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venerdì 5 marzo 2021

Per Sanremo Landolfi girò come un evanescente lupo mannaro

Sanremo (IM): uno scorcio del vecchio porto

Tommaso Landolfi era un signore coi baffetti, elegante, dallo sguardo pungente. Aveva modi ironici, che erano forse quelli d’un raffinato uomo dell’Ottocento, o forse quelli d’un personaggio immaginario di qualche novella fantastica e tenebrosa.
Rifuggiva dai curiosi, dai critici, dagli intervistatori (ma esiste una sorta di sua intervista filmata, bellissima, una breve conversazione con Leone Traverso, in occasione del premio Montefeltro a Urbino, dicembre 1962: unica folgorante eccezione che egli fece al suo “non esserci mai”).
Nella sua vita frequentò ritrovi e locali, come le Giubbe Rosse a Firenze, viaggiò, scrisse lettere, si sposò. Ma era di un pessimismo cupo, angosciato dall’idea della morte. Detestava il pubblico, non voleva partecipare a incontri mondani, esibirsi, spiegarsi: non ne aveva proprio nessuna voglia.
Sapeva essere scortese quasi con arte. Fatto sta che taluni episodi diventarono presto leggenda. Le sue battute gelide e spietate, i comportamenti talvolta incomprensibili e comunque lontani dalle solite norme di buona convivenza, un alone di mistero che comunque lo circondava, l’anticonformismo e il non badare alle convenienze - che gli costeranno anche il carcere per antifascismo – lo portarono ad essere un personaggio fascinoso, scostante, brillante.

Leone Piccioni, in Maestri e amici, 1969, racconta uno dei tanti aneddoti: Natta, uno scrittore ligure morto pochi anni fa, di acutissimo spirito e di grande vivacità nella conversazione (e che certo aveva stretto amicizia con Landolfi nelle zone di San Remo che ospitavano quasi naturalmente Natta, e che vedevano molto assiduo Landolfi per la vicinanza della casa da gioco), raccontava che Landolfi usava passare qualche ora al Caffè Greco a Roma in sua compagnia.
Una bellissima e celebre donna, che si era invaghita di lui (…) cercava di salutarlo, urtando nella sua indifferenza. La cosa andava avanti di giorno in giorno - stando ai racconti di Natta - ; sin quando infine lei riesce a rivolgergli la parola. E Landolfi, severo, indicando Giacomo Natta: “Non parli a me. Si rivolga al mio segretario”
.

Landolfi comincia a risiedere a Sanremo verso la fine del novembre 1958 (ma già conosceva la città, che compare in alcune pagine narrative de La bière du pecheur, 1953, e vi era stato persino in viaggio di nozze nel 1955). Dal 1962 prende una casa ad Arma di Taggia. L’estate del ’64 la passa a Bajardo con la famiglia (c’è un reportage in merito, in Un paniere di chiocciole). Nel ’68 lascerà la casa di Arma ma lì, proprio in quell’anno, vi aveva iniziato Viola di morte. L’altra raccolta poetica, Il tradimento, sarà scritta prevalentemente a Sanremo nei primi mesi del ’75.
Nella casa di Arma di Taggia si recava la sera e lì nottetempo (ogni notte, si racconta, con al fianco una bottiglia di liquore, debitamente consumata nella sua intierezza) scriveva. Poi al giorno rientrava nella casa di Sanremo per dormire. La moglie - la Maior - e i due figli - Minor e Minimus - dovevano cercare di essere il più silenziosi possibile per non disturbarne il riposo.
Si racconta. Perché, per quanto riguarda molti particolari, ignoriamo come stessero davvero le cose: Landolfi, nel suo personale fastidio per la socialità e la condivisione, coltivò (se non il suo mistero, giacché questo vien da sé, per chiunque) un riserbo assoluto, e non si prestò a nessuna indagine di gazzettieri, cattedratici et similia. Lasciò che su di lui si raccontassero sempre gli stessi aneddoti, e nulla concesse. Però nei suoi libri, e non solo nei diari, appaiono rivelazioni, narrazioni autobiografiche, confessioni, seppur a volte interrotte o auto-commentate con procedimenti di falsificazione e di annientamento. Ma talvolta anche con squarci di grande, intima tenerezza. Così, ad esempio, in Des mois, 1967: “La voce del Minimus è in fiocchi come la neve; richiama anche certe nuvole in falde, nell’azzurro”. E proprio in questo diario, dove si parla di “vento freddo marino” e del “signor X conducente di filobus”, ci pare di intravedere qualcosa di sanremese. Magari ci inganniamo, ma sia quel che sia ad un certo punto appare la seguente annotazione: Tutte le sere passo davanti al «Pesce d’oro» (trattoria), e mi torna a mente quest’altro bel verso: «Alle parole di quel pesce d’oro». Che poi a rigore non è neppure un verso, così privo, nonché di senso compiuto, perfino di verbo. (Si parla di poeti d’un verso solo: che se ne dia anche di nessun verso?).

E senza alcun dubbio, perché qui la cosa è dichiarata sin dal titolo, descrive il ritorno nella città ligure in un’altra sua pagina, Un giorno a San Remo, pubblicata su “Il Mondo”, IV, n. 6, del 9 febbraio 1952 (col titolo La prova del nove), e poi inserita in Ombre, 1954, e replicata in Se non la realtà, 1960.
Sotto la banalità apparente di una piccola guida a uso del turista Landolfi dipana la sua scrittura: “Il vecchio albergo Europa è il preferito dei giocatori, situato com’è esattamente a pochi passi e a mezza strada tra il Casino e la stazione”. E riposatisi alquanto dall’interminabile viaggio, si può procedere a talune di quelle pratiche, o più semplicemente giratine, che son quasi dei riti. Si può, così, imboccare oziosamente il corso Matteotti e raggiungere l’ampia e luminosa piazza Colombo; di qui scendere all’incantevole porticciuolo, specchio sempre lustro su cui, quasi all’ombra delle grandi palme, stanno sempre allineate numerose barchette dai più vaghi colori; spingersi per la gittata fino al piccolo faro, costeggiando dapprima il vecchio forte dove ora son le carceri, oltrepassando poi una trattoria con sul davanti due acquari o vivai, due scatolone di vetro insomma, dove sempre qualche povera granseola, ritta per l’angustia della sua prigione sulle zampe di dietro, danza la sua «danza indiana».
Oppure si può attraversare la strada ferrata e... riuscire al corso Imperatrice, la bella e sempre fiorita passeggiata sul mare, che non ci si priverà di percorrere fino in cima, fin dove, cioè, una marmorea Flora, più simile per la verità a un cocomero di mare che a una donna, protende dal centro d’un’aiuola il ventre e lo stomaco rigonfi. Si può invece ascendere quella sorta di ravviata casba che è la città vecchia, fino alle apriche piazze soprane.

Per Sanremo Landolfi girò come un evanescente lupo mannaro. Negli ultimi tempi fu visto a passeggio con la figlia Idolina, magrissimo, con un bastone rigorosamente tenuto sollevato e mai posato a terra. Se un aneddoto può avere la funzione di piccola rivelazione critica, possiamo allora ricordare qualche minimo episodio che ci fu rivelato da chi ebbe la ventura di conoscere l’“invisibile” Landolfi.
Così Franco Monti, compagno di scuola della figlia (lei appariva ogni tanto con un vestito nuovo, quando il padre vinceva un premio letterario), ci evoca un Landolfi che, davanti ad una chiesa al termine della Messa, prorompe in un «Dovrebbero chiamarla smessa!». Giancarlo Manderioli lo ricorda con un lungo cappotto: osa confidargli sue ambizioni letterarie, e Landolfi gli intima: «Ma la smetta! Ma lasci perdere!». E Silvia Cassini, anch’essa coetanea della figlia e oggi regista di teatro musicale, ricevette un giorno una telefonata: «Idolina sta arrivando» (lo sfuggente scrittore, che si chiudeva nel suo studio se la figlia invitava degli amici in casa, amava poi fare queste improvvisate). «Oh, buongiorno, è lei», replica sorpresa la giovane.
Naturalmente, al nome Silvia, Landolfi non si lascia sfuggire un riferimento all’Aminta del Tasso.
Silvia Cassini rimane basita, si fa cogliere impreparata, e così deve subire tutta la scherzosa reprimenda: «Ma cosa vi insegnano mai a scuola?», ecc.
Letizia Lodi ci racconta che Landolfi era grande amico del padre Filiberto Lodi, ingegnere ferrarese trapiantato in Riviera e avverso alla speculazione edilizia (e amico, infatti, anche di Italo Calvino):
Landolfi veniva spesso a pranzo da noi, adorava davvero mio padre, lettore accanito, onnivoro e che sapeva un po’ di russo, e per me è stato oltre a Italo, una fonte continua di apprendimento di una cultura ben diversa… ricordo anche una straordinaria lezione di Landolfi su Michelangelo e la Sistina... […] mi veniva a prendere [al liceo Cassini] per andare a pranzo alle 4 stagioni […] io ero imbarazzatissima, con quell’uomo vestito in scuro elegantissimo, nobile, un pezzo di letteratura vivente, tanto che stavo sempre muta…

Anche con Letizia Lodi Landolfi ama le apparizioni sorprendenti. Alla festa per i suoi diciott’anni, non invitato, era apparso suonando alla porta, con imbarazzo di Idolina, che era tra gli ospiti scatenati e urlanti di quella sera… e aveva portato un mazzo di rose rosso scure […]
Era sì sfuggente, dai media e dalle relazioni, ma con alcuni era affettuoso addirittura e imprevedibile… come l’apparire la sera del compleanno e stare un po’ coi giovani…
In quel tempo collaborava al Corriere della Sera: avanzò la pretesa che qualcuno venisse a Sanremo a ritirare il suo scritto, si nascondeva di notte dietro il monumento a Garibaldi opera di Bistolfi, sbucava fuori all’improvviso, consegnava l’articolo, poi si celava nuovamente dietro la statua.
Questa sembra proprio una storia inventata, ma ci viene da fonte familiare, vicinissima allo scrittore.
Roberto Colombo gli donò (il tramite fu la moglie dello scrittore) una sua piccola opera pittorica: una superficie bianca su cui appariva un quadratino. Era un’idea del volo. Il pensiero di associarla a Landolfi era nato in Colombo dalla lettura di una poesia compresa in Viola di morte, 1972, che così inizia:

Sogno sovente di librarmi a volo:

Nei giorni primi della stirpe umana
Certo volavo quale uccello al brolo 

O quale scimmia d’una in altra rama -
O forse quale un angelo celeste ?

Il sogno di volare come desiderio fondamentale, “la sindrome di Icaro”, come dice lo stesso Colombo. E un giorno, mentre è nel suo negozio di abbigliamento in via Feraldi, a leggere indolente il giornale dietro il banco, entra un signore: «Sono Tommaso Landolfi. La volevo ringraziare per il quadro». Colombo alza gli occhi, fa forse in tempo a salutare, cerca di mettere a fuoco ciò che è successo, esce sulla soglia del negozio: nel giro di pochissimi secondi Landolfi è scomparso, cercandolo con lo sguardo lo si intravede lontano svoltare svelto l’angolo in fondo alla via.

Tommaso Landolfi, Opere, tomo I (1937-1959) e II (1960-1971), a cura di Idolina Landolfi, prefazione di Carlo Bo, Rizzoli, Milano 1991 e 1992

Marco Innocenti, Tommaso Landolfi a Sanremo, in IL REGESTO, Bollettino bibliografico dell’Accademia della Pigna - Piccola Biblioteca di Piazza del Capitolo, Sanremo (IM), anno V, n° 1 (17), gennaio-marzo 2014 [Marco Innocenti è autore di diversi lavori, tra i quali: Verdi prati erbosi, lepómene editore, 2021; Libro degli Haikai inadeguati, lepómene editore, 2020; Elogio del Sgt. Tibbs, Edizioni del Rondolino, 2020; Flugblätter (#3. 54 pezzi dispersi e dispersivi), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2019; articoli in Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento. Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Flugblätter (#2. 39 pezzi più o meno d’occasione), Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2018; Sanguineti didatta e conversatore, Lo Studiolo, Sanremo (IM), 2016; Enzo Maiolino, Non sono un pittore che urla. Conversazioni con Marco Innocenti, Ventimiglia, Philobiblon, 2014; Sull’arte retorica di Silvio Berlusconi (con uno scritto di Sandro Bajini), Editore Casabianca, Sanremo (IM), 2010; Prosopografie, lepómene editore, 2009; Flugblätter (#1. 49 pezzi facili), lepómene editore, 2008]