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domenica 14 maggio 2023

La zona della Brianza Lecchese ha avuto una storia resistenziale difficile


In questa località denominata Gera, nella primavera del 1944, alcuni partigiani cominciarono a radunarsi alla spicciolata, sotto la guida del capitano Giacinto Lazzarini. Vennero ospitati nel cascinale della famiglia Garibaldi, la cui dimora fu spesso rifugio di Ebrei e perseguitati, prima dell'espatrio nella vicina Svizzera. Pian piano il numero dei partigiani aumentò fino ad assumere le caratteristiche di una formazione dedita ad azioni di disturbo e sabotaggio.
All'alba del 7 ottobre del 1944, sotto una pioggia battente, un commando fascista delle brigate nere, forse a causa di una delazione, sorprese nel sonno dodici partigiani rifugiati nel cascinale. Quattro di loro: Giacomo Albertoli, Alfredo Carignani, Pietro Stalivieri e Carlo Tappella furono fucilati sul posto e i loro corpi lasciati per alcuni giorni sul terreno. Gli otto partigiani superstiti vennero fatti sfilare a mani alzate per le vie di Voldomino e poi fino a Brissago Valtravaglia dove, presso il cimitero, altri cinque vennero fucilati: Giampiero Albertoli, Dante Girani, Flavio Fornara, Luigi Perazzoli, Sergio Lozio. Infine, nello stesso giorno, ultima tappa per i superstiti, l'ippodromo delle Bettole di Varese dove vennero fucilati Elvio Copelli, Evaristo Trentin e Luigi Ghiringhelli.
Il capitano Lazzarini sfuggì alla cattura, mentre la moglie Angela Bianchi, ospite della famiglia Garibaldi, subì in carcere interrogatori e intimidazioni.
Si ricordano in questo luogo altri tre partigiani della Formazione Lazzarini, caduti in imboscate o scontri a fuoco: Domenico Pagliolico, Alfredo Aime, Franco Buffoni [...]
Redazione, I Martiri della Gera, ANPI Sezione di Luino


Non mi sarei mai occupato di Giacinto Lazzarini se non avessi scoperto Gino Prinetti, un giovane militare figlio di una nobile famiglia che cade in combattimento con le brigate valsesiane di Cino Moscatelli. Prinetti è un giovane ventenne, figlio di una famiglia della nobiltà legata ai Savoia, che dopo l’otto settembre si rifugia in Svizzera e poi decide di rientrare in Italia con Edgardo Sogno e si ferma a combattere con i garibaldini. Cade in combattimento e gli è concessa una Medaglia d’Oro alla Memoria. Era nativo di Merate <1, sonnacchiosa cittadina brianzola, dove c’è ancora una villa padronale dei Prinetti. Inseguendo la sua storia scopro che nella piccola città ci sono una sala della Resistenza e un museo dedicato alla Formazione Militare Giacinto Lazzarini. Prinetti e gli altri partigiani locali, un gruppo della 104a brigata Garibaldi G. Citterio, sono relegati sulle pareti esterne e nel sottoscala, la sala è piena di manufatti militari, armi, un paracadute, una radio ricevente, un manichino con una strana divisa, una vetrinetta in cui fa bellavista la Spilla di Göring, del partito nazista, di dubbia provenienza e autenticità. C’è anche un corposo fondo, alcuni faldoni, di documenti che ha lasciato il Lazzarini.
Il 7 ottobre 1944, due compagnie della Scuola Allievi Ufficiali della Gnr di Varese, fra cui la IV, detta “Compagnia del Terrore”, sotto il comando dell’Upi, sono dirottate nel Luinese, con l’obiettivo di sorprendere la banda “Lazzarini”. I partigiani, sorpresi verso le 7.30 nel sonno, in una piccola stalla a pochi metri dalla cascina della “Gera”, sono diciotto. Il diciannovesimo, ferito, è ospitato in casa dei signori Baggiolini, proprietari del fondo. Giunge nel frattempo sul posto il colonnello Enrico Bassani, comandante della Scuola Allievi Ufficiali della Gnr, lasciando al sottotenente Carlo Rizzi dell’Upi la facoltà di soprassedere alla fucilazione “per quegli elementi che potevano interessare”. Dodici fra i partigiani catturati, sono fucilati, ma in località diverse. Alla “Gera”, base della “Lazzarini”, i fucilati sono quattro: Sergio Lozzo, Alfredo Carignani, Flavio Fornari e Pietro Stalliviere. A Brissago Valtravaglia i partigiani passati per le armi, al grido “Viva l’Italia libera”, sono cinque: Giacomo Albertoli, Carlo Di Marzio, Dante Girani, Carlo Tappella e Gianpiero Albertoli. Alle Bettole di Varese, presso l’ippodromo, i fascisti fucilano i tre partigiani più giovani: Elvio Coppelli, venti anni, Evaristo Trentini, ventitré e Luigi Ghiringhelli, di venti anni, abbandonando i loro corpi sul prato per due giorni, come monito alla popolazione. A costituire il plotone di esecuzione sono gli Allievi ufficiali della Gnr. Gli altri sette partigiani sono fatti prigionieri e trattenuti all’Upi di via Dante. Vengono fermate anche quattro donne, quasi tutte del luogo: Maria e Rosa Garibaldi, di Valdomino, Dolores Bodini, una sfollata, e la moglie del Lazzarini, Angela Bianchi. La cascina “Gera” dei coniugi Garibaldi è data alle fiamme, l’annessa casa colonica razziata di mobili, suppellettili, animali e generi alimentari <2.
Giacinto Lazzarini non era presente, si era allontanato con altri membri della banda. Il Capitano Lazzarini <3 nel 1990 donò una serie di documenti al comune di Merate (LC), l’anno successivo il comune della città costituì «Il Museo storico “G. Lazzarini” […] dopo che la moglie del colonnello Giacinto Lazzarini di Muralto donò all’Amministrazione comunale l’archivio del marito» <4.
Questo personaggio è presente in una molteplicità di racconti resistenziali con una ben precisa caratteristica, dopo la tragica conclusione della sua banda nella zona di Luino, la fonte delle notizie sulle sue gesta è solo uno: lui.
Quanto m’interessa ora è ragionare sul perché, sulle ragioni, che hanno reso possibile che i suoi racconti prendessero piede financo a diventare un emblema della Resistenza locale nel Meratese, una sala di un museo della Resistenza a suo nome, un volume che declama le sue gesta; ma anche essere inserito nello Yad Vashem come giusto tra le nazioni. Nel 1976 gli è stata data la cittadinanza onoraria di Merate con la motivazione che la città ha rischiato di essere rasa al suolo dai bombardamenti alleati ed è salvata dal suo provvidenziale intervento. Mi è successo di imbattermi in racconti e testimonianze dove l’iperbole delle vicende trascendeva la realtà degli eventi, fatti successi in altri luoghi riportati nei dintorni di Vimercate e Morbegno; si trattava però in genere di una memorialistica che aveva subito il procedere del tempo, episodi inseriti in racconti più vasti che potevano, a ben vedere, essere considerati un’elaborazione senza predeterminazione. Il muoversi di Lazzarini è diverso, c’è dell’ingegno nei suoi racconti, quasi una capacità innata di rispondere ai desiderata di chi lo ascolta, ma c’è anche una superficialità di chi utilizza quanto lui afferma e che mi lascia quantomeno stupito. Può apparire irrilevante, ma il Lazzarini passa tranquillamente dall’essere capitano all’essere colonnello, già questo dovrebbe bastare per mettere in guardia chi utilizza i suoi documenti. Mi si può obiettare che la storiografia è colma di racconti che zoppicano e che i millantatori non ci sono solo nell’ambiente resistenziale ma che coprono l’esperienza umana senza necessariamente prediligerne una condizione. Chi ha frequentato l’ambiente dell’alpinismo non può far altro che sorridere un poco di fronte a questo ragionamento, basterebbe ricordare la polemica in merito alla traversata in solitaria della Hielo Continental di Giuliano Giongo <5. Il problema dei racconti di Lazzarini si pone, però in un modo etico diverso, qui siamo dentro le vicende di una guerra, per alcuni versi civile, che lascia una scia di sangue e che interviene nella modifica dei rapporti comunitari.
Quando dopo alcuni mesi dalla vicenda di Gera di Valdomino (VA) si presenta a Lecco accompagnato da Riccardo Cassin, afferma che il suo compito è ora, fino alla fine del conflitto, quello di coordinare i collegamenti tra i partigiani dell'Alto Lario, di Lecco e della Brianza con le Forze Alleate e di monitorare la presenza e i movimenti delle truppe tedesche.
Se si considera veritiera quest’affermazione, considerando che il suo nome non appare in nessun documento <6, il passo successivo dovrebbe essere quello della riscrittura della storia degli ultimi mesi della Resistenza in questi luoghi: resta sul terreno la difficoltà di far convivere la figura di Lazzarini con i documenti che abbiamo a disposizione.
La zona della Brianza Lecchese, in altre parole il territorio che dalla periferia di Monza va verso i laghi brianzoli di Annone e Oggiono avendo come confine verso la bergamasca il fiume Adda e la stessa Lecco, ha avuto una storia resistenziale difficile. Una capillare presenza degli occupanti tedeschi, la diffusione di un numero consistente di piccole e medie aziende controllate dal RuK (Rüstung und Kriegsproduktion), la mancanza di una tradizione di conflitti operai, l’oggettiva difficoltà geografica di mantenere attive consistenti bande partigiane farà si che i gruppi che si organizzano in questa zona e che poi realizzeranno alla 104a brigata Garibaldi G. Citterio andranno a Milano ad eseguire alcune azioni.
L’altra funzione che questa zona geografica riuscirà a garantire sarà un luogo di occultamento per partigiani, disertori o renitenti alla leva che sono in procinto di salire in montagna o sono in fuga dai rastrellamenti. Non trascurabile sarà anche la funzione di zona da cui partiranno le vettovaglie o i denari per le brigate di montagna. Questo stato delle cose si scontrerà a fine guerra con la necessità nel contribuire alla narrazione di un popolo alla macchia che combatte il fascismo e della funzione che avrà questo combattere come lavacro della ventennale onta fascista. Da questa necessità prenderà vita un racconto che rivendicherà momenti di combattimento collettivi o personali. Il primo troverà nella mandellese Giulia Zucchi la sua musa con un libro di memorie pubblicato alle soglie del secondo millennio; i secondi avranno i loro momenti nelle poche memorie che verranno pubblicate nel Lecchese. La memoria racconterà di Gap e Sap che nascono a ridosso dell’8 settembre e che dalla metà dell’ottobre 1943 saranno operanti le brigate in montagna. Un volume riguardante la 104a brigata G. Citterio sconta l’appiattimento sul racconto retorico della Resistenza <7. La lotta politica che si svilupperà dopo il 1948, non solo tra i partiti di sinistra e le variegate destre ma anche tra il Pci e il Psi, opererà in modo tale che saranno solo le sinistre, e più precisamente il Pci a gestire la memoria della Resistenza locale <8. Questo stato di cose farà sì che un meritorio tentativo fatto da Franco Catalano tra la metà degli anni sessanta del secolo scorso e il decennio successivo, sarà cassato e il lavoro disperso in mille rivoli <9. Nella zona di Merate-Missaglia poi la situazione si presenta ancor più dirompente: qui il presidio meratese della Brigata Nera Cesare Rodini è comandato dal professor Giuseppe Gaidoni, preside delle scuole superiori, la piccola borghesia locale è fascista e non ha subito alcuno sbandamento dopo l’otto settembre. Nel mandamento di Missaglia a comandare il presidio della Gnr è Luigi Formigoni che si renderà compartecipe della fucilazione di quattro partigiani, Natale Beretta, Nazzaro Vitali, Mario Villa, Gabriele Colombo, il 3 gennaio 1945. Nel marzo del 1945 poi, a Merate s’istallerà il comando del Osttürkische Waffenverband der SS con una forza di 4.000 uomini distribuiti tra il Lecchese e il Bergamasco <10. All’insurrezione questo comando non si arrende ai partigiani ma assieme a loro forma delle pattuglie - armate!- miste per il controllo dell’ordine pubblico fino all’arrivo degli alleati. La sbornia per il fascismo nel mondo che aveva riempito le piazzette dei paesini brianzoli finisce nella triste considerazione che i tedeschi e i loro alleati si arrendono solo ad americani e inglesi: succede a Merate ma anche a Mandello del Lario, dove proprio Lazzarini, conosciuto come Athatos-Fulvio, responsabile di una missione dell’Oss, rischia di svelare il proprio bluff. Si è fatto passare per americano e quando i tedeschi chiedono la presenza di un ufficiale alleato per definire la resa, i mandellesi vanno a cercare lui. Riuscirà a sottrarsi con una delle sue grandi capacità inventive. La condizione pre-1945, combattenti per la causa fascista, difficilmente poteva essere sbandierata nel 1945-1946 e così la condizione che si genera successivamente: prigionieri, resistenti a volte riluttanti, occupati da un alleato e liberati da un altro, deve trovare una qualche risoluzione tra le macerie della guerra perduta. Chi la Resistenza l’ha combattuta, può certo recriminare sul dopo, sulle disillusioni e sulla quasi vergogna che alcuni si sentiranno addossata d’essere stato partigiano, ma in cuor suo ha fatto quanto era corretto per ridare e ridarsi dignità, forse prima a se stesso che alla comunità nazionale. Gli altri una qualche identità resistenziale dovranno in qualche modo crearsela. Nella zona Lecco-Brianza Lecchese, le difficoltà elevano a gesto onorevole anche dare un bicchier d’acqua al renitente, al disertore e al partigiano: non c’era nessun ordine o comando da soddisfare se non la propria dignità. Questo dovrebbe bastare, ma non è così, ci si sente inferiori, incapaci di aver affrontato qualcosa di più radicale: nasce un senso d’inadeguatezza. Perché qui non ci si trova senza le case perché bombardate, a Lecco bombardano la ditta Fiocchi e i binari ferroviari, a Merate il vicino ponte sul fiume Adda. Non sono passate le divisioni tedesche in ritirata come sull’Appennino o i militi criminali della Tagliamento; in un paese del Meratese, quando a fine ottobre 1944 si allontana la conclusione della guerra, tutti i renitenti e i disertori si consegneranno e nessuno subisce il carcere o la deportazione, nulla impedisce che lo stesso succeda nei paesi vicini <11. Una volta finita la guerra, passato qualche anno, non ci si può consolare con i caduti partigiani a Milano o con quelli rientrati dalle brigate liguri o comasche, dalla dura esperienza della Jugoslavia o con il ricordo di qualche caduto nei campi di concentramento. Anzi, queste realtà costringerebbero a fare i conti con quanto è successo e della lontananza dalla retorica tradizionale, e allora meglio il silenzio. Val la pena ricordare che la fucilazione di quattro partigiani, il 3 gennaio 1945 a Valaperta di Casatenovo, diventa di pubblico dominio quando Umberto Bossi, segretario della Lega Lombarda, coinvolge il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni perché figlio di Luigi, uno dei presenti alla fucilazione dei quattro. Ci vorranno anni per ricordare Antonio Bonfanti morto a Mauthausen e ancora, qualche anno per riprendere la memoria di Gino Prinetti, mentre sono ancora nell’oblio tre partigiani fucilati a Pusiano: Giuseppe Viganò, Innocente Valassi e Stefano Lanfranconi [..]
[NOTE]
1 Cfr. GABRIELE FONTANA, MASSIMO FUMAGALLI, Gino Prinetti e gli altri caduti e resistenti Merate 1920-1945, Ass. Culturale Banlieue, 2015; ANGELO BORGHI, La storia che non c'è osservazioni sulla Resistenza e sulla Liberazione nel Meratese, «Archivi di Lecco e della provincia rivista di storia e cultura del territorio» a cura dell'Associazione Giuseppe Bovara di Lecco. N. S., a. 27, n. 1 (gen.-mar. 2004), Cattaneo, Oggiono 2004; ANSELMO LUIGI BRAMBILLA, ALBERTO MAGNI, Partigiani tra Adda e Brianza Antifascismo e Resistenza nel Meratese storia della 104^ Brigata S.A.P. Citterio, cit.
2 http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=5045. La località della strage è Luino, Brissago, Varese, in data 7 ottobre 1944. CLAUDIO MACCHI, Antifascismo e Resistenza in Provincia di Varese, Tomo I e Tomo II, Macchione, Varese 2016.
3 Domenico Lazzarini si autonomina capitano o colonnello, non si comprende in base a quali considerazioni. Non ha gradi militari quando si trova citato in documenti pubblici. Nel Registro matricolare del Distretto militare di Milano, è soldato di leva in congedo illimitato perché rivedibile nel tardo 1941. Nel 1982 gli verrà consentito di fregiarsi del titolo onorifico di Tenente. Per ulteriori notizie si rimanda al sito: www.55rosselli.it
4 https://www.memoranea.it/luoghi/lombardia-lc-merate-museo-storico-lazzarini. Ultima visualizzazione 18 luglio 2018.
5 Ancor oggi si può leggere su http://www.barrabes.com/actualidad/noticias/1-1165/hielo-continentalpatagonico-tierra-viento.html questo paragrafo: «El italiano Giuliano Giongo reclamó, con una tienda muy ligera y 35 kilos de carga total, haber sido el primero en cruzar el Hielo Continental en solitario, aunque su logro (que incluía unas cuantas contradicciones e imprecisiones) fue discutido, entre otros, por un polemista nato: Walter Bonatti». Ultima visualizzazione 18 luglio 2018.
6 Ultimamente, la presenza in rete dei documenti delle Brigate Garibaldi e del Partito Comunista Italiano Direzione Nord da parte della Fondazione Gramsci di Roma ha tolto anche l’alibi della difficoltà della consultazione.
7 Cfr. A. BRAMBILLA, E. MAGNI, Partigiani fra Adda e Brianza. Antifascismo e Resistenza nel Meratese. Storia della 104^ Brigata S.A.P. “Citterio”, Cattaneo, Oggiono-Lecco 2005.
8 Va dato merito a Silvio Puccio di aver, per così dire, gettato il sasso nello stagno con il suo volume "Una Resistenza" edito in Lecco da Stefanoni nel 1965.
9 La ricostruzione del lavoro di Franco Catalano è presente nel sito: www.55rosselli.it
10 G. FONTANA, M. FUMAGALLI, Gino Prinetti e gli altri caduti e resistenti Merate 1920-1945, cit., p. 14-15.
Gabriele Fontana e Massimo Fumagalli, La Storia, la politica, la memoria: il caso G.D. Lazzarini, responsabile della Unione Nazionale dei resistenti autonomi e delle delegazioni per l’Italia della Resistenza estera, Associazione Culturale Banlieu