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martedì 9 aprile 2024

Miliu

Fonte: www.soudan.it

A Soldano, in Val Verbone, immediato retroterra dell'estremo ponente ligure, era soprannominato Miliu. Non ricordo se lo appellavano con lo stesso esatto termine - non ho molto orecchio per il dialetto: forse cambia una vocale! - anche a Perinaldo (IM), a pochi chilometri alle spalle di Soldano, dove era nato nel 1912 e dove morì nel 1986.
Parlo di Emilio Croesi, contrassegnato con il numero "2" nella soprastante fotografia, che lo ritrae a Soldano, Soudan in dialetto, per l'appunto.



Più ci penso e più mi viene in mente che ci sarebbe tanto da scrivere di questo personaggio.
In questa occasione io mi limiterò ad un breve, molto soggettivo e parziale, ritratto.
Cercavo sul Web immagini e documentazione relative alla vita pubblica di Croesi. Ho trovato soprattutto altro.
Emilio Croesi, infatti, è stato sindaco comunista di Perinaldo per oltre quarant'anni, in pratica dalla Liberazione sino al suo decesso.
 
Fonte: vivino.com
Il giorno in cui l'ho personalmente conosciuto era già stato, se non sbaglio, preventivamente organizzato il mio invito a pranzo a casa sua. Gli feci subito, forte di una certa mia passione contratta già da bambino, una domanda relativa ad una fotografia, incorniciata nell'ingresso, che lo ritraeva giovane ciclista. La sua risposta fu che aveva fatto all'epoca qualche gara in Costa Azzurra. E questa sua esperienza spiega la sua presenza a Soldano in occasione del cimento di cui alla fotografia di partenza di questo articolo. Io ho pensato a lungo ad una sua attività da dilettante. Prima del secondo conflitto mondiale. Era stato qualcosa di più: un vero vanto, per una zona piccola come la nostra, per giunta di frontiera.
L'ho saputo dopo, molto dopo. Al pari di altre sue attività e caratteristiche.

Ripeto, tuttavia, che, in questa occasione, reputo meglio tentare un mero abbozzo della figura di Emilio Croesi.
Se mi reggono ispirazione, memoria e capacità di ricerca, cercherò di aggiungere qualcosa con trafiletti successivi a questo.

Qualche anno fa, non fidandomi di quanto rammentassi, mi feci confermare in paese che Miliu aveva introdotto abbastanza presto l'utilizzo, evidenziatomi di recente proprio da altri vecchi ospiti di Perinaldo, di una sirena del Municipio per annunciare il mezzogiorno a chi lavorava nei campi: una risposta... laica alle campane della Chiesa.

Sentii altri aneddoti.

Uno in particolare mi é rimasto ben impresso. Forse era una visita a sorpresa, ma una volta Miliu fece attendere senza tanti riguardi Mario Soldati e Luigi "Gino" Veronelli, che avevano sentito parlare del suo vino: il Rossese, da tempo Rossese di Dolceacqua, dal 1972 a Denominazione di Origine Controllata. Un vino di qualità, insomma. Quello di Croesi, ancora di più, come cercherò di attestare tra breve. Quella volta Emilio era impegnato a travasare il suo pregevole prodotto, facendolo passare attraverso una semplice, ma efficace attrezzatura, nella quale il filtraggio era assicurato dalla saggina. I due personaggi davanti a quell'operazione rimasero incantati. Iniziò una loro feconda collaborazione e frequentazione con Croesi. Ed io colpevolmente non conoscevo - o avevo largamente scortato -  questi risvolti, pensando che Emilio, come quasi tutti, ancora alla svolta degli anni 1980, a Perinaldo, coltivasse fiori, rose soprattutto.
 
Non mi rimane che aggiungere qualche citazione, da me di recente rinvenuta, sulla qualità del Rossese di Emilio Croesi:

Siamo dalla parte di Soldano, dalla parte di Perinaldo, non da quella di Dolceacqua, siamo dalla parte dove Gino Veronelli individuò la Romanèe Conti Italiana, quella piccola vigna di Rossese che negli anni 70-80 raggiunse fama internazionale per le riuscitissime vinificazioni confidenziali  del vulcanico sindaco di Perinaldo, Emilio Croesi. Durante un intervista in video di qualche anno fa, Gino Veronelli tirò in piedi una bottiglia di vino rosso e la definì: “uno dei più grandi vini della mia vita” e ancora “vino nato da una parcella di vigna che è la Romanèe Italiana... Leggo altrove una definizione: “Il colore è rubino carico con netti sentori di selvatico, spezie e frutti di macchia mediterranea. Il corpo è pieno con sensazioni aromatiche prolungate. E vino di impensabile longevità... Si tratta del Rossese Vigneto Curli 1978 di Emilio Croesi, leggendario sindaco di Perinaldo. Non so il 1978, ancora esistente in cantine private degli eredi Croesi, ma il 1982 l’ho provato un paio di volte, la seconda da lacrime.
Guardiano del Faro, ottobre 2008, su Luciano Pignataro

Doc primaria per la Liguria, dal 1972, ebbe notorietà e rilievo grazie alla lungimiranza di Gino Veronelli, che si innamorò di questo vino negli anni 70, e nel dettaglio , della micro produzione di Emilio Croesi da Perinaldo, mitico sindaco per quarantenni del comune che diede i natali all’astronomo Cassini, che riuscì a produrre un vino talmente convincente da forzare il sentimento di Veronelli, fino a paragoni lusinghieri con le produzioni più nobili di Borgogna... Paragone che ho avuto modo di verificare quest’anno, ritrovando quei vini di Croesi, e bevendoli con enorme piacere. La longevità del Rossese, per alcuni un vinello da bere giovane, è un ulteriore aspetto su cui ragionare, in rapporto alle recenti degustazioni di vini prodotti negli anni 70-80. Ma difficili da replicare proprio per l’esiguità delle bottiglie prodotte, e spesso consumate giornalmente in loco, in famiglia o per la ristorazione. I lotti di vini di qualità, ricavati dalle migliori annate, sono pressoché confidenziali. Quantità irrisorie, che possono far la felicità di qualche attento conoscitore, che con pazienza e umiltà, si recasse in zona alla ricerca di un vino affascinante , che non è neppure costoso.
ancora Guardiano del Faro, 10 dicembre 2008, su Sorgente del Vino
 
Il ricordo che alimento con più devozione è stato un invito a pranzo a Bergamo, a casa sua, nel 1997. In quell’occasione Veronelli stappò generosamente una bottiglia di Rossese di Dolceacqua vigneto Curli 1978 di Emilio Croesi. Un rosso unico, di particolare finezza aromatica e dal tocco al palato soffuso, impalpabile, delicatissimo: un soffio. Un rosso che Veronelli definiva “la Romanée Conti d’Italia” [ Romanée Conti, in Borgogna, è il vino più raro e pregiato del pianeta Terra]. E in effetti la qualità del vino di quella vigna, Curli, è sorprendente... Alterne e avverse vicende hanno portato a un progressivo abbandono del prezioso pezzo di terra, ridotto per molto tempo a una superficie incolta, invasa dalle erbacce. Da qualche anno Giovanna Maccario, ispirata produttrice del posto, ha ripreso pazientemente in mano le sorti dello storico appezzamento. E oggi è per fortuna in grado di riproporne agli appassionati nuove versioni. Nuove e scintillanti, direi: il 2013, da poco in commercio, è buonissimo, mentre il 2014, assaggiato poche settimane fa, è - senza mezzi termini - prodigioso per maturità del frutto, purezza dei profumi, sottigliezza puntiforme dei tannini. Poche bottiglie, purtroppo, che valgono la pena della ricerca.  
di Fabio Rizzari, 17 novembre 2015

Adriano Maini 

martedì 27 giugno 2023

La controversa realizzazione ad Antibes della villa dello scultore parigino André Bloc

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Nel 1959, André Bloc pubblica un articolo sulla casa sperimentale di Antibes, l’incipit del testo rileva quanto la collocazione dell’edificio sia uno dei punti chiave dell’esito progettuale: «L’emplacement exceptionnel dont bénéficie cette habitation a déterminé le parti architectural. Elle occupe, en effet, au point haut du cap d’Antibes, un site rocheux dominant la mer dans trois directions. La végétation est caractéristique des côtes méditerranéennes: buissons bas serpentant entre les rochers et quelques pins maritimes». <1
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Si capisce quindi come il sistema orografico generi l’assetto compositivo della casa e il suo posizionamento nel lotto: la casa si trova nella parte superiore della parcella, quella che gode della vista e dell’esposizione migliore, nonostante questa collocazione richieda grande impegno sotto il profilo costruttivo. Il suo rapporto col contesto è cruciale; è l’esito di una lettura critica e di una risposta moderna del luogo. Questi presupposti originano un progetto tutt’altro che timido e convenzionale, l’edificio non è mimetizzato nel declivio e non è realizzato con i materiali tipici del linguaggio vernacolare della Costa Azzurra: il tema del rapporto della casa col paesaggio è risolto riducendo al minimo i punti di contatto con il suolo il cui assetto viene minimamente alterato.
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

[...] I presupposti sulla complessità edificatoria sono chiari, ma nell’ottobre del 1959 la casa era ancora sulla carta, un’idea ambiziosa libera dai molti aspetti pratici che inaspriranno le difficoltà oggettive già chiare fin dalle premesse. Infatti, la realizzazione del progetto della casa sperimentale di André Bloc a Cap di Antibes richiese, fra operazioni progettuali ed edificatorie, circa 7 anni. La pratica si chiuse con l’ottenimento del certificato di agibilità il 16 dicembre del 1966, dopo un iter avviato con la richiesta del permesso di costruire depositata il 21 dicembre 1959.
Fra tutti gli elementi di difficoltà che contribuirono al compimento del progetto rilevano in modo significativo l’ostilità dell’amministrazione e la stratificazione delle norme che insistevano sul lotto. Infatti, la procedura ebbe differenti livelli di complessità sia dal punto di vista della prassi amministrativa sia dal punto di vista della realizzazione pratica del manufatto. In entrambi i casi le difficoltà trovavano le proprie ragioni nel contesto sul quale, oltre alla già citata complessità orografica, insisteva il vincolo paesaggistico. <3
[...] Il dibattito sull’architettura domestica in quell’epoca era centrale, tutti gli architetti vi si confrontavano e le ville rappresentavano un naturale laboratorio operativo di sperimentazione formale. Per le proprie caratteristiche climatiche e di bellezza naturale la Costa Azzurra fu un luogo nel quale sorgevano molte ville e divenne dunque emblematico polo di confronto sul tema.
[...] Rispetto al repertorio compositivo, le referenze che definivano il tipo dell’architettura tradizionale della Costa Azzurra erano quelle legittimate storicamente dall’esperienza borghese e dal gusto classico sia nelle dimore urbane sia nelle ville di campagna. Questa posizione culturale produsse esperienze progettuali che si sostanziavano della cultura tradizionale e attingevano i motivi formali dalla narrativa pittoresca. Vasto era il catalogo di elementi architettonici disegnati nel dettaglio e che fungevano da dispositivi che favorivano la fedeltà nei fatti formali e nei rapporti funzionali fra interno ed esterno: portici, pergola, portici sugli esterni o, per esempio, il soggiorno ampio e doppia altezza all’interno. Seppure il campo dei riferimenti formali attingesse dall’area culturale classica del mediterraneo - prime fra tutte quella ellenica e, di conseguenza, quella legata alla civiltà romana - la produzione rivierasca esprime la volontà di alterare i suoi modelli rifiutando di limitarsi allo stadio dell’imitazione.
[...] La combinazione della maglia complessa del sistema normativo e paesaggistico e dell’ostilità dell’amministrazione pubblica produsse una licenza edilizia dal percorso progettuale molto travagliato che sortì un esito provvisto di molte riserve. Nonostante ciò, il cantiere ebbe inizio, la realizzazione dell’opera è stata seguita da Jean Heams, ingegnere con lo studio a Nizza, nel ruolo di Direttore dei Lavori.
Come prima cosa venne realizzato lo scheletro dell’edificio. Quest’azione produsse una verifica a grandezza naturale delle ipotesi progettuali e Bloc intervenne in prima persona rilevando la opportunità di modificare le quote d’imposta dei solai sollevandole. Alla base di questa riflessione stavano due ordini di ragioni: favorire la vista mare e produrre una migliore proporzione fra i volumi - quello basamentale e quello sommitale - mediante una ridefinizione
dell’interpiano vuoto fra i due. Era solo l’inizio dell’opera ed il meccanismo era chiaro: il cantiere serviva a riscontrare le ipotesi fatte a tavolino. La realizzazione di ciascuno degli elementi costitutivi della villa era una sorta di piccola sfida tecnica, alle difficoltà oggettive si sommarono le esigenze dettate dai requisiti imposti da Bloc nella duplice veste di committente e conseille plasticien che complicano ulteriormente il compito dell’ingegnere nizzardo.
[...] Il processo di progettazione e costruzione di questo edificio, proprio per la sua natura sperimentale voluta da André Bloc, fu complesso anche tal punto di vista tecnico e fu necessario un processo di revisione complessiva del sistema strutturale dell’abitazione in più riprese. Lo stesso Claude Parent sostenne che « contrariamente alle apparenze, tutto era complicato in questo progetto, in particolare la scala a sbalzo che nessuno sembrava essere in grado di calcolare davvero». Per questo Bloc si rivolse, in prima battuta, ad un ingegnere ritenuto fra i più brillanti dell’epoca Serge Ketoff. Lo strutturista, temendo che le inesattezze delle valutazioni fatte al tavolino potessero essere potenziale causa di problemi statici, con conseguenti ripercussioni sulla propria credibilità professionale mentre era all’apice della sua carriera, chiese a Bloc di poter far realizzare un modello in scala 1/10, per poter
verificare anche sperimentalmente i meccanismi più critici.
Le ragioni di costo prevalsero. Bloc non accettò la proposta dell’ingegnere, che avrebbe avuto un costo difficilmente ammortizzabile nell’economia di un pezzo unico, e decise di muoversi in autonomia realizzando in proprio la scala ripercorrendo la strada che aveva adottato in precedenza nella sua proprietà di Meudon quando costruì la casa del guardiano con l’aiuto di specialisti selezionati ad hoc per la scala d’accesso al primo piano del piccolo edificio (anch’essa con gradini a sbalzo dal muro di perimetro). L’esperimento statico, complici alcuni accorgimenti non prestati durante la realizzazione dell’intero sistema strutturale che sembravano migliorativi sotto il profilo compositivo, non fu un pienamente un successo e in fase di verifica, l’ente di controllo (Socotec) rilevò delle carenze rispetto al controventamento generale e ai collegamenti del piano superiore alla struttura. La priorità data alle scelte plastiche fu una valutazione consapevole e una conseguente di assunzione di rischi, il rapporto tra equilibrio costruttivo ed equilibrio plastico fu cercato come in scultura, seppure qui la scala fosse quella architettonica. La soluzione finale è stata la sintesi di una logica di equilibrio che ha portato alla realizzazione di un telaio di fatto articolato e tutte le soluzioni tecniche ardite per realizzare le quali Bloc fu costretto a nominare dei consulenti tecnici; selezionò lo studio parigino CETAC7 (Cabinet d’études techniques d’architecture et de construction) che condusse lo scultore nella revisione del progetto fino al perfezionamento delle caratteristiche strutturali.
Réne Sarger, architetto capo dello studio, con Miroslav Kostanjevac, ingegnere strutturista, si occupò di fare le verifiche in situ per valutare lo stato dell’arte riguardo alla stabilità dell’edificio.
Per quanto riguarda l’impianto generale, fu rimarcato come il grande baldacchino apicale, che coronava l’edificio nella sua versione originaria, costituisse una rigida cornice alla sommità delle quattro colonne dei portici. La sua rimozione ebbe, in termini generali di rigidezza, un grande impatto al punto che gli strutturisti osservarono come questa operazione, da sola, mise in discussione la stabilità dell’intero dispositivo strutturale.
Identica fu la reazione rispetto all’assenza di collegamenti diretti tra i due piani dello spazio abitativo della struttura che si trovava “sospesa come una campana” completamente priva di fissaggi rigidi ai traversi.
[...] Lo studio parigino compì il proprio dovere predisponendo delle prescrizioni derivate dalle indagini condotte prima in cantiere poi in fase di rielaborazione dei calcoli, queste riguardarono principalmente: l’aggiunta di elementi di irrigidimento sia orizzontali sia verticali, l’inserimento di controventi a croce e la realizzazione di elementi di miglioramento dei fissaggi fra le componenti strutturali.
Anche a questa soluzione finale si giungerà soltanto dopo un dibattito piuttosto articolato e, riguardo alle scelte tecniche definite, fu lo stesso Bloc a scrivere una nota tecnica agli strutturisti nella quale riassume gli interventi di messa in sicurezza  [...]
La soluzione adottata fino a quel momento aveva privilegiato la plastica rispetto ai regolamenti tecnici: il rifiuto di qualsiasi controventatura diagonale e di qualsiasi grande tassello di fissaggio (Bloc pretese che le chiodature fossero saldate alle ali delle travi e che le testa dei chiodi fossero molate affinché rimanessero invisibili) dovette scendere al compromesso di ancorare la struttura direttamente alla roccia tramite una passerella, la soluzione per quanto compromissoria rende praticamente la funzione statica della passerella in forza della sua posizione totalmente a monte e della sua esilità.
[...] Concluse le già impegnative operazioni di consolidamento e messa in sicurezza dell’edificio dal punto di vista statico, i problemi non si esaurirono ed il cantiere, finì nel mirino dell’amministrazione locale che, nell’ottobre del 1960, per mano dello stesso sindaco di Antibes scrisse al dirigente regionale all’urbanistica affinché fermasse i lavori basando la sua richiesta su tre motivazioni:
1. Il progetto non era stato inviato alla commissione edilizia locale
2. L’altezza della facciata realizzata è superiore a quella autorizzata
3. Contrariamente a quanto prescritto il progetto sarà difficilmente assimilabile al contesto paesaggistico.
Il braccio di ferro fra progettisti e amministrazione durò altri 5 anni, fino al 1965, producendo una serie di inasprimenti dei rapporti di Bloc con il sindaco anche in ragione di alcune decisioni che lo scultore parigino, grazie alle proprie connessioni a livello centrale, fece cadere dall’alto sul governatore locale. Bloc ebbe anche problemi di vicinato in relazione alla presunzione del fatto che l’edificio superasse i dieci metri di altezza previsti dai Regolamenti: sul tema vi fu una causa che al secondo grado di giudizio si concluse in favore di Bloc.
[...] Come tutti gli elementi della villa, anche le pareti esterne del piano superiore sono disegnate per essere flessibili anche dal punto di vista tecnologico, l’intento dei dettagli è quello di neutralizzare i fenomeni deformativi sospendendo superiormente le paratie che sono condotte lungo il perimetro dalla guida inferiore da motorizzazioni elettriche. I pochi cassoni opachi che permettono di accogliere e mimetizzare i frangisole di alluminio nella configurazione completamente aperta.
Le due grandi superfici orizzontali sono dapprima trattate come piani astratti, strumento compositivo tipico del repertorio di Mies Van der Rohe, anche l’uso cromatico delle tinte primarie è un rimando evidente ai dettami dell’architettura moderna e dei suoi maestri: per il pavimento fu selezionato un linoleum giallo intenso e per i telai un blu. La forza conferita al volume dalla definizione di questi piani consolida l’effetto di trasparenza e totale apertura verso la natura conseguito dall’uso di pareti completamente vetrate. L’obiettivo è evidentemente quello di superare i riferimenti che pure rimangono chiari nei principi, rimane esplicito oltre a quelli compositivi già citati il nesso con le esperienze dei maestri americani fra tutte la Glass House e Farnsworth House, di trasferire la sensazione di fusione con l’ambiente circostante nella prospettiva interno-esterno che si apre sia sugli elementi costruiti esterni ai volumi abitatici come la scala e il portico sia sull’ambiente circostante che si propone in una doppia lettura di crinale roccioso in primo piano e di orizzonte marino sullo sfondo.
Tutte le viste intermedie sono caratterizzate dalla sensazione di vertigine alla quale contribuisce la sospensione dei volumi e la leggerezza dei sistemi di protezione verso il vuoto, che quando le lamiere scorrevoli a tutt’altezza sono impacchettate in un angolo, è costituita da un semplice corrente orizzontale disposto a 1/3 dell’altezza d’interpiano.
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

[...] La porzione di mobili disegnata si limita a due elementi: un mobile-spina composto da un semplice parallelepipedo che separa due sottospazi del vano principale l’allestimento della cucina composto da un piano di lavoro minimalista, fissato ad un tramezzo da un lato e appoggiato su un solo piede dall’altro. Gli arredi commerciali sono ridotti al minimo indispensabile al momento della consegna dell’edificio, ed erano progettati dal designer giapponese Sori Yanagi nel 1954, fra tutti il più famoso è lo sgabello Butterfly il quale faceva parte di una collezione che Bloc pubblicò su l’Architecture d’Aujourd’hui. La selezione dei colori utilizzati per le superfici principali e per le parti strututrali si basa sulla selezione elementare neoplastica che si distingue nettamente dalle scelte cromatiche [...]
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Le linee astratte degli elementi strutturali si moltiplicano visivamente lo spazio verso l’esterno. La scelta dei colori contraddistingue la struttura dei portici i cui i profili sono dipinti di un profondo grigio acciaio blu all’esterno e di un rosso brillante all’interno delle cavità dell’H.
Il pianoro, gli spazi abitativi e la scala sono trattati in una sottile gamma di luce tonica grigi che consente alle strutture del cemento di abbinarsi a quelle dell’acciaio verniciato e dell’alluminio utilizzato nelle parti scorrevoli.
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

[NOTE]
1. Habitation expérimentale au cap d’Antibes: conception architecturale d’André Bloc et Claude Parent ; René Sarger, ingénieur, L’Architecture d’aujourd’hui, n°86, oct.-nov.
1959
3. La casa verrà poi iscritta nel registro dei beni con vincolo puntuale il 16/11/1989, questa la descrizione riportata sulla scheda dedicata sulla pagina web del ministero della cultura francese: “Maison de vacances construite en 1961 par l’architecte Claude Parent pour André Bloc, architecte, peintre et sculpteur et fondateur en 1930 de la revue L’Architecture d’Aujourd’hui. Cette “maison expérimentale” est caractérisée par sa mise en œuvre des produits de la sidérurgie moderne. Le commanditaire collabore avec l’architecte, notamment pour la conception de l’escalier extérieur.” Fonte

 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Francesco Testa, Fenomenologia del tradimento. Storie di committenti, architetti e delle loro case, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2021-2022
* Casa Sperimentale a Cap d’Antibes, Claude Parent e André Bloc. Foto: Gilles Ehrmann. Fonte: Fond Andre Bloc, Bibliothèque Kandinsky MNAM-CCI Centre Pompidou, Paris