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giovedì 6 maggio 2021

Li scrivevo per necessità economiche


[...] A detta dell’autore le prose da raccogliere sarebbero talmente tante da poter costituire un intero volume, ma il lavoro di revisione, riscrittura e riordino richiederebbe un grande impegno sul quale Caproni stesso, che ha lasciato dispersa sui giornali la maggior parte della sua opera narrativa, mostra molti dubbi:
"Ecco, siccome io li scrivevo, appunto, e li intitolerei “Racconti scritti per forza”, li scrivevo per necessità economiche, non mi curavo se un’immagine, un periodo, che già era nel precedente, entrava nel suo seguente… dico: “intanto il lettore figuriamoci se se lo ricorda”. Non c’è mai stata l’intenzione di raccoglierli. Quindi adesso io dovrei fare questa revisione e proprio non me la sento. A parte, poi, il genere di scrittura: io, essendo appassionato di latino… e si sente in questi racconti… proprio l’uomo abituato ad andare a cavallo che quando cammina a piedi caracolla… almeno, io così sento; e molti invece vedono proprio in questo l’originalità". <27
Il poeta torna più volte a ricordare la necessità economica che lo spinse a scrivere in prosa, quasi giustificando la precarietà di alcuni racconti che, soprattutto stilisticamente, non lo soddisfano per certi errori compiuti con leggerezza, contando sulla disattenzione del suo lettore e sulla libertà di un genere sottoposto a regole meno rigide di quelle che governano il verso. Egli ribadisce anche l’influenza degli autori latini sulla sua scrittura, originale e particolare e dotata di un’individualità che la rende difficile da confrontare con altre. A questo proposito, Adele Dei evidenzia come la prosa dell’autore sembri essersi svolta «soprattutto in solitudine e dall’interno» <28, senza l’aiuto di esempi cui attingere o di suggestioni altrui cui fare riferimento. Riprendendo un’espressione attraverso la quale Pier Vincenzo Mengaldo descrive l’esordio del poeta, si può quindi affermare che anche il Caproni narratore «non somigliava a nessuno» <29 ed era uno scrittore «subacqueo». <30
L’interesse che l’autore rivolge ai propri scritti è piuttosto tardo e solamente a partire dagli anni Settanta egli esprime la volontà di scegliere parte delle sue prose da raccogliere in volume, così il memoriale di guerra Giorni aperti, il racconto lungo Il labirinto e Il gelo della mattina, ultimo capitolo di quel romanzo rimasto incompiuto, entrano a far parte di una piccola raccolta intitolata Il labirinto e pubblicata per Rizzoli nel 1984. Le tre storie, scritte in anni diversi, hanno tutte vicende editoriali differenti, ma sono caratterizzate da un autobiografismo che le accomuna tra loro e dal tema della guerra che, seppur non con la stessa intensità, fa da sfondo a ciascuna trama. Per la loro apparizione in volume, Caproni corregge e rende più moderni i tre racconti scelti, i quali passano attraverso una ferrea revisione che tuttavia non toglie loro «il sapore dei tempi in cui furono scritti». <31
Le altre prose invece, rimaste disperse su riviste e giornali, catturano l’attenzione del loro autore soprattutto grazie al consolidato successo poetico, unito all’incoraggiamento di critici quali Luigi Surdich e Pier Vincenzo Mengaldo che insistono per un’edizione degli scritti narrativi e che spingono Caproni a riconsiderare i propri racconti e a progettarne una raccolta alla quale si dedicherà in maniera intermittente fino agli ultimi anni.
Nell’archivio delle carte del poeta sono conservati due elenchi di racconti, uno intitolato Racconti da me scritti e l’altro Racconti scritti per forza: il primo è a sua volta bipartito in Racconti brevi, circa trentasei prose, e Racconti lunghi tra i quali sono inclusi Il gelo della mattina, Il labirinto e La maliarda; un posto indipendente è riservato invece alle Cronache per il lotto. [...]
27 G. Caproni, “Era così bello parlare”. Conversazioni radiofoniche con Giorgio Caproni. cit. p.179.
28 A. Dei, Introduzione a G. Caproni, Racconti scritti per forza, cit. p.9.
29 P.V. Mengaldo, Per la poesia di Giorgio Caproni, in L’Opera in versi, cit. p.XI.
30 Ivi, p. XI: «Oggi non c’è dubbio per qualunque persona sensata che Caproni sia tra i massimi e piùoriginali poeti del dopo-Montale. Ma a lungo la sua è stata invece una storia subacquea, tanto da non consentirgli neppure l’ingresso nei Lirici nuovi di Anceschi (1943), bibbia poetica dell’epoca, quando già aveva fatto conoscere alcune raccolte più che notevoli».
31 A. Dei, Introduzione a G. Caproni, Racconti scritti per forza, cit. p. 10.
Lucia Pasqualotto, «Del racconto però mi è sempre rimasta la nostalgia»: Giorgio Caproni narratore, Tesi di laurea, Università Ca' Foscari, Venezia, anno accademico 2014-2015