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giovedì 4 gennaio 2024

Ufficiali garibaldini di Spagna a Vallecrosia

A destra, Cesare Menarini in Spagna. Fonte:  AICVAS

Giuseppe Mosca in Spagna. Fonte:  AICVAS

Di Cesare Menarini e di Giuseppe Mosca e della loro militanza come volontari delle Brigate Internazionali a difesa della Repubblica Spagnola si potevano rinvenire un tempo ampie citazioni non solo nel classico libro di Luigi Longo, ma anche in uno di Giorgio Amendola. Con l'avvento del Web si possono trovare su di loro ancora più notizie, come si riporta più avanti.

Menarini e Mosca hanno avuto la singolarità di avere vissuto a Vallecrosia; Mosca più a lungo, prima di tornare a Biella, sua zona natale;  Menarini, invece, per tanti anni rimase nel ponente ligure, prima a Sanremo, poi, come detto a Vallecrosia, infine a Ventimiglia.

Certo, nella Guerra Civile di Spagna furono una quarantina i combattenti antifascisti imperiesi, arruolati nelle Brigate Internazionali. Non ebbero, tuttavia, la notorietà di Menarini e di Mosca, a loro volta meno ricordati in provincia di Imperia rispetto a Lorenzo Musso (Sumi), che durante la lotta di Liberazione divenne Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Operativa Liguria, ma soprattutto a fronte di Giuseppe Vittorio Guglielmo (Vittò, Ivano), comandante della II^ gloriosa Divisione Garibaldi "Felice Cascione" e neppure in riguardo di Carlo Farini (Simon), anch'egli già in Spagna, vice comandante del Comando militare unificato ligure, in precedenza comandante della I^ Zona e della II^ Operativa Liguria, il quale in provincia di Imperia durante la Resistenza ci era arrivato, per così dire, da emigrato.

Menarini Cesare di Pietro e Malagoli Maria, 5/10/1907, Città  del Lussemburgo. Autista, comunista. Cittadino italiano nato in Lussemburgo, nel 1915 rientra a San Felice sul Panaro insieme alla famiglia, originaria del Modenese. Il 13 gennaio 1923 espatria con regolare passaporto in Francia, raggiungendo il padre, emigrato per lavoro l'anno precedente. Si stabilisce prima a Homécourt, nel dipartimento della Meurthe e Mosella, fino al 1926, poi a Le Plessis-Trévise, nel dipartimento della Valle della Marna, nella regione dell'Ile-de-France, dove nel 1926 entra nella Federazione giovanile del Partito comunista francese e poco dopo nei Gruppi di lingua italiana del PCF. Nel 1928 si trasferisce a Le Blanc-Mesnil, nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, sempre nella regione dell'Ile-de-France, dove svolge un'intensa attività  antifascista tra l'emigrazione italiana fino all'ottobre 1936, quando decide di partire per difendere la Spagna repubblicana e si imbarca dal porto di Marsiglia sulla nave "Ciudad de Barcelona”. Sbarcato ad Alicante, raggiunge in treno Albacete, dove è arruolato nel battaglione Garibaldi, 1. compagnia, per poi passare alla 2. e alla 3. compagnia. A novembre combatte a Cerro de los Angeles e a Casa de Campo, dove il 20 novembre è ferito da una pallottola alla spalla sinistra. Dopo il ricovero negli ospedali di Madrid e di Valencia, nel gennaio 1937 torna al fronte e combatte alla Città  Universitaria, a Puente de Segovia, a Carabanchel, ad Arganda, sul Jarama, a Morata de Tajuna e a Guadalajara. Passato alla Brigata Garibaldi, il 31 maggio 1937 è promosso sergente e combatte a Huesca, a Brunete e in Catalogna. In seguito è al servizio della Delegazione della Brigate Internazionali a Valencia e poi, dal settembre 1937 al giugno 1938, alla Censura militare delle Brigate Internazionali, a Godella, in provincia di Valencia, e a Barcellona, nel quartiere di Sarrià. Il 10 novembre 1937 è promosso tenente e si reca alla base di Quintanar de la Republica, che lascia il 19 novembre per tornare in servizio. Nel febbraio 1938 è ferito al lato destro della testa da una scheggia durante un bombardamento aereo su Valencia ed è ricoverato all'ospedale militare cittadino. Il 4 aprile 1938 è promosso ancora e raggiunge il grado di capitano. In agosto si frattura il piede destro a causa di un bombardamento aereo su Barcellona ed è ricoverato in ospedale. Il 20 agosto 1938 esce dalla Spagna per infermità  e rientra nella sua abitazione a Le Blanc-Mesnil. Il 24 agosto gli viene tolto il gesso al piede all'ospedale di Versailles. Guarito, riprende il lavoro di operaio edile. Nel 1940 è responsabile del Partito comunista per il settore Parigi-Nord (Le Bourget, Le Blanc-Mesnil, Aubervilliers, Drouot, Bobignye e altri comuni) e durante il periodo dell'occupazione tedesca organizza un gruppo antinazista clandestino che distribuisce il bollettino ciclostilato "La Voce degli Italiani" e materiale di propaganda francese. Nel settembre 1940, la sua casa è perquisita dalla polizia, ma riesce a sfuggire l'arresto e viene ospitato per alcuni mesi da compagni di partito. Nell'agosto 1941 il Centro estero del Pcd'I lo invia in Italia con materiale di propaganda comunista nascosto in un baule con doppio fondo. Dopo un primo periodo presso dei parenti a Mirandola, il 7 marzo 1942 sposa Anna Polloni e si trasferisce a San Felice, dove lavora nel magazzino per l'ammasso della canapa, da dove diffonde materiale di propaganda comunista. Entrato nella Resistenza con il nome di battaglia "Andrea", è commissario politico di brigata della Divisione Modena Armando. Riconosciuto partigiano combattente dal 1 ottobre 1943 al 31 maggio 1945 (dal 1 ottobre 1943 al 24 febbraio 1944 con il grado di sergente maggiore, dal 16 marzo 1944 al 31 maggio 1945 con il grado di maggiore). Dal 1945 al 1948 è sindaco di San Felice sul Panaro. Successivamente impiegato comunale all'ufficio delle imposte di consumo, nel 1956 è licenziato per attività  sindacale e decide di tornare a lavorare all'estero, in Svizzera, Germania e Francia. Nel 1962 si stabilisce a Sanremo, poi si sposta a Vallecrosia e infine a Ventimiglia, dove muore l'11 aprile 2002.
Eventi a cui ha preso parte
[nella guerra civile spagnola]:
Battaglia di Cerro de los angeles (Cerro Rojo)
Battaglia di Casa de campo
Battaglia della Città  universitaria di Madrid
Battaglia di Arganda del Rey
Battaglia del Jarama
Battaglia di Morata de Tajuña
Battaglia di Guadalajara
Battaglia di Huesca
Battaglia di Brunete
Annotazioni: Secondo il "Dizionario storico dell'antifascismo modenese", vol. 2: "Biografie", nell'estate 1941 il gruppo antinazista organizzato da Menarini in Francia fu incorporato nel Front National clandestino.
Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Mosca, Giuseppe
Di Giovanni e di Aurelia Cristianelli. Nato l'11 gennaio 1903 a Cossato, residente a Chiavazza (Biella) fin dall'infanzia, fonditore. Iscrittosi alla Camera del lavoro e successivamente alla gioventù comunista, fu un militante molto attivo. Costretto, dopo ripetuti scontri con i fascisti, alla vita clandestina, il 27 novembre 1927 fu arrestato a Torino con l'accusa di appartenenza al Partito comunista e diffusione di stampa sovversiva nelle fabbriche della città: deferito al Tribunale speciale, fu assolto in istruttoria il 6 luglio 1928 per insufficienza di prove. In seguito resse l'organizzazione del partito nel Biellese. In procinto d'essere arrestato, in seguito alla scoperta di un gruppo clandestino operante nel basso Biellese e nel Vercellese, cui aveva fornito materiale e direttive, nel novembre 1932 riuscì ad espatriare illegalmente in Francia, dove si stabilì a Villeurbanne. Fu iscritto nella "Rubrica di frontiera". Nel marzo 1934, in seguito ad indagini dell'Ovra che portarono all'arresto, in Piemonte e Lombardia, di ventisei comunisti, tra cui alcuni biellesi, fu denunciato al Tribunale speciale, in stato di latitanza, per attività comunista. Il 19 novembre 1936 si arruolò nel battaglione "Garibaldi". Combatté a Boadilla del Monte, Mirabueno, Arganda, Guadalajara, dove rimase ferito. Rientrato nella formazione, nel frattempo trasformatasi in brigata, fu inquadrato nella 2a compagnia del 2o battaglione, con il grado di sergente. Combatté ancora a Huesca, Brunete, Farlete, Belchite, Fuentes de Ebro, Caspe e, promosso tenente nell'aprile del 1938, in Estremadura e sul fronte dell'Ebro. Tornato in Francia nel febbraio del 1939, fu internato a Saint Cyprien, Gurs e Vernet d'Ariège. Rimpatriato il 23 settembre 1941 e tradotto, in stato di arresto, a Vercelli, il 19 novembre fu condannato a cinque anni di confino. Inviato a Ventotene (Lt), fu liberato dopo la caduta del fascismo. Partecipò alla Resistenza nella brigata Sap biellese "Graziola" come commissario di battaglione. Riportò una ferita. Dopo la Liberazione svolse attività sindacale nella Fiom e politica nella Federazione comunista di Biella. Morì il 18 luglio 1992 a Biella.  Fonti: Acs, Cpc, fascicolo personale; Acs, Confinati politici, fascicolo personale; Acs, Ps aaggrr, cat. K1b-45; Apci, I comunisti italiani nella guerra di Spagna, b. 7, vari elenchi; Anello Poma, Antifascisti piemontesi...; Quaderno Aicvas n. 7. Biografato anche nell'Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza e citato anche in: I comunisti biellesi nella lotta contro il fascismo; Giacomo Calandrone, La Spagna brucia; La Resistenza nel Biellese; Quaderno Aicvas n. 2; Quaderno Aicvas n. 3; 60 anni di vita della Federazione biellese e valsesiana del Pci... Si veda inoltre Autobiografia di una guerra civile. Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli 

Adriano Maini

lunedì 10 luglio 2023

L'11 ottobre 1937, il presidente dell'Agip Puppini informava Mussolini sugli esiti della missione Agip in Libia


Le prime manifestazioni di petrolio in Libia risalivano al 1914, ma le ricerche vere e proprie risalivano agli anni Trenta, con le prime attività di ricerca del professor Ardito Desio <922. Nel 1936 Desio venne nominato sovrintendente geologico della Libia dal Governatore della Libia Italo Balbo, con l'incarico di eseguire gli studi e le ricerche nel sottosuolo libico della Gefara <923.
Nel 1937 venne affidata a Desio una missione permanente, allo scopo di analizzare il sottosuolo libico onde accertare le sue potenzialità minerarie. Ma per quanto riguardava le prospezioni geopetrolifere, Desio aveva raccomandato lo studio del territorio con larghi mezzi di ricerca, e nonostante l'aiuto manifestato da alcune compagnie petrolifere americane, l'Italia aveva declinato l'offerta. Ciononostante, nel luglio 1937, il gruppo guidato da Desio individuò, presso il pozzo di Mellaha, la presenza di olio greggio misto ad acqua, a soli 260 metri di profondità. Questa piccola scoperta aveva eccitato gli animi a Roma, dove Mussolini, una volta appresa la notizia, incaricava l'Agip di prendere contatto col ministro dell'Africa Italiana Lessona e con Italo Balbo, Governatore della Libia. Il presidente dell'Agip Puppini, già contattato dal professor Desio a Bologna il 16 luglio, metteva immediatamente l'Agip a disposizione per le ricerche geofisiche e le perforazioni <924.
Nel settembre 1937 l'Agip si dedicò alle ricerche petrolifere in Libia, dove inviò una missione geologica, composta dai geologi Ardito Desio, Michele Gortani e Carlo Migliorini, col compito di avviare i primi studi. Secondo la relazione dei tecnici la regione libica della Gefara Tripolina era meritevole di ulteriori ricerche approfondite:
"Gli studi e le ricerche indicati hanno lo scopo di procurare gli elementi necessari onde ubicare una o più perforazioni nelle eventuali strutture favorevoli. Riteniamo peraltro che la presenza di idrocarburi nella serie miocenica della Gefara Tripolina apra alle ricerche petrolifere un vasto campo, data la grande estensione che tale formazione presenta sia nella fascia costiera ad occidente, sia più largamente verso la Sirtica" <925.
L'Agip preparò immediatamente un programma di lavoro per eseguire i lavori di trivellazione a scopo di esplorazione geologica, insieme con il relativo piano finanziario, valutato dall'Ufficio Tecnico in 5.700.000 lire, da utilizzarsi nell'arco di due anni. L'11 ottobre 1937, il presidente dell'Agip Puppini informava Mussolini sugli esiti della missione Agip in Libia, e proponeva la collaborazione con il Governatorato della Libia sotto l'aspetto tecnico e finanziario <926. La partecipazione dell'Agip in Libia, pur accettata da Mussolini, non avrebbe comportato il medesimo impiego di risorse finanziarie e tecniche che furono invece impiegate nella colossale attività di valorizzazione dell'Africa Orientale.
Con mezzi ridotti l'Agip cominciò ad inviare in Libia tutti le apparecchiature meccaniche occorrenti per avviare i lavori di ricerca <927. A partire dal marzo 1938 due geologi dell'Agip giunsero in Libia, dove installarono le due sonde tipo Calix-Davis, la prima a Giama el Turk e la seconda ad Ain-Zara. Entrambe le località erano situate nella zona libica di Gefara Tripolina, e in tutto l'anno l'Agip aveva perforato solamente 1.270 metri. Nel primo semestre del 1938 erano stati inviati in Libia solamente tre apparecchi di tipo leggero, mentre la prima sonda rotary, capace di raggiungere 1.500 di profondità, era stata inviata a settembre. La perforazione dei pozzi era seguita attentamente dallo studio geologico degli strati attraversati, con analisi petrografiche ed una precisa determinazione dei fossili sui campioni che venivano estratti dai vari pozzi <928.
Dai sondaggi effettuati nel 1938-39 nella zona di Gefara Tripolina, era risultata l'opportunità di estendere le ricerche petrolifere verso la zona interna della Gefara stessa. In una relazione del luglio 1938, Desio suggeriva di estendere le ricerche petrolifere nella regione della Marmarica, dove erano stati riscontrati indizi petroliferi nella regione confinante con l'Egitto. L'attività dell'Agip in Libia, non adeguatamente supportata da mezzi ingenti, poteva consentire in quel momento una ricognizione limitata del territorio libico, destinata alla sola individuazione della stratigrafia e della tettonica del sottosuolo <929. Questa attività di ricerca preliminare era dimostrata proprio dalle profondità di perforazione dei pozzi, che ad eccezione di un sondaggio spinto oltre i 1.500 metri, erano rimaste piuttosto basse, intorno ai 500 metri.
Nel 1939 l'Agip cominciò l'analisi dei nuovi territori in cui vennero perforati 2.011 metri distribuiti fra sette pozzi <930. Nel 1940 l'Agip aveva predisposto un ulteriore programma di ricerche finalizzato all'intensificazione dei pozzi già individuati, mentre erano state tracciate a grandi linee le caratteristiche geopetrolifere di alcune regioni libiche, come la Marmarica, la Cirenaica, la Sirtica settentrionale ed i Tavolati Tripolitani <931.
L'attività di downstream in Libia era invece cominciata qualche anno prima delle ricerche Agip. Nel dicembre 1934 venne fondata a Genova la Azienda Commerciale Italiana Olii Minerali, Aciom, con capitale iniziale di centomila lire, con lo scopo di importare e commerciare i lubrificanti della azienda statunitense Sinclair Refining Co. di New York. Nei primi mesi del 1935, l'Aciom chiese al Ministero delle Colonie di essere autorizzata a costruire a Tripoli una raffineria in grado di lavorare una quantità giornaliera di petrolio greggio compresa tra le 100-200 tonnellate, per un totale annuo di circa 50.000 tonnellate. I prodotti ottenuti dalla raffineria sarebbero stati commercializzati in Libia, e quelli in eccesso nel mercato libico, in Tunisia <932. Per la costruzione e la gestione della raffineria, l'Aciom avrebbe costituito una nuova società, la Raffineria Olii Minerali per l'Africa del Nord Anonima, Romana, con sede a Genova e capitale di 15 milioni di lire.
Nel maggio 1935 il Ministero delle Colonie aveva avvisato il Ministero delle Corporazioni, e poi l'Agip, che l'Aciom intendeva costruire una raffineria a Tripoli, ed entrambi i ministeri richiedevano un parere all'Agip sull'intera questione, prima di decidere sull'accoglimento della domanda. Nella seduta del Consiglio di Amministrazione del 18 luglio 1935, il presidente dell'Agip Puppini informava i consiglieri sulla proposta della Aciom <933. Il presidente aveva subito espresso ai ministeri competenti i dubbi dell'Agip sull'opportunità di erigere una raffineria a Tripoli, per una serie di considerazioni di ordine economico, finanziario, logistico ed industriale. In primo luogo, notava Puppini, l'importazione in colonia di prodotti finiti dalla madre Patria era più facile rispetto alla importazione di materie prime dall'estero. In secondo luogo, l'impianto da erigersi in colonia, doveva corrispondere alla capacità di assorbimento del mercato libico, del tutto modesta, ed inoltre la possibilità di esportare parte dei prodotti in eccesso sul mercato tunisino era impossibile, a causa dell'eccessivo costo che avrebbero avuto. Il costo dei prodotti ottenuti dalla raffineria, continuava Puppini, sarebbe stato superiore al costo dei prodotti petroliferi lavorati nelle raffinerie operanti nei paesi produttori. In terzo luogo, l'Agip evidenziava l'aspetto finanziario della raffineria: con una raffineria della capacità di 35-40.000 tonnellate annue, i costi di lavorazione sarebbero stati talmente elevati che solo con una adeguata protezione doganale essa avrebbe potuto funzionare. Nonostante gli aspetti negativi esposti, il presidente ritenne che l'Agip potesse partecipare alla proposta.
"Siccome però, per altre considerazioni più vaste, la costruzione della raffineria è stata ritenuta opportuna dal Ministero delle Colonie, questa Azienda, data la sua natura ed i suoi fini, non ha ritenuto dover rimanere assente dall'impresa e, previ accordi con il Ministero delle Colonie, si è messa in contatto con la A.C.I.O.M. ed avrebbe raggiunto con essa un accordo di massima che prevede la costituzione di una società Anonima il cui capitale sarebbe stato sottoscritto per il 51% dall'Agip e per il 49% dalla Aciom" <934.
Il presidente Puppini analizzava l'aspetto fiscale, ritenendo utile modificare l'intera materia doganale riguardante la colonia, proponendo un'unica tassa di vendita sulla benzina importata e prodotta dalla raffineria, al fine di garantire al bilancio della colonia gli introiti che le derivavano dai dazi sulla benzina importata <935.
Dopo aver analizzato tutti i fattori inerenti la costruzione della raffineria, il Consiglio di Amministrazione approvava la partecipazione dell'Agip nella costituenda società, purché fosse adottata una adeguata protezione doganale tale da eliminare l'eventuale concorrenza di importatori di prodotti finiti <936. Il 30 settembre 1936, il ministro delle Colonie Lessona insieme col ministro delle Corporazioni Lantini, firmavano il decreto di autorizzazione governativa per la costruzione della raffineria a Tripoli da parte dell'Aciom, inserendo nel decreto delle agevolazioni fiscali e doganali <937. I prodotti della raffineria di Tripoli avrebbero avuto la preferenza, a parità di condizioni, rispetto ai prodotti nazionali ed esteri; il decreto stabiliva alcuni impegni per la società, quali la costituzione di una apposita rete di distribuzione, e fissava in due anni il termine massimo per la realizzazione della raffineria.
Tuttavia l'Aciom non aveva le necessarie competenze tecniche e finanziarie per realizzare gli impegni assunti, tanto che il sottosegretario di Stato per l'Africa Italiana, Teruzzi, rivolgeva al Ministero delle Corporazioni la richiesta di valutare la necessità di rescindere la concessione dell'Aciom <938. Le difficoltà incontrate dall'Aciom erano tali che il presidente della società, Armando Calcagno, avviò dei contatti con la Fiat per evitare di perdere la concessione <939. Ad oltre un anno dalla concessione la Aciom non aveva cominciato i lavori di costruzione della raffineria, e il ministro Lantini, considerata la situazione di impossibilità da parte dell'Aciom di ultimare l'impianto, come previsto dal decreto, stabilì di revocare la concessione come richiesto da Teruzzi <940. La concessione dell'Aciom fu rilevata dalla Fiat che, per evitare problemi, immediatamente invitò l'Agip a collaborare.
Nel frattempo, nel settembre 1937, l'Agip aveva deciso, autonomamente, di costruire a Tripoli un impianto costiero di deposito con serbatoi adeguato all'attività svolta in colonia, che per disposizioni di carattere militare cominciava ad aumentare <941. L'Agip aderì alla richiesta di compartecipazione formulata dalla Fiat, mostrando interesse per la costruzione della raffineria che doveva avere la capacità di trattamento di 100.000 tonnellate di petrolio greggio <942. La disponibilità dell'Agip derivava dal fatto che riteneva i progetti di sviluppo agricolo della Libia funzionali all'incremento dei consumi petroliferi libici. Il Consiglio approvava il progetto, e conferiva al presidente Puppini, oppure al direttore generale Carafa d'Andria, ampio mandato al fine di proseguire le trattative con la Fiat, fino alla sottoscrizione degli accordi necessari alla costituzione della società che avrebbe costruito e gestito la raffineria di Tripoli <943.
Nell'aprile 1939 il direttore generale dell'Agip, Ettore Carafa d'Andria e l'amministratore delegato della Fiat Vittorio Valletta, inviarono un documento al Governo generale della Libia, in cui illustravano il programma dei lavori da attuarsi in Libia: dapprima la costruzione dei depositi e poi la costruzione della raffineria. Nel documento venivano richieste diverse agevolazioni di natura fiscale e doganale a favore della costituenda società <944. Il 26 luglio 1939 veniva costituita la società S.A. Petroli Libia, Petrolibia, con sede a Tripoli, e capitale sociale di cinque milioni di lire, sottoscritto in parti uguali dalla Fiat e dall'Agip. La società cominciava immediatamente i lavori di costruzione, nei pressi di Tripoli di un primo deposito di quattro serbatoi metallici dalla capacità di 500 metri cubi ciascuno <945. La Petrolibia nel 1940 rilevò le attività commerciali dell'Agip in Libia ed avviò la costruzione di un deposito costiero a Tripoli <946. Il progetto della Petrolibia era stato accolto con favore dal Ministero dell'Africa Italiana, che riteneva la nuova società funzionale allo sviluppo economico ed industriale della Libia. Tuttavia il Ministero delle Corporazioni, aveva manifestato un atteggiamento molto cauto nei confronti della nuova azienda, per quanto riguardava la produzione, che come comunicato dalla Fiat-Agip avrebbe dovuto raggiungere le 200 mila tonnellate. La parte in eccesso della produzione della Petrolibia, secondo i vertici dell'azienda, si sarebbe potuta commercializzare in Italia, ma proprio questo aspetto raffreddava gli animi all'interno del Ministero delle Corporazioni, in quanto non si volevano alterare le produzioni delle raffinerie nazionali <947.
L'inizio della guerra e le vicende militari libiche ebbero l'effetto di ridimensionare notevolmente i programmi della Petrolibia, che dovette limitarsi alla gestione dei depositi di carburanti e della rete di distribuzione. L'attività di downstream della Petrolibia era continuata durante la guerra con risultati apprezzabili, come evidenziava il presidente Cobolli Gigli nella seduta del Consiglio di Amministrazione del 7 ottobre 1941, soprattutto per la gestione delle vendite ai militari <948. Nei primi mesi del 1942, la Petrolibia continuava il difficile lavoro di rifornimento per le forze armate italiane, nonostante gli avvenimenti militari, per i quali aveva ricevuto un riconoscimento particolare da parte del Comando Supremo <949. Dopo i rovesci militari delle forze armate italo-tedesche in nord Africa, la situazione generale della Petrolibia peggiorò fino alla completa cessazione di ogni attività, certificata dal Consiglio di Amministrazione Agip del 9 marzo 1943 <950.
[NOTE]
922 R. DE FELICE, Mussolini l'alleato I. L'Italia in guerra 1940-1943. Tomo primo. Dalla guerra «breve» alla guerra lunga, Torino 2006, p. 81; A. DEL BOCA, Gli italiani in Libia II. Dal fascismo a Gheddafi, Roma-Bari 1988, pp. 271 sgg.
923 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 73-76. Nel 1923, il ministro delle Colonie Federzoni, inviava a Mussolini una relazione sulle ricerche minerarie nei territori di sua competenza. In Tripolitania e Cirenaica erano state individuate copiose tracce di petrolio a piccole profondità. Pur non essendo indizi sicuri, Federzoni precisava che le ricerche non furono svolte in profondità, perciò si sarebbe potuta accertare la presenza di giacimenti con delle ricerche apposite. La relazione di Federzoni si basava sugli studi dell'ingegner Camillo Crema del Regio Ufficio Geologico, ibid., pp. 141-144.
924 Ibid., pp. 76-77.
925 Ibid., p. 78 e soprattutto l'appendice 1C a pp. 155-164, cioè la relazione integrale corredata dai preventivi di spesa.
926 Ibid., pp. 78-80.
927 AS ENI, Volume I. Bilanci e relative relazioni degli esercizi dalla fondazione al 1940, Assemblea Generale Ordinaria del 30 marzo 1938, pp. 17-18.
928 Ibid., Assemblea Generale Ordinaria del 30 marzo 1939, pp. 19-20.
929 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 81-82.
930 AS ENI, Volume I. Bilanci e relative relazioni degli esercizi dalla fondazione al 1940, Assemblea Generale Ordinaria e Straordinaria del 29 marzo 1940, p. 16.
931 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., p. 82.
932 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, p. 192; C. ALIMENTI, La questione cit., pp. 59-60.
933 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, pp. 192-194; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 84-85.
934 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, p. 193; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., p. 86.
935 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, pp. 193-194. Nel luglio 1935 in Libia vigeva un dazio per la benzina importata dall'Italia pari a 30 lire oro per quintale, mentre il dazio per la benzina importata dall'estero era di 20 lire oro per quintale. Poiché con la costituzione della raffineria si sarebbero eliminate totalmente le importazioni di materie finite, con conseguente annullamento degli introiti fiscali della colonia, Puppini proponeva la creazione di una tassa di vendita della benzina pari a 30 lire, sia che fosse importata, sia che fosse prodotta in colonia. In questo modo si tutelava il regime fiscale della colonia e la raffineria.
936 Ibid., p. 194. Il capitale necessario all'impresa non avrebbe superato i dieci o dodici milioni di lire, per cui l'Agip avrebbe partecipato con sei milioni di lire al massimo; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 86-87.
937 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 87-88.
938 Ibid., pp. 88-89. Nel 1937 l'Aciom intendeva rilevare gli impianti della società Abcd di Ragusa, di proprietà dell'IRI, che lavorava le rocce asfaltifere estratte a Ragusa. Inoltre il presidente Aciom Calcagno chiedeva al Ministero delle Corporazioni di poter lavorare i greggi del ragusano nella nuova raffineria di Tripoli, risolvendo sia l'approvvigionamento della Libia che lo sfruttamento delle rocce asfaltifere di Ragusa. L'IRI rispose fortemente contrariata alla proposta, in quanto lo sfruttamento delle rocce ragusane era un compito molto difficile e le capacità tecnico-scientifiche della Aciom, su cui l'IRI si era adeguatamente informata, erano del tutto inesistenti ai fini della soluzione del problema ragusano.
939 Ibid., p. 89. Il presidente dell'Aciom, Armando Paolo Calcagno informò il 14 febbraio 1938 il ministro Lantini dei suoi contatti con la Fiat.
940 Ibid., p. 90.
941 AS ENI, Libro Verbali 4, CDA AGIP, 16 ottobre 1935 - 6 marzo 1940, seduta del 23 settembre 1937, pp. 91-92.
942 Ibid., seduta del 14 dicembre 1938, p. 140. L'opportunità di costruire una raffineria a Tripoli era stata messa in dubbio dall'Agip nel 1935, quando le fu prospettato il progetto dal Ministero delle Colonie su richiesta della società Aciom. Nel 1938 l'Agip riteneva invece la situazione della colonia in fase di sviluppo, e quindi necessaria una attività di raffinazione in Libia.
943 Ivi; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., p. 91.
944 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 91-92, vedi il documento integrale nell'appendice 1D a pp. 165-168.
945 Ibid., p. 92; AS ENI, Libro Verbali 4, CDA AGIP, 16 ottobre 1935 - 6 marzo 1940, seduta del 12 settembre 1939, p. 178.
946 AS ENI, Libro Verbali 5, CDA AGIP, 6 marzo 1940 - 29 marzo 1943, seduta del 6 luglio 1942, pp. 138-139; AS ENI, Volume I. Bilanci e relative relazioni degli esercizi dalla fondazione al 1940, Assemblea Generale Ordinaria e Straordinaria del 29 marzo 1940, pp. 10-11.
947 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 92-93.
948 AS ENI, Libro Verbali 5, CDA AGIP, 6 marzo 1940 - 29 marzo 1943, seduta del 7 ottobre 1941, p. 90
949 Ibid., seduta del 2 febbraio 1942, p. 95.
950 Ibid., seduta del 9 marzo 1943, p. 190.
Giacinto Mascia, La nascita e lo sviluppo dell'Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) negli anni fra le due guerre (1926-1940), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Cagliari, Anno Accademico 2012/2013

mercoledì 31 agosto 2022

Da notare come le aperture del PCd’I e dell’Internazionale alla democrazia in chiave antifascista aprano proprio in questi anni le porte a molti nuovi aderenti


Anche in Togliatti, come nell’Internazionale, vediamo il permanere (in un lasso di tempo che va dal 1924 all’inizio della guerra di Spagna) di una doppia tendenza. Se da una parte l’eredità dell’intransigenza classista e comunista è ancora presente, anche per fattori di necessaria rappresentatività all’interno del partito, la componente antifascista e frontista vede l’emergere di una figura che sarà sempre più sensibile alla tematica della mediazione e dell’interclassismo proprio nell’obiettivo di combattere le dittature reazionarie che vanno affermandosi nel suolo europeo. Nelle sue "Lezioni sul fascismo", infatti, troviamo dei netti rimandi a quella che è la politica che va affermandosi per la maggiore lungo la direttrice togliattiana. Troviamo, per esempio, l’ammissione della necessità di difendere le conquiste che il proletariato ha saputo compiere nel sistema democratico precedente all’affermazione del fascismo, sistema che quindi non viene più assimilato, come prima, alla degenerazione fascista, ma che già si presenta come una fase antecedente nella quale è possibile riscontrare delle conquiste da difendere. <3
Una conclusione che pare scontata, meno se la si fa coincidere con una apertura che proprio Togliatti, sulla scorta di un ritorno ad uno status quo ante, inizia a mostrare verso il restante spettro politico europeo, anche non comunista. L’antifascismo stesso proprio in questo decennio di gestazione va definendosi come un coagulatore di forze eterogenee, anche democratiche, che come obiettivo principale non hanno più la realizzazione di un mondo nuovo, o di una
rivoluzione senza compromessi da realizzarsi in un futuro incerto, ma l’eliminazione attuale del comune nemico fascista. In tutta l’opera togliattiana possiamo notare come questa politica di combattimento che egli promuove contro il fascismo da leader comunista preveda anche una abile infiltrazione all’interno dei gangli gestionali e delle organizzazioni fasciste. <4 Una tattica, quella del combattere il nemico dal suo interno, che sarà anch’essa costante, e che in questa fase vede una prima, importante implementazione. Un approccio, quello poc’anzi evidenziato, totalmente diverso rispetto alla tattica riconducibile all’epoca bordighista, all’intransigenza classista o al rifiuto settario del confronto, un approccio fatto ora di una significativa empatia, di un tentativo di comprensione delle dinamiche fasciste per meglio combatterle dal loro interno. Un convincimento continuo della massa avvicinata per svariate ragioni dal regime, che va portata sulla via della conversione ad un messaggio più confacente ai suoi interessi.
Questa “vasta e coraggiosa utilizzazione delle possibilità legali offerte dal fascismo” <5 diventa un lavoro di convincimento e penetrazione che, nelle infime possibilità di lotta offerte dalla situazione di ampia repressione del contesto italiano, deve essere svolta anche con l’aiuto e la collaborazione della socialdemocrazia. Il lavoro di analisi fatto in questi anni dal partito e dal suo leader consiste in un profondo riesame anche della politica comunista, capace di evidenziare pure fasi di autocritica; emblematico è il caso della trattazione del dopolavoro, ammettendo che mai prima del fascismo è esistita una organizzazione capace di centralizzare le necessità culturali e sportive delle masse. E’ essenziale notare come le aperture del PCd’I e dell’Internazionale alla democrazia in chiave antifascista aprano proprio in questi anni le porte a molti nuovi aderenti, che nei partiti comunisti europei trovano non più un intimo ritrovo per pochi rivoluzionari, ma una base popolare di lotta e applicazione reale delle necessità più impellenti dell’attualità.
Un atteggiamento che si ripercuoterà anche sulla grande promotrice di questo atteggiamento, quell’Unione Sovietica staliniana che, grazie all’atteggiamento tenuto in particolare nella guerra di Spagna, vedrà catalizzare su di sé la simpatia di moltissimi politici, intellettuali e uomini di cultura per nulla vicini al comunismo (come ad esempio Aldous Huxley, George Bernard Shaw o Heinrich Mann) ma attirati dalla coerenza antifascista del nuovo corso politico. <6
In questi anni anche il PCd’I svestirà i panni del partito su misura per la sola classe operaia, e nella resistenza antifascista prebellica troverà la prima grande adesione di popolazione eterogenea, su base interclassista. Un approccio che anche in Togliatti tende ad approssimarsi sempre più all’anticlassismo, al compromesso con la borghesia, all’accantonamento di una chiusura settaria che appare sempre più dannosa e inutile ai suoi occhi, una astrazione che negli anni a cavallo tra il secondo e il terzo decennio del Ventesimo secolo poteva essere considerata un peccato imperdonabile, oltre che uno sbaglio senza eguali. Idea, quest’ultima, confortata anche nell’infelice esperienza applicativa portata in dote dalla condanna del social-fascismo e dal rifiuto di collaborazione con la socialdemocrazia, un rifiuto che nella Germania prehitleriana ha significato solamente l’agevolare il compito al partito nazionalsocialista tedesco nella sua presa del potere, con un fronte popolare diviso, indebolito e incapace di offrire una valida diga al trionfo delle istanze naziste. <7 Tra i successi travolgenti ottenuti dai regimi fascisti, la durezza della repressione, l’inefficacia della retorica rivoluzionaria e le nuove esigenze sovietiche, Togliatti porterà a compimento una maturazione fondamentale per la sua figura politica e per il suo partito, una maturazione che, assieme a tutti i suoi responsabili, vedrà una prima, grande applicazione nella guerra civile spagnola [1936-1939], una sorta di battesimo dell’antifascismo che, seppur catastrofico nei suoi esiti, vedrà l’implementazione di una tattica di fondamentale importanza per le future sorti dell’Europa.
[NOTE]
3 Palmiro Togliatti, Lezioni sul fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1976, pag. 13-14
4 Charles F. Delzell, I nemici di Mussolini, Roma, Castelvecchi, 2013, per approfondire l’infiltrazione comunista nelle organizzazioni fasciste si veda in particolare l’analisi contenuta nel capitolo “Il quarto congresso del PCI in Germania”
5 Aldo Grandi, Ruggero Zangrandi. Una biografia, Catanzaro, Abramo, 1994, pag. 76
6 Gabriele Ranzato, L’eclissi della democrazia, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, pag. 336-337
7 Cit., pag. 20-21
Alessandro Catto, Palmiro Togliatti, il PCI e la democrazia progressiva tra lotta antifascista e costituzionalizzazione, Tesi di Laurea, Università Ca' Foscari - Venezia, Anno Accademico 2015/2016

Viceversa, un termine come ‘popolo’ andò via via acquisendo sempre più rilevanza nel discorso comunista italiano. Un più ampio impiego del lemma si ebbe per esempio durante gli anni trenta, soprattutto con la politica del fronte popolare antifascista e dopo il VII congresso del Komintérn, svoltosi tra il 25 luglio e il 20 agosto del 1935, l’ultimo prima del suo scioglimento. Se il termine ‘popolo’ su l’Unità aveva avuto una frequenza trascurabile tra il 1924 e la prima metà degli anni trenta, oltretutto quasi sempre come specificazione nazionale di altri popoli, la situazione apparve <105 rovesciata nel decennio successivo. Sul quinto numero dell’edizione clandestina del 1935, il popolo italiano era protagonista dell’azione contro l’«avventura brigantesca del governo fascista» <106. Ugualmente accadeva sul settimo numero, dove il popolo faceva la sua comparsa tra i destinatari dell’appello del partito <107. Il dodicesimo si rivolgeva poi direttamente al popolo, titolando “Popolo d’Italia, imponi la pace!” <108, e così il tredicesimo, “Il popolo italiano ha parlato!” <109. Sul quindicesimo numero l’Unità scagionava completamente il popolo italiano dalle sanzioni che nell’ottobre del 1935 la Società delle nazioni aveva applicato al paese per l’aggressione all’Etiopia. Infatti spiegava: «È contro i responsabili della guerra, è contro il fascismo aggressore che le sanzioni sono applicate - non contro il popolo italiano. Le sanzioni sono destinate a stroncare la guerra infame e disastrosa in cui il fascismo ha gettato l’Italia - non a soffocare economicamente il popolo italiano» <110.
Nel secondo numero del 1936 l’Unità insisteva proprio su questo punto: “Il popolo italiano non è responsabile della guerra!”, mentre lo era Mussolini, che <111 «[condannava] il popolo italiano alla fame ed alla morte» <112. Non era responsabilità dei «cinquecentomila giovani» che erano stati «mandati lontano, a soggiogare un altro popolo, con le armi» perché era stato «detto loro che ciò era necessario, nell’interesse del popolo italiano». Le «promesse fatte al popolo non [erano state] mantenute»: «il popolo italiano [era] sacrificato e oppresso», «sotto la minaccia di essere trascinato in una nuova guerra», «alla mercé di un pugno di sfruttatori»: «i grandi finanzieri, i grandi industriali, i grandi proprietari terrieri» <113.
[...] Nell’articolo “Una grande lezione”, sull’ottavo numero de l’Unità del 1936, si poteva inoltre leggere: «L’eco dei recenti avvenimenti politici e sociali della Francia è giunta rapidamente nella Penisola, e vi ha portato una vaga speranza. L’istinto della classe operaia e del popolo intero, permette loro di stabilire, senza difficoltà, la identificazione degli obbiettivi [sic] dei popoli che lottano e che vincono, con i propri obbiettivi [sic]. Perciò le lotte del popolo spagnuolo, del popolo francese - e del popolo della lontana Cina! - giungono al cuore del nostro popolo, come il suono della campana che annuncia la nuova alba» <117.
Ugualmente, alla fine del 1937, un articolo di Ruggero Grieco invocava l’«unione del popolo» e la «solidarietà fra tutti i popoli» come arma decisiva contro la guerra <118. Da un lato la comunanza spirituale tra il popolo italiano e gli altri popoli in lotta contro il nazifascismo - che tra il 1937 e il 1939 trovava luogo privilegiato nella guerra civile spagnola <119 -, dall’altro le narrazioni delle promesse al popolo italiano non mantenute dal regime e il discorso del prezzo pagato dal popolo per averci creduto <120, costituirono, nel decennio a seguire (1938-1948), la base discorsiva del processo di totale assoluzione del popolo italiano.
Nel 1937, sulla stampa clandestina il ‘popolo’ cominciò a giocare un’importante funzione nel discorso in merito alla morte di Antonio Gramsci. Nell’articolo “L’estremo saluto del partito”, apparso sul sesto numero de l’Unità 1937, la frequenza del lemma ‘popolo’ era più alta che negli articoli dello stesso periodo.
[NOTE]
105 Come il popolo cinese: “La rivoluzione cinese. L’offensiva contro l’esercito del popolo”, l’Unità, III, 30 (4 febbraio 1926); “L’insurrezione del popolo cinese”, l’Unità, II, 129 (6 giugno 1925). Il popolo russo: “I capi della Seconda Internazionale predicano la guerra civile… contro il Governo dei Soviet”, l’Unità, II, 129 (6 giugno 1925). Il popolo macedone: “Le lotte del popolo macedone nelle dichiarazioni di un capo rivoluzionario”, l’Unità, I, 159 (16 agosto 1924). Il popolo italiano: “Il vivace fermento del popolo italiano”, l’Unità, I, 108 (18 giugno 1924); “Il popolo italiano potrà mai sapere chi sono accusati da Rossi, Finzi e Filippelli?”, l’Unità, I, 145 (31 luglio 1924).
106 “Il popolo italiano reagisce all’avventura brigantesca del governo fascista”, l’Unità, Edizione clandestina, XII, 5 (1935).
107 “Salviamo il nostro paese dalla catastrofe! (Appello del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Italia)”, l’Unità, Edizione clandestina, XII, 7 (1935).
108 “Popolo d’Italia, imponi la pace!””, l’Unità, Edizione clandestina, XII, 12 (1935). 109 “Il popolo italiano ha parlato!”, l’Unità, Edizione clandestina, XII, 13 (1935).
110 “Il responsabile delle sanzioni è il governo di Mussolini! Finisca la guerra!, deve essere il grido di tutto il popolo italiano”, l’Unità, Edizione clandestina, XII, 15 (1935).
111 Un gruppo di professionisti, “Il popolo italiano non è responsabile della guerra!”, l’Unità, Edizione clandestina, XIII, 2 (1936).
112 R. Grieco [Ruggero Grieco], “Mussolini prepara un nuovo macello!”, l’Unità, Edizione clandestina, XIII, 1 (1936).
113 R. Grieco [Ruggero Grieco], “Ex combattenti dell’Africa Orientale! Popolo italiano!”, l’Unità, Edizione clandestina, XIII, 1 (1936).
117 “Una grande lezione”, l’Unità, Edizione clandestina, XIII, 8 (1936).
118 Ruggero Grieco, “Unione del popolo e solidarietà fra tutti i popoli per la pace e per la libertà”, l’Unità, Edizione clandestina, XIV, 14 (1937).
119 Nel 1937 fu soprattutto la lotta del popolo spagnolo a occupare le pagine de l’Unità: “Solidarietà del popolo italiano per i repubblicani spagnuoli”, sul secondo numero; “In difesa della Spagna del popolo”, sul terzo, sul quale, nella manchette, era scritto: «La vittoria della Sagna del popolo è anche nelle mani del popolo italiano»; “La solidarietà del popolo italiano con la repubblica spagnuola”, sul quinto; “Lavoratore italiano! Il fronte spagnuolo della libertà passa anche per il nostro paese”, sul settimo; Velio Spano, “Il popolo spagnuolo lotta per la vittoria”, sul decimo.
Giulia Bassi, Parole che mobilitano. Il concetto di ‘popolo’ tra storia politica e semantica storica nel partito comunista italiano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2015/2016
 
Il Partito Comunista d'Italia (PCdI) nasce il 21 gennaio 1921 da una scissione dal Partito Socialista Italiano (PSI) in occasione del XVI Congresso di quest'ultimo (Spriano 1967-1975, I: 108-121). Il dibattito di lungo corso tra massimalisti (radicali, favorevoli al perseguimento del programma massimo) e minimalisti (riformisti, per una declinazione graduale degli obiettivi) registra un salto di qualità in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre (1917) e alla conseguente costituzione del Comintern (1919), l'Internazionale Comunista che si propone di coordinare i partiti comunisti periferici sulla base delle indicazioni dell'organizzazione centrale, il Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS). Dal ruolo dell'organizzazione sponsorizzatrice nella fondazione del PCdI deriva dunque la “legittimazione esterna” del partito che ne condizionerà gli sviluppi successivi. Il processo di “bolscevizzazione” del partito promosso dal Comintern è tuttavia interrotto dall'avvento del fascismo e dal “passaggio alla illegalità” del PCdI (Panebianco 1982: 157-158). Nel 1923 la leadership di Amadeo Bordiga nel partito viene sconfessata direttamente da Mosca che, approfittando dell'arresto di quest'ultimo, lo rimuove accusandolo di eterodossia e di trockismo (Spriano 1967-1975, I: 429-456). Questo intervento apre la strada a un cambiamento al vertice del PCdI clandestino: nel corso del III Congresso (1926) si afferma una coalizione dominante di osservanza sovietica diretta da Antonio Gramsci (che assume il ruolo di Segretario) e da Palmiro Togliatti (Spriano 1967-1975, I: 510-513). L'8 novembre dello stesso anno Gramsci viene arrestato e morirà in carcere dopo undici anni di prigionia; i suoi 'Quaderni' contribuiranno in maniera decisiva alla ridefinizione dell'identità comunista nella seconda metà degli anni Cinquanta. Ormai scisso tra una direzione in esilio e un'organizzazione clandestina in Italia, il partito attraversa una fase turbolenta, decimato dalla repressione fascista e dalle epurazioni sovietiche, prima di stabilizzarsi con l'ascesa alla Segreteria di Togliatti (Agosti 1999: 26-33). Gli anni Trenta vedono un inasprirsi del controllo del Comintern sulle organizzazioni affiliate: nel 1938 il Comitato centrale del PCdI viene sciolto; Togliatti consolida così la sua preminenza nel partito grazie al rapporto diretto con Iosif Stalin (Spriano 1967-1975, III: 246-261). Il patto tedesco-sovietico (1939) e la conseguente formulazione della teoria della “guerra imperialista” da parte di Mosca mettono in difficoltà la tattica frontista che il PCdI stava portando avanti assieme agli altri partiti antifascisti, confermando ancora una volta come il Comintern agisse come strumento della politica estera dell'URSS (Spriano 1967-1975, III: 309-316). L'Operazione Barbarossa che i nazisti inaugurano nel 1942 produce un nuovo rivolgimento, ovvero la definizione di “guerra antifascista”, e ha quindi conseguenze anche sul PCdI, che torna a promuovere larghe intese tra le forze che si oppongono al regime per provocarne la caduta. Nel 1943 il Comintern viene sciolto e il PCdI assume la denominazione di Partito Comunista Italiano (PCI). Con le dimissioni di Benito Mussolini, l'ascesa di Pietro Badoglio e la sconfessione del Patto d'acciaio che legava l'Italia alla Germania, inizia nel Centro-Nord la Resistenza all'occupazione nazista. Dopo aver faticosamente riorganizzato la propria struttura clandestina, i comunisti si rivelano i principali animatori degli scioperi e delle lotte antinaziste (Spriano 1967-1975, IV: 345-358). Ottenuto l'assenso di Stalin, Togliatti rientra in Italia nel marzo 1944 e avvia la “Svolta di Salerno”, ovvero la disponibilità dei comunisti a entrare in un governo di pacificazione nazionale: si vuole privilegiare la guerra contro gli invasori tedeschi rispetto alla disputa sulla questione istituzionale causata dalla pregiudiziale antimonarchica degli altri partiti laici (Agosti 2009: 51). Togliatti promuove inoltre il “partito nuovo”, nazionale e di massa, ponendo le basi “per uno sviluppo che contiene una sensibile «deviazione» dal modello sovietico”, cioè l'organizzazione di quadri formata da rivoluzionari di professione (Panebianco 1982: 158). La funzione originale del rinnovato PCI è nella “democrazia progressiva” ovvero nell'inclusione delle grandi masse popolari nella gestione politica del Paese: “L'obiettivo che noi proporremo al popolo italiano di realizzare, finita la guerra, sarà quello di creare in Italia un regime democratico e progressivo. […] Questo vuol dire che non proporremo affatto un regime il quale si basi sulla esistenza e sul dominio di un solo partito” (Togliatti in Spriano 1967-1975, V: 389). Il PCI entra quindi a far parte dei governi Badoglio, Bonomi, Parri e De Gasperi (con Togliatti al Ministero di Grazia e Giustizia), prima di essere estromesso da quest'ultimo nel maggio 1947, a causa dell'irrigidimento dei rapporti tra USA e URSS e della fedeltà atlantica della DC. Per il resto della sua vicenda storica, il PCI non ricoprirà più incarichi di governo: è la “conventio ad excludendum” che accomuna le esigenze internazionali degli USA e i vantaggi interni della DC.
Alle prime elezioni dopo il ventennio fascista, il PCI sfiora il 19% dei voti e nel 1948 si presenta assieme ai socialisti nel Fronte Democratico Popolare ottenendo però un deludente 31% (alle precedenti consultazioni la somma dei due partiti superava il 39%). Il sistema elettorale proporzionale e la consistente affermazione della DC (48%) stabilizzano il Paese sul perno centrista che ne costituirà la costante per quasi mezzo secolo (Mack Smith 1997: 571).
La difficile transizione post-fascista e la ricostituzione del Comintern sotto nuove vesti (Cominform) provocano un riflesso difensivo nel PCI, che ripiega su se stesso con un parziale ritorno organizzativo al modello leninista (Agosti 1999: 63-65).
Francesco Andreani, The dissolution of the Italian Communist Party and the identity of the Left: ideology and party organisation, a thesis submitted to the University of Birmingham, 2013 

sabato 13 agosto 2022

Storie di antifascisti italiani nella Parigi dei quartieri rossi


Il secondo e terzo capitolo di questa ricerca hanno come oggetto la partecipazione di emigrati e emigrate italiani alla resistenza contro l'occupante tedesco a Parigi. In particolare l'analisi ha riguardato alcuni franc-tireurs et partisans legati alla Main d'oeuvre immigrée quindi al partito comunista e attivi contro i nazisti fin dalla fine del 1940 inizi 1941 e alcuni aderenti alle Formazioni Garibaldine dell'XI e XII arr. formatesi a partire dal 1941 e che presero parte successivamente, inquadrati nelle Milices patriotiques - Front National, alla Liberazione di Parigi. Dall'analisi delle biografie di questi aderenti, circa 40 persone, emergono quelle che erano le caratteristiche dell'emigrazione politica-economica italiana negli anni trenta e che risiedeva in quei quartieri rossi della Parigi nord-Est.
Come ricorda William Valsesia, che era nato a Parigi nel 1924 in una famiglia di militanti comunisti fuggiti dall'Italia, in questa zona: “C'era un modo di pensare gli spazi urbani conforme a chi abitava nell'XI, XII, XVIII, XIX e XX arr. preferivamo stare alla destra della Seine con uno spirito da Rive Droite. Se si passava sulla sinistra si attraversava un ponte per raggiungere il quartiere latino. Noi, vivendo a Belleville o a Menilmontant, eravamo più di casa a Montmartre che a Montparnasse, al Bois de Vincennes che al Bois de Boulogne. La nostra era la parte più antica, in cui si erano sviluppati il commercio, gli affari, la haute culture, della capitale. La Rive Gauche era soprattutto intellettuale, ministeriale, sede delle ambasciate straniere. Preferivamo l'atmosfera vivace della Rive Droite alla serenità della Rive Gauche.” <120
Gli aderenti alle Formazioni garibaldine e ai FTP-MOI di cui ho potuto leggere il fascicolo redatto a loro nome dalla polizia fascista per il Casellario politico centrale, sono per la maggior parte schedati come comunisti. <121
Alcuni di questi sono dei veri militanti del PCd'I costretti a scappare da una paese all'altro perchè braccati dalla polizia dei vari paesi e oggetto più volte di mandati di espulsione. Come ad esempio, Vilhar Stanislao, originario di Gorizia, tra 'i più accesi esponenti del partito giovanile comunista' emigrato clandestinamente nel 1929 per sfuggire ad un processo dove era stato chiamato a testimoniare riguardo ad un omicidio a sfondo politico. Si rifugiò prima in Jugoslavia, dove a causa della propaganda sovversiva, venne arrestato insieme a suo fratello Felice Vilhar, per propaganda comunista. Scontò 4 mesi di carcere a Lubiana, poi venne espulso e accompagnato alla frontiera con l'Austria, dove rimase per qualche mese a spese del Soccorso Rosso. In seguito passò in Belgio dove svolse attiva propaganda per il partito comunista italiano. A Bruxelles venne arrestato insieme ad altri comunisti, quali Dino Scapini, Marco Sfiligoi, Augusto Felician, Nunzio Marinangeli, durante una riunione della cellula di Bruxelles 'indetta per preparare una manifestazione di protesta contro la celebrazione dell'XI anniversario della marcia su Roma'. Durante la perquisizione nella stanza d'albergo dove alloggiava il Vilhar a Bruxelles, venne rinvenuto 'importante materiale comunista' <122 che gli valse l'accusa di essere 'il capo dei comunisti in Belgio, o per lo meno, l’individuo che aveva in consegna tutti i documenti riferentisi al movimento comunista italiano nel Belgio'. Da qui arrivò a Parigi dove visse clandestinamente per circa 6 anni. Nel 1937 gli venne ratificato un divieto di soggiorno per mancanza di documenti in regola, mentre alloggiava nella rue Compans nel XIX arr., ma venne meno a tale divieto e alla fine dell'anno si recò come volontario a combattere in Spagna nelle Brigate Internazionali, assegnato alla Brigata Garibaldi combatté con questa in Estremadura, a Caspe e sull'Ebro. <123 Al momento della sconfitta della Repubblica spagnola rientrando in Francia venne internato ad Argelès, poi a Gurs, dove gli venne ratificato il mandato di espulsione dalla Francia. Tuttavia liberato nel 1941, riuscì a tornare clandestinamente a Parigi in zona occupata dai tedeschi. <124
Mentre per Nunzio Marinangeli, militante socialista e poi comunista, arrestato insieme al Vilhar in Belgio nel 1933, emigrato clandestinamente nel 1927 <125 è più difficile indicare l'appartenenza politica, schedato come comunista al CPC, in Italia prima di emigrare aveva aderito al partito socialista rivoluzionario. In Belgio nel 1933, secondo una nota informativa, pare avesse chiesto di passare dal partito socialista al partito comunista, in quell'anno la sua attività politica è basata sulla frequentazione delle riunioni dei comunisti e di quelle del Fronte Unico a cui aderisce. Inoltre è uno dei 27 iscritti al Soccorso Rosso Internazionale, della sezione italiana in Belgio, e al Comitato dei patronati. Successivamente raggiunta Parigi nel 1934, le notizie sul Marinangeli si fanno più sporadiche: nel '34 si fa indirizzare la posta nel comune di Saint-Denis nella regione parigina dove abita anche suo fratello Felice, nel 1937 si sposa con una cittadina rumena naturalizzata francese con la quale risiede nel X arr., e che, pur non essendo iscritto al partito riformista provvede al piazzamento del Nuovo Avanti e alla raccolta di abbonamenti al giornale del sindacalista Rugginenti Pallante. Il Marinangeli si recò anche come volontario in Spagna dove si arruolò nella Compagnia Carlo Marx, dell'Artiglieria Internazionale, <126 tornato poi a Parigi, continuò a risiedere con la moglie al n. 13 della rue Alibert, nel X arr.
Se Stanislao Vilhar come Ardito Pellizzari, (la cui biografia è descritta nel III capitolo) si possono fare rientrare nella categoria del 'rivoluzionario di professione', altri come Domenico Zaccheroli o Giuseppe Rolando o Fausto Sverzut (la cui biografia è descritta nel III capitolo) sono più dei simpatizzanti del partito comunista che non esplicano una vera attività o che l'hanno praticata prima di espatriare. Lo Zaccheroli, operaio ceramista, già noto in Italia quale comunista, emigrò in Francia per motivi di lavoro essendo stato assunto nelle miniere dell'Est nel 1930. Abitò per un periodo nella città di Parigi, dove vendeva giornali, e prendeva parte ad alcune riunioni del 'gruppo comunista con Silimbeni Mario, fratello del noto Silimbeni Sante e Remondini Giovanni'. Rientrato in Italia nel 1932 è arrestato poiché trovato in possesso di un volantino di contenuto antifascista. Liberato, diffidato, è posto sotto vigilanza nella sua città natale, Imola. Tornò poi a vivere a Parigi nel 1936 e nell'ottobre raggiunse la Spagna, dove si arruolò nel Battaglione Garibaldi. Rimase ferito a Casa de Campo nel novembre del 1937 e rientrò in Francia nel gennaio 1937. Nel gennaio del '38 è di nuovo in Spagna dove andò a combattere sul fronte di Albacete. Al termine della guerra civile spagnola tornò definitivamente a vivere nella capitale francese. <127
Giuseppe Rolando, è anche lui un comunista, emigrato nel 1924 a Parigi, dalla provincia di Novara, in patria aveva già professato principi comunisti e durante la conferenza interalleata del 1922 a Genova, fece parte della guardia rossa del diplomatico sovietico Cicerin. A Parigi, Rolando lavora alle dipendenze del Consolato e dell'Ambasciata russa quale portinaio nei locali della rue de Grenelle 79, ed abita nella rue des Abbesses (XVIII arr.). Dall'aprile del 1932 lavora alla rappresentanza commerciale dei Soviets nella rue de la Ville l'Evêque dove anche risiede. Secondo un'informativa della polizia italiana del 1933, è membro del partito comunista a Parigi, e, una volta trasferitosi ad Annemasse nel 1934, prese parte alle organizzazioni comuniste locali dove svolse un'attiva propaganda contro il regime. Poi non si hanno più notizie a suo riguardo e la polizia non riuscì più a rintracciarlo.
Altra persona schedata al CPC come comunista è Gottardo Rinaldi. Era nato in provincia di Bologna nel 1898. Prese parte alla I guerra mondiale; nel dopoguerra fu più volte aggredito dalle squadre fasciste. Espatriò nel 1924 in Francia con regolare passaporto rilasciato per motivi di lavoro. Si recò in Belgio, dove rimase qualche anno nella cittadina di Charleroi, nel 1928 il Regio Consolato lo segnala quale muratore, tra i più accesi antifascisti e frequentatore di tutti i cenacoli sovversivi. Nel 1931 è espulso dal Belgio, per cattiva condotta morale e politica. Si recò quindi a Bordeaux e nel 1935 è segnalato per la prima volta a Parigi, dove risiedeva al n. 84 del Boulevard Diderot nell'XI arr. <128 Nel 1936 andò in Spagna dove divenne comandante della Centuria Gastone Sozzi. Gravemente ferito nel dicembre del 1936, ritornò a Parigi. Alla dichiarazione di guerra Italia-Francia si trova a lavorare nel Loiret, la polizia francese lo prelevò da casa e l'accompagnò alla Caserma di Orleans, dove gli furono presentate due alternative: o firmare il lealismo verso la Francia, o essere inviati immediatamente in campo di concentramento. In seguito sarebbe diventato capitano dei FTP della regione parigina. <129
Oltre ai citati comunisti, in questa lista di resistenti presente nel Fonds Maffini, aderenti alle Formazioni Garibaldine di Parigi, vi sono anche alcune persone, schedate dal CPC come socialiste.
E' il caso di Luigi Bottai, nato a Cascina nel 1898, che una volta espatriato con la moglie nel 1929 con regolare passaporto andò ad abitare a Parigi al n. 11 della rue de Boulets, traversa del Faubourg Saint-Antoine, e in seguito nella regione parigina della Seine-Oise. Nel suo fascicolo non si fa mai accenno alla sua presenza alle riunioni dei socialisti o nei locali da loro frequentati. Secondo una nota per la Direzione Generale di Polizia Politica, del 14 settembre 1938, il Bottai è un membro del partito repubblicano per il quale svolge anche attività organizzativa. <130 Tuttavia non essendo ritenuto elemento pericoloso, dal 1939, è richiesta la revoca dell'iscrizione del 'sovversivo' Bottai dalla
rubrica di frontiera.
Altro schedato come socialista nel CPC, è Renato Balestri, figlio di un sindaco socialista della provincia di Pisa. Il suo fascicolo è ben nutrito: iscritto all'associazione giovanile del partito socialista prima del fascismo, una volta emigrato in un primo momento non si mise in evidenza pur professando apertamente idee sovversive, successivamente 'prese a esplicare notevole attività antifascista'. Risiede prima nel comune di Pavillons sous Bois e poi in quello di Montreuil sous Bois. Nel 1935, partecipa al congresso antifascista di Bruxelles, al momento della guerra di Spagna si impegnò nel reclutamento di volontari per la Spagna rossa, nel 'Comitato per l'aiuto al popolo spagnolo,' Cité du Paradis n. 1 a Parigi diretto da Romano Cocchi. Si recò a combattere in Spagna nell'ottobre 1937, dove diventa commissario politico del II Battaglione della Brigata Garibaldi, XII Brigata Internazionale. Ferito in varie parti del corpo sulla Sierra Cabals, fece ritorno in Francia nel dicembre 1938. <131 Fu poi molto attivo nell'Unione popolare italiana, tanto da rivestire la carica di sottosegretario nazionale. Fece diverse missioni in varie regioni della Francia per fare propaganda in favore dell'associazione. La sua appartenenza al partito socialista non è indicata nelle numerose note informative italiane a suo riguardo, vi è solo un accenno in una nota del dicembre 1939, dove il Ministero degli Interni riporta quanto riferito da una fonte fiduciaria: il Balestri avrebbe chiesto di passare dal partito comunista a quello socialista. Nelle memorie del comunista Antonio Tonussi, è riportato che il Balestri all'inizio degli anni '30 era un membro della direzione del Comitato regionale dei gruppi di lingua della zona di Parigi. <132 Nel fascicolo a suo nome redatto dalla Polizia francese si apprende che il Balestri, con lo pseudonimo di Esule, era iscritto al PCd'I da dove, dopo la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, era stato espulso perché non aveva approvato il patto, così come aveva fatto lo stesso presidente dell'UPI, Romano Cocchi. Nel settembre del 1939 sottoscrisse l'arruolamento volontario nella Legione Garibaldina, fu mobilitato il 10.06.1940 fino al 24.08.1940. In seguito, sapendosi ricercato, si trasferì nel sud della Francia, ad Agen dove fu attivo in un réseau prima di essere catturato dalla Gestapo e deportato a Buchenwald. <133
Altre persone presenti nell'elenco dei resistenti garibaldini nel Fonds Maffini, di cui ho trovato un fascicolo al CPC, sono schedate con la parola generica di antifascisti, e sono in totale quattro persone.
Romeo Amadori, emigrato nel 1923 in Argentina, raggiunse in seguito la città di Parigi, il suo fascicolo al CPC è aperto nel 1935 a causa di una lettera che egli invia alla cognata e nella quale si schiera apertamente contro la guerra fascista in Abissinia. Egli che di mestiere fa l'ebanista, risiede nell'XI arr. nella rue Planchat, successivamente il suo recapito cambia, ma la polizia fascista scopre solo il luogo dove si fa indirizzare la posta, il 'noto ritrovo di sovversivi', il Bar dei 'Trois Mosquetiers' con ingresso sia nella rue de Montreuil che nel Boulevard de Charonne. Ma l'Amadori non è un militante, non fa politica, non aderisce ad alcun partito antifascista, né fa parte di un'associazione, in due informative presenti nel suo fascicolo si legge che “(...) pur dimostrandosi di sentimenti contrari al Regime non esplica attività politica né frequenterebbe riunioni sovversive.” in un'altra che “(...) pur dimostrandosi di sentimenti contrari al Regime non esplica attività politica né frequenterebbe riunioni sovversive”. <134
L'antifascista Leonello Mattioli, espatriato clandestinamente nel 1930, dopo che si era visto rifiutare il rilascio del passaporto nello stesso anno “per mancanza di motivate giustificazioni”, tentò di raggiungere la Francia passando per l'Austria, ma alla frontiera svizzera venne respinto dalle autorità elvetiche per mancanza di documenti. Interrogato dalla polizia locale, affermò di nutrire “sentimenti avversi al regime ma di non appartenere ad alcun partito politico” e che si era deciso all'espatrio perché annoiato dalle vessazioni cui era sottoposto con frequenti visite domiciliari da parte dei carabinieri e della milizia. Raggiunta la città di Parigi nel 1932 dove risiedeva già suo fratello Aldo, non esplicò 'attività degna di nota', abitò nell'XI arr. da irregolare presso l'Hotel 50 rue de Popinecourt (XI) e in seguito, nel XX arr. nella rue des Pyrénées. Nel 1938 si sposò con una cittadina francese con la quale andò ab abitare nella zona della Tour Eiffel. <135
Altro antifascista è Franz Vai, anche il suo fascicolo presso il CPC contiene poche informazioni, egli che di mestiere faceva il falegname, espatriò con regolare passaporto nel gennaio 1930 essendo stato arruolato per conto della ditta Renard Pierre di Parigi. Il suo recapito è ancora una volta un ristorante, il noto ristorante Bouboule, gestito dai fratelli Schiavina, al n. 84 del Boulevard Diderot, “ritrovo dei peggiori sovversivi del quartiere della Gare de Lyon”. A Parigi, secondo un informatore dell'OVRA, “professava idee antifasciste senza dare luogo a rilievi particolari, e senza mettersi in particolare evidenza con la sua condotta politica.” <136
Dalle liste Garibaldine del Fondo Maffini, l'unico che possiede un fascicolo al CPC come anarchico è Carlo Sannazzaro, originario della città di Torino, nato nel 1879. Ha un fascicolo al CPC per gli anni 1936-1944, emigrato in Francia nel 1922 e residente precedentemente in America Latina, viene notato più volte alle riunioni di Giustizia e Libertà e anche alle riunioni del partito repubblicano, sezione di Parigi, come quella tenuta al Caffè de la Chope nel giugno 1938. <137 Il Sannazzaro, che faceva di mestiere il decoratore, risiedeva con una donna francese al numero 117 della rue Saint Maur nell'XI arr. fino al 1938; in seguito, la polizia non riesce più a sapere dove abita. L'ultima notizia che si ha su di lui è del maggio 1939, quando compare tra un elenco di nomi di italiani residenti a Parigi abbonati al giornale L'Avanti. <138
Altro antifascista è Pietro Paolo Senna, fece parte della Formazione Garibaldina nella Milice du XI arr. Su di lui il fascicolo del CPC, che copre gli anni 1938-1942, contiene pochissime informazioni le quali riguardano per la maggior
parte il suo internamento nel campo del Vernet di ritorno dalla Spagna. Emigrò a Parigi nel 1933, aderì ai gruppi di lingua del PCF e andò a combattere per la repubblica spagnola nell'agosto del 1936. Fece parte della Centuria Gastone Sozzi e poi del Battaglione 'Commune de Paris', successivamente fu internato al Vernet nel settembre del 1938. La data di rilascio non è certa, per le carte della polizia italiana chiese il rimpatrio nel giugno del 1942, lo ottenne successivamente ma non giunse mai in Italia, nelle carte francesi risulta a Parigi già nel 1941. <139
[NOTE]
120 W. Valsesia, P. Manca (a cura di), Un antifascista europeo: dai fuoriusciti di Parigi ai partigiani del Biellese, Recco: Le mani; Alessandria: ISRAL, 2011, p. 53.
121 ACS, CPC, fascicolo Marinageli Nunzio, b. 3063.
ACS, CPC, f. Pirazzoli Giacomo, b. 3998.
ACS, CPC, f. Rinaldi Gottardo, b. 4334.
ACS, CPC, f. Rubini Roberto, b. 4480.
ACS, CPC, f. Dardi Luigi, b. 1620.
ACS, CPC, f. Frausin Rizziero, b. 2175.
ACS, CPC, f. Sverzut Fausto, b. 4991.
ACS, CPC f. Rolando Giuseppe,b. 4375.
ACS, CPC, f. Cuccagna Giovanni, b. 1550.
ACS, CPC, f. Zaccheroli Domenico, b. 5488.
ACS, CPC, f. Cantarelli Renato, b.1012.
ACS, CPC, f. Pellizzari Ardito, b. 3831.
ACS, CPC, f. Gavardi Aldo, b. 2317.
ACS, CPC, f. Stabellini Alfredo, b. 4928.
ACS, CPC, f. Alzetta Muran, b. 83.
ACS, CPC, f. Pirazzoli Giacomo, b. 3998.
ACS, CPC, f. Proci Giuseppe, b. 4135.
ACS, CPC, f. Stroppolo Giordano, b. 4976.
ACS, CPC, f. Vilhar Stanislao, b. 5418.
ACS. CPC, f. Sfiligoi Marco, b. 4784.
122 Circolari, schede di sottoscrizione, a favore di organismi comunisti, lettere di comunisti, indirizzi di compagni, corrispondenze per l’ex 'Riscatto', situazione finanziaria dell’ex 'Riscatto', del S.R.I. e dei patronati, tessere, in ACS, CPC, fascicolo Stanislao Vilhar, b. 5418.
123 Biografia di Vilhar Stanislao, in AICVAS ( a cura di), La Spagna nel nostro cuore, op. cit., p. 491.
124 APP, dossier Vilhar Stanislao, n. 403137/77W2134.
125 In Italia nel 1925 arringò un centinaio di militari del 17 Regg.to Fanteria nel quale era incorporato come caporalmaggiore, inneggiando alla Russia e al bolscevismo (con grida di Viva Lenin e Viva la repubblica). Il 24 giugno 1923 fu tratto in arresto a Pietrasanta perché trovato in possesso di commendatizie degli ex deputati socialisti Mingrino e Volpi, per la Sezione di Marsiglia. Il 17 maggio 1927 fu arrestato a Nizza e denunziato per minacce contro fascisti. ACS, CPC, f. Marinangeli Nunzio, b. 3063.
126 AICVAS, pratiche personali, Nunzio Marinangeli, busta 5, fasc. 32 e busta 10, fasc. 69. In quest'ultimo sono contenuti dei ritagli di giornali e alcune lettere dove si evidenzia l'amicizia di Marinangeli, già dall'esilio in Francia, con l'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nel testo curato dall'AICVAS, nella stringatissima biografia sul Marinangeli, egli è indicato come socialista. AICVAS (a cura di), La Spagna nel nostro cuore, op. cit., p. 291.
127 ACS, CPC, fascicolo Domenico Zaccheroli, b. 5488; Cfr la voce Zaccheroli Domenico in A. Albertazzi, L. Arbizzani, N.S. Onofri, Dizionario Biografico Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese, (1919-1945), consultabile al seguente indirizzo: http://www.comune.bologna.it/iperbole/isrebo/strumenti/Z.pdf Domenico Zaccheroli, in AICVAS, La Spagna nel nostro cuore, op. cit., p. 499.
128 ACS, CPC, fascicolo Gottardo Rinaldi, b. 4334
129 Rinaldi Gottardo in AICVAS, La Spagna nel nostro cuore, op. cit., p. 394. A. Lopez, Dalla Spagna alla Resistenza in Europa in Italia ai campi di sterminio, Quaderno Aicvas n. 3, Roma, 1983, p. 14. Sugli anni durante la seconda guerra mondiale non ho trovato altre informazioni, né all'Archivio della prefettura di Parigi vi è un dossier a suo nome.
130 ACS, CPC, fascicolo Luigi Bottai, b. 791.
131 AICVAS, La Spagna nel nostro cuore, 1936-1939, op. cit., p. 60; A. Lopez, Dalla Spagna alla Resistenza in Europa in Italia ai campi di sterminio, op. cit., p. 30. Cfr., ISGREC (a cura di), Volontari antifascisti toscani, tra guerra di Spagna, Francia dei campi, Resistenze. consultabile in rete al seguente indirizzo: http://www.isgrec.it/sito_spagna/ita/all_ita_details.asp?id=2382
132 A. Tonussi, Ivo: una vita di parte, Treviso: Matteo, 1991, p. 72.
133 ACS, CPC, fascicolo Renato Balestri, b. 287. APP, dossier Renato Balestri, n. 51621/1W181.
134 Due informative datate in ACS, CPC, f. Romeo Amadori fascicolo, b. n. 222.
135 ACS, CPC, f. Leonello Mattioli, b. 3162.
136 ACS, CPC, f. Vai Franz, b. 5283.
137 In una informativa per la Divisione Affari Generali e Riservati, scritta da Parigi e datata 9 giugno 1938 si legge che: “Ieri sera ha avuto luogo la riunione della Sezione Repubblicana di Parigi al Caffè 'Chope de Strasbourg'. I presenti erano pochi; questo dipeso soprattutto perchè l'amico Abbati non aveva fatto in tempo di inviare le regolari convocazioni e d'altra parte per la scelta del giorno non troppo indicata. Erano presenti: Randolfo Pacciardi, Ottavio Abbati, Alvaro Savi, Mario Galli, Perentin, Giannoni, Pietro Fantini, Pasquale Candelli, Scarselli, Sannazzaro (il solo residente in Francia, è annotato a lato), Attilio Orioli ed un altro amico romagnolo di cui mi sfugge il nome.”.
ACS, CPC, f. Carlo Sannazzaro, b. 4575.
138 Ivi
139 APP, dossier Pietro Paolo Senna, n. 22282/1W619. ACS, CPC Pietro Senna, b. 4746. AICVAS (a cura di), La Spagna nel nostro cuore, 1936-1939, op. cit., p. 428; Qui si afferma che fu consegnato alle autorità italiane il 18 luglio 1943. Dopo la Liberazione visse a Milano.
Eva Pavone, Gli emigrati antifascisti italiani a Parigi, tra lotta di Liberazione e memoria della Resistenza, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2013

lunedì 27 settembre 2021

Togliatti si augurava la sconfitta delle truppe italiane in Etiopia

Addis Abeba, 5 maggio 1936. La popolazione sventola drappi bianchi in segno di resa all’ingresso in città della colonna Badoglio. Foto Fondo Bottai, Milano - Fonte: paginerosse.wordpress.com

Addis Abeba, 5 maggio 1936. Foto Fondo Bottai, Milano - Fonte: paginerosse.wordpress.com

[...] Negli anni Trenta, il Partito Comunista d’Italia adotta un atteggiamento anticolonialista, a partire dal pensiero gramsciano e dalla solidarietà globale con gli oppressi e con la manodopera migrante di tutto il mondo. Presto, il PCd’I lancia una campagna anticoloniale contro l’invasione dell’Etiopia, cercando di influenzare anche le comunità italiane all’estero, augurandosi ottimisticamente che possa fare da leva per la caduta del regime (la si dipingeva come una guerra dispendiosa per l’Italia che avrebbe mietuto molte vittime fra gli arruolati che provenivano dalle classi povere), quando invece la guerra d’Etiopia fu, come è noto, il momento di maggior popolarità del Fascismo e del suo capo.
Nel 1938, il PCd’I invia una sua «missione» in Etiopia, composta da tre membri, Ilio Barontini (già antifascista in Spagna e futuro partigiano), Domenico Rolla e Anton Ukmar; secondo lo storico Angelo Del Boca, dietro la missione c’era anche lo zampino dell’intelligence britannica che voleva raccogliere informazioni sulle forze ribelli etiopi, tanto che infatti un ufficiale inglese accompagnò i tre compagni nel loro viaggio verso l’Etiopia. In ogni caso, l’obiettivo della missione era coadiuvare l’organizzazione dei partigiani locali in piccoli gruppi di guerriglia, per contrastare più efficacemente gli italiani. Nella testimonianza pubblicata nel 1966 su Rinascita, emerge come ai tre fu chiesto di presentarsi ai loro compagni etiopici non come membri del Partito, né come italiani, ma come militanti internazionalisti.
Nel tuo libro Italian Colonialism and Resistances to Empire, 1930-1970 (Palgrave, 2018) proponi una nuova storia culturale dell’imperialismo italiano. Sostieni che l’Impero fascista permetta di disintegrare un’idea di colonialismo e di resistenza anticoloniale tutta influenzata dai modelli inglese e francese. Non si tratta tanto di una specificità del colonialismo italiano (che venne rivendicata a scopo legittimante fin dalla guerra di Libia e che viene ancora utilizzata a scopo giustificativo da chi continua a pensare che «italiani = brava gente»), ma piuttosto di una specificità della Resistenza anticoloniale in Etiopia, che fu molto sostenuta, fuori dal paese, da un’internazionale nera, mossa dal significato simbolico e politico che l’Impero etiope aveva agli occhi della diaspora nera nel mondo. Gli stessi giacobini neri ai quali è intitolata questa rivista vennero raccontati dall’intellettuale caraibico C.R.L. James proprio su spinta della resistenza in Etiopia: Black Jacobins uscì nel 1938 [...]
Michela Pusterla, La storia nascosta dell’anticolonialismo italiano, Jacobin Italia, 14 novembre 2019

La mancata reazione immediata all'incidente di Ual-Ual (5-6 dicembre 1934) <1 sulla stampa del P.C.d'I. è forse dovuta al fatto che, quando esso avviene, sia "L'Unità" che "Lo Stato Operaio" (organo e rivista teorica del partito) sono già chiusi in tipografia.
Tuttavia, anche se il P.C.d'I., da sempre attento alle malefatte del fascismo, ignora che i primi piani italiani per conquistare l'Etiopia risalgono al 1932 - cioè a subito dopo la totale pacificazione della Libia <2 - , la tregua concessa al Duce dal P.C.d'I. sul problema etiopico durerà ben poco. Se, infatti, all'inizio del 1935, a Ual-Ual e al problema etiopico si fanno solo degli accenni <3, essi saranno poco dopo affrontati direttamente. Si riparlerà infatti dell'incidente e di un'eventuale guerra italiana all'Abissinia, che pare sempre più vicina, in occasione della firma degli accordi franco-italiani di Roma (6-7 gennaio 1935). <4
In uno scritto su questo tema, oltre a notare che questo patto non diminuisce affatto il pericolo di guerra, si scrive: "Ma più importante di ciò che l'Italia ha ottenuto è ciò che (...) si ripromette di ottenere in Africa nel campo della collaborazione «pacifica» in Etiopia, e il cui primo atto è la partecipazione alla ferrovia Gibuti-Addis Abeba. Questa dichiarazione (...) viene fatta nel momento in cui il governo abissino fa appello alla Società delle Nazioni contro l'aggressione delle truppe italiane sul territorio del paese africano. L'Italia, dunque, avrebbe avuto carta bianca per la sua penetrazione «pacifica» (...) in Etiopia?" <5
Questa prima reazione del quotidiano può apparire inadatta a quanto potrebbe accadere, poiché è espressa in forma dubitativa, ma è spiegabile perché: 1) non è noto il vero senso degli accordi di Roma; 2) il P.C.d'I. ignora che, fin dal 30 dicembre 1934, Mussolini ha consegnato ai suoi più stretti collaboratori un memoriale dal titolo "Direttive e piano d'azione per risolvere la questione italo abissina". <6 Anche questa nuova tregua durerà ben poco: infatti, "Lo Stato Operaio", già nel febbraio 1935, pubblica due articoli che chiariscono come ormai si aspetti solo il momento dell'attacco fascista all'Etiopia, poiché non ci si illude su una composizione pacifica della vertenza italo-etiopica. Nel
primo <7 si parla, oltre che dell'incidente di Ual-Ual, anche di quello precedente di Gondar, per sottolineare la ormai chiara volontà fascista di occupare l'Etiopia. <8 Ma non solo: dopo un appello al popolo italiano a lottare contro la guerra - futuro asse della politica del partito <9, si scrive: "Le popolazioni abissine divengono, perciò, delle alleate del proleatariato e dei lavoratori italiani nella lotta contro il fascismo e contro l'imperialismo italiano." <10 Inoltre, si afferma che "L'interesse dei lavoratori italiani e delle popolazioni abissine, in questa guerra, è di battere l'imperialismo italiano e il fascismo" <11 e si invitano poi i primi ad una costante "(...) attività antimilitarista e antiguerresca (...)" <12 che si riallacci ad esempi del passato. <13
Nel secondo <14, invece, si rievocano tutte le imprese coloniali italiane fra cui quelle - fallite - in Abissínia, e si ricorda che, già in passato, la situazione nel settore era difficile per l'Italia. <15 Ci si chiede poi quando inizieranno la operazioni militari, e si constata che: 1) l'Italia farà da sola la guerra, e ciò significa un doppio sacrificio - di sangue ed economico - per il paese; 2) l'invio di truppe italiane in Africa Orientale è già una guerra che il fascismo deve per forza vincere per non cadere. <16
Rilevato poi come il cinico inganno del fascismo agli italiani, convinti di andare in Abissinia per lavoro e non per fare la guerra <17, si aggiunge che questo non è però il solo motivo, perché "Il fascismo in Africa va a fare una guerra (...) brigantesca (...). Ma (...) maschera i suoi scopi di rapina imperialistica con la più sfrenata demagogia patriottica (...)", dato che "La più inconfessabile politica di rapina (...) viene presentata come una necessità di difesa
nazionale, (...) una missione di civilizzazzione, (...) un mezzo per dare pane e lavoro ai
disoccupati italiani." <18
Il P.C.d'I. vuol chiaramente smitizzare il sogno africano creato dalla propaganda fascista nel popolo italiano <19, ma anche agire fra i lavoratori italiani per causare la sconfitta del fascismo. <20
Ogni possibile tregua tra il fascismo e i comunisti italiani è ormai finita, perché nel citato scritto si parla di argomenti e temi poi ripresi dalla stampa del P.C.d'I., ma non solo: essi sono già infatti - del tutto о in parte - un patrimonio di tutto l'antifascismo italiano. <21 [...]
[NOTE]
1 Sull'incidente di Ual-Ual cfr. Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, III: La conquista dell'Impero, Milano, Mondadori, 1992, pp. 244-291; Renzo De Felice, Mussolini il Duce, I: Gli anni del consenso (1929-1936), Torino, Einaudi, 1996, pp. 610-616; Luigi Salvatorelli - Giovanni Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, Torino, Einaudi, 1963, pp. 819-820; Enzo Santarelli, Storia del movimento e del regime fascista, Π, Roma, Editori Riuniti, 1967, pp. 167-168; Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, IX: Il fascismo e le sue guerre, Milano, Feltrinelli, 1995, pp. 340-341. Ma cfr., inoltre, George W. Baer, La guerra italo-etiopica e la crisi dell'equilibrio europeo, Bari, Laterza, 1970, pp. 59-82.
2 Su questi piani italiani contro l'Etiopia cfr. A. Del Boca, op.cit., pp. 156-159 e pp. 169-179; R. De Felice, op.cit., pp. 603-605; G. Candeloro, op.cit., pp. 337-338.
3 Cfr., ad esempio, La via della salvezza per i lavoratori è la via del bolscevismo, la via della lotta contro il corporativismo e per il potere sovietico (non firmato: d'ora in poi n.f.), in "L'Unità", 1935, 1, appello alla lotta contro una possibile guerra per far cadere il fascismo, ed Egidio Gennari, Per una «coscienza coloniale» proletaria, in "Lo Stato Operaio", 1, gennaio 1935, pp. 24-31: vi si parla della colonizzazione italiana della Libia.
4 Sugli accordi franco-italiani di Roma cfr. L. Salvatorelli - G. Mira, op.cit., p. 817; R. De Felice, op.cit., pp. 602-603; A. Del Boca, op.cit., pp. 259-260; G. W. Baer, op.cit., pp. 82-127. Per parte francese cfr. Jean-Baptiste Duroselle, Politique étrangère de la France. La décadence (1932-1936), Paris, Le Seuil, 1979, pp. 133-139. Sulle reazione del P.C.d'I. e del P.C.F. agli accordi cfr. Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d'Etiopia, Roma, Editori Riuniti, 1978, pp. 17-22. Gli accordi franco-italiani di Roma non diminuiscono il pericolo della guerra (n.f.), in "L'Unità", 1935, 2. Sulla posizione del P.C.d'I. cfr. G. Procacci, op. cit., p. 21.
6 Su questo documento cfr. A. Del Boca, op.cit., pp. 255-259 (che lo analizza in dettaglio); R. De Felice, pp. 606-610 (che, a p. 608, sottolinea indirettamente il passaggio sul possibile uso di gas asfissianti); G. Procacci, op.cit., p. 9; G. Candeloro, op.cit., pp. 341-344.
7 Cfr. Nostri compiti urgenti (n.f.), in "Lo Stato Operaio", 2, febbraio 1935, pp. 83-92
8 Cfr. art.cit., loc.cit., p. 83.
9 Cfr. art.cit., loc.cit., p. 84.
10 Art.cit., loc.cit., p. 85.
11 Art.cit., loc.cit., p. 85.
12 Art. cit., loc.cit., p. 91.
13 Art. cit., loc.cit., p. 91.
14 Cfr. Luigi Gallo (Luigi Longo), Per la disfatta dell 'imperialismo italiano, ivi, pp. 93-101.
15 Cfr. art.cit., loc.cit., pp. 93-94.
16 Cfr. art.cit., loc.cit., p. 95.
17 Cfr. art.cit., loc.cit., p. 96.
18 Cfr. art.cit., loc.cit., p. 97.
19 Su questo tema cfr. Mario Isnenghi, Il sogno africano, in AA.VV., Le guerre coloniali del fascismo (a cura di Angelo Del Boca), Bari, Laterza, 1991, pp. 60-71; A. Del Boca, op.cit., pp. 320-350; R. De Felice, op.cit., pp. 626-643.
20 Cfr. art.cit., loc.cit., pp. 98-101.
21 Su questo tema cfr. Enzo Santarelli, L'antifascismo di fronte al colonialismo, in AA.W., Le guerre coloniali del fascismo, cit., pp. 79-92.
Alessandro Rosselli (Università di Szeged), Il Partito Comunista d'Italia e la guerra d'Etiopia. Una rassegna sulla stampa comunista, Études Sur La Région Méditerranéenne, 15, pp. 45-61, 2006  

L’obiettivo del progetto è quello di esplorare alcuni momenti specifici della politica coloniale del partito, ovvero le missioni di Velio Spano in Egitto e Tunisia (1936-1943), la spedizione di Ilio Barontini in Etiopia (1939) e l’operato del Pci in Somalia (1942-1950), per gettare nuova luce e colmare alcune lacune storiografiche relative all’azione dei militanti comunisti in questi contesti, ai loro rapporti con i movimenti locali, all’analisi del colonialismo da parte del partito e al ruolo della Terza Internazionale (Comintern) nell’organizzazione di queste iniziative. Inoltre, il progetto intende indagare come, a seguito della svolta di Salerno e con la nascita del ‘Partito Nuovo’, il Pci sviluppa la propria riflessione sul colonialismo, da un lato in termini pedagogici, attraverso la pubblicazione di letteratura destinata ai militanti, dall’altro attraverso la partecipazione di propri delegati agli incontri internazionali della Federazione mondiale della gioventù democratica e dell’Unione internazionale degli studenti.
[...]
Giulio Fugazzotto, Al servizio di una rivoluzione globale? I comunisti italiani e il colonialismo tra antifascismo e anti-imperialismo. 1926-1950, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, 2021

Fonte: Fondazione Gramsci



Sunto
Quest'articolo si concentra sulle particolari caratteristiche dell'imperialismo fascista e sul suo sforzo di costruire una coscienza nazionale tramite il riscatto coloniale per mezzo della guerra contro l'Abissinia. Tentativo che ha incontrato una risposta ambivalente in Italia e all'estero, tra gli antifascisti in esilio.
Lo studio della politica del Partito comunista sulla questione della guerra italo-etiopica a metà degli anni Trenta ci permette di ricostruire la sfida degli antifascisti al regime, su scala internazionale, che avrà una ripercussione più profonda in seguito durante la guerra civile spagnola.
[...] Tuttavia, di fronte a una guerra che rischiava di coinvolgere le grandi potenze del Mediterraneo, non poche erano le titubanze e all'inizio anche da parte dei vertici fascisti, in particolare dei gerarchi sensibili ai buoni rapporti con Francia e Inghilterra, si registravano incertezze ed esitazioni. <27
La preoccupazione di un'opinione pubblica riluttante alla guerra indusse il regime ad intensificare l'opera di controllo sulla stampa, le pubblicazioni, le trasmissioni radiofoniche e cinematografiche.
Nell'estate del 1935, la questione etiopica divenne il centro dell'attività propagandistica e, il 25 giugno 1935, tutto l'apparato mediatico venne centralizzato nel Ministero della stampa e della propaganda, diretto da Ciano. In questo modo i giornali, le radio, i cinegiornali, i periodici, furono interamente sottomessi alle esigenze della guerra. Il regime riuscì anche a contrabbandare quella che Baer definisce “un'evasiva politica di inazione” <28 della Francia e dell'Inghilterra in un'ostilità attiva contro i legittimi diritti dell'Italia di espandersi in Africa e rinserrare l'opinione pubblica attorno alla “patria fascista”.
La Chiesa fornì un contributo fondamentale alla formazione del consenso bellicista: dopo un primo disorientamento da parte delle organizzazioni e delle gerarchie cattoliche, anche per le prese di posizione ufficiali del papa in favore della deposizione delle armi, <29 allo scoppio delle ostilità il clero si schierò, con poche eccezioni, per la guerra esaltata come missione civilizzatrice della nazione cattolica impegnata a redimere gli schiavi, i barbari e popoli senza Dio. <30
Tra i più accesi sostenitori si trovava il cardinale Schuster della diocesi di Milano. Ma anche motivi internazionali spingevano il Vaticano a sostenere il fascismo. Mentre nazioni cattoliche come l'Austria sostenevano l'impresa africana, l'Inghilterra protestante si opponeva all'avventura italiana in Africa, insieme con la Francia laica e massone, che forniva asilo politico ai fuorusciti comunisti e socialisti e aveva stipulato nel 1935 un patto con l'Unione sovietica bolscevica.
Come scriveva Ernesto Rossi, bisognava combattere contro il “protestantesimo che, in combutta con la massoneria, col comunismo e con l'antifascismo, si sforza di abbattere la civiltà di Roma, perché cattolica”. <31
Poco importava che in Etiopia venissero impiegate truppe musulmane libiche e somali per massacrare i cristiani copti, o che in fondo la stessa Unione sovietica era legata da un trattato di non aggressione con l'Italia fin dal 1933.
Il culmine dell'infatuazione nazionalistica si ottenne con la “giornata della fede”, indetta per il 18 dicembre 1935, due mesi dopo lo scoppio delle ostilità e la proclamazione delle sanzioni, che erano entrate in vigore però solo il 19 novembre. A questa campagna, che si prolungò per varie settimane, e che consisteva nel donare la fede nuziale oltre che tutto l'oro, l'argento e il ferro, parteciparono tutti gli strati della popolazione.
Lo stesso filosofo e senatore antifascista Benedetto Croce contribuì, donando la medaglietta senatoriale, pur dichiarando di non approvare la politica del governo; vescovi e cardinali parteciparono alla raccolta, donando i loro ori e invitando i fedeli a fare altrettanto. A livello più generale la guerra mobilitò pressoché tutti gli strati della classe dirigente, anche quelli che fino a quel momento avevano nutrito un atteggiamento critico, e degli intellettuali, da D'Annunzio e Marinetti, le cui simpatie per il fascismo non erano un mistero, ad intellettuali che passavano per antifascisti come Sem Benelli o altri. La piccola e media borghesia nazionalista, i lavoratori dell'industria e i contadini furono anch'essi coinvolti, con scarse eccezioni, nel sostegno alla guerra.
Scrive, sconsolatamente, “Lo Stato Operaio”, organo del Partito comunista: “il fascismo è riuscito per il momento a fanatizzare non soltanto larghi strati di piccola borghesia ma anche una parte non indifferente della gioventù proletaria.” <32
Alle donne veniva poi affidato un ruolo specifico, non solo di consolatrici di eroi e di custodi del focolare domestico, la cui cura era costituita di economia e preghiera, nella migliore, o peggiore se si vuole, tradizione dell'epica classica coniugata col misticismo cristiano, ma anche di propagatrici dell'ideale della civiltà. L'intera stampa femminile venne asservita a questo scopo: <33 alla militarizzazione della mascolinità, per riprendere un concetto di Mosse, <34 si aggiunse la nazionalizzazione della femminilità, in una specie di divisione dei valori: alla mascolinità eroica, militare, combattiva e violenta, forgiata nella tempesta d'acciaio della guerra, corrisponde una femminilità frugale, parsimoniosa e parca: i due aspetti si completano nella guerra e nel lavoro.
Come osserva Carlo Zaghi: "l'aver sollevato il sentimento più profondo del popolo italiano e identificato l'onore nazionale col riscatto della sua inferiorità coloniale, fu il successo più grande di Mussolini, il momento storico più alto toccato dal regime". <35
La guerra contro l'Etiopia ebbe un impatto immediato in tutto il mondo. A parte le reazioni diplomatiche, come le limitate sanzioni decise dalla Sdn, vasti settori dell'opinione pubblica fecero pressione sui propri governi perché reagissero contro il colonialismo fascista.
[...] Varie organizzazioni di afro-americani si mobilitarono in un fronte unico che coinvolgeva i gruppi del nascente nazionalismo nero, organizzazioni antifasciste e gruppi comunisti, come il Comitato provvisorio per la difesa dell'Etiopia, fondato ad Harlem nel febbraio del 1935. <36 Non solo, ma da New York a Kansas City, migliaia di volontari neri risposero agli appelli delle varie organizzazioni di partire per l'Etiopia e combattere contro gli italiani. In seguito alla repressione del governo Usa, che non voleva essere trascinato in una guerra con l'Italia fascista, la mobilitazione militare cessò, anche se non completamente. La Black Legion, ad esempio, dichiaro che i suoi 3000 militanti che si preparavano a partire per l'Etiopia avrebbero rinunciato alla cittadinanza americana per servire il “loro” paese. <37
Scrive “l'Unità” (s.d., ma 1935): I negri si arruolano volontari. Ad Harlem … è stata costituita una “Legione Nera”, la quale chiama i negri ad arruolarsi per difendere l'ultimo paese indipendente dell'Africa, l'Abissinia. … Il negro Walter Davis, del Texas, ha inviato un telegramma all'imperatore dell'Abissinia, offrendogli un aiuto di 6 mila volontari... <38
Non si mobilitarono solo i partiti socialisti e comunisti, i popoli coloniali o gli afro-americani, che vedevano nella causa etiope le ragioni della loro stessa causa, ma anche, per motivi diversi, strati di popolazione dei paesi imperialisti democratici. <39 Come scrive Procacci: "Si può dire anzi che fu proprio tra la tarda primavera e gli inizi dell'estate [1935, nota mia] che si venne diffondendo sempre più largamente la sensazione che la controversia in atto tra Italia e Etiopia aveva cessato di essere una questione marginale per assumere invece i caratteri di un test dal quale dipendeva in larga misura il mantenimento della pace. (…) Nasceva insomma un'opinione pubblica pacifista e antifascista". <40
Anche se, come ricorda Procacci, questo fenomeno riguardò in maniera più evidente l'Inghilterra, soprattutto per la presenza di un forte Partito laburista e per la coesistenza di altri fattori psicologici e politici, <41 e la Francia, si diffuse in tutti i paesi dell'Europa continentale, compresi i Balcani, al di fuori, per ovvie ragioni, della Germania nazista. <42
In Italia la mobilitazione toccò essenzialmente i partiti antifascisti in esilio.
Le principali organizzazioni antifasciste dell'emigrazione scorsero nell'avventura etiope un'occasione per sferrare un colpo mortale al regime mussoliniano. Si distingueva da questa impostazione il gruppo di “Giustizia e libertà”, animato da Carlo Rosselli, per il quale si trattava di una posizione attendista.
Per Gl, non si doveva aspettare la disfatta del fascismo in Etiopia, ma organizzare subito un intervento politico propagandistico in Italia nel tentativo di rovesciare il regime. <43 In realtà, con questa polemica, Gl puntava a spezzare l'isolamento dalle altre formazioni antifasciste, e in particolare dai partiti comunista e socialista che avevano istituito un rapporto privilegiato in seguito alla svolta del VII congresso della Terza internazionale.
Il Pci e il Psi, legati ormai da un patto d'azione, organizzarono i giorni 12 e 13 ottobre del 1935, il Congresso di Bruxelles, al quale parteciparono varie organizzazioni antifasciste, tranne Gl.
I relatori principali furono il socialista Pietro Nenni, che tenne il discorso introduttivo, e Ruggero Grieco, dirigente del Pci. <44
Il discorso di Nenni e la sua stessa presenza al Congresso smentirono in parte la posizione dell'Internazionale socialista, che era riluttante ad intraprendere azioni comuni con l'Internazionale comunista; il leader socialista si pronunciò per l'unità d'azione con i comunisti, anche in vista di una crisi del regime che si riteneva imminente e che avrebbe richiesto un senso di responsabilità delle organizzazioni antifasciste, pur senza l'illusione della maturità di una crisi rivoluzionaria.
Ruggero Grieco si spinse anche oltre le dichiarazioni di Nenni, ipotizzando persino la possibilità di un governo “antifascista” che “difenda le libertà popolari”, presumibilmente di ampia coalizione. <45
Il VII congresso dell'Internazionale comunista si era occupato della guerra italo-abissina nell'ambito del dibattito sul fascismo e i pericoli di guerra, registrando l'intervento di Togliatti sull'avventura africana il 13 e 14 agosto 1935. <46  Nel suo rapporto, Togliatti si augurava la sconfitta delle truppe italiane come preludio alla caduta del regime: "se il Negus d'Abissinia, spezzando i piani di conquista del fascismo, aiuterà il proletariato italiano ad assestare un colpo tra capo e collo al regime delle camicie nere, nessuno gli rimprovererà di essere 'arretrato'. Il popolo abissino è l'alleato del proletariato italiano contro il fascismo e noi gli esprimiamo la nostra simpatia". <47
La stessa posizione venne espressa, in maniera più articolata dopo lo scoppio della guerra, il 15 novembre, in un articolo apparso sul “Bolśevik”, <48 nel quale si ribadisce che "la sconfitta dell'imperialismo italiano sarà il prologo della caduta del fascismo: il fascismo non può rischiare uno smacco. Uno smacco può essere l'inizio della sua fine". <49
E, nella misura delle sue possibilità, tenuto conto delle esigenze della clandestinità, il Pci si adoperò per rendere questo sviluppo effettivo e di opporsi attivamente alle operazioni belliche, non limitandosi a una posizione massimalista e attendista come accusato da Gl. <50  Pur muovendosi entro un quadro di collaborazione di classe internazionale determinato dalla svolta del VII congresso, <51 la politica del Pci si distinse sia dalle combinazioni diplomatiche dell'Urss che dal puro e semplice propagandismo.
Fin dal luglio del 1935, quindi tre mesi prima dell'aggressione italiana, Sergio (Giulio Cerreti) proponeva di recarsi in Egitto, ed eventualmente in Etiopia, ad organizzare la resistenza contro la guerra, <52 per conto del Comitato mondiale contro la guerra e il fascismo, un organismo che lo stesso Cerreti aveva collaborato a fondare, i cui esponenti principali erano Henry Barbusse e Romain Rolland. Al momento il progetto non ebbe seguito, ma gettò le basi di una discussione che avrebbe avuto dei risvolti operativi molto concreti.
Tra il 1934 e il 1935 il Pci intensificò i tentativi di penetrazione in Italia, in particolare la propaganda tra gli operai industriali e nei sindacati fascisti, diretta a sollevare rivendicazioni sulle condizioni di lavoro, i salari, il carovita, approfittando di ogni possibilità legale permessa dal regime. Vennero moltiplicati gli sforzi per introdurre la stampa in Italia e organizzare le proteste, i cui echi si trovano nelle pagine dell'“Unità”, “lo Stato operaio” o “Azione popolare”. In particolare venne curato l'intervento nell'esercito allo scopo di dare voce alle pur minime manifestazioni di malcontento contro la partenza per l'Africa o dei soldati di stanza in Aoi, di cui la stampa comunista diventa megafono. Ogni protesta in una caserma, un canto antimilitarista, gli insulti ad ufficiali particolarmente crudeli, la denuncia delle malattie in Abissinia, le proteste per il rancio, sono tutte occasioni che dimostrano, per la stampa comunista, l'impopolarità della guerra tra i soldati <53.
Così, ad esempio, “L'Unità” n. 1, 1936, sotto il titolo "Lettere dalle caserme e dall'Africa Orientale", dedica una pagina intera alle manifestazioni di dissenso tra le truppe. Erano del resto già vari anni che il Pci cercava di penetrare nell'esercito con suoi organi di stampa, prima “Caserma”, che venne chiuso alla fine del 1934, dopo dieci anni di pubblicazioni, e poi “Grigioverde”, fondato allo scopo di rendere più efficace e concreta la mobilitazione dei soldati contro la guerra e la terribile disciplina militare. In un lungo rapporto di dieci pagine del 28 maggio 1935, Neri (Luigi Longo) delinea un piano molto dettagliato d'intervento nell'esercito. <54 Dopo aver chiarito le ragioni che hanno condotto alla chiusura di “Caserma”, Longo spiega: “L'uscita di “Grigioverde” risponde a questa esigenza… Bisogna accentuare il carattere legale e popolare del giornale che deve diventare sempre più come un organo di soldati, di marinai, di avieri, di militi”.
Infine, il progetto di intervenire tra le truppe italiane destinate in Etiopia si concretizzò nella missione di Velio Spano in Egitto, incaricato dal comitato antifascista eletto al congresso di Bruxelles: Spano arriva in Egitto nel novembre 1935, prende contatti con settori antitaliani della borghesia egiziana e con alcuni connazionali sensibili alla propaganda antifascista. <55 Anche se la missione era stata preparata accuratamente nei mesi precedenti, Spano ne lamenta la disorganizzazione in una lettera al Comitato internazionale del 14 gennaio 1936 <56 e, tuttavia, nei limiti delle forze che si sono potute impiegare, la missione non è priva di qualche successo.
Spano riporta del clamore suscitato a Porto Said della propaganda antifascista e contro la guerra. <57 In una serie di articoli apparsi su “Stato operaio” nel 1938, Paolo Tedeschi (pseudonimo di Spano) sottolinea la polarizzazione tra le truppe italiane in transito per i porti egiziani, divise tra entusiasti alla guerra e riluttanti e sensibili alla propaganda antimilitarista <58 e descrive l'impatto che la distribuzione di volantini ha sui soldati imbarcati sui piroscafi in transito per il Canale di Suez. <59
Che l'azione di Spano avesse avuto un certo successo è testimoniato anche dalla preoccupazione suscitata nell'ambasciata italiana al Cairo. <60
L'ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba, nel maggio del 1936, cambia la prospettiva propagandistica del Pci che, pur riconoscendo che l'occupazione della capitale etiope non avrebbe posto fine alle operazioni militari, deve tuttavia fare i conti con la realtà di un regime che, proprio in occasione della proclamazione dell'impero, ottiene il massimo consenso popolare. <61
Nella riunione dell'Ufficio politico l'8 maggio 1936, <62 al punto sulla questione abissina, l'intervento di Longo esprime chiaramente la delusione e il disorientamento del gruppo dirigente comunista che aveva puntato sulla disfatta italiana. I fatti impongono una rettifica nella propaganda e nelle parole d'ordine, ma ne deriva anche una rettifica dell'analisi. Le prime avvisaglie di questo mutamento di prospettiva si rivelano in un articolo dello “Stato operaio”, "Dopo Addis Abeba", del maggio 1936, scritto a caldo dopo la proclamazione dell'impero, ma è il manifesto programmatico "Per la salvezza dell'Italia:riconciliazione del popolo italiano" <63 che delinea in maniera più netta questo mutamento.
Già Spano, rientrato clandestinamente in Italia dopo la missione egiziana, aveva osservato “la nostra giusta preoccupazione di essere una corrente, una grande corrente di opposizione nel fascismo, deve essere oggi non più soltanto in primo piano nella nostra politica, ma forse addirittura il centro della nostra politica...” <64
Il manifesto ha come suo nucleo programmatico l'appello ai fascisti perché lottino insieme coi comunisti per la realizzazione del programma fascista del 1919, “che è un programma di libertà”. <65  Ed è firmato, a ribadirne la solennità, dai veri nomi e cognomi dei dirigenti del Pci.
Come nota Paolo Spriano, quest'appello suscita polemiche, recriminazioni e critiche da Mosca che si faranno via via più severe, ed è possibile che molti dei firmatari non fossero stati nemmeno interpellati. <66 L'appello cadeva poi in una fase particolarmente critica, all'inizio della guerra civile spagnola, che vedrà di nuovo, in uno scontro più drammatico, fascisti e antifascisti italiani combattersi, questa volta sulle barricate e le trincee di Spagna. Tra i sottoscrittori del manifesto, infatti, ritroviamo dirigenti comunisti che sono in procinto di partire per la penisola iberica in soccorso alla repubblica, che difficilmente avrebbero aderito a un appello “ai fratelli in camicia nera”. A questo seguiva un'apertura alla Chiesa cattolica, nell'autunno del 1936, in piena guerra civile spagnola dove la stragrande maggioranza delle gerarchie ecclesiastiche era apertamente schierata dalla parte del franchismo. <67
Non è possibile qui riprendere le polemiche che il Partito socialista e Giustizia e libertà scatenarono contro il manifesto "Per la salvezza dell'Italia"; <68 è necessario però ricordare che le critiche che giunsero da Mosca, oltre allo scoppio della guerra civile spagnola, determinarono infine la decisione dell'Ufficio politico di “ritirare la parola della conciliazione nazionale per dare maggior chiarezza e vigore alla politica di unione del popolo”. <69
Questo episodio avrà però delle ripercussioni negli anni a venire e determinerà, in parte, la mutazione della formazione del gruppo dirigente del Pci.
Come ha notato Simona Colarizi, “L'intervento dei volontari antifascisti [nella guerra civile spagnola] imbarazza non poco il regime, anche perché, per la prima volta dopo molti anni, i fuorusciti ritornano inevitabilmente alla ribalta della cronaca e per di più avvolti in un'aureola di eroismo guerriero”. <70 Ed è nel fuoco della guerra civile spagnola, nell'entusiasmo per la vittoria repubblicana di Guadalajara, che comincia a delinearsi l'idea di inviare alcuni membri delle Brigate internazionali in soccorso alla resistenza etiope, <71 viste anche le difficoltà che sta incontrando l'esercito regolare del Negus, i cui resti comandati da ras Destà, sono stati distrutti dall'esercito italiano. La missione venne decisa infine in una riunione di segreteria l'8 dicembre 1938, nella quale Nicoletti (Giuseppe di Vittorio), presentò la proposta di inviare un gruppo di compagni in Etiopia al seguito del “compagno che parte”. <72 Prende la parola il compagno in questione che espone il suo piano di lavoro e, nello stesso mese di dicembre, Ilio Barontini si reca così in Etiopia accompagnato dal segretario di Hailé Selassié, Lorenzo Taezaz, il quale però si ferma in Egitto, e fornito di credenziali del Negus stilate su fazzoletti di seta. Nonostante gli evidenti problemi di comunicazione, il 6 febbraio 1939 Barontini riesce a far avere sue notizie al Partito, in una lettera certamente scritta da una località etiope, ma spedita da Khartoum il 22 marzo, nella quale esalta le virtù militari dei resistenti e l'accoglienza della popolazione, soprattutto dei contadini molto attenti e interessati alle tecniche militari, ma evidenzia la disastrosa situazione degli armamenti, la carenza di munizioni e l'eterogeneità delle armi, fucili di marche diverse, mitragliatrici senza cartucce. Osserva comunque “Penso che solamente la mia presenza qui è un successo, si riprende fiducia …” <73
In una lettera, datata 1 aprile 1939, indirizzata a Tuti (Rigoletto Martini), Jacopo (Giuseppe Berti) esprime la soddisfazione del Partito per la missione, nota che Barontini è dirigente riconosciuto dalla resistenza, e l'unico contatto del Negus con i suoi uomini rimasti in Etiopia, ma lamenta gli scarsi mezzi a disposizione. <74
Nel frattempo, nel marzo del 1939 sono partiti per l'Etiopia anche altri due combattenti di Spagna, Rolla e Ukmar. <75 L'impresa, che vide la collaborazione diplomatica di Francia e Inghilterra, coinvolse parimenti il colonnello francese Paul Robert Monnier, che perì nel novembre del 1939 in seguito a un attacco cardiaco nel corso di una missione di rifornimento.
L'obiettivo della spedizione era duplice, politico e militare. Così la descrive Ukmar: "Si doveva riuscire a convincere gli etiopi ad abbandonare l'organizzazione di grosse bande di mille-duemila uomini di cui solo una parte armati di fucili - tali formazioni erano facilmente reperite e massacrate - e costituire gruppi più piccoli e mobili. Si doveva cercare di mantenere i territori liberati… <76 ma soprattutto, in un contesto caratterizzato dalla continua rivalità tra tribù e in una regione, il Goggiam, governata da ras tradizionalmente ribelli all'autorità del Negus e in perenne conflitto tra di loro, dovevamo mantenere il contatto con i capi della rivolta, coordinare le loro azioni, evitare conflitti armati tra le varie formazioni, fare quanto possibile per portare pace tra i gruppi armati e volgere ogni sforzo contro l'esercito di occupazione". <77
A questi si aggiungeva anche un altro scopo: la presenza di europei tra le file della resistenza etiope doveva contribuire a demoralizzare le truppe italiane e, insieme con la collaborazione di Francia e Inghilterra, dimostrare l'internazionalizzazione del conflitto.
Nel frattempo si intensifica l'attività di propaganda rivolta agli etiopi e alle truppe italiane. I fuorusciti italiani pubblicano un foglio settimanale, “La voce degli etiopi”, in amarico e italiano, <78 e il risultato politico della missione trova il suo riflesso in alcuni articoli pubblicati in “Lo Stato operaio” e “La voce degli italiani”. Di notevole rilevanza le conclusioni cui giunge Di Vittorio nell'articolo "La lotta del popolo etiopico ed i doveri del proletariato italiano", chiaramente ispirato da Barontini: "Il popolo etiopico, già in enorme ritardo sull'evoluzione storica, non possedeva ancora una coscienza nazionale, quando venne proditoriamente aggredito dal governo fascista. Uno Stato etiopico non esisteva. La società feudale etiopica era dominata da ras e sotto-ras in lotta fra di loro. (…) Il 'miracolo' che… si è già prodotto in buona parte, è questo: che sotto l'oppressione terroristica e sanguinaria del fascismo italiano il popolo etiopico sta forgiandosi una coscienza nazionale… Non si tratta, dunque, di una rivolta episodica, ma d'una rivoluzione popolare nazionale contro l'oppressore straniero. (…) dei capi che si erano resi complici dell'oppressore o vi si erano sottomessi, oggi si battono uniti e da eroi, non più per il potere o il predominio di questo o quel ras, ma per l'indipendenza dell'Etiopia". <79
Non fa parte degli scopi del presente articolo, ma non mi sembra superfluo osservare che le conclusioni cui giungevano Barontini e Di Vittorio esprimono un'opinione oggi diffusa in ambito storiografico: che la guerra contro l'Italia abbia accelerato il processo di unità nazionale dell'Etiopia, che le riforme dei primi anni di governo di Hailé Selassié avevano appena accennato nel loro tentativo di modernizzazione e di uscita dal particolarismo feudale. <80
La missione ebbe termine nel marzo del 1940 per varie ragioni, in primo luogo per il mutamento dello scenario internazionale determinato dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. E tuttavia non è la sola ragione: si scopre che Monnier era un agente dell'Intelligence service inglese, col quale aveva costantemente mantenuto i contatti, e che aveva sempre tenuto le redini della missione <81 e nei primi mesi del 1940, l'Inghilterra, nel tentativo di impedire l'ingresso in guerra dell'Italia a fianco di Hitler, aveva deciso di tagliare i finanziamenti e il sostegno alla resistenza etiope, inclusa la missione di Barontini. <82
[NOTE]
27 Idem, p. 621. Per altro v. anche, per le riserve di Dino Grandi, Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La conquista dell'impero, cit. p. 325.
28 Citato in A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La conquista dell'impero, op. cit. p. 327. Mussolini era ben consapevole che né l'Inghilterra né la Francia avrebbero rischiato la guerra contro l'Italia sulla questione etiope; v. Ibidem, p. 326-327.
29 Il 27 agosto 1935, in un discorso alle 2000 infermiere cattoliche in visita a Castelgandolfo, Pio XI si oppose apertamente all'imminente avventura africana, definendola “un guerre injuste”, v. L. Ceci, Il papa non deve parlare. Chiesa, fascismo e guerra d'Etiopia, Laterza, Roma - Bari, 2010, p. 44
30 Ibidem, p. 67 - 135; S. Colarizi, cit., p. 199; A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La conquista dell'impero, cit. p. 333.
31 S. Colarizi, cit., p. 200.
32 Lettera da Roma. Piccola borghesia ed intellettuali di fronte alla guerra, in “Lo Stato operaio”, febbraio 1936, p. 110.
33 V. Mirella Mingardo, “Pace”, “Lavoro”, “Civiltà”. Propaganda e consenso nella stampa periodica durante la guerra d'Etiopia, in Caccia, Patrizia e Mingardo, Mirella (a cura), Ti saluto e vado in Abissinia, Viennepierre, Milano, 1998.
34 L. Benadusi e G. Caravale (a cura), Sulle orme di George L. Mosse. Interpretazioni e fortuna dell'opera di un grande storico, Carocci, Roma, 2012, p. 69.
35 C. Zaghi, L'Africa nella coscienza europea e l'imperialismo italiano, Guida, Napoli, 1973. A conclusione della prima fase della guerra, l'8 maggio 1936, “Il popolo d'Italia” poteva sostenere che la guerra era stata “impresa di popolo, di tutte le classi e di tutti i ceti, di tutte le categorie e di tutte le gerarchie. Dalla Dinastia al clero, dalla gioventù delle Università alle moltitudini dei campi e delle officine, tutta la Nazione era spiritualmente impegnata nell'impresa, 'con trepida e inesorabile decisione'”, in I. Granata, Milano e la proclamazione dell'Impero (Maggio 1936): tra “regime” e “patria”, in P. Caccia e M. Mingardo, Ti saluto e vado in Abissinia, cit., p. 42.
36 In particolare, la mobilitazione degli afro-americani e stata oggetto di vari studi, dei quali ricordiamo solo l'opera piu significativa: William R. Scott, The Sons of Sheba’s Race: African Americans and the Italo-American War 1935-1941. Bloomington: Indiana University Press, 1993. V. però anche N. Venturini, Neri ed italiani ad Harlem. Gli anni trenta e la guerra d'Etiopia, Lavoro, Roma, 1991; Antifascist dieselpunk II - The Italo-Abyssinian War, 26 aprile 2012, disponibile online su: pdjeliclark.files.wordpress.com. Trasformatosi in seguito nell'organizzazione United Aid for Ethiopia, il Comitato provvisorio ottenne il riconoscimento ufficiale del governo imperiale all'Estero. v. opuscolo dell'associazione, War in Ethiopia, New York City, 1936.
37 William R. Scott, Black Nationalism and the Italo-Ethiopian Conflict, “The Journal of Negro History”, 63, n. 2, 1978, p. 118-134.
38 Conservato all'Acs, Fondo ministero dell'interno - Direzione generale pubblica sicurezza - Divisione affari generali e riservati - Stampa sovversiva in Italia - Busta 77/491.
39 Per la mobilitazione dei movimenti anticolonialisti contro l'aggressione italiana e la reazione dell'opinione pubblica all'estero, oltre ai libri di Giuliano Procacci, Dalla parte dell'Etiopia, cit., e Il socialismo internazionale e la guerra d'Etiopia, Editori riuniti, Roma, 1978, vedi Denise Eeckaute e Michel Perret (ed.) La guerre d'Ethiopie et l'opinion mondiale, Inalco, Paris, 1986.
40 G. Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d'Etiopia, cit. p. 62.
41 Ibidem; per un approfondimento delle reazioni dell'opinione pubblica inglese v. anche D. Waley, British Public Opinion and the Abyssinian war. 1935-1936, Maurice Temples Smith, London 1974
42 Nel volume collettaneo La guerre d'Ethiopie et l'opinion mondiale, cit., v. i saggi di S. Rubenson, sulla Svezia; di J. Gergely e L. Nyeki, per l'Ungheria; D. Eeckaute, per l'Europa dell'est; J. R. Bojovic, per la Jugoslavia; ma anche, relativamente ai paesi extraeuropei, M. Kovacs, per il Canada; J. C. Ralema per il Madagascar e S. A. Nguyen Dac, per il Vietnam. Una rassegna storiografica dell'atteggiamento dei paesi balcanici è fornita infine da A. Kuzmanova. Sulla reazione dell'opinione pubblica francese v. F. D. Laurens, France and the Italo-Ethiopian crisis 1935-1936, Mouton, Paris - Le Hague, 1967, anche Max Gallo: L'affaire d'Ethiopie, Editions du Centurion, Paris, 1967.
43 Per una sintesi delle posizioni di Rosselli e di Gl, v. l'articolo di Magrini, Rosselli e la guerra d'Etiopia, in Quaderni italiani n. 2, agosto 1942; ma anche: Carlo Rosselli, Opere scelte. Scritti dall'esilio, vol. II, Dallo scioglimento della concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), Einaudi, Torino, 1992. Anche Nicola Tranfaglia, Una scelta di campo necessaria. Carlo Rosselli e Gl di fronte a Hitler e all'espansione dei fascismi, in “Studi storici”, n. 3, 1995.
44 Per una sintesi dei lavori del Congresso v. “Il Nuovo Avanti”, 19 ottobre 1935; il rapporto di L. Gallo (Luigi Longo), in “Stato operaio”, ottobre 1935, che riporta anche l'intervento di Grieco; l'articolo di E. Modigliani in “Informations internationales”, n. 36.
45 R. Grieco, I compiti del popolo italiano nella lotta contro la guerra, “Lo Stato Operaio”, cit. p. 625-634.
46 Il rapporto di Togliatti al congresso dell'Ic venne pubblicato sulla “Rundschau” del 2 ottobre 1935; una sintesi si trova nello “Stato operaio” n. 10, 1935.
47 “So” n. 10, 1935, p. 598.
48 Ora in Palmiro Togliatti, Opere, vol. IV.1, Editori riuniti, Roma, 1979, p. 41-57.
49 ibidem, p. 53.
50 Lettera di Gl al Pci, riportata in Archivio del partito comunista italiano (d'ora in poi Apc), 513 - 1286, nella quale la formazione di Rosselli accusa il Partito comunista di non comprendere, con i suoi slogan, la psicologia delle masse che sostenevano, in Italia, l'occupazione dell'Etiopia.
51 Si veda per esempio l'atteggiamento nei confronti delle sanzioni, v. articolo "Le sanzioni sono la pace e la salvezza del popolo italiano", in “La difesa”, n. 14, ottobre 1935.
52 L'intero rapporto di Cerreti, e in Apc 513 - 1 - 1318, p. 86 ss., ma v. anche appunto manoscritto senza firma, probabilmente di Longo (Terra), del 12 giugno 1935, in Apc 513 - 1 - 1283, p. 67, che chiede di “inviare qualcuno al più presto”.
53 Questa e l'indicazione della Segreteria del Pc, che, in un'osservazione all'”Unità” n. 10 del 1935, raccomanda di “utilizzare OGNI malcontento che viene creato dalla situazione di guerra” (maiuscolo nell'originale), in Apc 513-1283, p. 135.
54 Apc, 513 - 1 - 1288, p. 2-11.
55 A. Mattone, Velio Spano: vita di un rivoluzionario di professione, Della Torre, Cagliari, 1978, p. 24.
56 In Apc 513 - 1 - 1393, p. 1.
57 Ibidem, p. 3.
58 Gli articoli, dal titolo "Esercito e milizia nella guerra d'Etiopia", sono apparsi nei numeri 1, 2, 4 e 7 del 1938.
59 Idem, n. 2, p. 27.
60 Telespresso del Consolato di Porto Said n. 2341/312, in Archivio storico Ministero affari esteri, Busta “Ambasciata del Cairo”, A63, 294/2.
61 v. S. Colarizi, L'opinione degli italiani sotto il regime. 1929–1943, cit.; a p. 206–207 riporta alcuni esempi di note fiduciarie che testimoniano la demoralizzazione dell'antifascismo di fronte alla conquista di Addis Abeba.
62 Apc 513 - 1 - 1358, p. 11 ss.
63 “Lo Stato operaio”. n. 8, agosto 1936.
64 Rapporto di un viaggio in Italia, Apc 513 - 1 - 1385, citato in A. Mattone, Velio Spano, cit. p. 40, sott. nell'originale.
65 Ibidem, p. 524; anche S. Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del Pci 1936-1948, Rizzoli, 1980, Milano, p. 46 ss.
66 Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano.
V. 3. I fronti popolari, Stalin, la guerra, Einaudi, Torino, 1970, p. 65-67.
67 I comunisti ai cattolici italiani. Dichiarazione del Cc del Pci, “Lo Stato Operaio”, 8 ottobre 1936.
68 Su questo aspetto v. anche Bruno Grieco, Un partito non stalinista. Pci 1936: “Appello ai fratelli in camicia nera”, Marsilio, Padova, 2004, e Giorgio Amendola, Storia del Partito comunista italiano. 1921-1943, Editori riuniti, Roma, 1978.
69 Verbale dell'Ufficio politico del 17 febbraio 1937, in Apc 513 - 1 - 1432, p. 47; è anche impossibile, in questa sede, esaminare in dettaglio il ruolo di Togliatti che, detto in estrema sintesi, si è trovato a dover sacrificare Grieco, principale dirigente del Pci in Francia ed estensore materiale dell'appello, per salvaguardare il Partito dalla liquidazione, che aveva riguardato il Pc polacco, i dirigenti ungheresi e jugoslavi e Bela Kun in Ungheria.
70 S. Colarizi, cit., p. 232.
71 B. Anatra, Partigiano sulle rive del lago Tana, “Rinascita”, 19, 7 maggio 1966, p. 18
72 Apc, 513 - 1 - 1494.
73 Apc 513 - 1 - 1498, p. 27.
74 Apc 513 - 1 - 1494, p. 24-25.
75 G. Pajetta, in Il ragazzo rosso, Mondadori, Milano, 1983, p. 247-248, rivela dell'esistenza di un diario di Barontini, mai ritrovato; di Ukmar resta la testimonianza resa a Cesare Colombo e pubblicata da B. Anatra in “Rinascita” n. 19 del 17 gennaio 1966, cit. pagine 18-19. Di notevole importanza il libro della figlia di Barontini, Era, in collaborazione con Vittorio Marchi, Dario. Ilio Barontini, Nuova Fortezza, Livorno 1988.
76 B. Anatra, Partigiano sulle rive del lago Tana, cit. p. 19.
77 ibidem.
78 Matteo Dominioni, La missione Barontini in Etiopia. La singolare vicenda di un anomalo fronte popolare antifascista, in “Studi piacentini”, n. 35, 2005, p. 85 ss. Alle pagine 88-89 Dominioni ristampa anche due esemplari del foglio ciclostilato. V. anche, dello stesso autore, Lo sfascio dell'impero, cit. p. 292.
79 “Lo Stato Operaio”, n. 12, 1939, p. 277.
80 Cosi esempio Teshale Tibebu, The Making of Modern Ethiopia: 1896-1974, Red Sea Press, Lawrenceville, 1995.
81 Barontini, Era, Marchi, Vittorio , Dario. Ilio Barontini, cit. p. 197.
82 Cablogramma del quartier generale inglese al Cairo, del 25 settembre 1939, gentilmente fornito da Sandi Volk.
Gino Candreva, Nazionalismo e comunismo di fronte alla Guerra d'Etiopia in História: Debates e Tendências, vol. 13, núm. 1, enero-junio, 2013, pp. 150-166, Universidade de Passo Fundo, Passo Fundo, Brasil

1938-39. Ilio Barontini in Etiopia nel Goggiam. Foto dell’archivio storico dell’Unità - Fonte: paginerosse.wordpress.com

1938-39. Ilio Barontini tra i partigiani etiopi. Da sinistra: Kebbedè, ufficiale; Ghila Gherghis, diplomatico; Paolus Getahoum Tesemma, capo del governo in esilio, un guerrigliero. Foto dell’archivio storico dell’Unità - Fonte: paginerosse.wordpress.com

Qualche decennio fa il senatore del PCI Giancarlo Pajetta, intervistato sull'argomento, precisò che non fu mai trovato il diario del principale protagonista dell'impresa.
"…di quella vicenda e del fatto che là aveva trovato persino un comunista etiopico, ci disse di averne scritto nelle sue memorie. Doveva essere un racconto affascinante: dopo la sua morte cercammo il manoscritto per mezza Italia. Non lo trovammo e perciò restammo col dubbio che lo avesse scritto davvero. Si fece ogni sforzo ma nessuna delle donne che avrebbe potuto averlo avuto in consegna - e che, essendo assai numerose, rendevano la ricerca imbarazzante e non facile - fu in grado di farcelo ritrovare" (Giancarlo Pajetta, Il ragazzo rosso, Mondadori, Milano 1983).
Il mistero riguarda la missione (o forse più di una, certamente un paio) che nel 1938 un piccolo gruppo di comunisti, di quelli che fondarono il partito in Italia, compirono nell'Etiopia soggetta al tallone di ferro delle truppe d'occupazione italiane.
Tra di essi Ilio Barontini, un comunista le cui gesta in tre continenti rimangono leggendarie, ma note solo quelle in Europa.
Ancora una decina di anni fa era possibile incontrare ad Addis Ababa, presso il cimitero dei reduci a ridosso della chiesa mausoleo consacrata alle spoglie di Hailè Selassie, proprio sulla collina alle spalle del Ghebbi (palazzo) imperiale che fu di Menelik, gli ultimi reduci ottantenni-novantenni arbagnuocc che cacciarono i fascisti italiani dalla loro patria.
Ad un giornalista italiano uno di questi fieri e poverissimi vecchietti, che amavano stazionare presso il loro circolo di reduci indossando sempre l'uniforme color kaki della guerra italo-etiope, fece questa dichiarazione: "sì… c'era un italiano che ci insegnava a sfottere i fascisti… in italiano». A riparlarne gli vien da ridere, al veterano etiope in divisa kaki.
«Lui stava col nostro esercito, Paolo si chiamava. Me lo ricordo perché c'era la taglia col suo nome». Che faceva? «Ci mandava di notte sotto le mura dei fortini, a gridare a squarciagola». Cosa urlavate? «Le vostre mogli se la spassano con i gerarchiiii!». E poi? «Gridavamo in eritreo, agli ascari collaborazionisti: le vostre se le fanno gli italianiiii!». Abboccavano? «In cinque minuti scoppiava il pandemonio. I fascisti aprivano le porte e uscivano per farci la pelle. Noi scappavamo come lepri in una gola tra i monti. E lì c'era l'imboscata». «Aveva gli occhi folli» narra il veterano, sbarrando le pupille, come posseduto dal grande spirito. Ed evoca la leggenda clandestina del combattente di Spagna, Etiopia e Italia, che morì senza lasciar nulla di scritto. "Paulus" l'imprendibile, che insegna agli africani la guerra psicologica e l'uso delle mine, ciclostila giornali, obbliga le formazioni rivali a combattere unite, trasmette gli ordini del Negus…" (Paolo Rumiz, La Domenica di Repubblica, 30 aprile 2006)
[...] Fabio Baldassarri che recentemente ha curato una biografia di Ilio Barontini servendosi anche di testimonianze di compagni livornesi, cioè concittadini di Barontini che avevano appreso notizie sul suo conto dal medesimo protagonista delle stesse, parla soltanto di Paulus ovvero pertanto solo di Barontini che, nell'approssimarsi della data della partenza visse un periodo di isolamento in un'abitazione francese al fine di farsi crescere la barba e operare qualche altro cambiamento di connotati. (Fabio Baldassarri, Ilio Barontini un garibaldino del '900, Teti editore)
Intanto la polizia fascista e i servizi segreti di mezzo mondo già da tempo erano sulle tracce di un tal Paul Langrois del quale si comincia a paventare la presenza in Etiopia. Per il generale della PAI (Polizia dell'Africa Italiana) Marraffa è Paolo De Bargili, ma in realtà ancora oggi la sua vera identità è avvolta dal mistero. Per il dirigente comunista Anton Ukmar, da una testimonianza del dopoguerra, sarebbe invece il dirigente comunista Velio Spano ma successivamente sarà smentito da Giorgio Amendola e dalla stessa moglie di Spano, che pur ammettendo la presenza di Spano in Egitto in quel periodo nega che egli sia stato anche in Etiopia. In effetti Velio Spano era stato in Egitto, ma nel 1935, e della sua azione, o tentativo di azione, se ne ha traccia presso l'Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE), Ministero dell'Africa. Da un'informativa di polizia del Tenente Colonnello Princivalle al Governo dell'Eritrea (Asmara 19 febbraio 1935), si apprende che il 27 dicembre del '35 furono trovati a Suez dentro a tre scatole di tabacco, alcuni volantini antifascisti in italiano.
Era un primo tentativo di azioni di propaganda del PCdI rivolta alle truppe dell'esercito italiano che passavano da Suez per dirigersi verso il porto di Massaua, nella colonia Eritrea, per dare inizio all'invasione dell'Etiopia.
Per altri Paul Langrois sarebbe una delle tante identità assunte dallo stesso Barontini. La confusione su questo punto è massima! E questo non è casuale.
Non è casuale che anche tra i dirigenti comunisti le informazioni e le testimonianze su quei fatti, che rimanevano alla fine del conflitto, fossero episodiche e spesso contraddittorie. Ciò dipende dalla formidabile struttura leninista clandestina del partito, forgiato in periodo fascista nella clandestinità e come "struttura d'avanguardia del proletariato composta da rivoluzionari di professione", che non consente la conoscenza di fatti ed azioni se non ai componenti delle cellule strettamente interessate ed a pochissimi altri nelle strutture di collegamento che, tuttavia, non conoscono, eccetto un contatto, gli altri componenti delle cellule stesse.
I due comunisti prendono contatti con i servizi segreti britannici e, con gli emissari di Hailè Selassiè. Partiti dalla Francia attraversano l'Egitto e il Sudan per trovarsi nel dicembre del 1938 in territorio etiope, nel Goggiam, nei pressi del lago Tana, dove si pongono al seguito del degiac (generale)Mangascià Giamberiè e dove le azioni della resistenza etiope sono più numerose e il suo controllo sulle foreste e le campagne maggiore.
Una prima lettere di Barontini giunge attraverso Khartoum : "…la mia salute è buona, nonostante la vita sia dura, dormire sulla terra, mangiare quando si trova, mangiare quello che c'è, bisogna avere uno stomaco di struzzo. Bisogna avere un fisico molto resistente. Al momento sono decisamente in forze, ci sono degli indigeni che nella zona terribile per la malaria hanno preso la febbre; al contrario io sto bene. È 26 giorni che passo da villaggio a villaggio, ho visitato fino ad ora tre grandi regioni. L'unico sistema di trasporto le nostre gambe, salire e scendere continuamente, di giorno il termometro segna 30-35 gradi all'ombra, la notte scende a 8-10. La situazione è buona. I contadini mi hanno fatto le migliori manifestazioni di amicizia, di rispetto, di considerazione, ho fatto e faccio tutti i giorni delle riunioni dando delle istruzioni, dei consigli, istruzioni militari, modo di combattimento, sul problema della salute, etc. Sono sorpreso poiché non ho mai trovato un pubblico più attento che qui, questi contadini sono molto intelligenti, imparano bene e dopo i miei discorsi manifestano per me una grande venerazione. Il documento del Negus è veramente formidabile. Penso che solamente la mia presenza qui è un successo, si riprende fiducia, ci si rinforza per sviluppare un miglior lavoro, per un lavoro più intensivo. Qui ci sono molti uomini disposti a combattere, ma non ci sono armi a sufficienza per armare tutti gli uomini disponibili. Ogni paese ha il suo armamento; ho visto centinaia e centinaia di fucili, ma ho constatato che provengono da diverse marche, questo fatto complica la formazione di unità omogenee. [...] I combattenti hanno una buona conoscenza per utilizzare le mitragliatrici; ma non ci sono munizioni. [...] Domani andiamo al combattimento, gli indigeni sono formidabili per il combattimento, ho visto un contadino donare una vacca per avere due cartucce per la sua arma. I preti sono sempre dalla parte della popolazione, ci sono dei preti veramente meravigliosi, sono in buoni rapporti con loro. Qui ci sono delle camicie nere che ti seguono non appena gli fai vedere un po' di soldi. Al momento ne ho una accanto a me che mi fa divertire. (lettera di Ilio Barontìni, Kartoum 6 febbraio 1939, inviata il 22 marzo, conservata presso il patrimonio archivistico dell'Istituto Granisci, tradotta dal francese e riportata da Matteo Dominioni in: Lo sfascio dell'Impero, Laterza 2008).
Una seconda lettera viene scritta il 9 maggio ed è indirizzata da "Jacopo" a "Tuti": …sono cinque mesi che il nostro compagno è in sede riconosciuto ufficialmente in base alle credenziali di ampia fiducia del Negus ed egli ormai ha preso la direzione militare di tutto quanto c'è di attivo e di combattivo laggiù e si tratta di parecchie decine di migliaia di uomini" (sempre da "Matteo Dominioni, op.cit.).
Nello schieramento opposto, quello delle forze d'occupazione italiana presso il comando di Gondar abbiamo una testimonianza della situazione di conflitto permanente esistente nella regione.
Curzio Malaparte, incaricato di un reportage giornalistico dal Corriere della Sera, con lo scopo di rassicurare la popolazione italiana a proposito della propaganda inglese antiitaliana, percorrerà nei primi mesi del 1939, al seguito di un contingente militare italiano, la rotta di rifornimento Massaua, Asmara, Adua, Bahir Dar, Addis Ababa. Nell'articolo intitolato "Passaggio di armati per le alte terre dell'Uoranà" non può fare a meno di descrivere, per quanto con toni rassicuranti e dissimulati, un attacco degli sciftà (briganti) e di un territorio del quale gli era stato sconsigliato il transito ( articoli adesso ripubblicati in "Curzio Malaparte, Viaggio in Etiopia ed altri scritti africani, Vallecchi 2006)
Sin da subito i due comunisti assumono le mansioni di istruttori militari e consiglieri.
Del "misterioso" Paul Langrois ci lascia una testimonianza il prigioniero italiano, capitano Bertoja, tramite Vittorio Longhi che era stato inviato nella regione del Goggiam per trattare la sua liberazione. Bertoja era stato precedentemente catturato dallo stesso degiac Mangascià ed ebbe modo di incontrare il presunto Langrois presso il villaggio di Fagutta e, naturalmente, considerandolo un traditore, lo descrive in maniera molto poco lusinghiera. Inoltre per Bertoja il compito che Langrois vuole portare a termine è quello di unificare l'azione delle tante bande di resistenti, spesso in conflitto reciproco, sotto un unico comando.
…"Sempre secondo Bertoja, Langrois è anche diventato il consigliere politico del piccolo gruppo di intellettuali che gravita intorno a Mangascia Giamberiè e che stampa alla macchia il settimanale ciclostilato <>. Ed ancora a lui il generale Marraffa attribuisce la paternità dei volantini che vengono diffusi in molte parti del Goggiam e che sono firmati da <>. Dice uno di questi manifestini: << ora l'Italia non ha più oro e argento; le banconote che vi danno non hanno più valore, sono come i marchi del 1918. Oh popolo d'Etiopia, attenzione! Non accettate le lire di carta. Gli italiani vi ingannano>>. (Angelo Del Boca, op.cit.).
Nella primavera del 1939 una seconda missione raggiunge gli stessi territori dell'Etiopia. Su questa si hanno maggiori ragguagli forniti da uno dei protagonisti, il comunista triestino Anton Ukmar, già combattente nelle brigate internazionali in Spagna e successivamente, nel '43 comandante della lotta partigiana in Liguria con il nome di battaglia di Miro. Testimonianze sulla figura di Ukmar e sulla sua impresa in Etiopia si hanno dalla sua stessa relazione pubblicata nel 1966 su Rinascita e dalle pubblicazioni del comandante partigiano G.B. Lazagna, oltrechè dalle edizioni dell'Anpi e in altri testi. Ukmar afferma che la missione gli fu affidata da Di Vittorio a Parigi. "La nostra missione consisteva in questo. Aiutare la popolazione etiopica nella mobilitazione contro l'aggressione colonialista e nella costituzione di un esercito partigiano; non si trattava di svolgere un lavoro di partito, né di presentarci come italiani ma semplicemente come membri delle Brigate Internazionali".
Insieme ad Ukmar fa parte della missione lo spezzino Bruno Rolla, già commissario politico della sezione clandestina del Partito a Palermo e combattente di Spagna nella 12a Brigata Garibaldi. Con loro ci sono il colonnello francese Paul Robert Mounier, del servizio d'informazione militare francese e simpatizzante della politica del Fronte Popolare, e Lorenzo Taezaz, uno dei più attivi collaboratori del Negus in esilio. Per Baldassarri, nella citata biografia di Barontini, Ukmar prenderebbe il nome di Johannes, Rolla quello di Petrus e Mounier quello di Andreas. La missione, sullo stesso percorso in territorio egiziano-sudanese sotto tutela delle truppe britanniche, presto raggiunge Ilio Barontini nel Goggiam. "…Ci mise al corrente della situazione e discutemmo insieme su da farsi: dovevamo riuscire a convincere gli etiopici ad abbandonare la struttura a grosse bande di 1000/2000 uomini, dei quali soltanto una parte armati di fucili, dato che queste formazioni erano lente nei movimenti e facilmente localizzabili; infatti venivano puntualmente scoperte e massacrate; essi avrebbero dovuto costituire gruppi più piccoli e mobili. Inoltre avremmo dovuto persuaderli a non uccidere più i prigionieri ma a disarmarli e lasciarli liberi…I guerriglieri etiopici avrebbero dovuto anche cercare di mantenere i territori liberati. Nostro compito sarebbe stato quello di mantenere i contatti con i capi della rivolta, coordinare le loro azioni, evitare i conflitti fra le varie formazioni, in modo da unificare nella lotta contro l'esercito coloniale tutte le energie" (Rinascita, n. 19, 7 maggio 1966 riportato anche in "Angelo Del Boca, op.cit.).
Inoltre si attribuiva particolare importanza all'opera di propaganda presso la popolazione e presso i militari italiani. Tramite un ciclostile veniva dato alle stampe un foglio metà in italiano e metà in amarico dal nome "La voce degli etiopi" con tiratura settimanale che poi veniva diffuso, fra le truppe italiane, dalle donne, in quanto meno sospettabili, che contemporaneamente carpivano informazioni fondamentali per la guerriglia. E' certo inoltre che si tentò di costituire una sorta di governo "ribelle" affinchè cominciasse ad essere riconosciuto un contropotere nei territori interessati dalla guerriglia.
Per mettere in pratica questo programma Barontini, Ukmar, Rolla e Monnier intraprendono viaggi, spesso ognuno singolarmente per tutto il vasto territorio del nord Etiopia che va dall'Ermacciò, al Beghemeder, al sud del lago Tana, al Goggiam.
E' certo che Barontini fu raggiunto da Lorenzo Taezaz in agosto e svolse la propria azione presso il degiac Mangascià, Ukmar operò nella zona di Gondar, attorno al Lago Tana, nell'Alto Nilo Azzurro e nel Goggiam.
Ma fu un compito irto di pericoli sopratutto a causa delle bande di mercenari sguinzagliati alla loro ricerca da parte delle autorità militare italiane e dalla rissosità tra le varie bende di resistenti etiopi.
Inoltre Monnier muore improvvisamente a causa delle febbri malariche mentre si spostava nella zona di Harar, ad est nel territorio etiopico, per prendere contatti con altri nuclei di ribellione.
Stessa sorte rischia di toccare ad Ukmar, ammalatosi anch'egli, e a Rolla a causa di una infezione ad una ferita che rischiava di degenerare.
Ukmar intanto aveva fatto chiamare i compagni mettendoli al corrente del suo stato di pericolo: "…Dapprima Ukmar ricevette un po' di latte, poi più niente.
Vennero due stregoni. Bruciarono erbe aromatiche e, infine, visto che non ottenevano alcun risultato, lo misero fuori dal tucul per lasciarlo morire. Dopo un po' lo privarono delle armi e degli oggetti di qualche interesse e lo trasportarono all'esterno del villaggio per abbandonarlo sotto un albero. Era la morte certa, anche per opera degli animali, se in quel momento non fosse arrivato Ilio Barontini.
Era sera e Ilio sentì pronunciare il nome che gli abissini avevano affibbiato ad Ukmar: Oghen. Barontini scorse il compagno e si rese conto che era in condizioni disperate. Gli apri la bocca con la lama della baionetta e gli fece ingoiare del chinino; poi lo fece caricare su un cammello e si avviò verso il Goggiam. A Barontini, quando era arrivato nel villaggio, era stato detto che iI suo amico poteva considerarsi morto. Trasferito in un altro villaggio, Ukmar pote invece riaversi rapidamente grazie a qualche settimana di riposo e ad un po' di recupero nell'alimentazione.
Anche Rolla si ammalo di li a poco. Una ferita ad un dito suppurò facendogli gonfiare tutto il braccio. Ancora una volta Barontini accorse in tempo. Gli pratico delle inieizione sulla ferita, la ripulì ben bene e Rolla guarì. " (Fabio Baldassarri, op. cit.)
Al colmo della malasorte anche quel minimo di dotazioni tecniche del gruppo si esauriscono. La radio smette di funzionare pertanto non potendo più ricevere istruzioni Ukmar, Rolla e Barontini decidono di sospendere la missione e di rientrare in Europa preceduti da Lorenzo Taezaz e De Bargili (Paul Langrois ?!).
Nella decisione di porre fine alla missione senz'altro ebbe un ruolo fondamentale il cerchio poliziesco che si stava per chiudere attorno al gruppo.
Infatti già dal 1935 la polizia italiana teneva sotto controllo le intenzioni e i progetti degli esuli antifascisti a Parigi: "…In una riunione promossa a Parigi da «Giustizia e Libertà» fra rappresentanti antifascismo italiano si sono esaminati mezzi idonei svolgere propaganda negativa fra nostre truppe e particolarmente fra quelle destinate Africa Orientale. Tra l'altro si è pensato inviare in Abissinia, previ accordi con rappresentante diplomatico etiopico a Parigi, qualche elemento del movimento antifascista per svolgere azione sul posto, a mezzo stampati da distribuirsi fra nostre truppe dislocate frontiera Somalia ed Eritrea. Fondi necessario dovrebbero essere forniti dal Governo Etiopico cui si chiederebbero anche garanzie per nostri soldati che si lasciassero convincere propaganda a passare al nemico…" (ASDMAE, MA//7, posiz. 181/6, fase. 3, telegramma n. 2693 di Lessona a De Bono, Roma, 26 marzo 1935; telegramma n.3541 di Emilio De Bono al Governo di Mogadiscio, Asmara 31 marzo 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
E ancora: "…viene riferito da fonte confidenziale che si starebbe organizzando in Francia una legione di italiani fuorusciti, a spese delle Internazionali. Anche trattandosi di poche persone, essa potrebbe provocare incidenti gravi per i rapporti franco italiani in questo momento delicatissimo. Pare che la legione dovrebbe imbarcarsi - clandestinamente - per prendere servizio a favore del Negus in Abissinia. [...] È possibile del resto che le Internazionali mirino soltanto a fare scandalo; a dimostrare all'opinione che vi sono italiani disposti a combattere per il Negus. Subordinatamente poi, a scagliarsi contro il signor Lavai se impedisse la sedicente spedizione…" (ASDMAE, MAIII, posiz. 181/56, fase. 271, lettera senza numero della Regia ambasciata di Parigi a firma Cerruti, Parigi 18 settembre 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
Successivamente giunse dall'Ambasciata italiana di Parigi un telegramma che momentaneamente escludeva azioni degli antifascisti in Etiopia: "…da accurate indagini esperite è risultato che la notizia riguardante la legione dei volontari italiani antifascisti per l'Etiopia non trova conferma in questi ambienti comunisti ed antifascisti in genere. Il progetto venne discusso, ma sembra, poi scartato per ragioni di opportunità…". (ASDMAE, MAIII, posiz. 181/56, fase. 271, telespresso n. 214747 del ministero degli Affari Esteri al ministero dell'Africa Italiana, Roma 30 aprile 1936 . Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
In Etiopia la cognizione delle strutture di polizia italiane, circa natura e programmi della missione comunista, ben presto cambia attribuendole un grado di maggiore pericolosità.
Questo avviene a causa del rapporto di Vittorio Longhi che mediava la liberazione del capitano Bertoja, di cui abbiamo già accennato. Il rapporto venne letto dal Ministro delle colonie Lessona e dallo stesso Mussolini e disegna il ritratto di Paul Langrois: "è un individuo di circa 40 anni, statura media, un po' curvo di spalle ma energico nel portamento; capelli, barba e baffi castano scuri, occhi neri, miopi; generalmente parla sfuggendo lo sguardo dell'ascoltatore; dentatura guasta, mancante di parecchi molari; ha una piccola cicatrice alla regione parietale destra, molto vicina all'occhio. Sguardo acceso, quasi da alcolizzato. Ha molta tendenza alle donne. Si fa passare per generale dell'esercito francese e racconta di essere stato in Spagna ed in Russia, ma parla mediocremente la lingua francese e conosce invece molto bene la lingua italiana, che parla con accento toscano. Il capitano, durante la sua prigionia, confidò a Longhi che l'emissario non era affatto uno straniero e neppure un generale, bensì un rinnegato italiano, invasato da idee antifasciste e probabilmente un giornalista. Si fa chiamare Paul Langlois e varie volte espresse a Longhi idee antifasciste, dichiarando altresì di appartenere al partito democratico sociale francese e che l'unico scopo della sua vita era di servire l'antifascismo internazionale. Si presentò al deggiac Mangascià con alcune credenziali munite del sigillo dell'ex negus, e sulle quali era incollata, per riconoscimento, la propria fotografia. L'azione dell'emissario non fu precisamente militare, ma propagandistica. Egli cercò di far riappacificare i deggiac ribelli, invitandoli a riunirsi compatti a combattere le truppe del governo ed aiutarsi vicendevolmente. Inviava delle relazioni nel Sudan e raccontò a Longhi che Karthoum era il centro dal quale si diramava la propaganda in A.O.I. e destinazione delle sue relazioni e delle pellicole cinematografiche da lui prese. A Karthoum i suoi corrispondenti trasmettevano le relazioni a Parigi, ove si troverebbe il centro della propaganda antifascista e antitaliana e dove si sosterrebbero le mire del partito nazionalista etiopico. Disse pure di essere stato a Londra per una settimana, espite dell'ex negus, ma il Longhi notò che l'emissario non conosceva alcuna persona del vecchio governo negussita e ciò gli apparve strano dato che molti seguaci si trovano ancora presso l'ex negus. L'emissario aveva per interprete un eritreo che il Longhi conobbe a Cheren che fu anche ascari del IV Battaglione, certo Emanuel Mangascià Burrù, maestro della scuola Salvago Raggi di Cheren. Altro interprete ai servizi dell'emissario era certo Atò Asseghei di Adua il quale dichiarò a Longhi, che l'emissario era persona nota anche al Duce e che in Spagna aveva prestato segnalati servizi per la causa del comunismo. (ASDMAE, MAIII posiz. 180/42, fase. 138, allegato al foglio n. 146636 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell'Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. Riportato in Matteo Dominioni op.cit.)
Da questo momento si moltiplicano le informative di polizia, le segnalazioni sulle azioni del gruppo e il cerchio inesorabilmente si stringe. Sempre il 7 dicembre del 1939 il duca Amedeo d'Aosta (che intanto aveva sostituito Rodolfo Graziani nella carica di vicerè della colonia Etiope) inviò al Ministero dell'Africa Italiana copia delle pubblicazioni dei ribelli e lo informò circa la loro dotazione di mezzi tecnici: "macchine fotografiche, una macchina da scrivere, una stazione ricetrasmittente e un poligrafo". ( ASDMAE, MAIII foglio n. 14764 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell'Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini in Etiopia. La singolare vicenda di un anomalo fronte popolare antifascista, Studi Piacentini).
Il 18 dicembre è la volta del generale Nasi a trasmettere al Ministero un'altro bando del presunto Langrois che era destinato ai capi della regione del Buriè. ( ASDMAE, MAIII foglio n. 145446 di prot. del generale Nasi al ministero dell'Africa Italiana, Addis Abeba 18 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
A gennaio la polizia dell'Africa Italiana diffonde una foto del presunto Langlois in compagnia di Mangascià e di Mesfin Scibesci. Cominciano a sorgere i primi dubbi sull'identità del Langlois. (Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
L'ispettorato generale del PAI di Addis Abeba, grazie ad un'ulteriore deposizione del Longhi comincia a disegnare un ritratto più preciso del Langlois: "…il così detto Paul Langlois è certamente italiano, e per meglio precisare toscano. Parla assai male il francese; fu in Spagna con i rossi ed in Cina con Ciang Kai Scek. A suo dire fu maggiore dell'esercito italiano e riveste il grado di generale (?) nella legione straniera. Giunse presso il Degiac Negasc il 18 marzo 1939, proveniente da Parigi donde era partito il 1° gennaio 1939 e dove faceva parte del partito democratico italiano. Entrò in A.O.I. dal Sudan Anglo, sfuggendo alla sorveglianza delle nostre truppe. Aveva con se due lettere autografe dell'ex negus, una per il Deggiac Negasc e l'altra per il «popolo del Goggiam» incitanti alla resistenza contro il Governo Italiano…".(ASDMAE, MAIII foglio n. 1258/5599 di prot. del generale Renzo Mambrini al Comando Generale della Pai e ministero dell'Africa Italiana, Addis Abeba 25 gennaio 1940. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit).
Successivamente un'altra serie di informative interessò l'attività del gruppo antifascista italiano arrivando anche a dettagliare il viaggio intrapreso dal Langlois per raggiungere il capitano Monnier morente.
"Paul Langlois fu identificato come Paolo De Bargili solamente nel marzo del 1940. Dalla documentazio e dell'archivio del Ministero dell'Interno (casellario politico centrale) la PAI venne a conoscenza del fatto che sin dal 1923 Langlois era stato lo pseudonimo usato da De Bargili. Mai però la PAI e la PS si accorsero che anche il nome De Bargili era la copertura di un'altra identità, quella di Barontini. E' un fatto singolare che nel casellario politico centrale sia stata iscritta una persona inesistente. Un'ipotesi plausibile è che Barontini si sia impossessato dell'identità di un connazionale deceduto o emigrato clandestinamente e sparito all'estero" (Matteo Dominioni, Lo Sfascio dell'Impero, op. cit.)
Nel 1940 cominciò il percorso, attraverso gli stessi territori dell'andata, per il rientro in Europa.
Ma non fu una passeggiata, in quanto il gruppo, scortato da circa venti uomini e in compagnia di preti e dignitari etiopi, fu intercettato da una banda di mercenari e fu costretto a dividersi.
Nel punto di ritrovo concordato Barontini tardò per parecchi giorni fino ad essere considerato morto dai compagni. Fortunatamente, viceversa, il gruppo riuscì a riunirsi a Karthoum e in fine a maggio si trovò al Cairo per essere imbarcato da una nave della Croce Rossa francese per Marsiglia, piuttosto che la Grecia, la Siria o la Turchia in base a quella che era la loro preferenza. Barontini a marsiglia riuscì a scampare all'arresto. Non ebbero la stessa fortuna i compagni che furono imprigionati nel campo di Vernet d'Ariege.
Ma seguiamo il già citato racconto di Cesare Colombo per l'Istituto Gramsci. "Nel maggio del 1940 raggiunsero il fiume Altara girando al largo del lago Tana. Era necessario passare per un passaggio obbligato, molto pericoloso. Assieme ai tre italiani erano dei dignitari etiopi di cui tre ammalati, due preti coopti ed una scorta di circa venti armati. Vennero fermati da una banda di seicento etiopi, che erano stati in parte armati dai fascisti proprio per l'antiguerriglia.
Questi richiesero le armi pesanti e l'oro. lnfatti da tempo circolavano nel paese leggende sui tesori degli emissari del Negus e dei loro aiutanti europei; si parlava di trecento cammelli carichi d'oro.
Ukmar, Rolla e due etiopi, furono messi da una parte; Barontini, i due preti e due etiopi, da un altra.
Fu detto che l'oro era a Badaref, nel Sudan, e alla fine si accordarono che il gruppo di Ukmar e Rolla sarebbe andato a prelevarlo; Barontini e gli altri avrebbero aspettato.
Barontini aveva suggerito il piano, e si era accordato segretamente per fuggire (la tenda sua e degli etiopi che erano con lui si trovava al margine di un bosco) e ritrovarsi in un punto determinato.
La scorta del gruppo di Ukmar, Rolla e gli altri etiopi era stata scelta dai nostri: la maggioranza era costituita da amhara una parte dei quali aveva già combattuto con i patrioti e che al momento buono eliminarono quanti erano contrari a seguire le direttive dei prigionieri; si recarono al luogo convenuto con Barontini e lo aspettarono nove giorni; la banda che aveva fatto prigionieri i nostri nel frattempo si era spostata, erano tutti convinti che Barontini si fosse perduto nella foresta o fosse stato ucciso. Passarono la frontiera e raggiunsero Kartum senza incidenti. Andarono dall'ex-ministro etiope per riprendere i vestiti europei e gli inglesi gli comunicarono: - Anche il vostro amico italiano sarà qui domani. - Infatti Barontini, e gli altri che erano fuggiti con lui grazie alla complicità degli amharici, si erano persi nella foresta ed erano sconfinati nel Sudan, molto più a Sud.
Dopo otto o dieci giorni, alla fine del maggio '40, giunsero al Cairo. Chiesero di essere imbarcati per la Grecia o la Siria o la Turchia. Furono invece imbarcati in un piroscafo francese della Croce Rossa adibito al trasporto di rifugiati francesi ed olandesi. Barontini riuscì a sbarcare inosservato.
Rolla e Ukmar il giorno dopo l'arrivo a Parigi furono arrestati e poi internati nei campo di Vernet d ‘Ariége. Si era ai primi del giugno 1940. Qualche giorno dopo Parigi cadeva nelle mani dei nazisti.
(Per tutta la vicenda del rientro in Europa vedasi anche l'articolo citato su Rinascita, "B.Anatra, Partigiano sul lago Tana" e "E. Barontini, V. Marchi, "Dario").
Non si pensi che i Nostri siano stati ricoperti di onori dai compagni di partito. Lo stesso Barontini fu tenuto in isolamento, come in quarantena, intanto che il partito sondava qualità politica e limpidezza delle sue precedenti azioni. La logica della clandestinità non ammetteva deroghe e Barontini era stato per circa 18 mesi in rapporto con l'intelligence britannica, cosa che suscitava più di un sospetto. (Vedasi sempre il libro della figlia di Barontini "Dario").
Sempre Del Boca riferisce nel mai superato Gli italiani in Africa Orientale che questi non furono gli unici italiani ad aver militato nella resistenza etiope. Il grande storico dell'Etiopia Richard Pankhurst gli fece pervenire una piccola nota frutto di una ricerca nella quale figurano tra i combattenti etiopi il siciliano Saverio Sbriglio, che disertò per prestare soccorso quale infermiere presso la formazione di Abebè Aregai, e Alfonso P. che disertò per raggiungere le forze di Negasc Bezabè nel Goggiam. Alfonso P. finirà i suoi giorni internato per errore nel 1941, dagli inglesi, nel campo di concentramento di Dire Dawa e verrà pugnalato al cuore da alcuni fascisti. Inoltre nel 1941, alla data della liberazione dell'Etiopia, saranno centinaia, forse qualche migliaio, gli "insabbiati". Ovvero gli italiani che avevano disertato ed erano spariti nell'immenso territorio del paese, facendosi una famiglia e conducendo un'esistenza spesso clandestina [...]
Gaspare Sciortino, I comunisti e i guerriglieri del Negus. Un episodio della resistenza antifascista in Etiopia, 1938-39, www.resistenze.org, aprile 2012

La tesi è il frutto di una ricerca svolta in questi mesi insieme a docenti e studenti delle scuole superiori modenesi. La tesi è articolata in sei capitoli. Nei primi 4 capitoli, si analizza la storia coloniale italiana, gli studi etno-antropologici e il razzismo nei confronti degli africani. Il colonialismo italiano è una delle pagine più nascoste della storia italiana e la memoria coloniale italiana è tema storiografico poco dibattuto. Il colonialismo italiano veniva considerato meno violento, meno razzista rispetto a quello delle grandi potenze. È diventato un tema studiato da qualche anno, il merito dell’inizio di una nuova chiave di lettura del colonialismo va allo storico Angelo Del Boca. Lo storico, insieme da altri studiosi come Giorgio Rochat, Nicola Labanca, Valeria Deplano, Alessandro Pes, Barbara Sòrgoni, Barbara Spadaro, hanno iniziato a mettere in luce alcuni eventi e pratiche coloniali. Gli studiosi hanno dimostrato che il colonialismo italiano non è meno violento o meno razzista rispetto a tutti i colonialismi europei. Gli ultimi due capitoli si concentrano sulla ricerca svolta con i docenti e gli studenti, attraverso delle interviste, nel capitolo dedicato ai docenti, si cerca di analizzare se viene insegnata la storia coloniale nelle scuole superiori modenesi e in che modo. Sono stati intervistati docenti di diverse scuole di Modena e provincia, istituti di tutte le categorie: professionali, licei e tecnici. La storia coloniale è la grande assente, nei manuali le viene dedicato poco spazio. Non si parla quasi mai delle violenze, dell’uso dei gas, violenza di genere. Molti dei docenti intervistati, hanno però tematizzato alcuni argomenti e sono stati approfonditi in classe usando materiale oltre all’uso del libro di testo. Il sesto capitolo invece è sulla memoria coloniale nelle nuove generazioni, le interviste sono state fatte con studenti degli istituti professionali, licei e tecnici di Modena. Alcuni studenti sono figli di immigrati e con loro si è parlato, quando è stato possibile, della storia coloniale dei loro paesi di origini. L'obiettivo era quello di analizzare com’è la memoria coloniale nelle nuove generazioni, come percepiscono la storia coloniale e alcune tematiche legate ad essa come la violenza sulle popolazioni colonizzate, violenza sulle donne nelle colonie, il razzismo. La storia coloniale è stata trasmessa dalla scuola oppure dalla famiglia? In che modo? Gli studenti figli di genitori immigrati, si sentono far parte di tutte e due le patrie, hanno raccontato la storia coloniale dei paesi di origini, cosa si ricordano, come la percepiscono, quali sono i residui del colonialismo su questi paesi. Raccontando la loro memoria, gli studenti vivono sulla propria pelle l’eredità razzista del passato, simile a quella vissuta dai loro antenati. Sentono l’importanza di studiare la storia coloniale dei paesi di origini per conoscere quello che hanno dovuto subire i loro avi e perché credono che studiando il passato si possono evitare di rifare gli errori del passato. Anche gli studenti figli di genitori italiani hanno condiviso le loro memorie, fotografie risalenti dall’epoca coloniale. Anche loro sono sensibili a questo tema e credono nella sua importanza di conoscere il passato e affrontare alcuni temi nelle scuole per evitare di ricadere in errori fatti in passato, e che continuano a persistere nel mondo.
Ijjou Berdaouz, La storia coloniale italiana: memoria e insegnamento nelle scuole superiori modenesi, Riassunto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, 2020