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domenica 21 marzo 2021

La città è una delle tante della riviera dei fiori


Bordighera (IM), incrocio Via Romana - Via Coggiola: lavori... in corso alla data di questo 15 marzo

Petite Fleur, estate che brucia - racconto di Paolo del Monte
Oggi professorini e scrittoruncoli di Cloche Merie vogliono "fare l'avanguardia....." Ciò è ridicolo, e so cosa ne avrebbero pensato gli amici Tzara, Severini, Spazzapan.....
Paolo del Monte viveva scatenato e libero, nuovo ogni istante, gioia e disperazione erano il suo "double" crudele da cui non poteva uscire anche se gli riusciva di uscire da qualche rischiato suicidio, e la vita molteplice nei suoi fenomeni terrestri e infiniti lo riprendeva. Paolo detto Cocco non "voleva" scrivere, a volte in una vita disancorata e indifesa, doveva scrivere, non ne poteva fare a meno.
Le poesie sono bagliori, lampi incisi, densi e luminosi in ritmi scanditi e sicuri.
Potevamo pensare che avesse difficoltà a comporsi in prosa, in questo lungo racconto, si decompone e compone all'orlo di una catastrofe mai dichiarata ma sempre latente e resiste, si svincola e inventa un suo ritmo (che nasce dalla poesia) che gli offre ogni realtà mai integrata alla idiota società del consumo con la sua automazione tecnologica. L'equivoco più volgare, di basso colturismo nazionalautarchico è di confondere tra tecnica (necessaria alla sopravvivenza) e le scienze e la scienza dell'uomo. Già da anni scriviamo che la tecnica che si mangia la scienza dell'uomo e la causa d'ogni crisi e potrà segnare l'inizio d'ogni rovina, e il nuovo "double" infimo attuale dell'uomo "robot-scimmia". Paolo del Monte perfettamente consapevole di questa atroce dissociazione, nonostante tutto cerca vuole e a volte trova la vita, sia che immagini in fantasia terre lontane note ed ignote, sia che nelle blandizie della costa, trovi ogni stato d'animo possibile e impossibile, la sua pagina è ricca e intensa dove l'azione s'intreccia con gli stati d'animo vissuti sempre sino all'orlo di una catastrofe cosmica. Ora che tra noi e Paolo del Monte è tempo morto, Cocco ci raggiunge con le sue poesie con il suo Petite fleur, è vivo e sorridente, raffinato e incredulo verso ogni cretineria di vario colore, ma sempre oltre il bene e il male incerto, convinto che all'uomo occorra libertà integra e totale, ci raggiunge con la sublimazione e supremo-estremo riscatto in arte delle sue alienazioni, che sono poi quelle di un'epoca. Il gioco può sembrare "facile" ai pedanti lette rati italioti, ma Paolo del Monte conosce invece meglio di tanti pompieri della letteratura o delle pseudoavanguardie di paese e provinciali, non solo la vita aperta e misteriosa, ma anche la storiografia scientifica dell'epoca nostra di falliti girabulloni e ominidi.                                  Guido Seborga  - Bordighera, Settembre 1974

appunto non è nato l'uomo nuovo un'alternativa civile-socialista alla bestiale società del consumo di boches e gringos!

pp. 7,8

La città [Bordighera (IM)] è una delle tante della riviera dei fiori, dall'aspetto un po' coloniale. Tolto il piccolo vecchio paese medioevale, il resto ha un aspetto di provvisorio ed artificiale: hotel, pensioni, affittacamere sono le attività principali della gente del posto. Eppure era nata bene questa città, fondata dagli inglesi: piccole ville in stile provenzale sommerse dal verde lussureggiante; "la città delle palme", era. Poi, gli inglesi vinsero la guerra e la sterlina perse valore. I lord e gli ammiragli in pensione divennero rari. Gli italiani, nella ricostruzione, in un delirio di cemento armato hanno smembrato i giardini, demolito le ville erigendo palazzi, alveari inumani. Ora per vedere il mare bisogna andare sulla battigia, le palme, se continua così, andremo al museo per vederle, e saranno di plastica. Per fortuna c'è la crisi edilizia, altrimenti si arrivava ai grattacieli sul lungomare. In compenso c'è il turismo di massa, una folla vociante, dialettale, provinciale e villana, rompe l'incanto dei lunghi silenzi notturni. Gli eroi del sabato sera e della domenica si sentono tutti corridori automobilistici. Il sangue ogni tanto sporca l'asfalto. Turisti, il salumiere di Pavia, la ragazza squillo di Biella, il tranviere di Milano e l'impiegato alla Fiat di Torino. Folla, folla anonima, uguale nei gesti, nel dire o tacere, visi smunti aggemellati dal lavoro a catena, robot rincretiniti dalla civiltà dei consumi, la propaganda dei prodotti di ogni genereli assorderà, accompagnandoli per tutta la vita. Vado sul lungomare in un tranquillo bar all'aperto, mi sdraio sulle apposite sedie, il mare mosso manda pulviscolo salmastro che la brezza diffonde nell'aria, le cactee hanno un brivido di carni verdi, l'ansimare profondo del mare mi culla come morbida nenia. Mi crogiolo al sole. Oh il sole! Lo porto nell'anima, mi entra nelle vene, sono un figlio del Sole. I miei pazzi antenati vennero dall'oriente solatio, dai deserti roventi. Poi un lungo vagare, cittadini del mondo per disperazione, dalla Spagna cacciati dalla cattolicissima Isabella siamo approdati qui, in questa povera Italia tollerante.
Passa il letterato Guido che saluta con un cenno della mano, incede con lunghi passi, è sulla pista di una femmina; come segugio segue la preda. Anche lui, è un sefardita dal profilo sumerico, ci vuole poco, per immaginarlo vestito in un certo modo, con una scimitarra al fianco: anche lui è un figlio del Sole. Sul mare di cobalto, lontano passa una nave bianca, bianchissima, miraggio pare, di moschea smagliante. Petite fleur, suona il sax del vecchio Sidney Bechet, è il disco nuovo dell'estate. Non ho niente da fare e sono contento di non fare niente, malgrado tutto sono innamorato della vita che mi sono costruito. Bevo un Bacardi, bianco rum di Martinica, che ricordo con tenerezza quasi dolorosa, laggiù, lontana come un sogno; Martinica, amore bruciante di Margot dalla pelle di vellutato ebano, laggiù, nel caraibico ombelico dell'America. Passa l'uomo delle ostriche, lo fermo. Questo vecchio pescatore dal viso scolpito dalle intemperie, il suo secchio di legno con le ostriche, il modo di staccare il mollusco con un coltello e porgerlo innaffiato di limone esercita nel mio intimo un fascino strano, tant'è, che rapito da questa visione mangio trenta delle sue ostriche piuttosto care. Tutto è avvenuto in silenzio come in un rito arcaico e civilissimo. Pago, e ci salutiamo con un cenno del capo. Guardo le azzurre alpi marittime, Nizza, Cannes, S.Tropez, vi tornerò, quando l'estate sarà bruciata. Petite fleur, ripete il disco nel sole abbacinante, chiudo gli occhi, quasi dormo, pervaso da un caldo e benefico torpore. Avverto ciò che mi circonda come cose lontane: sono un'isola beata; se Dio creò il sole è un Dio grande. Il bar è raggiunto da una comitiva di turisti tedeschi, braghe di cuoio, cappelli tirolesi. Questi tarchiati bavaresi vocianti sono sguaiati, e ridono, non per un motivo preciso, ridono per ridere, sì, ridono per niente o per colmo di imbecillità. Qualcuno mi ha detto che è il clima di qui che li fa uscire di senno i teutoni; mah, io so che o come truppa o come turisti, siamo sempre invasi. Sputo un'imprecazione tipicamente ligure, mi alzo, accendo la pipa e passeggio fendendo la folla. Mi siedo su di una panchina, arrivano due giovinastri con una radiolina a tutto volume; è inutile, la pace è avvilita; forse, sulla terrazza del Kursaal... No, è troppo presto; cammino, raggiungo il bar della Posta, entro; uffa, c'è la televisione! un tipo dal video sbraita non so cosa, l'unica è andare nel cesso a leggere il giornale.

pp. 14-17

Il Ferragosto è esploso in un fragore di fuochi artificiali. Belli quest'anno, i fuochi artificiali, un milione andato in fumo, è la specialità dei paesi poveri, in Egitto ne fanno dei magnifici.
Scende languida la sera, in noi è la smania di vivere, di bruciare le tappe; domani può essere tardi. Domani mattina ci si sveglia con un regime di colonnelli, ciò non è improbabile; io lo sten lo tengo oliato, non si sa mai...
Incontriamo il pittore Pit con la sua donna di turno e...
- Ciao bastardo.
- Uh, la mia vecchia troia!
- Andiamo in Francia a prendere l'aperitivo? - Propongo io.
- Sì sì.
- In Francia in Francia! - Gridano le ragazze. Si parte per Menton al canto della marsigliese; è la presa della pastiglia! Di simpamina.
Menton è festaiola, è la Francia eternamente giovane, ed è bella la nuova generazione con i capelli lunghi e le facce da "me ne frego". È l'ora dell'aperitivo che tutti bevono. E' il pastis alla menta, alla granatina, o puro con una goccia d'acqua gelida. Colori morbidi di pastello, è la Francia dei francesi e di tutti gli altri, che non sono "stranieri" perché nessuno glielo ricorda, è un non so che, che mi entra nell'animo, una sensazione esilarante, un qualche cosa di invisibile e di palpabile nello stesso tempo, è una civiltà di cui mi sento partecipe. Qui, nessuno è escluso.
Entriamo per finire al Bar golfo di Napoli. Ci uniamo al gruppo di gente che beve aperitivi col gomito sul banco e intavoliamo una discussione che pare serissima [...]

pp. 47,48

Il numero 1 dei Quaderni dell'Unione Culturale Democratica, pubblicato nel Febbraio del 1974, è dedicato alle intense "Poesie" di Paolo Del Monte a meno di un anno dalla sua morte, avvenuta nell'Ospedale ancora ubicato sulla via Romana di Bordighera. Il secondo quaderno, avrebbe dovuto contenere il suo racconto "Petite fleur, estate che brucia" con la prefazione che Guido Seborga aveva appositamente scritto. Cosa che purtroppo non fu possibile realizzare. Trascorsi quattro decenni e più, ora finalmente col Quaderno numero quattro, viene dato alle stampe quel racconto la cui pubblicazione vuole essere un riconoscimento postumo delle qualità di Paolo Del Monte che, nella sua breve vita 'bruciata', nessuno aveva sospettato. Ma anche un 'reperto' di una Bordighera d'un tempo che sorprenderà i lettori per 'freschezza' e per attualità. A Bordighera, Paolo era un personaggio che non passava inosservato. Di corporatura esile, mobilissimo, 'naturalmente' elegante, lo si poteva incontrare in giro per la città o al banco di uno dei bar che era solito frequentare. Abitava stanze in affitto che ogni tanto cambiava ben pochi mezzi, non era molto considerato dai benpensanti che lo ritenevano un perdigiorno. Frequentava alcuni pittori, in particolare Enzo Maiolino cui si rivolgeva per ogni necessità e Gian Antonio Porcheddu col quale condivideva la passione per il jazz; era amico di scrittori e poeti, di Guido Seborga che più di tutti lo aveva capito e apprezzava la sua autenticità estemporanea; partecipava alle iniziative culturali cittadine, abitualmente a quelle della 'Buca', amico dei giovani dell'UCD di cui era socio. Con i suoi comportamenti, le sue ironiche osservazioni, le sue fantasiose 'invenzioni' divertiva chi anche occasionalmente lo frequentava e lui stesso era spesso l'argomento di conversazioni bonarie e allegre. Forse nessuno aveva capito la sua intelligenza, la complessità della sua esistenza, la sua visione tragica della vita che cercava di controllare con le 'sregolatezze' che conduceva e con la scrittura, come poi si è saputo. La sua improvvisa, prematura scomparsa a soli 41 anni, 'impoverì' dolorosamente il "paesaggio umano" di cui Paolo era parte. E coincise, anche se non la determinò, con la fine della fase più formativa di quei giovani che avevano dato vita all'Unione Culturale Democratica. Giorgio Loreti

pp. 65,66

Paolo del Monte alias Cocco, Petite fleur, estate che brucia (Racconto Sperimentale), Unione Culturale Democratica, Bordighera, novembre 2020