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venerdì 25 agosto 2023

Assoldare anche ex militari non ancora richiamati alle armi, specie se abbiano già partecipato ad azioni di controguerriglia o a spedizioni punitive

Villa Feltrinelli a Gargnano (BS), residenza di Mussolini sul Lago di Garda tra l’ottobre 1943 e l’aprile 1945

Uno dei primi documenti in cui lo stato maggiore dell'ENR [Esercito della Repubblica Sociale] si confronta con il tema della controguerriglia è un documento segreto dell'aprile 1944 in cui Mischi indica, tra le altre cose, anche le regole da seguire ai fini dell'arruolamento nei costituendi reparti speciali: «Ove possibile, assoldare anche ex militari non ancora richiamati alle armi, specie se abbiano già partecipato ad azioni di controguerriglia o a spedizioni punitive (squadristi, reduci dalla Balcania, ecc.)». <203 Questa precisazione rafforza l'impressione che, per quanto riguarda l'esercito di Salò, ci sia stato un rapporto di continuità tra la partecipazione all'occupazione italiana dei Balcani - la più recente esperienza che aveva consentito ai soldati dell'esercito italiano di sviluppare una serie di competenze in materia di controguerriglia - e la successiva militanza nelle forze armate della repubblica di Salò. È l'ipotesi di lavoro avanzata da Carlo Gentile, che, lamentando la carenza di studi sugli apparati militari e sulle strutture di polizia del fascismo repubblicano, afferma: «I primi dati a nostra disposizione, tuttavia, inducono a credere che almeno per quanto riguarda l'apparato militare e poliziesco ci fosse un nesso tra la partecipazione all'occupazione italiana dei Balcani o l'appartenenza alla milizia fascista e la più tarda militanza nelle formazioni della RSI». <204
Questa ipotesi di lavoro trova conferma non soltanto nelle carriere e nelle esperienze pregresse di molti ufficiali dell'esercito di Salò, ma anche negli atteggiamenti e nei comportamenti tenuti dall'ENR nei riguardi della popolazione civile. A differenza degli altri corpi armati della RSI, la stessa cultura della violenza di cui l'esercito regolare di Graziani era portatore avrebbe dovuto sospingerlo ad una maggiore disciplina e, soprattutto, ad una formale osservanza dei codici e dei regolamenti militari. In realtà, come sappiamo, non mancarono forme di brutalità, che sembrano rinviare alle modalità repressive sperimentate dal regime fascista durante l'occupazione dei Balcani degli anni 1941-1943, quando le truppe del regio esercito si trovarono a muoversi in un teatro di guerra caratterizzato dalla presenza di un nemico - il movimento partigiano - che poteva vantare forti legami di contiguità con la popolazione. <205 Così facendo, anche da parte dell'esercito di Salò si contribuì non poco alla radicalizzazione dello scontro fratricida in un paese precipitato nella spirale della guerra civile. <206 In un simile contesto la lotta antipartigiana della RSI poteva facilmente degenerare fino ad assumere la configurazione della guerra ai civili, punteggiata da forme efferate di violenza contro una popolazione, con cui si potevano vantare anche rapporti di natura amicale, se non addirittura parentale, ma che, quanto meno a partire dall'estate del 1944, era da ritenersi ormai irrimediabilmente perduta alla causa del fascismo repubblicano. «Dopo la caduta di Roma, i fascisti cominciarono a considerare non solo i partigiani in armi, ma anche tutti gli italiani, come dei traditori, come un popolo indegno di questo nome, come un'accozzaglia di individui». <207 Questa concezione, in cui possiamo scorgere un effetto di quella nazificazione del fascismo di Salò su cui ha insistito in particolare Enzo Collotti, contribuì a creare i presupposti per legittimare qualsiasi tipo di violenza contro i connazionali.
In un rapporto scritto subito dopo la sua nomina a comandante della divisione Italia, il generale Carloni constatava la scarsa disciplina esistente tra le sue truppe («La disciplina nelle retrovie non va. L'ho constatato personalmente nelle mie frequenti visite ai reparti. Il fenomeno purtroppo non è circoscritto a qualche reparto ma è di carattere generale, anzi direi endemico») e denunciava i numerosi atti illegali commessi ai danni della popolazione locale: «Innumerevoli anche le violenze dei soldati nei confronti della popolazione civile, poverissima e già così duramente provata, per sottrarre ad essa viveri od altro. Tutto questo deve cessare; i superiori gerarchici, la cui azione è stata sinora deficiente, intervengano immediatamente con tutta la loro energia affinché questo stato di cose, indegno di reparti organizzati, sia al più presto eliminato». <208 Dal versante opposto, è una figura di spicco della lotta partigiana in Piemonte come Mario Giovana a ricordare con quanta facilità la lotta contro la Resistenza potesse degenerare in una vera e propria guerra combattuta ai danni della popolazione civile: «Le squadre antipartigiane, costituite all'interno dei battaglioni della Littorio e della Monterosa, conducono la lotta più ai civili che contro le bande, svolgendo un lavoro di vera e propria polizia che si risolve in arresti, saccheggi di abitazioni, torture verso tutti coloro che vengono sospettati di una sia pur minima collaborazione e connivenza con i volontari». <209
La diffusione degli abusi e dei soprusi trasse indubbiamente vantaggio dalla frammentazione dei poteri in campo militare, che fin dall'inizio contrassegnò la RSI, precocemente colta dal segretario particolare di Mussolini, Giovanni Dolfin, che nel suo diario, di fronte alla proliferazione di «formazioni autonome», costituite «per iniziativa di singoli elementi, per lo più ufficiali superiori, animati di fede o di ambizione», si lamentava del fatto che «in pieno ventesimo secolo» si stesse tornando «all'epoca singolare dei capitani di ventura». <210 A spiegare questo fenomeno, secondo Luigi Ganapini, stava il fatto che ciascun corpo intendeva la propria funzione militare come quella di una banda, «struttura irregolare, per definizione fondata sul volontarismo e su un ideale eroico e individualista». <211 Anche l'esercito della RSI subì l'attrazione e la fascinazione esercitate da questo modello di riferimento. Il comandante militare regionale del Piemonte, generale Massimo De Castiglioni, arriva a chiamare in causa la figura dei ras dell'Etiopia per qualificare il comportamento di quei comandanti che agivano a loro discrezione nella più totale impunità: «I comandanti dei vari reparti si ritengono tanti ras e ritengono lecito fare quello che loro torna più comodo senza dar conto a nessuno delle loro azioni». <212 Questo stato di cose rispecchiava il modo stesso, del tutto disordinato e disorganizzato, in cui era sorto l'apparato militare di Salò. Già risultava difficile far coesistere una pluralità di corpi armati tra loro non soltanto differenti, ma anche concorrenti, ma non doveva certamente essere facile nemmeno imporre la disciplina e l'ordine nello stesso esercito nazionale repubblicano in cui convivevano, fianco a fianco, volontari, ex internati nei campi di concentramento tedeschi, reclute e richiamati alle armi “vittime” della politica dei bandi fascisti di leva. Non c'è quindi da sorprendersi se molti reparti, magari guidati da ufficiali privi di scrupoli, ne approfittarono per mettere in atto comportamenti ai limiti della criminalità comune, caratterizzati da quella che Dianella Gagliani ha chiamato la «licenza di sopruso». <213 Da questo punto di vista il comportamento delle truppe regolari di Graziani non sembra essere stato troppo dissimile da quello di altri corpi armati - le brigate nere, la X MAS, la legione autonoma Ettore Muti, la 1ª legione d'assalto M Tagliamento, ecc. <214 - messi in piedi dal fascismo repubblicano, la cui azione violenta, non esente da venature delinquenziali, è stata tale da lasciare una traccia profonda nella memoria collettiva del popolo italiano.
[NOTE]
203 AUSSME, I 1, b. 51, f. 1825, bande irregolari di controguerriglia, aprile 1944.
204 C. Gentile, I crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-1945, Einaudi, Torino 2015, p. 54.
205 L'analisi delle politiche di repressione dell'Italia fascista nei Balcani meriterebbe un discorso a parte, che, per ragioni di spazio, non è possibile fare. Senza quindi nessuna pretesa di esaustività, sul tema dell'occupazione italiana della Jugoslavia si possono citare in primo luogo gli studi di E. Gobetti, Alleati del nemico: l'occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), Laterza, Bari-Roma 2013, di F. Caccamo -L. Monzali (a cura di), L'occupazione italiana della Jugoslavia 1941-1943, Le Lettere, Firenze 2008 e di J. H. Burgwyn, L'impero sull'Adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia cit., che si vanno ad aggiungere a quelli pionieristici di Enzo Collotti e Teodoro Sala, di cui mi limito a segnalare soltanto E. Collotti - T. Sala, Le potenze dell'Asse e la Jugoslavia: saggi e documenti, 1941-1943, Feltrinelli, Milano 1974. Per quanto riguarda più nello specifico gli aspetti militari dell'occupazione italiana della Slovenia si vedano A. Osti Guerrazzi, Esercito italiano in Slovenia 1941-1943 cit. e M. Cuzzi, L'occupazione italiana della Slovenia, Ufficio storico dello stato maggiore dell'esercito, Roma 1998, a cui è possibile aggiungere la raccolta documentaria curata da T. Ferenc, Si ammazza troppo poco: condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana 1941-1943, Istituto per la storia moderna, Lubiana 1999. Per quanto riguarda, invece, la guerra in Montenegro oggi si dispone dello studio di F. Goddi, Fronte Montenegro: occupazione italiana e giustizia militare (1941-1943), LEG, Gorizia 2016, anche se conservano la loro validità gli apporti di G. Scotti e L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere: storia dell'occupazione e della guerra italiana in Montenegro, 1941-1943, Mursia, Milano 1987 e Id. L'inutile vittoria. La tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, 1941-1942, Mursia, Milano 1989. Si preoccupano maggiormente di sfatare il mito del “bono italiano” i contributi di D. Conti, L'occupazione italiana dei Balcani: crimini di guerra e mito della brava gente (1940-1943), Odradek, Roma 2008 e C. Di Sante, Italiani senza onore: i crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1945), Ombre corte, Verona 2005. Di più ampio respiro, infine, i lavori di E. Aga Rossi -M. T. Giusti, Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945, Il Mulino, Bologna 2011 e D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
206 Sui caratteri specifici della guerra civile, resi ancora più aspri, come sostiene Toni Rovatti, da «un surplus di efferatezza riconducibile alla particolare commistione fra moventi privati e ragioni pubbliche», si vedano le considerazioni espresse da Gabriele Ranzato nel saggio introduttivo al volume da lui stesso curato sulle guerre civili in età contemporanea, Un evento antico e un nuovo oggetto di riflessione, pp. IX-LVI in G. Ranzato (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 1994. Per il giudizio di Toni Rovatti cfr. Id. Leoni vegetariani cit. p. 130.
207 A. Osti Guerrazzi, Storia della Repubblica sociale italiana cit. pp. 178-179.
208 AUSSME, Fondo Associazione Divisione Monterosa, b. 7, f. 7, disciplina nelle retrovie, 28 febbraio 1945.
209 M. Giovana, Le popolazioni alpine nella guerra partigiana del Cuneese, p. 170 in G. Agosti et alii, Aspetti della Resistenza in Piemonte, Book's store, Torino 1977, pp. 137-180.
210 G. Dolfin, Con Mussolini nella tragedia cit. pp. 173-174. Le annotazioni di Giovanni Dolfin portano la data del 21 dicembre 1943.
211 L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere cit. p. 68.
212 AUSSME, I 1, b. 39, f. 1259, dipendenze disciplinari di reparti dislocati nel territorio del 206° comando regionale, 11 gennaio 1945.
213 D. Gagliani, Violenze di guerra e violenze politiche. Forme e culture della violenza nella RSI cit. p. 314.
214 Sulle brigate nere l'opera di riferimento è naturalmente quella di D. Gagliani, Brigate nere cit. Sulla X MAS si veda J. Greene -A. Massignani, Il principe nero. Junio Valerio Borghese e la X MAS, Arnoldo Mondadori, Milano 2017; sulla legione Ettore Muti M. Griner, La “pupilla” del duce cit. Sulla legione Tagliamento, formalmente inserita nella GNR, si dispone dell'ottimo studio di S. Residori, Una legione in armi cit.
Stefano Gallerini, "Una lotta peggiore di una guerra". Storia dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2021

domenica 20 agosto 2023

Gli analisti americani erano convinti che gli jugoslavi volessero invadere i territori italiani al confine


I documenti dell'intelligence statunitense desecretati nel 2002 mostrano come a giudizio di Angleton esistessero due fronti, di importanza vitale, su cui lavorare in Italia: mentre il primo era formato dai confini con i Balcani, il secondo era costituito dai luoghi in cui la forza elettorale dei comunisti cresceva eccessivamente, cosa che accadeva soprattutto in Sicilia. Nell'isola infatti il forte movimento contadino e i successi che la pratica delle occupazioni delle terre andava accumulando avevano fatto sì che il movimento fosse arrivato con tutta la sua forza all'attenzione dei media. Tutti i braccianti e i contadini poveri della penisola guardavano alle vicende delle campagne siciliane con partecipazione e speranza. La Sicilia avrebbe potuto quindi attivare un effetto domino nazionale: innescare cioè un'ondata favorevole alle sinistre in tutta la penisola, analogamente a come avrebbe fatto l'Italia con gli altri paesi europei se fosse caduta in mano ai comunisti - pericolo di cui aveva avvertito Kennan nel suo celebre lungo telegramma. Angleton aveva puntato interamente l'attenzione su questi punti caldi: il 12 febbraio del 1946 inviò al War Department dell'SSU e al direttore stesso del servizio un cablogramma cifrato, nel quale richiedeva immediatamente almeno 10 ufficiali, necessari per una "fase militare": "Oltre agli ufficiali in sostituzione del personale che deve andare in congedo, ho bisogno immediatamente di almeno 10 ufficiali che vanno assegnati come agenti di emergenza, e per aprire e far funzionare stazioni a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Tutti gli ufficiali che saranno inviati per questi scopi devono essere sottoposti ad un periodo di intenso addestramento a Roma prima di assumere i futuri incarichi. Il personale richiesto serve per una fase militare". <394
Gli agenti di cui Angleton faceva richiesta agli uffici dell'SSU di Washington non dovevano quindi essere agenti normali, personale militare di tipo impiegatizio: dovevano operare concretamente sul campo. Il direttore dell'X-2 non aveva bisogno di "novellini" da ufficio, e cercò di fare intendere fra le righe questa esigenza ai suoi superiori scrivendo nelle conclusioni del cablogramma: "Spendere una grande percentuale del nostro tempo per riscrivere e rivedere i rapporti, quando invece c'è urgenza di operazioni di lungo termine, non sarebbe il caso: per questo è impossibile nella presente fase sovraccaricarci di personale militare che si occupi più che altro di leggere e scrivere", un modo elegante, nel linguaggio necessariamente formale usato per scrivere ai superiori di Washington, per far capire che aveva bisogno di gente pronta a tutto.
Nel documento, come si è visto, il capo dell'X-2 parla esplicitamente di una inquietante "fase militare". Il contesto di pace in cui operava, considerato che il conflitto era finito in tutto il mondo già da diversi mesi, fa presumere che lo scenario bellico per il quale erano destinati i nuovi agenti fosse in realtà una guerra coperta, condotta mediante operazioni clandestine. Tali operazioni clandestine del resto erano la modalità con cui il controspionaggio affrontava i compiti più importanti, in un momento storico in cui il primo obiettivo era il mantenimento dell'Italia nello schieramento occidentale. Sul confine orientale proprio in quei mesi le tensioni si facevano crescenti, e gli analisti americani erano convinti che gli jugoslavi volessero invadere i territori italiani al confine e da lì provocare un'insurrezione comunista nel paese, per poi invaderlo direttamente, con una manovra che avrebbe avuto il coinvolgimento del Partito comunista, garante del sostegno dall'interno <395.
Alla luce di questi documenti la fase militare, per la quale Angleton aveva un bisogno così urgente di agenti, sembra dunque da intendersi come una fase di operazioni paramilitari, volte a contenere l'avanzata di quello che, agli occhi dell'intelligence statunitense, appariva come un unico fronte comunista articolato in due diverse minacce: la possibile invasione jugoslava sui confini orientali della penisola e l'ascesa dei partiti di sinistra.
Le elezioni amministrative svoltesi nel marzo del '46 indicarono poi come la forza dei due partiti della sinistra - il Pci ed il Psi - fosse ulteriormente in piena ascesa. I vertici del controspionaggio statunitense a Washington temevano, sulla base dei rapporti che ricevevano dall'Italia, una manovra a tenaglia da parte dei comunisti: se la pressione delle truppe jugoslave sul versante nord-orientale si fosse fatta insostenibile, nello stesso momento in cui sul versante meridionale gli equilibri politici si fossero spostati in favore del partito guidato da Togliatti - come sembrava che stesse accadendo soprattutto in Sicilia vista la crescente forza del movimento contadino - non sarebbe rimasto alcuno spazio di manovra per frenare la caduta dell'Italia nell'orbita comunista, catastrofica eventualità che rendeva pertanto necessaria un'attività coperta e paramilitare preventiva.
Il 15 febbraio Angleton scrive a Washington riportando l'informazione che "l'ambasciata sovietica stava forzando" i comunisti italiani a "provocare una crisi di governo per scatenare una guerra civile" <396. Fu proprio in previsione di questi scenari dunque che il capo dell'intelligence statunitense fece richiesta ai suoi superiori di agenti che fossero pronti ad operare sul campo, per quella che aveva appunto definito una "fase militare" <397.
[NOTE]
394 NARA, RG 226, Entry 210, Box 457, Folder "In Rome 1/8/46 - 9/30/46", cablogramma cifrato classificato con il grado di segretezza "confidenziale" del 12 febbraio 1946, inviato da Angleton al War Department- Strategic Services Unit.
395 Secondo Angleton ed i suoi agenti inoltre c'era la possibilità, giudicata concreta, che qualora il clima internazionale fosse diventato ancora più teso, il Pci stesso avrebbe potuto "richiedere l'intervento delle truppe  russo-jugoslave schierate sulla frontiera orientale italiana" per prendere il potere in Italia. Rapporto a firma di George C. Zappalà, uno degli agenti di Angleton, riprodotto nell’antologia a cura di N. Tranfaglia, Come nasce la Repubblica, cit., pp. 415-420.
396 NARA, RG 226, Entry 216, Box 6 (Original Box 3), Folder 27, cablogramma inviato da Angleton al War Department dell'SSU di Washington, il 15 febbraio 1946.
397 Il primo maggio 1947, su una delle alture che circondano la spianata di Portella della Ginestra, di fronte a quella dove si trovava Giuliano, prima della sparatoria alcuni testimoni videro proprio un reparto di uomini della Decima Mas in assetto militare, appostati fra le rocce, fare il saluto e il grido della formazione, come testimoniarono durante il processo. Portella della Ginestra potrebbe forse prospettarsi dunque come la prima applicazione di queste operazioni paramilitari per le quali si stava preparando Angleton. Cfr. R. Mecarolo e A. La Bella, Portella della Ginestra, Milano, Teti editore, 2003; cfr. a questo proposito anche A. Giannuli, Turiddu e la trama nera, Roma, Nuova Iniziativa Editoriale (l’Unità), 2005.
Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma "Tor Vegata", Anno accademico 2009-2010

domenica 13 agosto 2023

Le Fiabe sono state dedicate a Raggio di sole, certo, ma non è solo una dedica a R.D.S, una dedica all’amata, è di più


Nell'opera Gli amori difficili sono presenti anche dei racconti che implicitamente contengono dei riferimenti autobiografici alla vita dello stesso Calvino e in particolare alla sua relazione amorosa con l'attrice Elsa de' Giorgi <113, come "L'avventura di un viaggiatore" e "L'avventura di un poeta". Il primo dei due testi ha come protagonista Federico, un uomo che abitualmente compie lunghi viaggi in treno durante la notte per raggiungere Roma, dove vive la fidanzata Cinzia.
Giulia Zanocco, I personaggi femminili nella narrativa di Italo Calvino: stereotipizzazione e complessità, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2019-2020

Tra il 1956 e il 1958, tra le Fiabe e l’uscita dei Racconti, gli avvenimenti della vita di Calvino sono numerosi: tra questi, l’uscita dal Pci, Il barone rampante, La speculazione edilizia, La nuvola di smog e molti racconti de Gli amori difficili, e si tratta della produzione calviniana più compromessa con l’autobiografia. Vale la pena quindi di fare una preliminare analisi testuale ravvisando i collegamenti tra questi testi e i motivi accennati nei brani delle lettere oltre alle somiglianze tra i personaggi inventati nelle opere e le figure della sua vita. Individuando e interpretando la peculiarità della scrittura calviniana si può dire che si tratta quindi di racconti in cui Calvino rielabora spunti autobiografici e si racconta senza freni, mostrandosi nella più cruda debolezza del suo percorso intellettuale ancora in fieri, pur non assumendosi direttamente la responsabilità del genere mediante l’identità di autore, narratore e protagonista. Se ci domandiamo quindi quanto delle lettere sia stato sviluppato nelle opere e quanto di Calvino sia stato mostrato nelle lettere, in entrambi i casi la risposta è ‘molto’.
Proprio mentre sta lavorando alle Fiabe scrive alcune lettere in cui scende così nel profondo da entrare in crisi sulla sua capacità creativa. Calvino oscilla, per quanto concerne la propria vocazione letteraria, tra momenti di entusiasmo e momenti di sconforto.
"È un momento in cui mi sento più che mai senza prospettive, non so cosa sarà di me (…), ho girato per due giorni per le stanze come una belva in gabbia , convincendomi che nessuna delle idee che ho in testa sono capace a sviluppare in una narrazione. Ho puntato troppo alto, ho disperso le mie forze, ora non ho nemmeno quella mano sicura, quell’inclinazione dell’occhio anche limitata, parziale, che permette a uno scrittore di continuare il mondo, a far piccole scoperte. <115
(…) un fiume quasi secco. Dovrei fare un’operazione coraggiosa: rinunciare decisamente alla narrativa e mettermi a fare solo il saggista, il critico. Ma non ho il coraggio di rinunciare a una strada intrapresa e così non faccio né uno né l’altro; m’impegno in lavori che sono solo degli alibi, come queste Fiabe. Ecco, mi viene fuori solo una lettera triste come questa, e voleva invece essere una lettera per essere più vicino a te, combattere la tristezza degli ostacoli". <116
Lo scrittore si lamenta sul suo “continuo cambiar di genere, dalla fiaba all’autobiografia, dalla secchezza neorealistica all’aura simbolistica” e così le Fiabe inizialmente gli paiono un alibi, si ritrova diviso tra l’esigenza di far critica e una necessità di creazione; solo dopo, con l’impegno assiduo di un anno, il lavoro delle Fiabe lo conquisterà a tal punto da assorbirlo totalmente, tanto da domandarsi: “riuscirò a rimettere i piedi sulla terra?” <117.
Le Fiabe sono state dedicate a Raggio di sole, certo, ma non è solo una dedica a R.D.S, una dedica all’amata, è di più: è un orientamento a nuove tematiche, come l’amore e come la bellezza, delle quali non aveva sentito un richiamo così forte fino ad ora. È proprio nel mezzo di questo cambiamento che si inserisce una polemica di Calvino contro il disinteresse nei confronti valore estetico da parte di uno studio critico, talvolta troppo altero e lontano dal riconoscere un istinto archetipico nell’uomo che lo porta ad avere esigenza, da sempre, di inserire il reale all’interno di una cornice fantastica. È una logica antica, eterna e perduta che l’uomo moderno ha estrema necessità di riscoprire e recuperare. Calvino tratteggia i limiti e i doveri di chi dovrebbe fare la letteratura e su come si dovrebbe farla e da dei consigli efficaci sulla “retorica” del saggista-conferenziere sulla necessità di:
"(…) nascondere tutto l'apparato libresco, e far parere che tutti i giudizi, gli aforismi, i paradossi ti vengano fuori come fischiettando (…). Questa è l'arte dei saggisti "artisti", dei pensatori d'ingegno e di stile, e quel che li distingue dal professorone, il quale invece per ogni ideuzza scomoda mezza storia della filosofia (…) <118
Mi piacerebbe riflettere, cosa che tutti questi professori non fanno, sul perché della fortuna di certi motivi, sul perché si affondano più in certi luoghi che in certi altri, cioè sulle ragioni prime della poesia, del bisogno poetico e fantastico degli uomini. L’indifferenza al fatto estetico da parte di questi studiosi mi pare il più grande limite delle ricerche di questo tipo". <119
[NOTE]
115 “cara Paloma, il mio Visconte è un libro freddo, meccanico”: le idee, le crisi, gli errori dello scrittore Calvino nelle lettere a Elsa de’ Giorgi di Paolo Di Stefano del 11/08/2004
116 M. Corti, Un eccezionale epistolario d’amore in Vuoti del tempo, Bompiani, Milano 2003 p.144 (contenuto anche in G. Bertone, Italo Calvino: a Writer for the Next Millennium. Atti del Convegno Internazionale di Studi)
117 Introduzione alle Fiabe in I. Calvino, Fiabe Italiane, raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino, Einaudi, Torino 1956
118 “cara Paloma, il mio Visconte è un libro freddo, meccanico”: le idee, le crisi, gli errori dello scrittore Calvino nelle lettere a Elsa de’ Giorgi di Paolo Di Stefano del 11/08/2004
119 M. Corti, Un eccezionale epistolario d’amore in Vuoti del tempo, Bompiani, Milano 2003 p.145 (contenuto anche in G. Bertone, Italo Calvino: a Writer for the Next Millennium. Atti del Convegno Internazionale di Studi)

Eugenia Petrillo, Italo Calvino ed Elsa De Giorgi: l’itinerario di un carteggio, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2014-2015

domenica 6 agosto 2023

Sul Col del Lys era confermato che vi era stato un agghiacciante massacro di partigiani


Il 1° luglio del 1944 era uno splendido sabato. All'improvviso nel cielo azzurro comparve un aereo. Qualcuno, tra i partigiani, pensò a un aviolancio - non ve ne erano ancora stati dall'inizio della Resistenza - era invece un ricognitore tedesco diretto chissà dove e non destò allarme. La giornata trascorse tranquilla. Verso sera il cielo si oscurò e nella notte un violento temporale si scatenò in valle èSusa] sradicando alberi e scoperchiando alcune baite meno protette. La notte passò serenamente nel distaccamento dei cremonesi, "nella baita illuminata da un paio di candele si levò un fievole coro che poi si irrobustì. Erano canzoni note, ma l'atmosfera era nuova, di una dolcezza infinita" <270 che i partigiani intonavano per combattere il freddo e il temporale che stavano rattristando la serata.
Verso le sette del mattino del 2 luglio si sentì un colpo di fucile seguito da una raffica di mitra. Era il segnale di allarme convenuto della 17a brigata Garibaldi. Arrivò concitato e trafelato dalla Frassa, Sauro Faleschini, cremonese diciottenne buon camminatore che "Deo" aveva voluto con sé come staffetta: "stanno venendo su, numerosi e armatissimi, tedeschi e camicie nere" <271. La "Felice Cima" stava per essere attaccata dai nazifascisti. La notizia del rastrellamento giunse presumibilmente prima ai distaccamenti stanziati all'imbocco della Valle di Rubiana, interamente occupata dalla brigata. Tra quelli c'era il distaccamento comandato da Mauro Ambrosio "Bil" di cui faceva parte Federico Del Boca. Del Boca nel suo diario, scrivendo del rastrellamento del 2 luglio, non cita il luogo dove era alloggiato il distaccamento, ma dice che era "un posto pericoloso, vicino alla strada, eravamo come l'avanguardia di tutti (…) c'erano poche casupole in parte disabitate; però aveva un belvedere magnifico, si vedeva la strada che andava al Col del Lys e, sottostante il paese di Rubiana, si dominava tutta la valle" <272.
All'alba le pattuglie del distaccamento di "Bil" portarono la notizia che ad Almese vi erano una ventina di carri armati e autoblinde che stavano per proseguire verso Rubiana. I tedeschi e i fascisti stavano risalendo la valle per effettuare il rastrellamento. Secondo la testimonianza di Del Boca giunse al loro distaccamento un partigiano appartenente ad un distaccamento stanziato sull'altro versante della valle, alle pendici della Rocca della Sella, in località Rubiana, che riferì ai partigiani di "Bil" come i nazifascisti avessero raggiunto già quella zona della valle e avessero catturato molti partigiani <273.
Quindi le truppe tedesche e quelle italiane stavano risalendo la valle da entrambi i versanti e, superiori in mezzi e armi, superarono facilmente i tentativi di contrastare la loro avanzata messi in atto dai primi distaccamenti della brigata messi a presidio della valle. Il comandante "Bil" dispose subito il distaccamento in posizione difensiva. Le armi erano poche, il distaccamento faceva affidamento su due mitragliatrici una da 7 mm e l'altra da 20 mm, sprovviste di piedistallo e di munizioni. Gli uomini di "Bil" attendevano che i fascisti e i tedeschi si avvicinassero per aprire il fuoco, "i loro elmi cominciarono a brillare sotto il sole; avanzavano lentamente a scacchiera avvicinandosi sempre più, perché prevedevano un attacco di sorpresa; intanto a noi faceva paura il modo in cui, avanzando, si allargavano; si finiva col rimanere circondati" <274.
"Bil" ordinò allora, per scongiurare l'accerchiamento dei propri uomini, come mossa difensiva, la disposizione a ferro di cavallo, tenendo così il più a lungo possibile la posizione che avrebbe permesso ai compagni delle retrovie di portare in salvo i feriti e i pochi rifornimenti di cui i partigiani disponevano. Gli uomini di "Bil" riuscirono a mantenere le posizioni per poco tempo, i nazifascisti numerosi e meglio armati avanzano inesorabilmente. A quel punto ai partigiani non rimaneva che disperdersi. Qualcuno cercò di nascondere la roba più ingombrante che si aveva dentro a delle buche scavate nei pressi del magazzino del distaccamento, gli oggetti più facilmente trasportabili i partigiani li portarono con sé. Il gruppo di "Bil" ripiegò verso il castello di Mompellano, la sede del comando della 17a brigata Garibaldi, inseguiti dai nazifascisti che, superato l'ostacolo dei primi distaccamenti, procedevano verso il Col del Lys. Durante il ripiegamento verso il colle "vedemmo su una altura un gruppo di uomini che agitavano le braccia in segno di saluto. "Sono dei nostri compagni". (…) ci avvicinammo con gran fatica, eravamo carichi, chi aveva le armi pesanti, chi le cassette di munizioni, chi i viveri; ogni tanto i nuovi compagni ci salutavano: "venite siamo della squadra di Carlo". Io l'avevo conosciuto, il nome era di battaglia; sentendolo mi sentii subito meglio, mi ricordo che lo dissi a Bil; intanto si vedevano le divise da partigiani, erano ben armati, c'erano delle mitraglie che sembravano rivolte verso di noi, altri uomini erano stesi a terra come pronti a far fuoco; ogni tanto un richiamo e persino qualche parola in torinese; arrivati ad una cinquantina di metri tutti raggruppati, all'improvviso aprirono il fuoco in massa; io che ero tra i primi fortunatamente mi trovai dietro ad una piccola sporgenza e vidi quei maledetti che si toglievano le divise da partigiani ridendo a squarciagola e sparando" <275.
Decimati dall'agguato fascista i superstiti del gruppo di "Bil" riuscirono a raggiungere Mompellato, unendosi ai gruppi di partigiani comandati da "Deo" che cercavano di difendere il comando di brigata che era posto in una buona posizione strategica, tutto intorno non vi erano alberi o rocce dietro cui proteggersi (il nome Mompellato deriva proprio da questa caratteristica morfologica), chi voleva attaccare doveva compiere l'azzardo di avanzare allo scoperto. La squadra comandata da "Bil" si pose sul fianco destro della squadra comandata da "Deo". I partigiani resistettero fino a quando i militi della Repubblica sociale utilizzarono l'artiglieria. A quel punto il primo distaccamento a ripiegare fu quello di "Deo", seguito poi dal gruppo di "Bil" entrambi diretti verso il monte Civrari, montagna rocciosa e ben riparata dall'artiglieria che continuava a sparare. La nebbia, provvidenzialmente scesa in quel momento, aiutò i partigiani nel ripiegamento, ma non tutti riuscirono a mettersi in salvo.
Quando tre giorni dopo il rastrellamento il distaccamento di "Deo" riuscì a ricomporsi mancavano all'appello i partigiani del gruppo dei fratelli Scala. Notizie confuse giungevano dai contadini circa la situazione lasciata dal rastrellamento. Sul Col del Lys era confermato che vi era stato un agghiacciante massacro di partigiani. I garibaldini della 17a brigata Garibaldi giunti sul posto si trovarono davanti a 26 giovani compagni massacrati in modo indescrivibile. Il parroco don Stefano Mellano di Bertesseno, località nei pressi del Col del Lys, che con il parroco don Evasio Lavagno di Mompellato era giunto sul posto per dare i sacramenti alle vittime, ha scritto: "Al due luglio vi fu una strage al Col del Lys. Arrivarono vestiti da partigiani, cantando le canzoni dei partigiani, ed i partigiani nel Castello non se ne accorsero. Quando ebbero sentore del pericolo erano chiusi da tre parti: essi, quelli che fuggirono verso Bertesseno andarono nelle loro mani. Furono presi in numero di 23 dal mio versante e massacrati con le baionette e bastonate; infine li portarono sulla strada di Niquidetto e lì li fucilarono. Via i tedeschi andai con alcuni uomini e ne trovammo tre gruppi di morti giù della scarpata della strada. Gli uomini li portarono sulla strada ed il giorno cinque luglio vennero molti partigiani dai dintorni e tutti i compagni per il riconoscimento; cinque, purtroppo furono irriconoscibili. Con il parroco di Mompellato benedicemmo un pezzo di terreno secondo il rituale. Intanto giunsero le casse e ad ognuno fu posto un'ampolla con il nome oppure con i connotati, che si poterono prendere. Molti mi diedero l'indirizzo e scrissi io ai loro parroci, che avvisassero le famiglie dell'accaduto" <276.
[...] Dei ventisei partigiani trucidati sul Col del Lys solo di diciannove è stato possibile ricostruirne la carriera partigiana nella 17a brigata Garibaldi perché i loro nominativi sono presenti nel database del partigianato piemontese. Fatta eccezione per Guerrotto di cui è nota solo la data e il luogo di nascita, per i sei sovietici, dei quali si conosce solo l'onomastica, sappiamo invece che appartenevano tutti allo stesso distaccamento formatosi il 1° maggio 1944, quando una quarantina di prigionieri sovietici adibiti alla riparazione del tronco ferroviario Rivoli-Avigliana, dopo aver preso contatto con Maria Lazzaretto, suo fratello Franza e con il comandante "Alessio", decisero di passare nella 17a brigata Garibaldi. Costituirono un loro distaccamento comandato da Andrei Gretčko, ufficiale dell'esercito sovietico, e si stanziarono oltre il villaggio di Courmayan, un punto strategico di estrema importanza che conduceva al valico per la Francia, dove operavano altre formazioni partigiane. Molti erano ucraini e georgiani, alcuni di Mosca e di Leningrado. Quasi tutti erano stati fatti prigionieri sul fronte del Don. Secondo la testimonianza di Osvaldo Negarville "se ne stavano appartati, difficilmente erano loro a cercare il contatto con i distaccamenti italiani, e la cosa sulle prime ci stupì. Ma in seguito ne capimmo il motivo: non volevano forzare i tempi, non volevano pretendere la nostra fiducia senza averci dato valide prove; attendevano l'occasione per dimostrare coi fatti che erano veramente nostri fratelli di lotta" <277. I sovietici, impiegati in Val di Susa dai tedeschi prevalentemente a presidio della linea ferroviaria Torino-Modane, erano ben organizzati e soprattutto ben armati. "Alessio" parlando dei partigiani che entravano nella sua brigata ha detto che "i russi e i cecoslovacchi erano armati, i cremonesi no" <278. Circostanza confermata dalla Gobetti che passando in rivista i partigiani della brigata Gl "Stellina" ne aveva avuto una grande impressione: "i cechi se ne son venuti su senza colpo ferire, portandosi l'equipaggiamento completo, divise, armi, coperte, tende, pentolini. Qui han montato le loro tende e tengon tutto in ordine perfetto: pentolini lucidissimi, divise ben pulite, armi perfettamente forbite. Formano un gruppo a sé con un proprio capo e sono organizzati e disciplinatissimi (- Si lavano i piedi tutti i giorni, - m'ha sussurrato un nostro partigiano valsusino con accento non ho ben capito se di compianto o di ammirazione). Vedemmo anche le postazioni delle mitragliatrici, molto ben occultate" <279.
L'occasione per dimostrare tutto il loro valore militare ai partigiani sovietici della "Felice Cima" non tardò a presentarsi.
[NOTE]
270 Fogliazza, Deo e i cento cremonesi in Val di Susa, cit., p. 43
271 Ibidem
272 Del Boca, Il freddo, la paura e la fame, cit., p. 76
273 Ivi, p. 108
274 Ivi, p. 109
275 Ivi, cit., p. 112
276 Giuseppe Tuninetti, Clero, guerra e resistenza nella diocesi di Torino (1940 – 1945). Nelle relazioni dei parroci del 1945, Edizioni Piemme, Torino 1996, cit., p. 269
277 Galleni, I partigiani sovietici nella Resistenza italiana, cit., p. 135
278 Testimonianza di Alessio Maffiodo in, Armando Ceste e Chiara Sasso (a cura di), Mai tardi. La Resistenza in Val di Susa, Index Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, Torino 1996.
279 Gobetti, Diario partigiano, cit., p. 167
Marco Pollano, La 17a Brigata Garibaldi "Felice Cima". Storia di una formazione partigiana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2006-2007