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sabato 27 febbraio 2021

Alba tenera ragazza dalla capigliatura nera

Fonte: Laura Hess

Giorgio Loreti ricorda quanto gli raccontava Guido Seborga di Alba Galleano [che divenne sua moglie].
Guido diceva più o meno così: "Venivo a Bordighera a trovare mia madre che era allora ospite di un pensionato di suore. Io alloggiavo in un cameretta di un albergo. Stavo in una specie di mansarda, vicino al municipio, dove comincia il Paese Alto. Alla mattina mi facevo la barba ad uno specchio accanto alla finestra e spesso e volentieri sotto, in strada, passava Alba. Lei mi chiamava, ci salutavamo ridendo, dandoci un appuntamento giù al mare".  
Fonte: Laura Hess

Fonte: Laura Hess

Fonte: Laura Hess

[...] Nata a Torino nel 1915, Alba Galleano ha trascorso, a causa di problemi di salute, gran parte dell’infanzia e dell'adolescenza tra Torino, Meana e Bordighera.
 

Fonte: Laura Hess

Fu a Bordighera che a 16 anni conobbe Guido Hess (Seborga) di cui s’innamorò immediatamente e che sposò nel 1939.
 

Fonte: Laura Hess

Frequentò Bordighera per tutta la vita, ma fino alla guerra ci furono anche Forte dei Marmi vicino a casa De Chirico e villa Trossi a Portofino.
Con Guido frequentò gli ambienti culturali e i gruppi antifascisti a Torino con Agosti, Galante Garrone, Ada Gobetti, Ciaffi, Navarro, Silvia Pons, Anna Salvatorelli, Raf Vallone, Giorgio Diena e a Bordighera con Porcheddu, Brunati, Lina Meyffret

<<[ E pure morì sotto il martirio nazista l’animatore d'una delle prime bande a Baiardo: Brunati, il partigiano poeta. E la trista Germania inghiottì Lina Meiffret, prima partigiana.
Italo Calvino, articolo apparso sul numero 13 de La voce della democrazia, uscito a Sanremo martedì 1° maggio 1945

Lina Meiffret, ritornata dai campi di concentramento della Germania... rinvenimento di alcuni dattiloscritti di Italo Calvino relativi ai racconti partigiani, poi raccolti in Ultimo viene il corvo, conservati tra le carte di Lina Meiffret, partigiana sanremese amica e sodale del giovane Calvino... Fonte: Lumsa

Rivedo Lina Meyfrett che pare sempre miracolosamente scampata ad un campo di concentramento e insieme ricordiamo Renato Brunati e Beppe Porchedddu...
Guido Seborga, Occhio folle occhio lucido, Graphot/Spoon river, Torino 2012 ]>>
 

Entrò [Alba Galleano] poi nella Resistenza e fu Azionista.
È restata "famosa" la sua arringa su un tavolo a Trofarello ai soldati sbandati invitandoli alla Resistenza.
Erano i giorni successivi all’8 settembre e stava tornando a Torino da Bordighera insieme a  Guido con l’ultimo treno da Bordighera prima che i tedeschi facessero saltare i ponti.

Fonte: Laura Hess

<<[...] ancora Loreti: "Anche sua moglie Alba era nella Resistenza, lo ha seguito e lo ha aiutato, quando i fascisti, i tedeschi, lo cercavano, lo nascondeva in soffitta.">>
 

Prima e dopo la guerra, insieme al marito, frequentò  Umberto Mastroianni, arrivato nel '28 da Roma, Luigi Spazzapan, Mattia Moreni, Oscar Navarro, Raf Vallone, Vincenzo Ciaffi, Albino Galvano, Carlo Mussa, Giorgio e Rosetta Montalenti, Augusto e Luisotta Monti. Con Luisa Monti Sturani l’amicizia durò per moltissimi anni.

Fonte: Laura Hess

Nell’immediato dopoguerra scrisse su diversi giornali quali Il Ponte e Il Sempre Avanti dove, a differenza di Mario Gromo su La Stampa e Arturo Lanocita su Il Corriere della Sera fece una recensione molto favorevole a Paisà di Rossellini.


Fonte: Laura Hess

Avuti due figli, fu costretta a limitare la sua attività lavorativa, ma partecipò per tutta la vita alle esperienze del marito Guido Seborga sia come consigliera che curandone gli aspetti pratici e accettandone le lunghe assenze.
Fu suo il difficile compito di far quadrare i bilanci familiari e a tale scopo, utilizzando le sue competenze nel campo dell’antiquariato e dell’arte, aiutò molte signore torinesi nell’arredamento della propria casa.
 

Fonte: Laura Hess

Fino all’ultimo giorno della sua vita, che finì nel 1989, curò e diede sostegno a Guido, che la raggiunse nel 1990.

Laura Hess [figlia di Alba Galleano e di Guido Hess Seborga]

domenica 21 febbraio 2021

U Badin



È una medaglia simbolica quella che, scrivendo questo romanzo [Prima che le pagine ingialliscano, Alzani, 2018], ho voluto assegnare a "Vincé u Badin", raccontando alcuni episodi della sua straordinaria vita.
Una storia, spesso buia e travagliata, che, pur avendo come fondo la guerra del 1915-18, non può essere considerata soltanto una storia di guerra. La guerra, quella più atroce, infatti, è sullo sfondo, mentre il racconto è piuttosto lontano dalle trincee e più vicino alla gente comune.
Prima di tutto debbo dire che Badin, classe 1897, non era un eroe. Il primo a non essersi mai sentito tale è stato proprio lui. Molti fra coloro che mai avevano conosciuto la sua impresa, compiuta suo malgrado durante la Grande Guerra, lo hanno sempre considerato niente di più di un simpatico "ruba galline", cui era facile addebitare qualsiasi malefatta fosse successa in paese. Non avendo lui stesso quasi mai parlato con nessuno della sua impresa, pochi sono stati quelli che ne sono venuti a conoscenza. Peccato, perché lui, forse più di tanti altri, una medaglia al valore l’avrebbe comunque meritata.
Badin era uno di quei tanti immigrati veneti, che dopo la fine della seconda guerra mondiale era approdato a Coldirodi [Frazione di Sanremo (IM)], come migliaia di altri, in prevalenza abruzzesi, ma anche tanti calabresi, piemontesi, siciliani ed appunto veneti, attirati dal lavoro nell’edilizia o nella floricoltura, attività che erano andate sempre più sviluppandosi in quegli anni. Come molti era approdato in Liguria portandosi dietro, stipate nel cervello, nostalgie di amori vissuti, di amori sognati, di amori finiti.
Avvicinandosi l’anniversario della fine della prima guerra mondiale, mi sono tornati alla mente tanti suoi racconti e più volte mi sono domandato se questi fossero attendibili. Se, insomma, "U Badin" fosse stato davvero il  protagonista di una impresa per quei tempi assolutamente memorabile, oppure se fosse soltanto frutto della sua vivace fantasia.
Nessuno, forse, oggi si ricorda ancora di lui.
Recentemente, sfogliando una rivista stampata per ricordare gli abitanti di Coldirodi distintisi nel secolo scorso, mi sono imbattuto nel suo nome.
Ecco cosa ho trovato scritto: "… le Bigin, le Catì,… i Bacì e gli Antò,… persone semplici, simboli di un mondo che non c’è più ma che hanno vissuto la storia del nostro paese, attraverso miseria, guerra e fame, con dignità, generosità ed onestà. Da persone vere!".
"Vincè u Badin" era una di quelle: allampanato, solitario, taciturno, trascorreva i suoi giorni con frequenti trasferte in Francia, attraverso i boschi della frontiera, contrabbandando accendini, sigarette, cioccolata e talvolta anche tabacco. L’esiguità dei guadagni lo costringeva a dover arrotondare gli incassi "onesti", svuotando qualche volta qualche pollaio.
La consuetudine era tale, per cui ogni volta che un contadino avvertiva la mancanza anche di un solo bipede, la conclusione più comoda era sempre una sola: "È stato Badin!"
Una volta però i derubati dovettero ricredersi. Badin era incolpevole in quanto aveva un alibi di ferro. Proprio in quei giorni, infatti, U Badin era ospitato nella prigione Santa Tecla di Sanremo.
Nient’altro. Nessun accenno al suo passato militare. Neanche una parola.
Con il mio romanzo ho inteso raccontarne le vicissitudini, quasi a volerlo risarcire per tutte le amarezze, tutti i torti e tutte le ingiustizie subite, a mia volta affascinato dalla sua storia d’amore che altrimenti, come milioni di altre, sarebbe finita nell’oblio.
In cosa è consistita la sua impresa?
Badin, fra i quattro milioni di soldati italiani che si sono avvicendati al fronte durante la Grande Guerra, è stato quasi certamente uno dei primi cinque paracadutisti ad essere impiegato a livello pionieristico oltre le linee nemiche, senza peraltro che questo possa essere provato. Ma neppure smentito. Il suo nome, almeno nei documenti ufficiali, non compare mai. Come non fosse mai esistito: scomparso. Come mai, mi sono chiesto più volte? Le azioni militari in cui furono impiegati i primi incursori muniti di paracadute, risultano siano state cinque in tutto. Mentre i nomi dei protagonisti ufficialmente riconosciuti sono soltanto quattro. Qual è il nome del quinto? Per quale motivo il suo nome non compare mai?
Sono personalmente convinto che sia stato proprio Badin il soldato protagonista del mio libro. Coincidono troppe cose. Troppe verità non sono mai potute venire alla luce. Ma d’altronde come avrebbe Badin potuto conoscere certi particolari senza avervi partecipato?
Badin scanzonato e poco incline ad autocelebrarsi soleva dire: "… ma ci pensate ragazzi… Se invece di atterrare dolcemente ci avessi lasciato le palle, sarei diventato famoso come Francesco Baracca o Enrico Toti…".
Questo è il Vincenzo "U Badin" che ho voluto raccontare in questo libro.
La sua prima giovinezza, l’impresa militare, i suoi contrastati amori: il tutto senza alcuna retorica. La storia, insomma, di un piccolo soldato nella Grande Guerra.
Dantilio Bruno di Sanremo (IM)
[Altri libri di Dantilio Bruno: La donna che leggeva Grand Hotel, Antea Edizioni, 2014; Non sempre azzurro è il cielo. Dalla primavera d'Italia alla primavera di Praga, tipografia Bellugi, Vallecrosia  (IM), 2009]

 

martedì 16 febbraio 2021

Caporali tanti, uomini pochissimi

Una scena di "Destinazione Piovarolo" - Fonte: Wikipedia

Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis Gagliardi - in arte Totò - nacque nel cuore di Napoli (rione Sanità), dalla relazione clandestina tra Anna Clemente e il marchese Giuseppe De Curtis, il 15 Febbraio 1898.
Interprete magistrale di un'italianità dolente, ma capace di riscattarsi - anche moralmente - pur quando ogni diversa possibilità sembra preclusa, mi limiterò a ricordarne uno dei suoi film meno conosciuti, ma secondo me particolarmente indicativo della sua arte, ovvero "Destinazione Piovarolo" (1955, regia Domenico Paolella - in visione integrale su Youtube).
In esso, Totò esprime una maschera malinconica, che suscita anche un senso di autentica e umana compassione.
La storia lo attraversa per trent'anni, con ogni sorta di avvenimenti, in mezzo a faccendieri di ogni tipo, segretari arrivisti, onorevoli opportunisti, ministri incompetenti e distratti, ma lui è sempre lì, a Piovarolo, in un'attesa kafkiana di avere una promozione che non arriverà mai.
Semplice capostazione, arrivato ultimo al concorso in ferrovia, sarà costretto a rimanere tutta la vita in una stazioncina sperduta della provincia, dimenticato da tutti anche se - magari inconsapevolmente, o controvoglia - ogni volta farà la cosa giusta.
Totò ha saputo dare a questo personaggio tutte le sfumature dell'uomo sfortunato, senza però mai cadere nel patetico.
Qui sta la sua enorme forza, perchè esprime in chiave ironica il tratto di "anarchismo utilitaristico" che caratterizza l'italiano medio.
Non vi è nulla di fuori posto in una recitazione sempre piana, garbata e costruita su un realismo d'insieme gradevole e godibile.
Anche questo ritratto di Antonio La Quaglia (il protagonista del film) deve essere collocato tra tutti quelli già interpretati nei film precedenti e tra quelli dei film successivi, e che costituiscono uno dei punti forza sia della maschera di Totò che del volto di de Curtis: l'uomo che deve arrangiarsi in un mondo di "caporali" e di prepotenti.

A tal riguardo, ricordo la recente uscita del libro di Emilio Gentile: "Caporali tanti, uomini pochissimi. La storia secondo Totò", Editore Laterza.
Infine, nel film Achille Togliani canta la canzone "Abbracciato cu' te", che è di de Curtis, e di cui trascrivo il testo:

"Quanno te veco
for' 'o balcone
mme vene a mente
cchisà pecchè;
quanno 'e rimpetto
stevo 'o puntone
appuntunato pe te vedè .
E mmo ca si dda mia pe tutta a vita
nun cerco niente cchiù, mo tengo a te.
Quando int' 'e bbraccia forte t'astregno a mme
sento 'o profumo da vocca toia che dè
na primmavera ca 'mbriaca 'o core
na smania e te vasà , chest' è ll 'amore.
Capille 'e seta, uocchie 'e velluto, tu,
si 'a vita mia, tu si ll'amore,
tu solamente tu.
Te voglio bbene,
songo felice
quando abbracciata
tu staie cu mme.
'O core 'mpietto
me parla e dice
ca sbatte forte
sulo pe tte.
Sunnanete me sceto 'a dint' 'o suonno
e canto 'o sole mio sta 'nfronte a tte"


Eraldo Bigi

lunedì 15 febbraio 2021

Convegno dedicato a Francesco Biamonti ad ottobre 2021

Francesco Biamonti e Guido Seborga

Francesco Biamonti è considerato uno degli scrittori più significativi della letteratura italiana di fine Novecento. I suoi quattro romanzi pubblicati in vita tra il 1983 e il 1998 (L’angelo di Avrigue, Vento largo, Attesa sul mare e Le parole la notte, a cui vanno aggiunti le pagine postume del Silenzio e il recente recupero, a cura di Simona Morando, del cosiddetto Romanzo di Gregorio), sono testimoni di un lavoro intorno alla parola che ha pochi eguali nella letteratura coeva. Nato nel 1928 a San Biagio della Cima, piccolo paese nell’entroterra di Ventimiglia, Biamonti ebbe una formazione prevalentemente da autodidatta, sospesa tra lo studio della grande poesia, soprattutto italiana e francese, e quello della filosofia fenomenologica ed esistenzialista. Fondamentale fu per lui anche la riflessione sulla pittura, portata avanti attraverso alcune importanti frequentazioni, a partire da quella con Ennio Morlotti. Tutte queste esperienze si sedimentarono, nel corso di decenni, in una prosa dal chiaro respiro lirico, ma capace di raccontare con grande forza e concretezza il mondo contemporaneo allo scrittore.
Profondamente radicati nel territorio dell’estremo Ponente ligure, i romanzi di Biamonti attirarono fin da subito l’attenzione della critica per il trattamento particolare riservato al paesaggio, il quale pone lo scrittore in continuità con la tradizione ligure (da Boine a Montale, da Calvino a Caproni). Non a caso, grande spazio fu riservato al tema paesaggistico nel primo Convegno Francesco Biamonti: le parole, il silenzio, organizzato nel 2003 dall’Associazione degli “Amici di Francesco Biamonti”, nata dopo la morte dello scrittore, e dall’Università di Genova. Negli anni successivi la critica ha portato avanti la lettura dell’opera biamontiana anche sotto altri punti di vista, in un percorso interpretativo che ha trovato fondamentali riscontri nella pubblicazione, nel 2008, dell’antologia Scritti e parlati, a cura di Gian Luca Picconi e di Federica Cappelletti. Tuttavia, ancora oggi molti aspetti dell’opera di Biamonti, con particolare riferimento al peso avuto da alcuni incontri (reali e intellettuali) sulla sua scrittura e sulla sua visione del mondo, restano inesplorati o comunque meritevoli di approfondimento.
Per questa ragione e per ricordare l’autore a vent’anni dalla scomparsa, l’Associazione “Amici di Francesco Biamonti” ha deciso di organizzare, insieme ai suoi diversi partner universitari, un secondo convegno che si terrà il 15-16 ottobre 2021 al centro Polivalente “Le Rose” di San Biagio della Cima e alla Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia. Seguirà la pubblicazione degli atti.
Sono invitate comunicazioni che affrontino le peculiarità della scrittura e della poetica biamontiana, evidenziando i rapporti tra l’opera dello scrittore ligure e quella di altri autori a lui cari: poeti, romanzieri, filosofi, artisti, critici. In particolare, risulta urgente l’approfondimento dei legami tra biografia e opera, oltreché l’analisi dei plurimi nodi intertestuali presenti nei suoi scritti, al fine di tracciare un disegno complessivo delle voci e degli incontri che abitano le pagine di questo autore.
Saranno perciò graditi gli interventi di specialisti di autori e contesti (si veda l’elenco seguente) che, intrecciando le loro conoscenze con l’opera di Biamonti, possano portare un contributo originale, un nuovo sguardo allo studio dello scrittore.
Saranno altresì graditi gli interventi mirati alla ricostruzione storico-biografica dei rapporti personali di Biamonti con altri personaggi della cultura che svolsero un ruolo importante nella sua formazione o nel suo percorso di scrittore (come editori e traduttori).
Per un primo orientamento, si propone qui di seguito una lista indicativa di autori, che tiene presente il tema delle affinità intellettuali, dell’intertestualità, degli incontri:
1) Scrittori italiani: Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni, Verga, Pascoli, D’Annunzio, Tozzi, Novaro, Boine, Sbarbaro, Seborga, Vittorini, Montale, D’Arzo, Fenoglio, Pavese, Calvino, Zanzotto, Lalla Romano, Orengo, Rigoni Stern;
2) Scrittori stranieri: poesia provenzale delle origini, Mistral; Verlaine, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Céline, Éluard, Char, Michaux, Valéry, Perse, Malraux, Gracq, Camus, Giono, Duras, Blanchot; Machado, Lorca; Rulfo; Hemingway, Faulkner; Tolstoj;
3) Filosofi: Freud, Jung, Marx, Bergson, Husserl, Croce, Heidegger, Camus, Sartre, Jaspers, Benjamin, Merleau-Ponty, Bachelard, Foucault, Lyotard;
4) Artisti e critici d’arte: de La Tour, Cézanne, De Staël, Morlotti, Cazzaniga, Sutherland, Dondero; Longhi, Arcangeli;
5) Editori e traduttori: Maspero, Simeone, Bobilier, Einaudi.
Le proposte di partecipazione al convegno vanno inviate, in italiano o in francese, all’indirizzo convegno.biamonti2021@gmail.com entro il 15 marzo 2021, allegando un pdf che contenga, oltre ai dati del/la proponente, il titolo e un riassunto dell’intervento, di lunghezza non superiore alle 500 parole (bibliografia inclusa).
Entro il 15 maggio il Comitato Scientifico informerà per e-mail sull’accettazione delle proposte di comunicazione.
Il Comitato scientifico e organizzativo
Andrea Aveto (Università di Genova)
Matteo Grassano (Università di Bergamo)
Simona Morando (Università di Genova)
Claudio Panella (Università di Torino)
Gian Luca Picconi (Amici di Francesco Biamonti)
Corrado Ramella (Amici di Francesco Biamonti)
Paolo Zublena (Università di Genova)
Modlet, Francesco Biamonti: le carte, le voci, gli incontri - Call for papers - Convegno biamontiano, 15-16 ottobre 2021, San Biagio della Cima / Ventimiglia

 

lunedì 8 febbraio 2021

My God! Potevamo esplodere tutti!

Francesco Garini e Ampelio Bregliano, partigiani a Negi, Frazione di Perinaldo (IM) - Fonte: Fiorucci, Op. cit. infra

Nell'autunno del 1943 ricevetti la cartolina di arruolamento nell'esercito della RSI fascista. Proprio non mi andava di fare una guerra che si rivelava sempre più sbagliata.
Mi nascosi - io di Vallecrosia (IM) - in una casa di amici di famiglia a Rocchetta Nervina [in Val Nervia], dove incontrai il figlio del maestro Garibaldi, ufficiale dell'esercito con il quale andai a Carmo Langan ad arruolarmi nei partigiani.
Partecipai alla occupazione di Perinaldo [(IM)] dove sequestrai un... toro! La fame nel paese era tanta e di cavoli e rape ne avevo fin sopra ai capelli. Un fascista di Perinaldo possedeva un toro: glielo requisii. Fu macellato e diviso con la popolazione. Finalmente un po' di carne per tutti!
La fame è il ricordo indelebile di quel periodo.
Un giorno stavamo cuocendo qualcosa, quando si sentì urlare: "Allarme! Allarme! I tedeschi!".
Tutti scapparono e Girò [Pietro Girolamo Marcenaro] ordinò di salvare le armi: io salvai la pignatta che cuoceva sul fuoco!
 

Fonte: Fiorucci, Op. cit. infra

Un giorno mi fu ordinato di sorvegliare la strada per Pigna perché dovevano scendere dei partigiani, forse perché accompagnavano ufficiali alleati [primi di ottobre 1944]. Mi lasciarono sul ponte del Nervia al bivio per Rocchetta [Nervina (IM)] con due pecore e due  capre per fingermi pastore al pascolo. Tutto andò bene, solo che alla sera le bestie non volevano saperne di ritornare al paese.  Anche altre volte usai lo stesso stratagemma del pastore per visionare luoghi e sentieri e tracciare così percorsi alternativi per eludere i tanti posti di controllo fascisti.
Dopo quella avventura, Girò mi disse che occorreva mandare dei partigiani dagli alleati nella Francia liberata per stabilire rapporti e trasportare armi per i garibaldini. Come? Di notte, con un gozzo, remando da Vallecrosia a Monaco.
I Lilò [i Fratelli Biancheri di Bordighera (IM), Bertù Bartolomeo ed Ettore, martiri della Resistenza] avevano "agganciato" i bersaglieri che erano passati dalla nostra parte. Fregammo una barca dal deposito sottostrada vicino alla Casa Valdese [di Vallecrosia (IM)] e la portammo al mare. Con molta circospezione e furtivamente mettemmo in acqua la barca che ... affondò.
In attesa di poter fare qualcosa, la ancorammo sul fondo riempiendola di pietre per non farla portar via dalla corrente.
 

Il citato presidio dei bersaglieri e, al centro, il vecchio macello di Vallecrosia - Fonte: Fiorucci, Op. cit. infra

I due edifici prima citati, al giorno d'oggi

Intanto stava albeggiando e non potevo ritornare né in montagna né a casa, perché era in corso un vasto rastrellamento dei fascisti. Con Renzo [Gianni] Biancheri "u Longu" ci nascondemmo nel macello a fianco della ... caserma [invero, un semplice presidio] dei bersaglieri.
Passammo due giorni appollaiati e nascosti sulle travi del tetto tra le catene, le carrucole e i ganci.
Poi finalmente Girò e gli amici prepararono la barca e partimmo. Era dicembre [1944] e tra i compagni di viaggio ricordo sicuramente Luciano "Rosina" Mannini.

Ampelio "Elio" Bregliano, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia <ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM)>, 2007  

Rosina (Luciano Mannini) racconta: “Il servizio di informazioni militari, esplicato dalla missione