’ideologia fascista di una parte rilevante di quei giovani. Un cammino culminato nella crisi morale e ideale di (quasi) un’intera generazione, che sperimentando in prima persona la guerra d’aggressione nazifascista così come il disastro militare politico sociale del paese, e confrontando queste verità con una propaganda di regime sempre più delirante e distante dalla realtà, approdò infine alla presa di coscienza sulla natura del fascismo. Altra tappa fondamentale furono gli eventi successivi all’armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943: la fuga di Vittorio Emanuele III, di Badoglio e dei massimi vertici militari (i quali, non lasciando nessun ordine alle truppe italiane sul campo e non curandosi neppure di allestire un posto di comando mobile per la durata del viaggio verso Brindisi, causarono l’impossibilità del Regio esercito di opporre subito una coordinata resistenza ai tedeschi, cosa sfociata nell’immediato nel grottesco episodio della mancata difesa di Roma); la facile liberazione di Mussolini dalla prigionia del Gran Sasso a opera del commando di paracadutisti guidati dal maggiore delle SS Otto Skorzeny, con la conseguente messa in piedi nel nord Italia della RSI (il cui ministro della guerra, il maresciallo Graziani, subito si affrettò a diramare bandi di coscrizione obbligatoria anche per i più giovani ragazzi del ’26); la costante minaccia della deportazione in Germania. Tutto questo mise la società italiana - e i giovani in particolare - davanti all’improrogabile necessità di una scelta: farsi arruolare nell’esercito di uno Stato fantoccio a guida nazista che in un penoso tentativo di riacquistare consenso osava definirsi “repubblica” e propagandava l’imminente avvio di politiche socialisticheggianti, oppure «darsi alla macchia e alla cospirazione, raccogliendo l’esempio delle prime bande partigiane e gli appelli in tal senso lanciati dai vari partiti antifascisti. I quali un po’ ovunque, costituivano i Comitati di liberazione nazionale, indicando nella lotta la via del riscatto, della dignità, della liberazione» <73.
Dopo lo sbarco alleato in Sicilia e l'armistizio dell'8 settembre, sarebbe stata questa la strada scelta da sempre più ragazzi e ragazze italiane, la cui azione antifascista si sarebbe coordinata nel "Fronte della Gioventù" (da non confondere con l’omonima organizzazione neofascista del MSI, che negli anni ‘70 cercò di usurpare il nome del FdG originale). Nella prima fase di nascita e affermazione del Fronte avrebbero rivestito un ruolo di primo piano quei professori e docenti universitari già attivi nella Resistenza, che spronarono la gioventù studentesca - e in generale le giovani generazioni - a prender parte attiva alla lotta di liberazione. Il 1° Dicembre 1943, poco prima di passare alla clandestinità, fu il rettore dell’Università di Padova Concetto Marchesi a lanciare l’appello all’insurrezione che ebbe più eco tra la gioventù universitaria e non solo <74; risonanza non minore avranno altri suoi scritti successivi, sempre diffusi dalla stampa clandestina, come il volantino rivolto «Ai giovani della borghesia italiana, ufficiali e studenti» <75 nel 1944.
Per quanto importanti i semplici appelli non sarebbero stati comunque sufficienti, nonostante il ribollire delle tensioni morali e ideali presenti tra i giovani: gli intellettuali antifascisti di cui tra poco si dirà si resero subito conto dell’urgenza di una nuova associazione, di un nuovo strumento per organizzare e coordinare la lotta antifascista giovanile - il FdG - con alcune caratteristiche di base.
Esso non avrebbe dovuto essere un partito, dato che le giovani generazioni cresciute sotto il regime erano sostanzialmente diseducate alla politica e anche in considerazione del fatto che irreggimentare le forze giovanili all’interno di una precisa ideologia e/o di un’ortodossia di partito sarebbe stato limitante se non addirittura controproducente: si sarebbe riprodotto qualcosa di troppo simile allo spirito totalitarista delle associazioni giovanili fasciste. Avrebbe poi dovuto essere un’organizzazione indipendente e su base rappresentativa: disponibile a collaborare con tutti i partiti associati nel CLN ma politicamente autonoma e che unisse nel confronto dialettico - primo elemento di un’educazione politica democratica - le parziali e a volte confuse piattaforme programmatiche dei movimenti giovanili dei singoli partiti. Avrebbe dovuto essere in definitiva un’organizzazione popolare di massa, che riunisse indistintamente tutti i giovani uniti nell’antifascismo, indipendentemente da una loro possibile vicinanza a un partito o a un’ideale repubblicano, liberale, socialista, comunista, anarchico, democristiano, ecc.
All’indomani del ritorno in Italia di Togliatti e della cosiddetta “svolta di Salerno”, furono soprattutto i vertici socialisti e comunisti in clandestinità a rendersi maggiormente conto della necessità di giungere a un’associazione del genere, adoperandosi dunque sia a livello pratico che teorico per la sua realizzazione. Sarà il comunista Giancarlo Pajetta, arrivato a Milano dal Piemonte dove stava organizzando le bande partigiane delle valli del Po a buttar giù - anche con l’aiuto di Luigi Longo, anch’egli comunista - i primi «appunti», da lui stesso così chiamati: ovverossia le prime considerazioni di principio secondo le quali il FdG avrebbe operato di lì a pochi mesi <76.
Insieme alle caratteristiche e ai principi fondamentali dell’organizzazione (per i quali tale gruppo di intellettuali auspicava una sincera approvazione da parte della gioventù riunita nel FdG, scartando dunque l’opzione di una direzione politica e militare calata esclusivamente dall’alto), gli «appunti» di Pajetta analizzano brevemente anche la situazione politica, militare, sociale, economica e sindacale maturata in Italia dopo l’8 settembre, con particolare  riferimento alle gravi conseguenze che essa ha avuto sulle giovani generazioni. Per riscattare le sorti di queste ultime - così come le sorti di tutto il Paese - Pajetta individua alcune linee-guida principali: la guerriglia armata
antinazista e antifascista; le attività lavorative, economiche e sindacali (come l’assistenza agli sfollati, la ricerca di alloggi, materiali e razioni alimentari per le scuole, la cura della rappresentanza giovanile nei sindacati clandestini, ecc.); le attività culturali e sportive (per affrancare i giovanissimi dai residui dell’educazione fascista e per favorire la propaganda del FdG); il coinvolgimento anche delle ragazze; le attività politiche ed educative, per riaccendere tra i giovani la consapevolezza della continuità della Resistenza attuale con le lotte popolari risorgimentali (rigettando tuttavia ogni dottrina sciovinista e imperialista); il boicottaggio delle organizzazioni giovanili fasciste che la RSI tentava di ricostituire.
L’opera di Pajetta e Longo riceverà anche l’apporto teorico di Gillo Pontecorvo (“Barnaba”, attivo già dal 1938 nel coordinare la lotta clandestina), e di Eugenio Curiel (“Giorgio”, arrivato a Milano nell’ottobre ‘43 dopo esser tornato in libertà alla caduta del regime): Pajetta lavorò all’interno del movimento partigiano per favorire la costituzione del Corpo Volontari della Libertà, e per far sì che il CLN per l’Alta Italia riconoscesse il FdG - cosa che avverrà nell’estate del ‘44, contribuendo grandemente alla solidità dell’organizzazione; mentre i vertici del partito comunista affideranno inizialmente la cura del lavoro giovanile a Curiel, che ben presto divenne una fondamentale colonna portante dell’intera organizzazione. Nato l’11 dicembre 1912 dalla famiglia di ebrei triestini composta da Giulio e Lucia Limentani e da altri quattro fratelli, antifascista sin da giovane età, Curiel si laureò a pieni voti in Fisica all’Università di Padova nel luglio del 1931. Divenuto poi assistente presso la cattedra di meccanica razionale tenuta dal prof. Ernesto Laura nel febbraio ‘34, strinse amicizia con professori quali Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti, Enrico Opocher. Da qui in poi il suo impegno verso l’attività politica antifascista crebbe sempre più: tra 1934-35 ebbe contatti con “Giustizia e Libertà”, in seguito aderendo però al Partito comunista italiano dopo l’avvicinamento ai classici di Marx, Engels, Lenin - un’adesione pare non strettamente ideologica, quanto piuttosto dettata dalla constatazione che il PCI era la più grande, radicata e meglio organizzata forza antifascista nel Paese. Cercò dunque di mantenere viva una voce di dissenso nel GUF padovano venendo - sia per questo sia per le leggi razziali del ‘38 - cacciato. Recatosi successivamente in Francia intrattenne colloqui con i dirigenti comunisti a Parigi dai quali scaturì l’idea di avviare un lavoro “legale” all'interno delle organizzazioni di massa fasciste; una volta rientrato in Italia venne però arrestato nel 1939 e inviato al confino. Liberato nell’agosto del 1943 avrebbe partecipato alla Resistenza come massimo organizzatore del Fronte della Gioventù ed elaborando la teoria della Democrazia progressiva, considerata il suo più importante contributo teorico all'antifascismo. Venne ucciso a Milano il 24 febbraio 1945 - a pochi giorni dalla Liberazione - dalle Brigate nere della RSI. Il 24 aprile 1946 verrà insignito della Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria <77.
Attorno a questo primo nucleo, si raccoglieranno via via nuovi intellettuali antifascisti del calibro di Ernesto Treccani, Elio Vittorini, Gianfranco Mattei, Vittoria Giunti, Quinto Bonazzola, Raffaele De Grada, Mario De Micheli e Aldo Tortorella. Ciò avrebbe portato a contatti sempre più numerosi e fruttuosi con quella gioventù universitaria (e non solo) ormai giunta al termine di quel “lungo viaggio attraverso il fascismo”, e avrebbe facilitare il richiamo di altri giovani intellettuali - ad esempio Graziano Verzotto per Padova, ma anche Dino Del Bo, Alberto Grandi, Franco Bruno, ecc. - divenuti poi attivi nella direzione politica del FdG.
Successivamente si sarebbero tenute delle riunioni segrete per mettere a punto gli aspetti operativi concreti dell’organizzazione del Fronte: una prima riunione del 6 agosto 1943 si svolse a casa del duca Gallarati Scotti - uno dei firmatari del “Manifesto degli intellettuali antifascisti”, sostenitore delle formazioni liberali, indipendenti e cattoliche - alla presenza di Giuseppe Carpi e Paolo Cordova (Ricostruzione liberale), Pietro Bruno e Gianfranco Traghi (Partito d’azione), Raffaele De Grada, Vittoria Giunti e Piemonte Boni (Partito comunista). In riunioni successive - come ad esempio in quella del 10 agosto - questo nucleo fondamentale avrebbe nuovamente ripreso il tema della lotta antifascista condotta sul piano ideologico e culturale, deliberando quindi la creazione del “Bollettino del Fronte della gioventù” (l’organo centrale del FdG, a cui si ispirarono altri giornali clandestini locali) che avrebbe coniugato propaganda politica e recensioni letterarie di testi messi al bando dal regime.
In seguito sarebbe stato nuovamente Pajetta a fornire un altro apporto concettuale fondamentale, scrivendo il Manifesto programmatico vero e proprio del “Fronte nazionale della gioventù per l’indipendenza e per la libertà” - questo il nome completo dell’organizzazione. Il Manifesto <78, affisso nell’ottobre 1943 per le vie di Milano e poi ripreso dalla stampa clandestina locale, segnò la prima apparizione pubblica dell’organizzazione. I cui maggiori coordinatori furono infine Eugenio Curiel, Gillo Pontecorvo e Quinto Bonazzola per i comunisti, Renato Carli Balloba per i socialisti, Dino Del Bo ed Alberto Grandi per i cattolici.
Altra tappa fondamentale nella costruzione dell’unità del Fronte sarebbe stata infine la riunione del gennaio 1944, tenuta presso il Convento di San Carlo al Corso a Milano anche con l’aiuto dei padri serviti Camillo De Piaz e Davide Maria Turoldo, attivi partecipanti alla Resistenza (ben prima dell’8 settembre diffusero il foglio clandestino “l’Uomo”, e nascosero le armi loro affidate dai partigiani <79): alla riunione presero parte anche i giovani rappresentanti cattolici Dino Del Bo e Alberto Grandi, cosa che segnerà l’adesione al Fronte anche delle formazioni cattoliche e democristiane.
Stante la grande pluralità degli apporti teorici e pratici alla messa in piedi del FdG, i maggiori contributi vennero comunque, senza dubbio, da Eugenio Curiel: nonostante la direzione del Fronte fosse improntata alla dialettica paritetica tra i rappresentanti dei vari partiti antifascisti e al confronto tra i giovani della “base” che aderivano al FdG, Curiel ne fu se non il “Capo” il primo fondatore e il principale coordinatore. Fu sempre Curiel ad adoperarsi maggiormente nel tessere le necessarie reti di contatto <80, nell’organizzare le riunioni clandestine, e soprattutto nel mantenimento dell’unità del Fronte: quest’ultimo problema è forse quello che più di ogni altro orienterà l’azione di Curiel nel 1943-45, come si evince dai ripetuti appelli all’unità antifascista lanciati fin dal primo numero del “Bollettino del Fronte della gioventù” <81 e dalle indicazioni fornite ai responsabili regionali e ai comitati provinciali del Fronte <82.
All’organizzazione ideale e tecnica del Fronte della Gioventù sarebbero seguite le campagne di propaganda e le azioni armate vere e proprie. A partire dall’inverno 1943-44 i gruppi regionali collegati con Milano estendevano le attività del Fronte a tutti i territori dell’Italia occupata: soprattutto nelle città principali come Padova, Venezia, Verona, Firenze, Torino, Genova, Udine, Bologna, Savona, Parma, Biella, Brescia - e ovviamente Milano - si formarono gruppi del Fronte <83 nelle fabbriche e nelle scuole, che con volantini, giornali clandestini e comizi volanti incitarono gli operai allo sciopero e spronano i giovani a sottrarsi ai bandi di coscrizione di Graziani per unirsi invece alle formazioni partigiane (come SAP o GAP) o a un gruppo armato del Fronte <84.
Come detto l’attività di propaganda politica si unisce alla guerriglia con il sabotaggio delle linee di comunicazione nemiche, della segnaletica e dei treni militari, oltre alla distruzione o sottrazione di materiale bellico, alle rappresaglie contro torturatori e delatori, all’assalto alle unità nazifasciste più isolate, alla liberazione di giovani coscritti. È nel Friuli che si compiono le prime e più eclatanti azioni <85, condotte con grande autonomia - e per breve tempo anche dopo il 25 aprile, contro gli ultimi reparti nemici dispersi o in ritirata - da gruppi che assumeranno la dimensione di battaglioni.
In generale comunque (salvo eccezioni quali il caso friulano, o come quello della Brigata di Milano) i nuclei del Fronte sceglieranno una struttura più agile e maggiormente integrata nelle grandi formazioni partigiane esistenti, pur mantenendosi autonomi nella guida politica degli aderenti: a partire dall’inverno 1944 ogni gruppo armato verrà messo a disposizione del Corpo Volontari della Libertà, e molti giovani del Fronte si uniranno ai GAP cittadini, alle SAP, o alle Brigate Garibaldi: sarà Firenze la prima città nella quale i giovani volontari si batteranno in prima linea, e nella quale l’11 agosto 1944 cadrà Paolo Galizia, uno dei più noti dirigenti del Fronte.
Il FdG avrà un ruolo decisivo anche nella difesa e nelle esperienze di autogoverno delle Repubbliche partigiane, ad esempio nelle zone libere dell’Ossola, della Carnia, di Montefiorino, dell’Alto Monferrato; soprattutto in Carnia i ragazzi del Fronte contribuiranno a impedire la realizzazione di un folle progetto nazista: la cessione di parte del territorio italiano a bande di rinnegati cosacchi, uzbechi, circassi e russi bianchi zaristi, che in cambio dell’eliminazione dei partigiani locali avrebbero ottenuto la creazione del “Kosakenland in Nord Italien” - un progetto accettato senza reclami di sorta dai vertici repubblichini.
Durante l’Insurrezione generale dell’aprile 1945 i ragazzi del Fronte della Gioventù contribuiranno a diffondere il proclama "Arrendersi o perire!" lanciato dal CLNAI e dal CVL alle forze nemiche; saranno attivi in città quali Milano, Genova e Torino dove, dopo aspri combattimenti a fianco degli operai e delle altre formazioni partigiane, impediranno ai guastatori del generale Kesselring (e/o ai guastatori fascisti della X^ Mas) di distruggere ponti e impianti industriali; sempre nelle città contribuiranno a eliminare i cecchini lasciati indietro dalle sempre più sfilacciate forze nazifasciste in ritirata. Poche settimane dopo la Liberazione verrà diffuso un opuscolo del Fronte firmato dai rappresentanti dei Giovani liberali, dei Giovani democratico cristiani, della Federazione giovanile repubblicana, dei Giovani lavoratori cristiani, della Gioventù d’azione, della Federazione giovanile socialista e dei Giovani comunisti: in esso i giovani partigiani del nord salutano i giovani dell’Italia centro-meridionale, sintetizzano le ultime azioni condotte dal FdG, chiedono la creazione di un sotto-segretariato alla gioventù, e rivendica per la prima volta il diritto di voto a partire dai 18 anni <86.
Per l'aprile 1945 il comando generale del Corpo Volontari della Libertà calcolava una forza attiva di 130.000 partigiani, che raggiungevano nei giorni dell'Insurrezione generale un numero di circa 250.000/300.000 unità <87 (mentre secondo Bocca le forze partigiane effettivamente attive e combattenti ammontavano a circa 100.000 tra uomini e donne <88). A fianco o all’interno di queste formazioni maggiori combatterono anche i ragazzi del Fronte della Gioventù, che la conferenza dei “Triumvirati insurrezionali” del PCI stimava già nel novembre 1944 in almeno 15.000 unità <89, numero certamente da rivedere al rialzo nei giorni dell’Insurrezione.
[NOTE]
73 de Lazzari, Storia del Fronte della gioventù nella Resistenza, p. 27.
74 Vedi Appendice (1.).
75 Vedi Appendice (2.).
76 Vedi Appendice (3.).
77 Per ulteriori dettagli si rimanda a: http://www.treccani.it/enciclopedia/eugenio-curiel_(Dizionario-Biografico)/[Ultima consultazione: 11 dicembre 2014]
78 Vedi Appendice (4.).
79 E padre Turoldo nascose le armi dei partigiani, “Corriere della Sera”, 7 marzo 2002, p. 37.
80 Contatti estesi in ogni direzione: da quadro dirigente comunista, anche verso gli ambienti democristiani e cattolici. Padre Camillo De Piaz, all’indomani dell’uccisione di Curiel per mano fascista (il 24 febbraio 1945), celebrerà insieme al primo nucleo del FdG un messa di suffragio funebre presso il convento Servita dove era stata tenuta la fondamentale riunione del gennaio ‘44.
81 Si veda ad esempio l’articolo «Il FdG e i compiti dell’ora» in Bollettino del Fronte della gioventù, anno I, n. 1, 5 gennaio 1944 cfr. de Lazzari , Storia del Fronte della gioventù nella Resistenza, pp. 48-49.
82 Si veda ad esempio la lettera spedita al collaboratore del gruppo piemontese Paolo Cinanni (“Andrea”), nella quale Curiel sostiene che «[…] dobbiamo batterci senza rompere con gli altri, per soluzioni più democratiche, per riunioni, per conferenze di nostri aderenti, cercando con attenzione il punto nel quale passare la frontiera dalle forme paritetiche alle forme democratiche» cfr. de Lazzari, Storia del Fronte della gioventù nella Resistenza, p. 51.
83 O nascevano autonomamente associazioni antifasciste che prendevano contatti col FdG in un secondo momento.
84 A questo scopo verranno diffusi centinaia di volantini, come ad esempio quello realizzato dal gruppo di Bologna, il cui originale è oggi conservato presso l’Istituto Gramsci: «Giovani bolognesi! I gerarchi fascisti […] vogliono che vi presentiate alle armi. L’accozzaglia fascista, non contenta di aver trascinato l’Italia in una guerra ignominiosa […] vuol concludere la sua opera […] mettendo i figli del popolo gli uni contro gli altri […]. Il governo italiano ha dichiarato guerra alla Germania. I vostri fratelli dell’Italia meridionale combattono in prima linea contro i nazisti […]. Mettetevi a fianco dei partigiani, dei lavoratori e lottate […] contro gl’invasori tedeschi […] non presentatevi alle chiamate. Datevi alla macchia, andate coi partigiani […] Chi aiuta i tedeschi tradisce l’Italia. Non presentatevi.» Cfr. de Lazzari, Storia del Fronte della gioventù nella Resistenza, p. 69.
85 Si vedano ad esempio le testimonianza di Dario Bazzara, Frugolino Rizzi, Aldo Feruglio, Giuseppe De Paulis, Alceo Basandella, Vinicio Burba, Manlio Cucchini e Guido Pegoraro. cfr. de Lazzari, Storia del Fronte della gioventù nella
Resistenza: 1943-1945, pp. 68-69 e 237-240.
86 Copia dell’opuscolo è conservata presso la Biblioteca della Resistenza dell’Istituto Gramsci. Cfr. de Lazzari, Storia del Fronte della gioventù nella Resistenza, p. 125.
87 Giorgio Rochat (a cura di), Atti del Comando generale del Corpo volontari della libertà (Giugno 1944-aprile 1945), prefazione di Ferruccio Parri, Franco Angeli, Milano, 1972.
88 Giorgio Bocca, Storia dell'Italia partigiana. Settembre 1943-maggio 1945, Bari, Laterza, 1966, pp. 493-494.
89 «Nella lotta, l’organizzazione del Fronte della gioventù si è estesa e consolidata. […]. Secondo le cifre incomplete che abbiamo finora raccolto, escludendo quelli che militano nelle formazioni partigiane di montagna, sono almeno 15 mila gli attivisti del Fronte della gioventù nell’Italia occupata» in: La nostra lotta, anno II, n. 19-20, 25 novembre 1944. Cfr. de Lazzari, Storia del Fronte della gioventù nella Resistenza, p. 63.
Giacomo Graziuso, Gioventù e Università italiana tra fascismo e Resistenza: l’attribuzione delle lauree Honoris Causa nell’Archivio del Novecento dell’Università di Padova (1926-1956), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova,  Anno Accademico 2013/2014