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martedì 27 giugno 2023

La controversa realizzazione ad Antibes della villa dello scultore parigino André Bloc

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Nel 1959, André Bloc pubblica un articolo sulla casa sperimentale di Antibes, l’incipit del testo rileva quanto la collocazione dell’edificio sia uno dei punti chiave dell’esito progettuale: «L’emplacement exceptionnel dont bénéficie cette habitation a déterminé le parti architectural. Elle occupe, en effet, au point haut du cap d’Antibes, un site rocheux dominant la mer dans trois directions. La végétation est caractéristique des côtes méditerranéennes: buissons bas serpentant entre les rochers et quelques pins maritimes». <1
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Si capisce quindi come il sistema orografico generi l’assetto compositivo della casa e il suo posizionamento nel lotto: la casa si trova nella parte superiore della parcella, quella che gode della vista e dell’esposizione migliore, nonostante questa collocazione richieda grande impegno sotto il profilo costruttivo. Il suo rapporto col contesto è cruciale; è l’esito di una lettura critica e di una risposta moderna del luogo. Questi presupposti originano un progetto tutt’altro che timido e convenzionale, l’edificio non è mimetizzato nel declivio e non è realizzato con i materiali tipici del linguaggio vernacolare della Costa Azzurra: il tema del rapporto della casa col paesaggio è risolto riducendo al minimo i punti di contatto con il suolo il cui assetto viene minimamente alterato.
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

[...] I presupposti sulla complessità edificatoria sono chiari, ma nell’ottobre del 1959 la casa era ancora sulla carta, un’idea ambiziosa libera dai molti aspetti pratici che inaspriranno le difficoltà oggettive già chiare fin dalle premesse. Infatti, la realizzazione del progetto della casa sperimentale di André Bloc a Cap di Antibes richiese, fra operazioni progettuali ed edificatorie, circa 7 anni. La pratica si chiuse con l’ottenimento del certificato di agibilità il 16 dicembre del 1966, dopo un iter avviato con la richiesta del permesso di costruire depositata il 21 dicembre 1959.
Fra tutti gli elementi di difficoltà che contribuirono al compimento del progetto rilevano in modo significativo l’ostilità dell’amministrazione e la stratificazione delle norme che insistevano sul lotto. Infatti, la procedura ebbe differenti livelli di complessità sia dal punto di vista della prassi amministrativa sia dal punto di vista della realizzazione pratica del manufatto. In entrambi i casi le difficoltà trovavano le proprie ragioni nel contesto sul quale, oltre alla già citata complessità orografica, insisteva il vincolo paesaggistico. <3
[...] Il dibattito sull’architettura domestica in quell’epoca era centrale, tutti gli architetti vi si confrontavano e le ville rappresentavano un naturale laboratorio operativo di sperimentazione formale. Per le proprie caratteristiche climatiche e di bellezza naturale la Costa Azzurra fu un luogo nel quale sorgevano molte ville e divenne dunque emblematico polo di confronto sul tema.
[...] Rispetto al repertorio compositivo, le referenze che definivano il tipo dell’architettura tradizionale della Costa Azzurra erano quelle legittimate storicamente dall’esperienza borghese e dal gusto classico sia nelle dimore urbane sia nelle ville di campagna. Questa posizione culturale produsse esperienze progettuali che si sostanziavano della cultura tradizionale e attingevano i motivi formali dalla narrativa pittoresca. Vasto era il catalogo di elementi architettonici disegnati nel dettaglio e che fungevano da dispositivi che favorivano la fedeltà nei fatti formali e nei rapporti funzionali fra interno ed esterno: portici, pergola, portici sugli esterni o, per esempio, il soggiorno ampio e doppia altezza all’interno. Seppure il campo dei riferimenti formali attingesse dall’area culturale classica del mediterraneo - prime fra tutte quella ellenica e, di conseguenza, quella legata alla civiltà romana - la produzione rivierasca esprime la volontà di alterare i suoi modelli rifiutando di limitarsi allo stadio dell’imitazione.
[...] La combinazione della maglia complessa del sistema normativo e paesaggistico e dell’ostilità dell’amministrazione pubblica produsse una licenza edilizia dal percorso progettuale molto travagliato che sortì un esito provvisto di molte riserve. Nonostante ciò, il cantiere ebbe inizio, la realizzazione dell’opera è stata seguita da Jean Heams, ingegnere con lo studio a Nizza, nel ruolo di Direttore dei Lavori.
Come prima cosa venne realizzato lo scheletro dell’edificio. Quest’azione produsse una verifica a grandezza naturale delle ipotesi progettuali e Bloc intervenne in prima persona rilevando la opportunità di modificare le quote d’imposta dei solai sollevandole. Alla base di questa riflessione stavano due ordini di ragioni: favorire la vista mare e produrre una migliore proporzione fra i volumi - quello basamentale e quello sommitale - mediante una ridefinizione
dell’interpiano vuoto fra i due. Era solo l’inizio dell’opera ed il meccanismo era chiaro: il cantiere serviva a riscontrare le ipotesi fatte a tavolino. La realizzazione di ciascuno degli elementi costitutivi della villa era una sorta di piccola sfida tecnica, alle difficoltà oggettive si sommarono le esigenze dettate dai requisiti imposti da Bloc nella duplice veste di committente e conseille plasticien che complicano ulteriormente il compito dell’ingegnere nizzardo.
[...] Il processo di progettazione e costruzione di questo edificio, proprio per la sua natura sperimentale voluta da André Bloc, fu complesso anche tal punto di vista tecnico e fu necessario un processo di revisione complessiva del sistema strutturale dell’abitazione in più riprese. Lo stesso Claude Parent sostenne che « contrariamente alle apparenze, tutto era complicato in questo progetto, in particolare la scala a sbalzo che nessuno sembrava essere in grado di calcolare davvero». Per questo Bloc si rivolse, in prima battuta, ad un ingegnere ritenuto fra i più brillanti dell’epoca Serge Ketoff. Lo strutturista, temendo che le inesattezze delle valutazioni fatte al tavolino potessero essere potenziale causa di problemi statici, con conseguenti ripercussioni sulla propria credibilità professionale mentre era all’apice della sua carriera, chiese a Bloc di poter far realizzare un modello in scala 1/10, per poter
verificare anche sperimentalmente i meccanismi più critici.
Le ragioni di costo prevalsero. Bloc non accettò la proposta dell’ingegnere, che avrebbe avuto un costo difficilmente ammortizzabile nell’economia di un pezzo unico, e decise di muoversi in autonomia realizzando in proprio la scala ripercorrendo la strada che aveva adottato in precedenza nella sua proprietà di Meudon quando costruì la casa del guardiano con l’aiuto di specialisti selezionati ad hoc per la scala d’accesso al primo piano del piccolo edificio (anch’essa con gradini a sbalzo dal muro di perimetro). L’esperimento statico, complici alcuni accorgimenti non prestati durante la realizzazione dell’intero sistema strutturale che sembravano migliorativi sotto il profilo compositivo, non fu un pienamente un successo e in fase di verifica, l’ente di controllo (Socotec) rilevò delle carenze rispetto al controventamento generale e ai collegamenti del piano superiore alla struttura. La priorità data alle scelte plastiche fu una valutazione consapevole e una conseguente di assunzione di rischi, il rapporto tra equilibrio costruttivo ed equilibrio plastico fu cercato come in scultura, seppure qui la scala fosse quella architettonica. La soluzione finale è stata la sintesi di una logica di equilibrio che ha portato alla realizzazione di un telaio di fatto articolato e tutte le soluzioni tecniche ardite per realizzare le quali Bloc fu costretto a nominare dei consulenti tecnici; selezionò lo studio parigino CETAC7 (Cabinet d’études techniques d’architecture et de construction) che condusse lo scultore nella revisione del progetto fino al perfezionamento delle caratteristiche strutturali.
Réne Sarger, architetto capo dello studio, con Miroslav Kostanjevac, ingegnere strutturista, si occupò di fare le verifiche in situ per valutare lo stato dell’arte riguardo alla stabilità dell’edificio.
Per quanto riguarda l’impianto generale, fu rimarcato come il grande baldacchino apicale, che coronava l’edificio nella sua versione originaria, costituisse una rigida cornice alla sommità delle quattro colonne dei portici. La sua rimozione ebbe, in termini generali di rigidezza, un grande impatto al punto che gli strutturisti osservarono come questa operazione, da sola, mise in discussione la stabilità dell’intero dispositivo strutturale.
Identica fu la reazione rispetto all’assenza di collegamenti diretti tra i due piani dello spazio abitativo della struttura che si trovava “sospesa come una campana” completamente priva di fissaggi rigidi ai traversi.
[...] Lo studio parigino compì il proprio dovere predisponendo delle prescrizioni derivate dalle indagini condotte prima in cantiere poi in fase di rielaborazione dei calcoli, queste riguardarono principalmente: l’aggiunta di elementi di irrigidimento sia orizzontali sia verticali, l’inserimento di controventi a croce e la realizzazione di elementi di miglioramento dei fissaggi fra le componenti strutturali.
Anche a questa soluzione finale si giungerà soltanto dopo un dibattito piuttosto articolato e, riguardo alle scelte tecniche definite, fu lo stesso Bloc a scrivere una nota tecnica agli strutturisti nella quale riassume gli interventi di messa in sicurezza  [...]
La soluzione adottata fino a quel momento aveva privilegiato la plastica rispetto ai regolamenti tecnici: il rifiuto di qualsiasi controventatura diagonale e di qualsiasi grande tassello di fissaggio (Bloc pretese che le chiodature fossero saldate alle ali delle travi e che le testa dei chiodi fossero molate affinché rimanessero invisibili) dovette scendere al compromesso di ancorare la struttura direttamente alla roccia tramite una passerella, la soluzione per quanto compromissoria rende praticamente la funzione statica della passerella in forza della sua posizione totalmente a monte e della sua esilità.
[...] Concluse le già impegnative operazioni di consolidamento e messa in sicurezza dell’edificio dal punto di vista statico, i problemi non si esaurirono ed il cantiere, finì nel mirino dell’amministrazione locale che, nell’ottobre del 1960, per mano dello stesso sindaco di Antibes scrisse al dirigente regionale all’urbanistica affinché fermasse i lavori basando la sua richiesta su tre motivazioni:
1. Il progetto non era stato inviato alla commissione edilizia locale
2. L’altezza della facciata realizzata è superiore a quella autorizzata
3. Contrariamente a quanto prescritto il progetto sarà difficilmente assimilabile al contesto paesaggistico.
Il braccio di ferro fra progettisti e amministrazione durò altri 5 anni, fino al 1965, producendo una serie di inasprimenti dei rapporti di Bloc con il sindaco anche in ragione di alcune decisioni che lo scultore parigino, grazie alle proprie connessioni a livello centrale, fece cadere dall’alto sul governatore locale. Bloc ebbe anche problemi di vicinato in relazione alla presunzione del fatto che l’edificio superasse i dieci metri di altezza previsti dai Regolamenti: sul tema vi fu una causa che al secondo grado di giudizio si concluse in favore di Bloc.
[...] Come tutti gli elementi della villa, anche le pareti esterne del piano superiore sono disegnate per essere flessibili anche dal punto di vista tecnologico, l’intento dei dettagli è quello di neutralizzare i fenomeni deformativi sospendendo superiormente le paratie che sono condotte lungo il perimetro dalla guida inferiore da motorizzazioni elettriche. I pochi cassoni opachi che permettono di accogliere e mimetizzare i frangisole di alluminio nella configurazione completamente aperta.
Le due grandi superfici orizzontali sono dapprima trattate come piani astratti, strumento compositivo tipico del repertorio di Mies Van der Rohe, anche l’uso cromatico delle tinte primarie è un rimando evidente ai dettami dell’architettura moderna e dei suoi maestri: per il pavimento fu selezionato un linoleum giallo intenso e per i telai un blu. La forza conferita al volume dalla definizione di questi piani consolida l’effetto di trasparenza e totale apertura verso la natura conseguito dall’uso di pareti completamente vetrate. L’obiettivo è evidentemente quello di superare i riferimenti che pure rimangono chiari nei principi, rimane esplicito oltre a quelli compositivi già citati il nesso con le esperienze dei maestri americani fra tutte la Glass House e Farnsworth House, di trasferire la sensazione di fusione con l’ambiente circostante nella prospettiva interno-esterno che si apre sia sugli elementi costruiti esterni ai volumi abitatici come la scala e il portico sia sull’ambiente circostante che si propone in una doppia lettura di crinale roccioso in primo piano e di orizzonte marino sullo sfondo.
Tutte le viste intermedie sono caratterizzate dalla sensazione di vertigine alla quale contribuisce la sospensione dei volumi e la leggerezza dei sistemi di protezione verso il vuoto, che quando le lamiere scorrevoli a tutt’altezza sono impacchettate in un angolo, è costituita da un semplice corrente orizzontale disposto a 1/3 dell’altezza d’interpiano.
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

[...] La porzione di mobili disegnata si limita a due elementi: un mobile-spina composto da un semplice parallelepipedo che separa due sottospazi del vano principale l’allestimento della cucina composto da un piano di lavoro minimalista, fissato ad un tramezzo da un lato e appoggiato su un solo piede dall’altro. Gli arredi commerciali sono ridotti al minimo indispensabile al momento della consegna dell’edificio, ed erano progettati dal designer giapponese Sori Yanagi nel 1954, fra tutti il più famoso è lo sgabello Butterfly il quale faceva parte di una collezione che Bloc pubblicò su l’Architecture d’Aujourd’hui. La selezione dei colori utilizzati per le superfici principali e per le parti strututrali si basa sulla selezione elementare neoplastica che si distingue nettamente dalle scelte cromatiche [...]
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Le linee astratte degli elementi strutturali si moltiplicano visivamente lo spazio verso l’esterno. La scelta dei colori contraddistingue la struttura dei portici i cui i profili sono dipinti di un profondo grigio acciaio blu all’esterno e di un rosso brillante all’interno delle cavità dell’H.
Il pianoro, gli spazi abitativi e la scala sono trattati in una sottile gamma di luce tonica grigi che consente alle strutture del cemento di abbinarsi a quelle dell’acciaio verniciato e dell’alluminio utilizzato nelle parti scorrevoli.
 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

[NOTE]
1. Habitation expérimentale au cap d’Antibes: conception architecturale d’André Bloc et Claude Parent ; René Sarger, ingénieur, L’Architecture d’aujourd’hui, n°86, oct.-nov.
1959
3. La casa verrà poi iscritta nel registro dei beni con vincolo puntuale il 16/11/1989, questa la descrizione riportata sulla scheda dedicata sulla pagina web del ministero della cultura francese: “Maison de vacances construite en 1961 par l’architecte Claude Parent pour André Bloc, architecte, peintre et sculpteur et fondateur en 1930 de la revue L’Architecture d’Aujourd’hui. Cette “maison expérimentale” est caractérisée par sa mise en œuvre des produits de la sidérurgie moderne. Le commanditaire collabore avec l’architecte, notamment pour la conception de l’escalier extérieur.” Fonte

 

Immagine * pubblicata in Francesco Testa, Op. cit. infra

Francesco Testa, Fenomenologia del tradimento. Storie di committenti, architetti e delle loro case, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2021-2022
* Casa Sperimentale a Cap d’Antibes, Claude Parent e André Bloc. Foto: Gilles Ehrmann. Fonte: Fond Andre Bloc, Bibliothèque Kandinsky MNAM-CCI Centre Pompidou, Paris

giovedì 18 maggio 2023

Fu allora che dalla piazza antistante al palco scariche di proiettili e bombe a mano investirono i comizianti, provocando 14 feriti tra cui Li Causi


Intellettuale e irruente tribuno, rivoluzionario di professione e incontestata icona antimafia, in bilico tra Sorel, Lenin e Gramsci, Girolamo Li Causi ha incarnato lo slancio degli esordi, i momenti più neri, i fasti e le aporie del movimento operaio italiano del Novecento. Il suo ruolo è stato rilevante e, per certi aspetti, determinante nel psi massimalista di Serrati, nell'organizzazione dell'attività clandestina comunista durante il fascismo, nella formazione della cultura economica del PCI, nell'elaborazione della sua linea meridionalista, nella politica siciliana, nel processo che avrebbe condotto negli anni Sessanta alla reinvenzione di un'antimafia di Stato. Basato su una vasta documentazione d'archivio inedita raccolta tra l'Italia e Mosca, pubblica e privata, il libro analizza per la prima volta l'intero percorso politico del popolare dirigente socialista e comunista, proponendo uno sguardo singolare sulla storia della sinistra e del paese.
È una figura fondamentale della sinistra italiana quella ricostruita e raccontata da Massimo Asta nel libro Un rivoluzionario del Novecento, edito da Carocci. Lo hanno definito un intellettuale in bilico tra Sorel, Lenin e Gramsci, un rivoluzionario di professione. Di sicuro c'è che l'esponente comunista è una protagonista indiscusso nella storia del movimento operaio italiano del Novecento, nella formazione della cultura economica del Pci, nell'elaborazione della sua linea meridionalista.
“Non è vero. È falso, è falso“. È 16 settembre del 1944 e don Calogero Vizzini, lo storico boss di Cosa nostra, è nervoso. Nella piazza di Villalba - il suo regno da mille e poco più anime nel cuore agricolo della Sicilia, sole che brucia le campagne e contadini piegati al padrone dalla violenza dei mafiosi - i comunisti si sono permessi di venire a tenere un comizio. Anzi non i comunisti: il numero uno del Partito comunista in Sicilia. In quella piazza di Villalba, minuscola capitale della mafia agraria, è arrivato addirittura Girolamo Li Causi, dirigente rosso che quindici anni di carcere fascista non sono riusciti a piegare. Una figura fondamentale della sinistra italiana, ricostruita e raccontata da Massimo Asta nel libro Girolamo Li Causi, un rivoluzionario del Novecento, edito da Carocci. Storico e ricercatore all'università di Sciences Po, a Parigi, Asta ha raccolto una vasta documentazione inedita tra l'Italia e Mosca, per analizzare il percorso politico di Li Causi, nativo di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Già determinante nel Psi massimalista di Serrati, convertito al comunismo nel 1924, dopo la scarcerazione Li Causi si unisce ai partigiani. Quindi viene mandato in Sicilia per organizzare il Pci, di cui sarà primo segretario sull'isola. Lo hanno definito un intellettuale in bilico tra Sorel, Lenin e Gramsci, un rivoluzionario di professione. Di sicuro c'è che Li Causi è una protagonista indiscusso nella storia del movimento operaio italiano del Novecento, nella formazione della cultura economica del Pci, nell'elaborazione della sua linea meridionalista, nel processo che avrebbe condotto negli anni Sessanta alla reinvenzione di un'antimafia di Stato. Già l'antimafia. Nata forse quel giorno di settembre del '44 a Villalba. Quando la polizia e i carabinieri consigliano a Li Causi e i suoi di non andare a parlare nel regno di don Calò, di non provocare il patriarca mafioso, legato alla Democrazia cristiana e ai separatisti che in quei mesi lavorano per tentare di fare della Sicilia la 49esima stella degli Stati Uniti d'America.E infatti l'inizio di quel comizio è difficoltoso. Anche perché, arrivati nella piazza a bordo di un camion, i comunisti si rendono conto che non possono cominciare a parlare. Il motivo? Le campane della chiesa suonate continuamente dall'arciprete di Villalba, che è il fratello di don Calogero. “Passò quasi un' ora: gli uomini aspettavano nervosi, le campane assordavano la piazza, don Calogero fumava. Finalmente il suono finì e il comizio poté cominciare”, ricostruì sull'Espresso Eugenio Scalfari nel 1956. All'inizio non c'era nessuno, a parte Li Causi e i suoi amici democristiani e separatisti. Piano piano, però, arrivarono una serie di curiosi che apprezzavano i concetti espressi da Li Causi: le terre da togliere ai latifondisti protetti dai gabellotti mafiosi per distribuirle ai contadini. È a quel punto che Vizzini perde la calma forse per l'unica volta nella sua vita: “Non è vero. È falso, è falso“. Fu una specie di segnale: da nulla comparvero una serie di pistole, subito utilizzate contro il palco improvvisato dei rossi e persino alcune bombe a mano. Diversi i feriti, compreso Li Causi che venne colpito a una gamba.
Più volte deputato e senatore, eletto all'Assemblea costituente, il dirigente comunista era anche tra gli obiettivi della strage di Portella della Ginestra il primo maggio del 1947. Episodio sul quale Asta ricostruisce una parte totalmente inedita: poco dopo l'eccidio, infatti, Li Causi ha dovuto utilizzare tutta la sua autorità per impedire una “rappresaglia fuori controllo contro noti esponenti mafiosi e alcuni latifondisti” che un gruppo di comunisti avrebbe voluto mettere in atto sull'onda dell'emozione prodotta dalla strage. Quattordici morti, decine di feriti, tra contadini, donne, bambini che festeggiavano la festa dei lavoratori. Pochi giorni prima il Blocco del popolo aveva vinto le elezioni regionali in Sicilia con il 32% (contro il 20% della Dc). Occorreva un segnale. Si manifestò con le armi di Salvatore Giuliano, della sua banda, e probabilmente non solo. D'altra parte quella di Portella è una strage ancora oggi irrisolta. La prima di una lunga serie nell'Italia repubblicana.
Redazione, Girolamo Li Causi, il comunista che “inventò” l'antimafia. E andò a parlare nella piazza del boss (che gli fece sparare), Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2018

Privo di una tradizione delle autonomie locali, il Pci dovette affrontare qualche resistenza interna prima di muoversi in senso regionalista. L'autonomismo in molti militanti evocava lo spettro dell'isolamento dal movimento operaio nazionale e dalla lotta partigiana, il cui peso specifico in vista di un prossimo governo democratico era ormai prevedibile. Fu il segretario nazionale del partito, Palmiro Togliatti, a dissolvere dubbi e localismi indicando nella linea autonomista il fondamento della politica comunista in Sicilia. Costui nell'agosto del 1944 inviò nell'isola un leader autorevole come Girolamo Li Causi, già prigioniero politico e resistente al Nord, affidandogli l'incarico di organizzare il partito. La sua azione fu improntata al disciplinamento delle tendenze radicali e del plebeismo diffusi alla base, dunque al principio del centralismo democratico, chiave di volta del movimento comunista internazionale <17.
[...] Le rivendicazioni popolari si inquadrarono dunque in un più complessivo disegno autonomistico, il cui indispensabile valore di cornice fu confermato in occasione del congresso comunista regionale del gennaio 1945: la posizione del Pci sull'autonomia consisteva, secondo Li Causi, in una «lotta per l'emancipazione contro le forze reazionarie dell'isola […]». Attraverso l'autonomia, le masse popolari siciliane potevano «intervenire direttamente nella vita politica, farvi direttamente udire la loro voce, porre direttamente i loro problemi» <21. Quel congresso, a riprova della specificità attribuita dal Pci ai problemi dell'isola, segnò anche la nascita della Federazione comunista regionale, concepita idealmente per dotare il partito siciliano di ampi poteri decisionali e di elaborazione, ma sciolta di lì a poco per essere sostituita dal Comitato regionale <22.
[...] L'inflessibile avversione del Pci siciliano alla mafia ebbe un preciso momento genetico: la sparatoria scatenata dal capomafia Vizzini contro Li Causi a Villalba il 16 settembre '44. Nel centro nisseno la fazione cattolico-separatista di Vizzini e di suo nipote Beniamino Farina esercitava un potere indiscusso: i due congiunti si alternavano alla guida del comune, controllando la locale sezione della Dc associata al Mis. Una storica famiglia ad essi avversa era quella dei Pantalone, il cui giovane erede e futuro collaboratore de «L'Ora», Michele, dirigeva in paese un gruppo socialista. Giunto a Villalba per un comizio insieme a Pantaleone e altri militanti, Li Causi non evitò, come pare avesse chiesto Vizzini, di riferirsi alle questioni locali, denunciando la gestione affaristica dei subaffitti del feudo Micciché. Fu allora che dalla piazza antistante al palco scariche di proiettili e bombe a mano investirono i comizianti, provocando 14 feriti tra cui Li Causi.
La vicenda fu emblematica per diverse ragioni: a differenza dei tipici agguati mafiosi, l'aggressione venne compiuta alla luce del sole, al cospetto dell'opinione pubblica <37, legittimando platealmente il ruolo della mafia nel sistema di potere della Sicilia interna. L'episodio ebbe tuttavia anche un altro significato, e dalle conseguenze di lungo periodo: fino ad allora dal punto di vista dei comunisti non si era escluso che nella battaglia contro la grande proprietà i gabellotti - ossia gli affittuari di estrazione per lo più mafiosa - potessero schierarsi dalla parte dei contadini. «I componenti della vecchia mafia, nella lotta per la conquista della terra - giunse a scrivere prima del comizio villalbese Li Causi- non avranno più bisogno di mettersi fuori legge […] essi potranno realizzare le loro aspirazioni ed emanciparsi economicamente come tutti i contadini» <38.
Questa prospettiva di apertura verso settori della mafia rurale riprendeva precedenti formulazioni, elaborate in età fascista da due autorevoli dirigenti comunisti, Ruggero Grieco ed Emilio Sereni: il primo aveva dipinto la mafia come «la difesa più solida del feudalesimo siciliano» <39, distinguendo al suo interno una piccola mafia formata da contadini senza terra, piccoli borghesi poveri, funzionari, avvocati, venuta a scontrarsi con il fascismo, e una mafia grande legata al feudalesimo e inquadrata nel regime. La sua schematica previsione aveva postulato «lo spostamento delle masse di bassi mafiosi di origine contadina, sconfitti dal fascismo e dalla grossa mafia, verso il proletariato rivoluzionario» <40.
Più articolata l'interpretazione di Sereni il quale, sulla scorta delle riflessioni di Franchetti, aveva individuato nella mafia una borghesia impedita nel suo sviluppo, uno strato intermedio «rivolto da un lato contro il grande proprietario latifondista, dall'altro contro il contadino povero e contro il salariato agricolo. E questo secondo volto della maffia si rivela ancor più apertamente nel suo atteggiamento di ostilità [non esitando] di fronte ai mezzi più radicali, come l'assassinio dei capi del proletariato agricolo e industriale siciliano» <41. Ciononostante, il fascismo con la sua repressione indiscriminata avrebbe insinuato un contrasto fra ceti intermedi mafiosi e latifondisti, ristabilendo «l'ordine dei grandi proprietari feudali»; ad aggravare ulteriormente tale frattura in seno alle classi dominanti sarebbe stata la crisi del '29. «È probabile […] - proseguiva Sereni - che la maffia, in quanto forma semifeudale di lotta di classe ancora embrionale e indistinta, sia superata dallo sviluppo delle prossime lotte che l'isola, col popolo italiano tutto, è chiamata a combattere» <42.
Queste letture in chiave classista orientarono i leader siciliani del Pci nel secondo dopoguerra, per quanto anche sul versante cattolico la mafia dei gabellotti fosse ritenuta utile ad aggregare gli strati intermedi delle aree interne: lo dimostrò, subito dopo la sparatoria, la rivendicazione dell'amicizia di Vizzini da parte della stessa Democrazia cristiana <43. Tali dichiarazioni d'interesse nei confronti di un soggetto come la mafia, notoriamente radicato a livello locale, riflettevano la scala di priorità delle forze politiche isolane nel quadro siciliano del '44: ai fini di una valutazione dell'approccio da assumere riguardo al fenomeno mafioso prevalevano non tanto considerazioni di tipo legalitario, quanto invece criteri di realismo politico intesi a costruire un insediamento territoriale.
In seguito all'attentato l'approccio dei comunisti alla questione mutò radicalmente, nonostante permanesse l'attitudine a considerare la dimensione popolare dei gruppi mafiosi o delle formazioni banditesche come una componente in qualche misura redimibile <44. Da allora ebbe inizio un lento e contradditorio processo attraverso il quale il rispetto della legalità democratica avrebbe occupato per il Pci uno spazio progressivamente maggiore fra i parametri di giudizio della questione mafiosa. Che il principio legalitario faticasse ad imporsi era anche risultato della sistematica violazione della legge operata dagli agrari e dell'appoggio loro fornito in questo senso dalle autorità costituite.
[NOTE]
17 Su Li Causi, cfr. la recente sintesi di M. Asta, Girolamo Li Causi. Un rivoluzionario del Novecento. 1896-1977, Carocci, Roma 2018.
21 Cfr. G. Li Causi, Rapporto politico, in «La voce comunista», 18 gennaio 1945, ora in M. Rizza (a cura di), I Congressi regionali del P.C.I. in Sicilia. Storia documentaria. Vol. I., Istituto Gramsci Siciliano, Palermo 1988, pp. 176-192.
22 Ivi, pp. 268 sgg.
37 R. Mangiameli, La regione in guerra, cit., p. 354.
38 L'intervento di Li Causi in «La voce comunista», 24 giugno 1944, cit. in Ivi, p. 554.
39 R. Grieco, Scritti scelti. Vol. I. La formazione del partito e le lotte antifasciste, a cura di Enzo Modica, pp. 194-195, ora in F. Petruzzella (a cura di), La posta in gioco. Il Pci di fronte alla mafia. Vol. I. Da Grieco a Li Causi, La Zisa, Palermo 1993, pp. 19-20.
40 Ivi, p. 21.
41 E. Sereni, La questione agraria nella rinascita nazionale italiana, Einaudi, Torino 1946, p. 240. Cfr. anche Id., Il capitalismo nelle campagne, Einaudi, Torino 1947.
42 Ivi, p. 242.
43 R. Mangiameli, La regione in guerra, cit., p. 555.
44 Ibid.

Ciro Dovizio, Scrivere di mafia. «L'Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019

Due anni prima anche Girolamo Li Causi, vicepresidente dell'Antimafia, era stato assolto per le sue accuse a Gioia. L'ex senatore e segretario regionale del PCI aveva detto che il ministro era «moralmente» responsabile dell'assassinio di Almerico e, senza entrare nel merito delle responsabilità, il Tribunale di Palermo gli aveva riconosciuto il diritto di esprimere tale giudizio. <230
[...] Poiché parlava al teatro Politeama, dove si poteva accedere solamente tramite inviti, Lima veniva accusato di essersi esposto in un comizio riservato a persone di indiscussa fedeltà, mentre tutti gli altri oratori parlavano in piazza. Numerosi cittadini chiedevano a L'Ora se fosse lecito, in una grande città come Palermo, che il sindaco non parlasse a tutta la cittadinanza ma solo in una sorta di «conferenza familiare». Per avere contezza del suo discorso, dunque, ci si poteva limitare a comprare il giornale. <307
A ridosso delle elezioni [1960], Piazza del Gesù veniva tempestata pure dalle proteste per lo scandalo Genco Russo. Dopo la denuncia della candidatura del boss nelle liste DC, Li Causi ribadiva alla Camera la necessità di un'inchiesta parlamentare sulla mafia. <308
Alla TV Moro ammetteva di non conoscerlo anche se, comunque, la Direzione non aveva la competenza per esaminare tutte le liste presentate negli ottomila comuni dove si andava a votare. <309
[NOTE]
230 Sul ruolo di icona antimafia guadagnato dall'esponente comunista cfr. Massimo Asta, Girolamo Li Causi, un rivoluzionario del Novecento. 1896-1977, Carocci, Roma 2017, pp. 281-304.
307 Il match elettorale respinto dall'on. Gioia, in «L'Ora», 31 ottobre 1960.
308 AP, CD, Leg. III, Discussioni, 13 ottobre 1960, pp. 17579-17610.
309 Nell'ottobre del 1960 i volti dei politici entravano per la prima volta nelle case degli italiani con Tribuna elettorale, fortunata trasmissione condotta da Gianni Granzotto. Sull'esordio del segretario democristiano cfr. Riccardo Brizzi, Aldo Moro, la televisione e l'apertura a sinistra, in «Mondo contemporaneo», n. 2, 2010, p. 144. Sul ruolo di servizio pubblico del mezzo cfr. Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia. Costume, società e politica, Marsilio, Venezia 1999, pp. 333-354.
Vincenzo Cassarà, Salvo Lima. L’anello di congiunzione tra mafia e politica 1928-1992, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2019

giovedì 23 giugno 2022

Dall’ambasciata statunitense capirono subito l’intento di «far sentire agli Usa qualche parola buona su Tambroni»


Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia <85, tuttavia il comportamento di Tambroni, che tentò di rilanciare il condizionamento del conflitto bipolare sulla politica italiana, <86 impone un’attenzione ben maggiore. L’incarico, come ha ricordato Nuti, non fu accolto dall’ambasciata con particolare soddisfazione, soprattutto per la vicinanza di Tambroni a Gronchi <87. «Nel breve periodo - ha scritto Zellerbach - non c’era motivo di preoccuparsi, visto che la cooperazione con gli Usa e con la Nato non sarà molto diversa da quella di Segni». Addirittura le prospettive sulla politica estera italiana venivano definite «eccellenti». Tuttavia la scelta non era giudicata «una soluzione felice». Tra i maggiori pericoli legati al nuovo esecutivo c’erano la possibilità di altre «scorribande» neutraliste in politica estera e l’opportunismo del nuovo capo del Governo. Nello stesso tempo la solidarietà di Gronchi, a cui erano legati il futuro e la stabilità del governo, era tutt’altro che assicurata. <88 A fronte della nuova maggioranza, furono immediate le dimissioni dei ministri della sinistra democristiana Bo, Sullo e Pastore. Poi seguì un tentativo - fallito - di Fanfani, che rispecchiava lo stato di confusione in cui versava la Dc, più volte rilevata dagli osservatori statunitensi. Alla fine di aprile Gronchi invitò Tambroni a completare la procedura e presentarsi al Senato. La direzione Dc approvava e l’ampia maggioranza democristiana confermava il nuovo, tormentato governo. Commentando l’investitura, i funzionari di via Veneto non erano in grado di stimare le probabilità che l’esecutivo arrivasse all’estate. Il presidente del Consiglio, in una formula efficace e sintetica, veniva descritto come un uomo «temuto da molti, ma di cui nessuno si fidava». Tambroni, da par suo, considerava il plauso americano un fattore non secondario per la durata del suo governo. Fu Francesco Cosentino - segretario generale della Camera e consigliere legale di Gronchi - a “sponsorizzare” il governo, ma dall’ambasciata capirono subito l’intento di «far sentire agli Usa qualche parola buona su Tambroni».
[...] In varie città italiane salirono la tensione e il nervosismo <104. I comizi missini nelle città di Reggio Emilia, Parma e Messina furono impediti <105. A Bologna, invece, era stato il discorso di Pajetta, pronunciato in piazza Malpighi il 21 maggio, a provocare l’intervento della polizia <106. Gli scontri durarono quaranta minuti provocando numerosi feriti, tra cui Giovanni Bottonelli, deputato del Pci, che riportò gravi ferite <107.
L’episodio, secondo quanto annotava un funzionario del consolato, rifletteva ancora una volta la «prontezza comunista nello sfruttare gli scontri con le pubbliche autorità» <108. Era questo uno dei tratti maggiormente sottolineati dalle relazioni americane. In più, il giudizio sul partito era a dir poco lapidario. Il Pci non era più in grado di «cavalcare le agitazioni e la propaganda come faceva una volta». La sede dei disordini non poteva che dare credito all’intuizione. Dopotutto, si era trattato di uno scontro in una roccaforte del Pci dove un deputato comunista era stato arrestato e ferito. «Qualche anno fa - ha scritto il segretario d’ambasciata Lister - avremmo assistito a dimostrazioni di massa, scioperi e altre azioni contro il governo in tutta Italia» <109.
Altrettanto attivo era il partito neofascista, galvanizzato dall’appoggio esterno al governo. Il Msi aveva indetto il VI congresso nazionale a Genova, dal 2 al 4 luglio. In quell’occasione, avrebbe dovuto dichiarare fedeltà al metodo democratico e alla Costituzione, anche se la Carta non sarebbe stata accettata come documento intoccabile.
Com’è noto, la scelta di Genova, peraltro conosciuta da tempo <110, fu un’opzione poco felice.
Molti esponenti missini, negli anni successivi, avrebbero fatto autocritica sia sull’effettiva maturità del partito che sulla scelta della sede <111. A suscitare la protesta del fronte antifascista furono soprattutto due elementi. L’oltraggio di un congresso neofascista in una città medaglia d’oro della Resistenza e la presenza - più vociferata che accertata - dell’ex prefetto della città ai tempi di Salò, Carlo Emanuele Basile. Secondo alcuni avrebbe addirittura dovuto presiedere i lavori. Il nome di Basile bastava ad evocare lo spettro dei non lontani massacri di guerra, rendendo l’affronto missino insostenibile.
Sulla scelta di Genova e sulle voci che riguardavano Basile, però, rimangono forti perplessità. Il 15 maggio, quando vennero resi noti i giorni e la sede del congresso le reazioni furono piuttosto blande <112. Genova, inoltre, non era la prima città fortemente legata alla Resistenza in cui il Msi convocava il suo raduno nazionale. Quattro anni prima la sede prescelta era stata Milano. In più, dal 1956, la giunta comunale della città ligure era appoggiata dai voti missini. Certamente Genova era «più contaminata dal Msi con il voto determinante del governo cittadino che con un congresso di tre giorni» <113.
[...] Veniamo ai fatti. Una prima grande mobilitazione contro il Msi ebbe luogo il 25 giugno. Protagonisti - ed è una costante delle proteste anti-tambroniane - furono i movimenti giovanili dei partiti antifascisti e di altre associazioni <121. Il 28 giugno, poi, venne indetto un comizio in piazza della Vittoria a Genova, che si svolse senza problemi.
Per il 30, la Camera del Lavoro proclamava uno sciopero generale con una manifestazione autorizzata dal prefetto. Quel giorno, una volta giunti in via XX settembre al monumento ai partigiani caduti, i manifestanti andavano in piazza della Vittoria, dove avrebbe dovuto terminare il tutto. Qui, la processione tornò indietro al sacrario, con in testa comunisti e socialisti. Poi il grosso della folla si fermava in Piazza De Ferrari, dove cominciava la battaglia.
Gli ordini alla polizia e ai carabinieri e le misure che poteva aver indicato lo stesso Tambroni sono tuttora un punto oscuro. Per Baget Bozzo la polizia «non reagisce». <122 Citando i rapporti dei carabinieri, Garibaldi ha posto l’accento sul fatto che la polizia avesse le armi scariche, e fu maggiormente presa di mira dai manifestanti, che ne erano a conoscenza <123. Il tenente colonnello Gaetano Genco ha scritto che il comportamento della polizia fu molto diverso da quello dei carabinieri. Questi, infatti, non fecero uso delle armi «nemmeno a scopo intimidatorio» ed ebbero solo cinque feriti. E avrebbero addirittura fraternizzato con i manifestanti <124.
Secondo Adalberto Baldoni, l’unica spiegazione per l’atteggiamento così poco collaborativo dei carabinieri, risiederebbe in una «garanzia militare sull’apertura a sinistra». Tale strategia sarebbe stata ispirata dalla coppia Moro-De Lorenzo e dagli Stati Uniti. A Roma, Reggio Emilia e in Sicilia, sempre secondo Baldoni, si doveva esasperare lo scontro e i carabinieri parteciparono attivamente. Tuttavia, non è azzardato nutrire qualche dubbio sulle fonti utilizzate per avvalorare l’ipotesi del coinvolgimento statunitense nella vicenda <125.
Murgia e Del Boca hanno scritto invece di una polizia «in completo assetto da guerra» pronta a scagliarsi sulla folla, senza menzionare i comportamenti delle altre forze dell’ordine <126. Più equilibrate le posizioni di alcune opere di sintesi sulla storia della prima Repubblica, in cui emerge con una certa continuità la sorpresa degli agenti, almeno in un primo momento <127. Tale sorpresa, poi, era dovuta non tanto alla scarsa prevenzione delle autorità locali, quanto alla sottovalutazione delle autorità centrali, che non diedero il «dovuto peso» alle informazioni provenienti da Genova.
Non si negava, infine, «qualche sintomo di nervosismo» tra gli organi di polizia <128.
L’ambasciatore Zellerbach considerò le proteste «in buona parte giustificate». E definì «stupido» il prefetto Pianese per aver concesso l’autorizzazione ai missini <129. Comprensibilmente, però, prese corpo l’ipotesi di una maggiore irrequietezza della piazza rispetto alle forze dell’ordine, che, non a caso, subirono i danni maggiori <130.
[NOTE]
85 Se ne sono in parte occupati solo Nuti e Gentiloni Silveri, si vedano L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 285-299; U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-sinistra 1958-1965, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 49-58.
86 Si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 368. Significativo è il fatto che Murgia, citando un editoriale del «New York Times», scrive che «sembra uscito dall’ufficio stampa di Tambroni», si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 139. Sfogliando «L’Unità» e «Il Secolo d’Italia» del luglio 1960 si trova una selezione degli editoriali di molti quotidiani stranieri. Naturalmente la stampa internazionale veniva usata per avvalorare la tesi dell’aggressione da parte delle forze dell’ordine o della provocazione di piazza. Era comunque indicativo dell’attenzione rivolta a quanto scrivevano all’estero per comprovare le proprie idee.
87 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
88 Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 288-289.
104 Sul generale inasprimento delle autorità pubbliche nei confronti dell’opposizione di sinistra si veda P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 365-367.
105 G. Roberti, L’opposizione di destra in Italia, cit., p. 138. Per le reazioni sulla stampa missina si veda Preordinate provocazioni dei socialcomunisti a Parma, «Il Secolo d’Italia», 1 maggio 1960.
106 A. Barbato, Da Bologna il primo squillo di tromba, «L’Espresso», 29 maggio 1960, p. 6. Si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 62.
107 Si veda G. Fanti, G.C. Ferri, Cronache dall’Emilia rossa: l’impossibile riformismo del Pci, Pendragon, Bologna, 2001, pp. 67-68.
108 Police breakup of Bologna communist meeting arouses strong reaction, M. Cootes (American Consul General) to the Department of State, May 30, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-3060.
109 Communists provoke incidents in Chamber June 1 over clash with police in Bologna, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, June 10, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/6-1060. Tuttavia, proprio in relazione ai fatti di Bologna, il parlamentare democristiano Elkan parlò di una grande quantità di armi detenute nelle case di alcuni arrestati o in luoghi vicini. Erano tutti esponenti del Pci e le armi facevano parte, secondo Elkan, di «oscuri e gravi ricordi di guerra civile», si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 1° giugno 1960, p. 14423.
110 «L’autorizzazione era stata data da tempo, addirittura da Segni come ministro degli Interni del suo governo», si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., p. 105. La notizia del congresso apparve sul quotidiano neofascista a metà maggio, si veda In difesa dello Stato e della nazione insostituibile la funzione del Msi, «Il Secolo d’Italia», 15 maggio 1960. La mozione congressuale fu pubblicata, sempre sul quotidiano neofascista, il 3 giugno.
111 A. Baldoni, La destra in Italia, cit., p. 553; Servello ha scritto di un partito «completamente impreparato», della «sottovalutazione delle capacità di mobilitazione delle sinistre» e della «sopravvalutazione della capacità del governo Tambroni di gestire la situazione». I tempi, comunque, non erano ancora giudicati maturi, F. Servello, 60 anni in fiamma. Dal Movimento Sociale ad Alleanza Nazionale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, pp. 63-68. Sull’autocritica di Almirante si veda A. Pitamitz (a cura di), Tre protagonisti 25 anni dopo, «Storia Illustrata», n. 337, dicembre 1985, p. 47. Particolarmente netto e amaro fu il giudizio di Anfuso, che nel 1962 arrivò a dire che il Msi avrebbe potuto anche sparire, se la Dc si fosse sforzata di comprendere le intenzioni del partito neofascista, A. Del Boca, M. Giovana, I “figli del sole”. Mezzo secolo di nazifascismo nel mondo, Feltrinelli, Milano, 1965, p. 202. La questione delle intenzioni missine è peraltro molto dibattuta. Ne «Il Secolo d’Italia» del 30 giugno ’60 si legge «il Msi rappresenta dunque, e assume apertamente di voler rappresentare, la continuazione del Fascismo». Tarchi ha ricordato la «classica connotazione bicefala del Msi», alla luce della quale l’obiettivo ultimo restava la costruzione di «un regime destinato a richiamare - sia pure in forme che nessuno avrebbe saputo indicare con precisione - quello mussoliniano», M. Tarchi, Cinquant'anni di nostalgia. La destra italiana dopo il fascismo, Intervista di A. Carioti, Rizzoli, Milano, 1995, p. 66
112 P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 39-41; F.M. Solo la Dc a Genova non protesta contro il congresso dei neofascisti, «L’Unità», 11 giugno 1960; Per le reazioni missine si veda La farsa rossa dell’indignazione popolare contro il Congresso nazionale del Msi a Genova, «Il Secolo d’Italia», 11 giugno 1960. Il console Joyce rimase colpito dalla durezza della campagna che poi iniziò. A tal proposito citò un manifesto con la scritta: «Msi uguale fascismo, fascismo uguale nazismo, nazismo uguale camere a gas», Growing opposition to planned Msi convention in Genoa, R. Joyce (American Consul General, Genoa) to the Department of State, June 27, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/6-2760.
113 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., pp. 287-288. Pombeni ha scritto che lo «scandalo» per il congresso a Genova «era credibile fino a un certo punto», P. Pombeni, L’eredità degli anni Sessanta, in F. Lussana, G. Marramao (a cura di), L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta. Culture, nuovi soggetti, identità, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003, p. 46. Secondo Cooke le difficoltà sul nascere del governo Tambroni si erano subito riversate a livello locale. Genova fu una delle prime città in cui i missini votarono contro importanti provvedimenti, provocando così la crisi della giunta, si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 26-27.
121 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
122 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, p. 288; P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 76-77.
123 Il rapporto è il n. 113 del 30 giugno 1960, L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, «Storia Illustrata», n. 337, dicembre 1985, p. 49.
124 P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 85-88.
125 A. Baldoni, Due volte Genova, cit., pp. 97-104. L’ipotesi del coinvolgimento dei carabinieri - voluto da Moro - nella caduta di Tambroni non pare priva di fondamento. Ma sembra ragionevole, stando a quanto reperito negli archivi statunitensi e alle più recenti indagini storiografiche, non dare credito a dietrologie un po’ azzardate. In particolare l’autore pone all’origine dell’accordo Sifar-Cia contro Tambroni il piano Demagnetize, in realtà esauritosi nel ’53 senza risultati apprezzabili, si veda M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica» in Italia (1948-56), «Studi Storici», a. XXXIX, n. 4, ottobre-dicembre 1998, pp. 961-974. In più Baldoni si rifà a opere giornalistiche (R. Trionfera, Sifar Affair, Reporter, Roma, 1968 e R. Faenza, Il malaffare, Mondadori, Milano, 1978) smentite da successivi lavori scientifici.
126 A. Del Boca, M. Giovana, I “figli del sole”, cit., pp. 200-201; P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 81-82.
127 «La violenza dei dimostranti, diversi dei quali erano armati, fu tale che le forze di polizia si trovarono a mal partito e lamentarono diverse perdite in uomini feriti e materiale distrutto», G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
128 File with subject file copy of Genoa’s D-2 (in italiano), July 11, 1960, RG 84, Italy, US Consulate, Genoa, Box 3, f.300/500 Polit/Econ reporting 1960. Nello stesso documento si parla di azioni condotte con molta decisione, forse perché «era stata diffusa la voce che da parte delle forze dell’ordine non si sarebbe fatto uso di armi». Sui timori dei poliziotti si veda S. Medici, Vite di poliziotti, Einaudi, Torino, 1979, pp. 55-57.
129 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
130 L. Garibaldi, Due verità per una rivolta, cit., p. 50. Si veda «Il Secolo XIX», 1 luglio 1960, articolo molto ricco citato interamente in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 91-95; Sul trattamento riservato ad alcuni agenti, in particolare sul tentativo di annegamento e sull’utilizzo di uncini si vedano G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 288; L. Fazi, Un comando rosso ha diretto l’insurrezione, «Il Secolo d’Italia», 2 luglio 1960.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009/2010