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sabato 21 maggio 2011

Imprimatur ed altro ancora

Un indice di libri proibiti




Un altro indice
Ancora un indice
 

Un imprimatur
 
Con il post precedente,  Imprimatur,  mi sono venuti in mente ulteriori elementi, tra i tanti richiami che si potrebbero produrre ancora.

Il tema ha indubbiamente a che fare con i dettami sui "Libri proibiti" sanciti dal Concilio di Trento.
In materia un fatto tragicamente emblematico fu quello di Ferrante Pallavicino, la cui vicenda (in odore di lesa maestà e apostasia fu strenuamente perseguitato sino ad esecuzione avvenuta in Avignone), pur antecedente a quella di Imprimatur, si ascrive perfettamente se non in un giallo, di sicuro in un noir, che del resto qualcuno di recente ha ripercorso in un agile romanzo, collocandovi in qualche modo un grande intemelio del passato, anzi, nel Seicento il "Ventimiglia" per antonomasia, Angelico Aprosio, fondatore dell'omonima Biblioteca nella sua città natale, la "Libraria": nella realtà, si conobbero e furono corrispondenti letterari.
Stava per aprirsi la stagione dei "Fogli volanti", veri e propri giornali dell'epoca, diffusi in tutta Europa, sostanzialmente cronache di storie giudiziarie, che unitamente ad altre opere a stampa anche antecedenti, specie se "Libri proibiti", costituiscono una ricca miniera di vicende incredibili, quasi tutte atroci e crudeli, ridondanti, tra altri efferati aspetti, di torture, roghi, decapitazioni, caccia alle streghe, persecuzioni degli ebrei, lupi mannari, mummie, vampiri veri e presunti. Da molti dei libri in questione, rari esemplari dei quali sono custoditi nella Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia, successivamente attinsero in larga misura gli autori del gotico, dell'horror, del terrore, del fantasy, compresi nomi illustri come Stocker, Melville, Hawthorne, Poe, Maria Shelley, Herbert George Wells.

Un altro erudito ventimigliese, Domenico Antonio Gandolfo, continuatore per diversi aspetti, non solo come successore quale Bibliotecario dell'Aprosiana, dell'opera dell'Aprosio, aveva dovuto indagare in precedenza in Roma sulla morte per certi versi tragica e misteriosa della Regina Cristina di Svezia, probabilmente dovuta ad un attacco d'ira per non essere riuscita a fare assassinare tale abate Vaini, che aveva violentato una sua ancella. E pensare che questa donna famosa, che nella Città Eterna fece notevoli cose dal punto di vista culturale sino ad avere esercitato influenza con una sua Accademia sulla successiva costituzione dell'Arcadia, aveva una folla paura di invecchiare, al punto da voler prestare orecchio non solo all'alchimia, ma pure a vari imbroglioni.
Erano tempi così!

Mentre io devo ringraziare Cultura-Barocca, cui spesso attingo preziose informazioni, nonché, come in questo caso, rare immagini.

lunedì 16 maggio 2011

Imprimatur


Quando qualche giorno fa ho letto su "Il Fatto Quotidiano" la notizia del boicottaggio in Italia di "Imprimatur" e di altre successive opere della coppia dei suoi autori, quel romanzo me lo ero quasi dimenticato, di sicuro non ne ricordavo il titolo, pur avendolo letto con grande attenzione ed entusiasmo, anzi, con la sicurezza a me solita in casi come questo che lo avei presto riletto: il che non mi é ancora capitato di fare. Si tratta di un giallo storico ambientato a fine '600 a Roma, in piena età Barocca, dunque, intessuto con vera ispirazione dei giusti ingredienti dei due generi di riferimento, denso, considerato il periodo in esame, di personaggi, riferimenti e particolari interessanti, con poche concessioni - ma una molto significativa - alla fantasia: un bel libro, insomma, a mio modesto giudizio.

Non mancano, dirette o sottese, ma mai pedanti, riflessioni amare sul potere e sulla società, soprattutto in ordine alla Francia del Re Sole e al Papato: in riferimento a quest'ultimo una chiave di lettura in termini di attualizzazione spiegherebbe, a detta degli autori e di altri loro commentatori, la mancata ristampa e il subitaneo ritiro delle copie ancora in circolazione di quel volume e l'assoluta carenza di editori nazionali per i romanzi che ne sono seguiti.



Riprendo ora un sunto della vicenda dal Web: "Imprimatur è un romanzo storico ambientato nella Roma del 1683, nella settimana di settembre che coincise con la battaglia di Vienna tra le truppe cristiane e quelle turche. Rita Monaldi e Francesco Sorti, gli autori, sono all'esordio letterario. L'editore Mondadori, acquisisce il manoscritto e lo pubblica nel marzo del 2002. All'inizio il libro scala le classifiche ma a un certo punto l'editore sembra non crederci più. Il libro non viene più ristampato. Imprimatur sparisce dai cataloghi e dai siti di vendita usuali. Gli autori ottengono nuovamente i diritti. Vanno all'estero e cominciano a contattare gli editori più importanti. Il risultato è che ad oggi Imprimatur è stato stampato in almeno quarantacinque paesi e ha venduto più di un milione di copie nel mondo. Ma perché il romanzo era sparito dal novero delle "creature del creato"? Come mai non veniva più recensito? Come mai era sparito dai motori di ricerca librari su internet? Le risposte arrivano a fatica, tra silenzi e "no comment" d'ordinanza." 

Aggiungo ancora, ma su Internet di sicuro c'é ancora di più: "A causa della valanga di ordinazioni effettuate dopo la trasmissione televisiva “Complotti” (su la7 - n.dr.) l´edizione italiana di “Imprimatur” è andata esaurita. L´editore olandese l´ha ristampata e anche la seconda edizione è terminata dopo pochi giorni. La terza edizione è in vendita non solo presso la libreria online olandese e belga Proxis , ma anche presso la libreria on line Hoepli, che nel frattempo ha richiesto all´editore olandese di poter vendere in Italia IMPRIMATUR. Una vera novità, dato che finora tutte le librerie on line italiane si erano rifiutate di accettare il libro…" Insomma, la notizia giornalistica da cui sono partito non era del tutto uno scoop, ma se non altro ha l'indubbio pregio di tenere desto il dibattito.

Tra l'altro Wikipedia sostiene: "Imprimatur è il primo romanzo di una serie che dovrebbe essere formata da sette thriller storici, ognuno il seguito dell'altro. I titoli dei romanzi compongono una frase latina che racchiude in sé il senso dell'intera saga: "IMPRIMATUR SECRETUM VERITAS MISTERIUM UNICUM ... ...". "Si pubblichino tutti i segreti del mondo, ma la verità è sempre un mistero. Alla fine rimane solo...". I due titoli mancanti sono tenuti segreti dagli autori e verranno rivelati solo al momento della pubblicazione ... Poco dopo la pubblicazione il libro, edito da Mondadori, gli autori denunciarono un boicottaggio dalle case editrici italiane le quali, su presunta pressione vaticana, che non avrebbe gradito la pubblicazione di fatti storici riguardanti le trame di papa Innocenzo XI, ne evitarono la ri-pubblicazione nonostante il successo conseguito."

Ora di questo Papa qualcuno sostiene che avesse finanziato (o la sua famiglia di banchieri) l'insediamento degli Orange, protestanti, sul trono inglese: il che - pare! - non faccia onore ad un beato, proclamato tale solo nel 1956, anche se fu determinante per mandare soccorsi a quella capitale austriaca assediata dagli "infedeli".

Insomma, tutte queste cronache hanno la cadenza di un giallo con tutte le credenziali a posto. E pensare che  io il libro, se ben ci ripenso, ho avuto la fortuna di trovarlo in un negozio dove si mettono in commercio le rese invendute, mentre al pari di altri devo ben aspettare, a questo punto,  le edizioni italiane dei seguiti di quella prima fatica di Monaldi e Sorti, libri che all'estero stanno avendo anch'essi grande successo.

sabato 14 maggio 2011

Ampelio



In questa uggiosa giornata, che in questo sembra proprio ripercorrere la tradizione, si celebra in Bordighera la Festa Patronale di S. Ampelio, mentre la kermesse popolare in suo nome, organizzata dalla giovane Pro Loco, é iniziata già mercoledì scorso nella Spianata del Capo del Paese Alto, come si può vedere qui sopra: il che mi consente di dare qualche approssimativa idea sia dell'ubicazione del Centro Storico che della "scibretta" per antonomasia, cioé uno dei grandi ficus esistenti nella Città delle Palme.





Mentre il sito dove approdò, visse ed operò il monaco arrivato dalla Tebaide egiziana intorno al 400 dell'era volgare é decisamente più in basso, come cerco di documentare in qualche modo con le soprastanti immagini, che consentono oltrettutto di fissare spunti per altre interessanti vicende, immagini messe più o meno in ordine geografico degradante, sino ad arrivare alla chiesetta sul mare, teatro di tanti matrimoni locali, dedicata  e contenitore della grotta, oggi cripta, che ospitò Ampelio.



Non so se all'epoca in cui arrivò - e la leggenda in proposito é intrigante - Ampelio (talvolta si dice anche Ampeglio, tanto é vero che nella consuetudine ormai desueta si potevano e possono trovare persone o con l'uno o con l'altro nome) abbia arrancato sugli scogli che a memoria sono da sempre prossimi al luogo di culto.
Di sicuro la venerazione per questo santo ha comportato un fattore storico di rilievo, pur non costituendosi qui un nucleo abitato degno di questo nome prima della fine del '400: l'attuale Paese Alto, insomma.
Le sue reliquie vennero portate a Genova già nel 1258 e tornarono solo finita la seconda guerra mondiale con tanto di traslazione via mare e con invero grande festa di popolo.

Nel corso dei secoli il convento benedettino (della Congregazione Olivetana) che venne eretto su quel sito ebbe una notevole funzione, al punto che, a fare un mero esempio non esaustivo, nella guerra di Savona, Albenga e Ventimiglia (da cui dipendeva l'attuale zona di Bordighera) contro Genova del 1238-'39, i soldati della Superba ne distrussero gran parte dei beni immobili, tra cui una torre.
E qui si apre il capitolo, da me scoperto relativamente da poco, non tanto della valenza dei Benedettini (a loro si deve l'introduzione dell'olivo che fornisce il giustamente rinomato olio delle nostre parti) nei periodi bui dell'Alto Medio Evo, quanto di una loro significativa continuità - al pari, credo, di altri monaci - di presenza (anche di frati, in verità), che porta anche a pensare agli antichi pellegrinaggi che passavano, in genere per diramazioni, da queste parti e ad altri viaggi di insigni personaggi.

Una fitta trama di storia, per l'appunto, su cui potrò eventualmente tornare.


martedì 10 maggio 2011

Sulla Nervia Romana

Quando da bambino o ancora da ragazzo passavo sul Cavalcavia di Nervia, frazione orientale di Ventimiglia, l'antica Ventimiglia Romana, non sapevo che i massi evidenziati nella soprastante fotografia erano componenti in pietra de la Turbie dell'antico lastricato della Via Romana Iulia Augusta, appositamente collocati come in un museo all'aperto.

Ricordo, però, quando nella prima casa bianca a sinistra venne rinvenuto un mosaico romano, che fu poi sempre, come lo é adesso, malamente visibile dalla rampa del ponte. Ma la ricostruzione virtuale di una Domus Romana che qui allego, non compie riferimento al contenitore di quell'impianto musivo, bensì ad altro edificio più a ponente che ospitava anche un ... lupanare.


Sul Teatro Romano ho rinvenuto da poco nuove - per me - informazioni in materia, ma penso sia anche interessante rivederne, insieme alla zona nervina, le vicende posteriori alle prime invasioni barbariche, quando fu adibito al nuovo culto cristiano. 

La città medievale, che qui sopra si può scorgere parzialmente ripresa proprio dalle vicinanze di quel Teatro, crebbe e il conseguente abbandono insediativo della piana di Nervia avvenne più lentamente di quanto avessi mai supposto prima in base alle informazioni che avevo avute.

Dal lato sud del Cavalcavia si possono ammirare quegli scavi. Ma é anche interessante sapere come si sia persa memoria nei secoli dell'antica città romana, sì che ai primi rinvenimenti lo stupore popolare fu grande: quasi una storia nella storia più grande.

L'argomentazione in materia sarebbe, invero, molto più vasta, con almeno un capitolo a parte che riguarda la foce del torrente Nervia, ma mi riservo di tornarvi in altra occasione.

Mi preme comunicare che la Villa della madre di Agricola, cui il genero Tacito dedicò quell'opera che forse più si ricorda perché tramandò la memoria della regina Boadicea e della sua eroica lotta contro gli invasori romani della Britannia, che quella Villa, dove quella donna trovò la morte ai tempi delle guerre civili che terminarono con l'insediamento di Vespasiano, doveva trovarsi nella zona più ad occidente ancora di Ventimiglia: quella città romana, pur piccola per noi moderni, aveva un territorio vasto da amministrare. Riporto quanto ho prima scritto non fosse altro che ho appena letto un giallo storico, scritto da una professoressa americana, che non solo colloca Agricola tra i protagonisti quale governatore Oltre Manica, ma che un minimo di riferimento a quell'avvenimento lo produce: quando si dicono le combinazioni!

Intanto, anche le colline sovrastanti o visibili da Nervia presentano altri reperti ed altre vicende meritevoli di narrazione.
E sono tanti gli altri aspetti della storia locale che devo ancora finire di scoprire.




martedì 3 maggio 2011

Varaldo o del giallo italiano

Pur essendo (stato?) un accanito lettore di romanzi polizieschi, il nome del ventimigliese Alessandro Varaldo mi era sempre un po' sfuggito, nonostante il fatto che pubblicazioni locali ne facessero spesso cenno e che un lungomare della città di confine da anni ne riportasse il nome.

Forse tenevo più da conto altri autori italiani degli anni '30, di cui percepivo, come poi riscontrato in autorevoli commentatori, le grandi potenzialità inesorabilmente tarpate dalle forbici censorie fasciste.

Eppure Varaldo fu espressamente incaricato dal fondatore della storica collana, che doveva ubbidire alle direttive schizoidi di quel regime tese ad alternare in un certo numero pubblicazioni nostrane a quelle straniere, di stendere il primo romanzo giallo italiano. Schizoidi perché - e mi spiace rovinare eventualmente la sorpresa a qualcuno - gli assassini, ad esempio fondamentale, dovevano essere invariabilmente stranieri.

Nel dopoguerra i lettori faticarono sia a trovare che ad appassionarsi per le opere dei pochi autori italiani di genere. Ruppe alquanto il ghiaccio Scerbanenco, che venne subito, credo, dimenticato. 

Oggi, a mio avviso, il mercato sforna sin troppi libercoli che sembrano videogames in carta stampata, forse conseguenza imitativa del difficile successo ottenuto dagli specialisti italiani che infine un po' di attenzione hanno ottenuto, scrivendo opere degne, spesso - ironia della sorte! - ambientate negli anni bui del fascismo, e contribuendo a creare un vero e proprio giallo sociale italiano.

Anche queste righe sono, da parte mia, una sorta di appunti, in parte ripresi da precedenti post, come per sottolineare che in modo più organico prima o poi dovrò decidermi a dare libero sfogo al mio entusiasmo per tanti autori nostrani di questo settore.

Sì, perché lo spunto per accingermi a scrivere quanto sopra me lo ha fornito il corrente 135° anniversario della nascita di Alessandro Varaldo, occasione nella quale a Ventimiglia ne é appena stata rieditata una trilogia di romanzi storici, quanto meno interessanti per la ricostruzione di vicende e luoghi. Nella prefazione viene ricordato, altresì, come venisse restaurato a cura di Bartolomeo Durante il "Fondo Varaldo" conservato nella storica Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia, che a sua volta meriterebbe diversi capitoli a parte. E a parte merita, credo, ora che ne so di più, parlare ancora di Varaldo, che fu anche drammaturgo e fondatore e presidente, prima di essere sostituito da un gerarca, della SIAE.

Sullo sfondo la spiaggia delle Asse di Ventimiglia cara - come ho letto mentre mi documentavo un po' - ad Alessandro Varaldo




giovedì 28 aprile 2011

Appunti milanesi


Anche se ormai cronicamente restio a viaggiare, ogni tanto devo farlo, come mi é appena successo con una rapida puntata a Milano e dintorni, da cui ho ricavato ulteriori impressioni ed elementi di curiosità.


Non ho mancato di rivedere Via Santa Radegonda per verificare - altre volte ero proprio di fretta - un ricordo di quando ero bambino.


Sì, era del tutto possibile in quegli anni ormai lontani avere l'impressione di toccare il Duomo con una mano da una finestra di quella casa ormai demolita.


Per associazione di idee mi é tornato in mente che mi era stato raccontato che appena finita l'ultima guerra anche la oggi "in" Via della Spiga era ancora una zona popolare.

Al Parco Sempione non avevo mai visto il monumento a Napoleone III, per il quale mi bastano i giudizi storici negativi di Marx e di Zola, ma la costruzione, di cui, per non fare qui un fotoromanzo, risparmio l'immagine, rammenta a noi tutti, siccome riporta i nomi dei caduti francesi nella II^ Guerra d'Indipendenza, che per il nostro Risorgimento sono caduti anche molti nordafricani. Presumo algerini. E presumo zuavi.

Ho dato un'occhiata, pur nella brevità del soggiorno, a tanto altro, di cui forse, aiutato da un vecchio libro preso in prestito e denso di storie della Vecchia Milano, alcune delle quali a suo tempo avevo udito, tornerò a dire. Qualcosa magari lascerò indietro perché troppo legato alla contingenza, come qualche curiosa fotografia che riprende dei turisti.


Ah, sì, prima di chiudere, un modesto souvenir dalla Brianza, per la quale in effetti attendo immagini più professionali della mia. Là, invero, mi sono dilettato anche ad ammirare treni locali, come a Milano tram e metrò: tutte mie vecchie passioni ...


giovedì 21 aprile 2011

Un musicista che fu impegnato per la libertà e per la pace

Nel villino, di cui alla fotografia e che ha a che fare con un mio guizzo di memoria, di cui dirò più avanti, visse a Bordighera, ma non so per quanti anni, il professore Raffaello Monti, insigne figura di musicista e di uomo amante della libertà e della pace. Mutuo ancora dalle parole scritte quasi trent'anni fa da persona, che ebbi l'onore di conoscere e di cui dirò qualcosa in prosieguo, che egli fu antifascista attivo da esule in Francia, che si impegnò per le sorti della Repubblica Spagnola, da dove tornò anche con una ragazza - in pratica da lui adottata - orfana di vittime di quel bagno di sangue, che nel dopoguerra fu per anni Presidente dei "Partigiani della pace". Da una ricerca su Internet trovo solo che fu straordinario violoncellista e compositore "ancora interamente da riscoprire e correttamente rivalutare": e questo in un inciso dedicato al fratello Michelangelo scultore, che ne realizzò nel 1915 un ritratto esposto al Circolo degli Artisti di Torino - la città di elezione, credo, per entrambi - nel 1919-20.
Raffaello Monti, opera del fratello Michelangelo, da Il Cassero
Vado a ripercorrere il mio approccio a questa degna figura, che certo credevo di avere conosciuto da bambino, con un percorso pressoché a ritroso. Non ricordo bene quando ne sentii parlare da adulto proprio in Bordighera - e mi si confermava che qui avesse dimorato - come uomo di notevole tensione morale e civile, prestato alla politica come indipendente in una lista autonoma che contribuì alla sconfitta della legge elettorale truffa del 1953, ma non trovai o non mi vennero dati elementi per una conferma di identità, spesso opinabile per via del gran numero di persone illustri - ogni giorno ne scopro di nuove - che nel passato sono almeno transitate per la Città delle Palme. E ho notato, comunque, mentre cercavo qualche ulteriore notizia sul Monti, che oggi a  Bordighera é praticamente dimenticato.

Ho rinvenuto, infine, più puntuali notizie sul professore parlando qualche anno fa con un conoscente che so molto attento ai fattori di storia e cultura locali. In pratica la conferma di quanto andassi cercando me la diede subito, lasciandomi qualche giorno dopo stupito consegnandomi la fotocopia di un articolo - che mi era a suo tempo sfuggito e da cui ho mutuato le scarne informazioni da me riferite - scritto nel 1985 da Nino De Andreis. A quest'ultimo, che ricordo come abitante in Badalucco nella ridente Valle Argentina, subito alle spalle di Taggia, intendo nell'occasione rivolgere un dovuto pensiero, perché uomo fra i tanti dal passato notevole - egli fu, ad esempio, nei primi anni della Ricostruzione Segretario di una Federazione del PCI in Calabria - che tornarono nell'ombra e nello specifico colui, da me ben frequentato, che mi fornì copia di  "L'Epopea dell'Esercito Scalzo" del professore Mario Mascia, imperituro monumento storico e letterario alla lotta di Liberazione nel Ponente Ligure.

Il discorso mi si é allungato, per cui lo vado a troncare subito, salvando un minimo di considerazioni, anche per motivare la mia pregressa curiosità. Conobbi il Monti perché abitava di fronte - separato solo dal torrente Borghetto - al gruppo di case dove stava mia nonna materna che, in periodo scolastico, spesso raggiungevo per i fine settimana. Io ricordo il professore, ancora con chioma fluente come in quel busto di marmo che ho postato, ancorché ormai candida come la neve, come persona gentile ed educata, in particolare cordiale con i bambini quale ero io all'epoca. Mi sembra anche di rammentare la signora cui ho fatto accenno in premessa. Monti era anche molto religioso, al punto da ospitare per alcuni anni nella piccola costruzione a destra nella fotografia che ho già riprodotto una sorta di cappella, dopo che era stata chiusa in vista di demolizione (fatto che non molti anni fa, affinché "trasmettesse", rimproverai ... ad un parroco neppure nato nel periodo in esame) quella storica posizionata a non più di duecento metri in là su quella strada per Vallebona. Ma questo punto di partenza, se non fossi stato uso - prima di fare altre mie scelte di libero pensiero ancora da adolescente - accompagnare i miei familiari a messa, non lo avrei forse mai avuto.