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giovedì 4 gennaio 2024

Ufficiali garibaldini di Spagna a Vallecrosia

A destra, Cesare Menarini in Spagna. Fonte:  AICVAS

Giuseppe Mosca in Spagna. Fonte:  AICVAS

Di Cesare Menarini e di Giuseppe Mosca e della loro militanza come volontari delle Brigate Internazionali a difesa della Repubblica Spagnola si potevano rinvenire un tempo ampie citazioni non solo nel classico libro di Luigi Longo, ma anche in uno di Giorgio Amendola. Con l'avvento del Web si possono trovare su di loro ancora più notizie, come si riporta più avanti.

Menarini e Mosca hanno avuto la singolarità di avere vissuto a Vallecrosia; Mosca più a lungo, prima di tornare a Biella, sua zona natale;  Menarini, invece, per tanti anni rimase nel ponente ligure, prima a Sanremo, poi, come detto a Vallecrosia, infine a Ventimiglia.

Certo, nella Guerra Civile di Spagna furono una quarantina i combattenti antifascisti imperiesi, arruolati nelle Brigate Internazionali. Non ebbero, tuttavia, la notorietà di Menarini e di Mosca, a loro volta meno ricordati in provincia di Imperia rispetto a Lorenzo Musso (Sumi), che durante la lotta di Liberazione divenne Commissario Politico al Comando Operativo della I^ Zona Operativa Liguria, ma soprattutto a fronte di Giuseppe Vittorio Guglielmo (Vittò, Ivano), comandante della II^ gloriosa Divisione Garibaldi "Felice Cascione" e neppure in riguardo di Carlo Farini (Simon), anch'egli già in Spagna, vice comandante del Comando militare unificato ligure, in precedenza comandante della I^ Zona e della II^ Operativa Liguria, il quale in provincia di Imperia durante la Resistenza ci era arrivato, per così dire, da emigrato.

Menarini Cesare di Pietro e Malagoli Maria, 5/10/1907, Città  del Lussemburgo. Autista, comunista. Cittadino italiano nato in Lussemburgo, nel 1915 rientra a San Felice sul Panaro insieme alla famiglia, originaria del Modenese. Il 13 gennaio 1923 espatria con regolare passaporto in Francia, raggiungendo il padre, emigrato per lavoro l'anno precedente. Si stabilisce prima a Homécourt, nel dipartimento della Meurthe e Mosella, fino al 1926, poi a Le Plessis-Trévise, nel dipartimento della Valle della Marna, nella regione dell'Ile-de-France, dove nel 1926 entra nella Federazione giovanile del Partito comunista francese e poco dopo nei Gruppi di lingua italiana del PCF. Nel 1928 si trasferisce a Le Blanc-Mesnil, nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, sempre nella regione dell'Ile-de-France, dove svolge un'intensa attività  antifascista tra l'emigrazione italiana fino all'ottobre 1936, quando decide di partire per difendere la Spagna repubblicana e si imbarca dal porto di Marsiglia sulla nave "Ciudad de Barcelona”. Sbarcato ad Alicante, raggiunge in treno Albacete, dove è arruolato nel battaglione Garibaldi, 1. compagnia, per poi passare alla 2. e alla 3. compagnia. A novembre combatte a Cerro de los Angeles e a Casa de Campo, dove il 20 novembre è ferito da una pallottola alla spalla sinistra. Dopo il ricovero negli ospedali di Madrid e di Valencia, nel gennaio 1937 torna al fronte e combatte alla Città  Universitaria, a Puente de Segovia, a Carabanchel, ad Arganda, sul Jarama, a Morata de Tajuna e a Guadalajara. Passato alla Brigata Garibaldi, il 31 maggio 1937 è promosso sergente e combatte a Huesca, a Brunete e in Catalogna. In seguito è al servizio della Delegazione della Brigate Internazionali a Valencia e poi, dal settembre 1937 al giugno 1938, alla Censura militare delle Brigate Internazionali, a Godella, in provincia di Valencia, e a Barcellona, nel quartiere di Sarrià. Il 10 novembre 1937 è promosso tenente e si reca alla base di Quintanar de la Republica, che lascia il 19 novembre per tornare in servizio. Nel febbraio 1938 è ferito al lato destro della testa da una scheggia durante un bombardamento aereo su Valencia ed è ricoverato all'ospedale militare cittadino. Il 4 aprile 1938 è promosso ancora e raggiunge il grado di capitano. In agosto si frattura il piede destro a causa di un bombardamento aereo su Barcellona ed è ricoverato in ospedale. Il 20 agosto 1938 esce dalla Spagna per infermità  e rientra nella sua abitazione a Le Blanc-Mesnil. Il 24 agosto gli viene tolto il gesso al piede all'ospedale di Versailles. Guarito, riprende il lavoro di operaio edile. Nel 1940 è responsabile del Partito comunista per il settore Parigi-Nord (Le Bourget, Le Blanc-Mesnil, Aubervilliers, Drouot, Bobignye e altri comuni) e durante il periodo dell'occupazione tedesca organizza un gruppo antinazista clandestino che distribuisce il bollettino ciclostilato "La Voce degli Italiani" e materiale di propaganda francese. Nel settembre 1940, la sua casa è perquisita dalla polizia, ma riesce a sfuggire l'arresto e viene ospitato per alcuni mesi da compagni di partito. Nell'agosto 1941 il Centro estero del Pcd'I lo invia in Italia con materiale di propaganda comunista nascosto in un baule con doppio fondo. Dopo un primo periodo presso dei parenti a Mirandola, il 7 marzo 1942 sposa Anna Polloni e si trasferisce a San Felice, dove lavora nel magazzino per l'ammasso della canapa, da dove diffonde materiale di propaganda comunista. Entrato nella Resistenza con il nome di battaglia "Andrea", è commissario politico di brigata della Divisione Modena Armando. Riconosciuto partigiano combattente dal 1 ottobre 1943 al 31 maggio 1945 (dal 1 ottobre 1943 al 24 febbraio 1944 con il grado di sergente maggiore, dal 16 marzo 1944 al 31 maggio 1945 con il grado di maggiore). Dal 1945 al 1948 è sindaco di San Felice sul Panaro. Successivamente impiegato comunale all'ufficio delle imposte di consumo, nel 1956 è licenziato per attività  sindacale e decide di tornare a lavorare all'estero, in Svizzera, Germania e Francia. Nel 1962 si stabilisce a Sanremo, poi si sposta a Vallecrosia e infine a Ventimiglia, dove muore l'11 aprile 2002.
Eventi a cui ha preso parte
[nella guerra civile spagnola]:
Battaglia di Cerro de los angeles (Cerro Rojo)
Battaglia di Casa de campo
Battaglia della Città  universitaria di Madrid
Battaglia di Arganda del Rey
Battaglia del Jarama
Battaglia di Morata de Tajuña
Battaglia di Guadalajara
Battaglia di Huesca
Battaglia di Brunete
Annotazioni: Secondo il "Dizionario storico dell'antifascismo modenese", vol. 2: "Biografie", nell'estate 1941 il gruppo antinazista organizzato da Menarini in Francia fu incorporato nel Front National clandestino.
Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Mosca, Giuseppe
Di Giovanni e di Aurelia Cristianelli. Nato l'11 gennaio 1903 a Cossato, residente a Chiavazza (Biella) fin dall'infanzia, fonditore. Iscrittosi alla Camera del lavoro e successivamente alla gioventù comunista, fu un militante molto attivo. Costretto, dopo ripetuti scontri con i fascisti, alla vita clandestina, il 27 novembre 1927 fu arrestato a Torino con l'accusa di appartenenza al Partito comunista e diffusione di stampa sovversiva nelle fabbriche della città: deferito al Tribunale speciale, fu assolto in istruttoria il 6 luglio 1928 per insufficienza di prove. In seguito resse l'organizzazione del partito nel Biellese. In procinto d'essere arrestato, in seguito alla scoperta di un gruppo clandestino operante nel basso Biellese e nel Vercellese, cui aveva fornito materiale e direttive, nel novembre 1932 riuscì ad espatriare illegalmente in Francia, dove si stabilì a Villeurbanne. Fu iscritto nella "Rubrica di frontiera". Nel marzo 1934, in seguito ad indagini dell'Ovra che portarono all'arresto, in Piemonte e Lombardia, di ventisei comunisti, tra cui alcuni biellesi, fu denunciato al Tribunale speciale, in stato di latitanza, per attività comunista. Il 19 novembre 1936 si arruolò nel battaglione "Garibaldi". Combatté a Boadilla del Monte, Mirabueno, Arganda, Guadalajara, dove rimase ferito. Rientrato nella formazione, nel frattempo trasformatasi in brigata, fu inquadrato nella 2a compagnia del 2o battaglione, con il grado di sergente. Combatté ancora a Huesca, Brunete, Farlete, Belchite, Fuentes de Ebro, Caspe e, promosso tenente nell'aprile del 1938, in Estremadura e sul fronte dell'Ebro. Tornato in Francia nel febbraio del 1939, fu internato a Saint Cyprien, Gurs e Vernet d'Ariège. Rimpatriato il 23 settembre 1941 e tradotto, in stato di arresto, a Vercelli, il 19 novembre fu condannato a cinque anni di confino. Inviato a Ventotene (Lt), fu liberato dopo la caduta del fascismo. Partecipò alla Resistenza nella brigata Sap biellese "Graziola" come commissario di battaglione. Riportò una ferita. Dopo la Liberazione svolse attività sindacale nella Fiom e politica nella Federazione comunista di Biella. Morì il 18 luglio 1992 a Biella.  Fonti: Acs, Cpc, fascicolo personale; Acs, Confinati politici, fascicolo personale; Acs, Ps aaggrr, cat. K1b-45; Apci, I comunisti italiani nella guerra di Spagna, b. 7, vari elenchi; Anello Poma, Antifascisti piemontesi...; Quaderno Aicvas n. 7. Biografato anche nell'Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza e citato anche in: I comunisti biellesi nella lotta contro il fascismo; Giacomo Calandrone, La Spagna brucia; La Resistenza nel Biellese; Quaderno Aicvas n. 2; Quaderno Aicvas n. 3; 60 anni di vita della Federazione biellese e valsesiana del Pci... Si veda inoltre Autobiografia di una guerra civile. Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli 

Adriano Maini

lunedì 10 luglio 2023

L'11 ottobre 1937, il presidente dell'Agip Puppini informava Mussolini sugli esiti della missione Agip in Libia


Le prime manifestazioni di petrolio in Libia risalivano al 1914, ma le ricerche vere e proprie risalivano agli anni Trenta, con le prime attività di ricerca del professor Ardito Desio <922. Nel 1936 Desio venne nominato sovrintendente geologico della Libia dal Governatore della Libia Italo Balbo, con l'incarico di eseguire gli studi e le ricerche nel sottosuolo libico della Gefara <923.
Nel 1937 venne affidata a Desio una missione permanente, allo scopo di analizzare il sottosuolo libico onde accertare le sue potenzialità minerarie. Ma per quanto riguardava le prospezioni geopetrolifere, Desio aveva raccomandato lo studio del territorio con larghi mezzi di ricerca, e nonostante l'aiuto manifestato da alcune compagnie petrolifere americane, l'Italia aveva declinato l'offerta. Ciononostante, nel luglio 1937, il gruppo guidato da Desio individuò, presso il pozzo di Mellaha, la presenza di olio greggio misto ad acqua, a soli 260 metri di profondità. Questa piccola scoperta aveva eccitato gli animi a Roma, dove Mussolini, una volta appresa la notizia, incaricava l'Agip di prendere contatto col ministro dell'Africa Italiana Lessona e con Italo Balbo, Governatore della Libia. Il presidente dell'Agip Puppini, già contattato dal professor Desio a Bologna il 16 luglio, metteva immediatamente l'Agip a disposizione per le ricerche geofisiche e le perforazioni <924.
Nel settembre 1937 l'Agip si dedicò alle ricerche petrolifere in Libia, dove inviò una missione geologica, composta dai geologi Ardito Desio, Michele Gortani e Carlo Migliorini, col compito di avviare i primi studi. Secondo la relazione dei tecnici la regione libica della Gefara Tripolina era meritevole di ulteriori ricerche approfondite:
"Gli studi e le ricerche indicati hanno lo scopo di procurare gli elementi necessari onde ubicare una o più perforazioni nelle eventuali strutture favorevoli. Riteniamo peraltro che la presenza di idrocarburi nella serie miocenica della Gefara Tripolina apra alle ricerche petrolifere un vasto campo, data la grande estensione che tale formazione presenta sia nella fascia costiera ad occidente, sia più largamente verso la Sirtica" <925.
L'Agip preparò immediatamente un programma di lavoro per eseguire i lavori di trivellazione a scopo di esplorazione geologica, insieme con il relativo piano finanziario, valutato dall'Ufficio Tecnico in 5.700.000 lire, da utilizzarsi nell'arco di due anni. L'11 ottobre 1937, il presidente dell'Agip Puppini informava Mussolini sugli esiti della missione Agip in Libia, e proponeva la collaborazione con il Governatorato della Libia sotto l'aspetto tecnico e finanziario <926. La partecipazione dell'Agip in Libia, pur accettata da Mussolini, non avrebbe comportato il medesimo impiego di risorse finanziarie e tecniche che furono invece impiegate nella colossale attività di valorizzazione dell'Africa Orientale.
Con mezzi ridotti l'Agip cominciò ad inviare in Libia tutti le apparecchiature meccaniche occorrenti per avviare i lavori di ricerca <927. A partire dal marzo 1938 due geologi dell'Agip giunsero in Libia, dove installarono le due sonde tipo Calix-Davis, la prima a Giama el Turk e la seconda ad Ain-Zara. Entrambe le località erano situate nella zona libica di Gefara Tripolina, e in tutto l'anno l'Agip aveva perforato solamente 1.270 metri. Nel primo semestre del 1938 erano stati inviati in Libia solamente tre apparecchi di tipo leggero, mentre la prima sonda rotary, capace di raggiungere 1.500 di profondità, era stata inviata a settembre. La perforazione dei pozzi era seguita attentamente dallo studio geologico degli strati attraversati, con analisi petrografiche ed una precisa determinazione dei fossili sui campioni che venivano estratti dai vari pozzi <928.
Dai sondaggi effettuati nel 1938-39 nella zona di Gefara Tripolina, era risultata l'opportunità di estendere le ricerche petrolifere verso la zona interna della Gefara stessa. In una relazione del luglio 1938, Desio suggeriva di estendere le ricerche petrolifere nella regione della Marmarica, dove erano stati riscontrati indizi petroliferi nella regione confinante con l'Egitto. L'attività dell'Agip in Libia, non adeguatamente supportata da mezzi ingenti, poteva consentire in quel momento una ricognizione limitata del territorio libico, destinata alla sola individuazione della stratigrafia e della tettonica del sottosuolo <929. Questa attività di ricerca preliminare era dimostrata proprio dalle profondità di perforazione dei pozzi, che ad eccezione di un sondaggio spinto oltre i 1.500 metri, erano rimaste piuttosto basse, intorno ai 500 metri.
Nel 1939 l'Agip cominciò l'analisi dei nuovi territori in cui vennero perforati 2.011 metri distribuiti fra sette pozzi <930. Nel 1940 l'Agip aveva predisposto un ulteriore programma di ricerche finalizzato all'intensificazione dei pozzi già individuati, mentre erano state tracciate a grandi linee le caratteristiche geopetrolifere di alcune regioni libiche, come la Marmarica, la Cirenaica, la Sirtica settentrionale ed i Tavolati Tripolitani <931.
L'attività di downstream in Libia era invece cominciata qualche anno prima delle ricerche Agip. Nel dicembre 1934 venne fondata a Genova la Azienda Commerciale Italiana Olii Minerali, Aciom, con capitale iniziale di centomila lire, con lo scopo di importare e commerciare i lubrificanti della azienda statunitense Sinclair Refining Co. di New York. Nei primi mesi del 1935, l'Aciom chiese al Ministero delle Colonie di essere autorizzata a costruire a Tripoli una raffineria in grado di lavorare una quantità giornaliera di petrolio greggio compresa tra le 100-200 tonnellate, per un totale annuo di circa 50.000 tonnellate. I prodotti ottenuti dalla raffineria sarebbero stati commercializzati in Libia, e quelli in eccesso nel mercato libico, in Tunisia <932. Per la costruzione e la gestione della raffineria, l'Aciom avrebbe costituito una nuova società, la Raffineria Olii Minerali per l'Africa del Nord Anonima, Romana, con sede a Genova e capitale di 15 milioni di lire.
Nel maggio 1935 il Ministero delle Colonie aveva avvisato il Ministero delle Corporazioni, e poi l'Agip, che l'Aciom intendeva costruire una raffineria a Tripoli, ed entrambi i ministeri richiedevano un parere all'Agip sull'intera questione, prima di decidere sull'accoglimento della domanda. Nella seduta del Consiglio di Amministrazione del 18 luglio 1935, il presidente dell'Agip Puppini informava i consiglieri sulla proposta della Aciom <933. Il presidente aveva subito espresso ai ministeri competenti i dubbi dell'Agip sull'opportunità di erigere una raffineria a Tripoli, per una serie di considerazioni di ordine economico, finanziario, logistico ed industriale. In primo luogo, notava Puppini, l'importazione in colonia di prodotti finiti dalla madre Patria era più facile rispetto alla importazione di materie prime dall'estero. In secondo luogo, l'impianto da erigersi in colonia, doveva corrispondere alla capacità di assorbimento del mercato libico, del tutto modesta, ed inoltre la possibilità di esportare parte dei prodotti in eccesso sul mercato tunisino era impossibile, a causa dell'eccessivo costo che avrebbero avuto. Il costo dei prodotti ottenuti dalla raffineria, continuava Puppini, sarebbe stato superiore al costo dei prodotti petroliferi lavorati nelle raffinerie operanti nei paesi produttori. In terzo luogo, l'Agip evidenziava l'aspetto finanziario della raffineria: con una raffineria della capacità di 35-40.000 tonnellate annue, i costi di lavorazione sarebbero stati talmente elevati che solo con una adeguata protezione doganale essa avrebbe potuto funzionare. Nonostante gli aspetti negativi esposti, il presidente ritenne che l'Agip potesse partecipare alla proposta.
"Siccome però, per altre considerazioni più vaste, la costruzione della raffineria è stata ritenuta opportuna dal Ministero delle Colonie, questa Azienda, data la sua natura ed i suoi fini, non ha ritenuto dover rimanere assente dall'impresa e, previ accordi con il Ministero delle Colonie, si è messa in contatto con la A.C.I.O.M. ed avrebbe raggiunto con essa un accordo di massima che prevede la costituzione di una società Anonima il cui capitale sarebbe stato sottoscritto per il 51% dall'Agip e per il 49% dalla Aciom" <934.
Il presidente Puppini analizzava l'aspetto fiscale, ritenendo utile modificare l'intera materia doganale riguardante la colonia, proponendo un'unica tassa di vendita sulla benzina importata e prodotta dalla raffineria, al fine di garantire al bilancio della colonia gli introiti che le derivavano dai dazi sulla benzina importata <935.
Dopo aver analizzato tutti i fattori inerenti la costruzione della raffineria, il Consiglio di Amministrazione approvava la partecipazione dell'Agip nella costituenda società, purché fosse adottata una adeguata protezione doganale tale da eliminare l'eventuale concorrenza di importatori di prodotti finiti <936. Il 30 settembre 1936, il ministro delle Colonie Lessona insieme col ministro delle Corporazioni Lantini, firmavano il decreto di autorizzazione governativa per la costruzione della raffineria a Tripoli da parte dell'Aciom, inserendo nel decreto delle agevolazioni fiscali e doganali <937. I prodotti della raffineria di Tripoli avrebbero avuto la preferenza, a parità di condizioni, rispetto ai prodotti nazionali ed esteri; il decreto stabiliva alcuni impegni per la società, quali la costituzione di una apposita rete di distribuzione, e fissava in due anni il termine massimo per la realizzazione della raffineria.
Tuttavia l'Aciom non aveva le necessarie competenze tecniche e finanziarie per realizzare gli impegni assunti, tanto che il sottosegretario di Stato per l'Africa Italiana, Teruzzi, rivolgeva al Ministero delle Corporazioni la richiesta di valutare la necessità di rescindere la concessione dell'Aciom <938. Le difficoltà incontrate dall'Aciom erano tali che il presidente della società, Armando Calcagno, avviò dei contatti con la Fiat per evitare di perdere la concessione <939. Ad oltre un anno dalla concessione la Aciom non aveva cominciato i lavori di costruzione della raffineria, e il ministro Lantini, considerata la situazione di impossibilità da parte dell'Aciom di ultimare l'impianto, come previsto dal decreto, stabilì di revocare la concessione come richiesto da Teruzzi <940. La concessione dell'Aciom fu rilevata dalla Fiat che, per evitare problemi, immediatamente invitò l'Agip a collaborare.
Nel frattempo, nel settembre 1937, l'Agip aveva deciso, autonomamente, di costruire a Tripoli un impianto costiero di deposito con serbatoi adeguato all'attività svolta in colonia, che per disposizioni di carattere militare cominciava ad aumentare <941. L'Agip aderì alla richiesta di compartecipazione formulata dalla Fiat, mostrando interesse per la costruzione della raffineria che doveva avere la capacità di trattamento di 100.000 tonnellate di petrolio greggio <942. La disponibilità dell'Agip derivava dal fatto che riteneva i progetti di sviluppo agricolo della Libia funzionali all'incremento dei consumi petroliferi libici. Il Consiglio approvava il progetto, e conferiva al presidente Puppini, oppure al direttore generale Carafa d'Andria, ampio mandato al fine di proseguire le trattative con la Fiat, fino alla sottoscrizione degli accordi necessari alla costituzione della società che avrebbe costruito e gestito la raffineria di Tripoli <943.
Nell'aprile 1939 il direttore generale dell'Agip, Ettore Carafa d'Andria e l'amministratore delegato della Fiat Vittorio Valletta, inviarono un documento al Governo generale della Libia, in cui illustravano il programma dei lavori da attuarsi in Libia: dapprima la costruzione dei depositi e poi la costruzione della raffineria. Nel documento venivano richieste diverse agevolazioni di natura fiscale e doganale a favore della costituenda società <944. Il 26 luglio 1939 veniva costituita la società S.A. Petroli Libia, Petrolibia, con sede a Tripoli, e capitale sociale di cinque milioni di lire, sottoscritto in parti uguali dalla Fiat e dall'Agip. La società cominciava immediatamente i lavori di costruzione, nei pressi di Tripoli di un primo deposito di quattro serbatoi metallici dalla capacità di 500 metri cubi ciascuno <945. La Petrolibia nel 1940 rilevò le attività commerciali dell'Agip in Libia ed avviò la costruzione di un deposito costiero a Tripoli <946. Il progetto della Petrolibia era stato accolto con favore dal Ministero dell'Africa Italiana, che riteneva la nuova società funzionale allo sviluppo economico ed industriale della Libia. Tuttavia il Ministero delle Corporazioni, aveva manifestato un atteggiamento molto cauto nei confronti della nuova azienda, per quanto riguardava la produzione, che come comunicato dalla Fiat-Agip avrebbe dovuto raggiungere le 200 mila tonnellate. La parte in eccesso della produzione della Petrolibia, secondo i vertici dell'azienda, si sarebbe potuta commercializzare in Italia, ma proprio questo aspetto raffreddava gli animi all'interno del Ministero delle Corporazioni, in quanto non si volevano alterare le produzioni delle raffinerie nazionali <947.
L'inizio della guerra e le vicende militari libiche ebbero l'effetto di ridimensionare notevolmente i programmi della Petrolibia, che dovette limitarsi alla gestione dei depositi di carburanti e della rete di distribuzione. L'attività di downstream della Petrolibia era continuata durante la guerra con risultati apprezzabili, come evidenziava il presidente Cobolli Gigli nella seduta del Consiglio di Amministrazione del 7 ottobre 1941, soprattutto per la gestione delle vendite ai militari <948. Nei primi mesi del 1942, la Petrolibia continuava il difficile lavoro di rifornimento per le forze armate italiane, nonostante gli avvenimenti militari, per i quali aveva ricevuto un riconoscimento particolare da parte del Comando Supremo <949. Dopo i rovesci militari delle forze armate italo-tedesche in nord Africa, la situazione generale della Petrolibia peggiorò fino alla completa cessazione di ogni attività, certificata dal Consiglio di Amministrazione Agip del 9 marzo 1943 <950.
[NOTE]
922 R. DE FELICE, Mussolini l'alleato I. L'Italia in guerra 1940-1943. Tomo primo. Dalla guerra «breve» alla guerra lunga, Torino 2006, p. 81; A. DEL BOCA, Gli italiani in Libia II. Dal fascismo a Gheddafi, Roma-Bari 1988, pp. 271 sgg.
923 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 73-76. Nel 1923, il ministro delle Colonie Federzoni, inviava a Mussolini una relazione sulle ricerche minerarie nei territori di sua competenza. In Tripolitania e Cirenaica erano state individuate copiose tracce di petrolio a piccole profondità. Pur non essendo indizi sicuri, Federzoni precisava che le ricerche non furono svolte in profondità, perciò si sarebbe potuta accertare la presenza di giacimenti con delle ricerche apposite. La relazione di Federzoni si basava sugli studi dell'ingegner Camillo Crema del Regio Ufficio Geologico, ibid., pp. 141-144.
924 Ibid., pp. 76-77.
925 Ibid., p. 78 e soprattutto l'appendice 1C a pp. 155-164, cioè la relazione integrale corredata dai preventivi di spesa.
926 Ibid., pp. 78-80.
927 AS ENI, Volume I. Bilanci e relative relazioni degli esercizi dalla fondazione al 1940, Assemblea Generale Ordinaria del 30 marzo 1938, pp. 17-18.
928 Ibid., Assemblea Generale Ordinaria del 30 marzo 1939, pp. 19-20.
929 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 81-82.
930 AS ENI, Volume I. Bilanci e relative relazioni degli esercizi dalla fondazione al 1940, Assemblea Generale Ordinaria e Straordinaria del 29 marzo 1940, p. 16.
931 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., p. 82.
932 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, p. 192; C. ALIMENTI, La questione cit., pp. 59-60.
933 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, pp. 192-194; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 84-85.
934 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, p. 193; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., p. 86.
935 AS ENI, Libro Verbali 3, CDA AGIP, 30 giugno 1931 - 18 luglio 1935, seduta del 18 luglio 1935, pp. 193-194. Nel luglio 1935 in Libia vigeva un dazio per la benzina importata dall'Italia pari a 30 lire oro per quintale, mentre il dazio per la benzina importata dall'estero era di 20 lire oro per quintale. Poiché con la costituzione della raffineria si sarebbero eliminate totalmente le importazioni di materie finite, con conseguente annullamento degli introiti fiscali della colonia, Puppini proponeva la creazione di una tassa di vendita della benzina pari a 30 lire, sia che fosse importata, sia che fosse prodotta in colonia. In questo modo si tutelava il regime fiscale della colonia e la raffineria.
936 Ibid., p. 194. Il capitale necessario all'impresa non avrebbe superato i dieci o dodici milioni di lire, per cui l'Agip avrebbe partecipato con sei milioni di lire al massimo; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 86-87.
937 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 87-88.
938 Ibid., pp. 88-89. Nel 1937 l'Aciom intendeva rilevare gli impianti della società Abcd di Ragusa, di proprietà dell'IRI, che lavorava le rocce asfaltifere estratte a Ragusa. Inoltre il presidente Aciom Calcagno chiedeva al Ministero delle Corporazioni di poter lavorare i greggi del ragusano nella nuova raffineria di Tripoli, risolvendo sia l'approvvigionamento della Libia che lo sfruttamento delle rocce asfaltifere di Ragusa. L'IRI rispose fortemente contrariata alla proposta, in quanto lo sfruttamento delle rocce ragusane era un compito molto difficile e le capacità tecnico-scientifiche della Aciom, su cui l'IRI si era adeguatamente informata, erano del tutto inesistenti ai fini della soluzione del problema ragusano.
939 Ibid., p. 89. Il presidente dell'Aciom, Armando Paolo Calcagno informò il 14 febbraio 1938 il ministro Lantini dei suoi contatti con la Fiat.
940 Ibid., p. 90.
941 AS ENI, Libro Verbali 4, CDA AGIP, 16 ottobre 1935 - 6 marzo 1940, seduta del 23 settembre 1937, pp. 91-92.
942 Ibid., seduta del 14 dicembre 1938, p. 140. L'opportunità di costruire una raffineria a Tripoli era stata messa in dubbio dall'Agip nel 1935, quando le fu prospettato il progetto dal Ministero delle Colonie su richiesta della società Aciom. Nel 1938 l'Agip riteneva invece la situazione della colonia in fase di sviluppo, e quindi necessaria una attività di raffinazione in Libia.
943 Ivi; M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., p. 91.
944 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 91-92, vedi il documento integrale nell'appendice 1D a pp. 165-168.
945 Ibid., p. 92; AS ENI, Libro Verbali 4, CDA AGIP, 16 ottobre 1935 - 6 marzo 1940, seduta del 12 settembre 1939, p. 178.
946 AS ENI, Libro Verbali 5, CDA AGIP, 6 marzo 1940 - 29 marzo 1943, seduta del 6 luglio 1942, pp. 138-139; AS ENI, Volume I. Bilanci e relative relazioni degli esercizi dalla fondazione al 1940, Assemblea Generale Ordinaria e Straordinaria del 29 marzo 1940, pp. 10-11.
947 Cfr. M. PIZZIGALLO, La “politica estera” cit., pp. 92-93.
948 AS ENI, Libro Verbali 5, CDA AGIP, 6 marzo 1940 - 29 marzo 1943, seduta del 7 ottobre 1941, p. 90
949 Ibid., seduta del 2 febbraio 1942, p. 95.
950 Ibid., seduta del 9 marzo 1943, p. 190.
Giacinto Mascia, La nascita e lo sviluppo dell'Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) negli anni fra le due guerre (1926-1940), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Cagliari, Anno Accademico 2012/2013

sabato 7 gennaio 2023

Hồ Chí Minh giunse a Guìlín, utilizzando il nome di Hú Guāng


La crescente minaccia giapponese in Cina preoccupò Nguyễn Ai Quốc [n.d.r.: di lì a breve avrebbe assunto il nome di Hồ Chí Minh] che, dopo il periodo di convalescenza dalla tubercolosi, vi ritornò nell’agosto del 1938. Il paese tuttavia non era lo stesso di cinque anni prima: Chiang Kai-Shek, dopo aver ripulito dai comunisti le aree a sud del fiume Yángzǐ <4, nel 1937 fu convinto a formare un secondo fronte unito col PCC, per contrastare la minaccia nipponica. Questo episodio fu un’opportunità fortuita per NAQ: l'istituzione del fronte unito avrebbe potuto fornirgli una maggiore libertà di movimento nel tentativo di ripristinare i contatti con i rivoluzionari vietnamiti che operavano nel sud della Cina. In secondo luogo, ravvivò le probabilità di una guerra totale nell’Asia dell’Est, con la possibile espansione in Indocina  e la conseguente fine del dominio francese. Dopo aver soggiornato a Xi’ān e Yán'ān, il leader giunse a Guìlín, utilizzando il nome di Hú Guāng, dove gli fu assegnato un impiego come giornalista. Alcuni dei suoi articoli, che riguardavano la situazione cinese in tempo di guerra, furono inviati al quotidiano vietnamita - in lingua francese - di Hà Nội Notre Voix, firmati col nome di P. C. Line <5.
Nel 1939, mentre Nguyễn Ai Quốc continuava a lavorare per il fronte unito in Cina, l’Europa si apprestò ad affrontare lo scoppio la Seconda Guerra Mondiale. A febbraio, il quartier generale del PCC istruì il comandante Yè Jiànyīng di organizzare un programma di addestramento militare a Héngyáng: NAQ a giugno fu promosso commissario politico presso la missione, istruendo le truppe cinesi del fronte unito <6. Dopo aver completato il suo incarico, alla fine di settembre il leader partì per Lóngzhōu, nella speranza di stabilire un contatto con i membri del Partito Comunista Indocinese (PCI), ma senza risultati. Infatti, gli eventi in Europa ebbero un impatto catastrofico sulle operazioni del PCI: il 24 agosto la Germania nazista e l’Unione Sovietica firmarono il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop, e una settimana dopo, le forze militari tedesche attraversarono il confine polacco, con la conseguente dichiarazione di guerra di Gran Bretagna e Francia. In Indocina, l’alleanza moscovita con Hitler ebbe come conseguenza la messa al bando di tutte le attività del PCI e di altre organizzazioni politiche radicali <7. Tale provvedimento del governatore generale Georges Catroux (1877-1969) fu dettato anche dalla necessità di rafforzare la sicurezza interna del paese, conscio dei venti di guerra che presto avrebbero soffiato8. Nel mentre, NAQ si recò a Chóngqìng, dove Chiang Kai-Shek aveva stabilito la sua capitale dopo l’occupazione giapponese della valle dello Yángzǐ, e riprese i contatti con Zhōu Ēnlái, che stava servendo come rappresentante del PCC. Oltre a quest’ultimo, pochi in ufficio conoscevano la vera identità del leader vietnamita <9.
Nel 1940 Ai Quốc riuscì a stabilire i rapporti con due membri del PCI, che diventeranno i suoi più fedeli seguaci: Phạm Văn Đồng (1906-2000) e Võ Nguyên Giáp. Il leader dunque, travestito da vecchio contadino e facendosi chiamare Ông Trần (Sig. Tran), si mise in viaggio da Chóngqìng per giungere a fine maggio a Kūnmíng, dove attese i due inviati del PCI <10. Phạm Văn Đồng, figlio di un mandarino, fu membro della TN dal 1929 e, in seguito alle retate francesi nell’aprile 1931, trascorse diversi anni in prigione finché non gli fu concessa l’amnistia nel 1937. Anche Võ Nguyên Giáp nacque da una famiglia di mandarini, e riuscì a frequentare l'Accademia Nazionale di Huế. Successivamente si unì all’ICP ma poco tempo dopo fu arrestato per aver preso parte alle manifestazioni studentesche a Huế. Quando venne rilasciato nel 1933, riprese gli studi e si laureò in giurisprudenza presso l’Università di Hà Nội. Dopo la laurea accettò un posto come insegnante di storia e divenne anche giornalista per il Notre Voix. I due infine si aggregarono al PCI e cominciarono a prepararsi per la missione che li avrebbe portati in Cina. Giunti a Kūnmíng a inizio giugno, i rappresentanti locali del PCI dissero loro di aspettare un certo signor Vương (Nguyễn Ai Quốc), il quale avrebbe assegnato loro nuovi compiti. Vương ordinò loro di recarsi al quartier generale del PCC a Yán’ān per iscriversi a un corso militare presso l’istituto del Partito. I recenti eventi in Europa, dove l'offensiva tedesca lanciata nel maggio 1940 aveva portato alla resa finale della Francia il 22 giugno, avrebbero portato rilevanti cambiamenti in Indocina. La creazione del regime fantoccio di Vichy fu una sentita sconfitta per la Francia, e per il leader un'opportunità favorevole per attuare la rivoluzione in Việt Nam <11.
Il Giappone, approfittando della caduta di Parigi, colse il momento propizio per estendere la sua influenza sui territori del Sud Est Asiatico. Nella primavera del 1940, Tokyo iniziò a esercitare forti pressioni sulle autorità coloniali francesi per vietare la spedizione di attrezzature e rifornimenti militari in Cina. Oltre alle pressioni dall’esterno, anche internamente la situazione indocinese non era delle migliori. A seguito dei reclutamenti dei vietnamiti per servire nelle unità militari in Europa, il malcontento generale scatenò un'ondata di ribellioni, specialmente nelle aree rurali, che vennero represse col sangue <12. Il governatore Catroux, in assenza di qualsiasi sostegno da parte del governo assediato di Parigi e dopo aver rivolto una fallimentare richiesta di aiuto agli Stati Uniti <13, decise di aderire alle file della Francia Libera, l’organizzazione politico-militare organizzata dal generale Charles de Gaulle per contrastare il governo di Vichy <14. Quest’ultimo nominò come governatore dell’Indocina l’ammiraglio Jean Decaux (1884-1963). A seguito degli accordi franco-giapponesi del 30 agosto, Decaux diede ai nuovi invasori il permesso di utilizzare le basi aeree e navali, oltre allo stanziamento delle truppe nipponiche in Việt Nam: anche se il Paese del Sol Levante riconobbe la sovranità francese in Indocina, l’avanzata giapponese era ormai inevitabile <15.
[NOTE]
4 Evento che segnò l’inizio della Lunga Marcia e la conseguente istituzione della nuova base comunista a Yán'ān, nel nord della Cina. Duiker, Ho Chi Minh, 172.
5 Duiker, Ho Chi Minh, 173-74.
6 Lacouture, Ho Chi Minh, 80.
7 Duiker, Ho Chi Minh, 179.
8 Taylor, A History of the Vietnamese, 524.
9 Duiker, Ho Chi Minh, 177.
10 Lacouture, Ho Chi Minh, 83.
11 Duiker, Ho Chi Minh, 178-80.
12 Duiker, Ho Chi Minh, 184.
13 Il presidente Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) respinse la richiesta sulla base del fatto che qualsiasi aereo militare disponibile nella regione sarebbe stato utilizzato solamente per difendere gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Duiker, Ho Chi Minh, 182.
14 Charles André Joseph Marie de Gaulle (1890-1970) fu un generale e statista francese. Nel giugno del 1940, de Gaulle fuggì a Londra, e col sostegno britannico, unì i francesi nelle aree controllate da Vichy alle sue forze della Francia Libera appena organizzate. Il 26 agosto 1944 tornò a Parigi e insediò il suo governo provvisorio nella Francia metropolitana e nel novembre 1945 ne fu eletto presidente provvisorio. Tuttavia, di fronte a una forte opposizione politica tuttavia fu costretto a dimettersi l’anno seguente. In seguito alla crisi del 1958 (rivolta algerina) tornò alle cariche pubbliche come premier, per essere eletto come primo presidente della Quinta Repubblica di Francia nel gennaio 1959. Dopo diversi turbolenti mandati, si dimise ancora una volta e andò in pensione nel 1969. Archimedes L. A. Patti, Why Viet Nam?: Prelude to America’s Albatross (University of California Press, 1982), 507.
15 Taylor, A History of the Vietnamese, 525.
Giada Secco, Zio Hồ, Zio Sam. Le relazioni tra Hồ Chí Minh e gli Stati Uniti prima della Guerra del Việt Nam, Tesi di Laurea, Università Ca' Foscari Venezia, Anno Accademico 2019/2020

venerdì 18 marzo 2022

Un esempio eclatante di come Thomas Mann sia stato usato e strumentalizzato a scopi razziali e fascisti


Se prima si affermava che tra il 1938 e il 1945 le opere di Mann non furono tradotte, vi è almeno una eccezione. Proprio nel 1938, l’anno in cui venivano promulgate in Italia le leggi razziali, si poteva leggere un breve estratto del racconto "Wälsungenblut" nella rivista “La difesa della razza”. <175
In questo caso la sede di pubblicazione è da prendere in considerazione con particolare attenzione. La rivista si dichiarava apertamente razzista e aveva lo scopo di promuovere la propaganda fascista, soprattutto quella di
impostazione antisemita. Basti pensare che nell’agosto dello stesso anno, cioè solo un mese prima che uscisse l’estratto di Mann, vi era stato pubblicato un testo, redatto da diversi scienziati italiani, conosciuto con il titolo "Il Manifesto della razza" che costituisce un documento di base dal quale prendono direttamente spunto le leggi razziali promulgate da Mussolini.
Dunque, cosa narra Thomas Mann in questa novella per finire sulle pagine di una rivista razzista? In poche parole si tratta di una "Skandalgeschichte" in cui una ragazza ebrea che sta per sposare un uomo non-ebreo commette incesto con suo fratello. Steso già nel 1906, cioè poco dopo il suo matrimonio con Katia Pringsheim, che era di origine ebrea, il testo, è bene chiarirlo subito, contiene in effetti alcuni luoghi comuni sugli ebrei come p.e. la descrizione di alcuni tratti somatici tipici, considerati brutti. In una lettera al fratello Heinrich dello stesso periodo Mann confessava che il suo vero interesse per questa storia era dovuto soprattutto alla “Milieu-Schilderung”, la descrizione dell’ambiente. <176 Lo sarebbe stato anche se si fosse trattato di persone appartenenti ad altri gruppi etnici o religiosi. Il testo nel suo insieme non è né antiebreo né scritto con una tale intenzione. Ciò non toglie che Mann non sia stato in grado di liberarsi dagli stereotipi diffusi nei primi anni del Novecento. Come modello letterario è stato individuato piuttosto la "Walküre" (Valchiria) di Richard Wagner da dove Mann ha potuto prendere l’ispirazione della scena dell’incesto, alla quale allude in modo molto diretto già con il titolo "Wälsungenblut" - sangue di velsungo, riferito a quella stirpe germanica, molto probabilmente solo leggendaria. A conferma di questa fonte vi è il fatto che fratello e sorella ad un certo punto vanno ad assistere proprio ad una rappresentazione di quest’opera, alla quale anch’essi si “ispirano” per l’incesto che ne segue subito dopo.
Per l’estratto nella rivista, lungo appena una pagina, la redazione ha scelto la fine della narrazione, cioè la parte in cui avviene l’incesto. Al momento stesso della loro unione però Mann, secondo il suo stile consueto, vi allude soltanto, lasciando che le azioni dei due sfocino in due trattini, e così lasciando tutto il resto all’immaginazione del lettore.
[...] Il testo di Mann però è legato in modo ancora più stretto ad un altro aspetto della legislazione razziale, ovvero il divieto di matrimonio tra italiani e ebrei.
Si ha il forte sospetto che qui si sia davanti al tentativo di giustificare questo divieto con il far vedere che gli stessi ebrei osservano in merito delle leggi ancora più severe. Tanto più che il brano di Mann esce nella rubrica intitolata “Documentazione”. <180 La nostra ipotesi trova sostegno anche nella nota introduttiva che accompagnò l’estratto. Ad affiancarla ci sono anche due immagini di una ragazza e di un ragazzo ebreo, con i tratti fisionomici ritenuti tipici per gli ebrei, p.e. il naso adunco della ragazza e il labbro inferiore fortemente sporgente del ragazzo.
[...] Nella seconda parte dell’introduzione questo rovesciamento diventa ancora più chiaro, quando si parla di “ostilità ereditaria dell’ebreo per il cristiano”. La possibile lettura dell’incesto come vendetta contro il non ebreo, qui è chiamata direttamente “vendetta di razza” e trova espressione nel titolo dato al testo di Mann, "Sangue riservato", falsificando non poco quello originale. Come già visto in altro ambito la traduzione dei titoli di Mann ha più di qualche volta indotto a scegliere un titolo così detto interpretativo, dove il titolo sta a indicare già da solo l’interpretazione del testo per la quale si è optato. Per la sua triste esemplarità di interpretazione razzista si cita qui anche la seconda parte dell’introduzione per esteso:
<Thomas Mann, ebreo e fuoruscito tedesco, e grande scrittore, ha una novella dove l’ostilità ereditaria dell’ebreo per il cristiano è descritta attraverso la storia di una fanciulla d’alto lignaggio ebraico che alla vigilia delle nozze con un funzionario prussiano, si concede al fratello e consuma nell’incesto una vendetta di razza, contro un matrimonio ch’essa considera come una forma di schiavitù. Ecco la chiusa della novella, lui cui morale è già tutta nel titolo: “Sangue riservato.”> <182
Come si vede, il titolo non è l’unico aspetto falsificato. Qui addirittura Mann è dichiarato di essere ebreo. Diventa così ancora più difficile entrare nella logica, se mai ce ne fosse una, di chi ha pubblicato l’estratto in questa sede: Mann ebreo avrebbe quindi scritto un testo anti-ebreo?
Se si considera che la versione proposta nella rivista non è mai stata pubblicata in via ufficiale può risultare curioso il fatto che sia arrivata, anche se soltanto come estratto, in Italia. Curiosa anche un’altra contraddizione perché l’autore Mann era vietato dallo stesso regime.
[...] Per quali vie è arrivato il racconto alla redazione della rivista non possiamo sapere. Possiamo però ripercorrere velocemente la sua singolare "Druckgeschichte": quando Mann decise di cambiare il finale, il testo era già in stampa. Pare che un giovane tipografo abbia sottratto di nascosto le pagine del manoscritto originale per poi copiarle segretamente. Inoltre vi fu un’edizione nel 1921, molto limitata e mai entrata in commercio della casa editrice monacense “Phantasus”. <183 Un dato certo è che nel 1931 era già uscita in Francia una versione integrale proprio con il titolo "Sang réservé". <184 In Italia invece il testo, oltre quel breve estratto, non è stato molto considerato in seguito. Lo troviamo solo nell’edizione "Tutte le opere" e poi nella già citata traduzione con testo a fronte di Anna Maria Carpi, uscita nel 1989 presso Marsilio a Venezia.
La pubblicazione dell’estratto di "Wälsungenblut", in questo luogo, in questa traduzione e con questa introduzione costituisce un esempio eclatante di come Thomas Mann sia stato usato e strumentalizzato a scopi razziali e fascisti. Come già accennato, questa è anche l’ultima traduzione di Mann che fu pubblicata in Italia prima e durante la Seconda guerra mondiale.
[...] L’asse Berlino - Roma, concluso in via ufficiale nel 1939, ma di fatto creatosi già molto prima, portava con sé la conseguenza dell’equiparazione tra Germania e Italia a diversi livelli, anche a quello giudiziario, e perciò introdusse il divieto dei libri di Thomas Mann anche in Italia.
Contemporaneamente c’era chi tentava di istituire un altro asse, più tardi chiamato "Gegenachse", con l’intento di continuare anche quei rapporti culturali tra Italia e Germania non graditi e proibiti dai regimi. Questo asse esisteva non come espressione di un gruppo organizzato, esisteva invece grazie all’impegno individuale di alcuni, pochi, che erano in contatto tra di loro e creavano così, una rete, per quanto a maglie larghe.
Quando Hitler e Mussolini si incontrarono per la prima volta nel 1934 sulla Riviera del Brenta, nella più imponente delle ville venete, la Pisani, Mann era in contatto diretto con Benedetto Croce. Il breve ma intenso scambio epistolare, sottolineato da diverse dediche da entrambe le parti, non ultima quella di Croce a Thomas Mann della "Storia d’Europa nel secolo decimonono", testimonia un comune impegno contro i totalitarismi e irrazionalismi e a favore di una storia europea basata sul principio della libertà.
Parallelamente vi fu un altro scambio molto importante, quello tra Mann e Lavinia Mazzucchetti, più consistente e protrattosi fino alla morte dello scrittore. Da quando Mann fu vietato in Italia, la Mazzucchetti si assunse l’incarico di informare i pochi iniziati delle ultime novità sullo scrittore: lettere, discorsi e qualche pagina di testo. Nel suo libro "Die andere Achse" Mazzucchetti ricorda questa attività, chiamando Mann addirittura “merce di contrabbando spirituale”: "Die wichtigste geistige Schmuggelware blieb aber immer Thomas Mann. Ich weiß noch gut, wie begierig sich Benedetto Croce bei jedem seiner Besuche in Mailand von mir über den großen Weggenossen berichten und seine Briefe mitteilen ließ". <185
A causa del divieto di importazione dal 1938 al 1945 non viene pubblicata nessuna opera di Thomas Mann in Italia. Questo non voleva dire che non si potesse leggere lo scrittore tedesco anche in questi anni. Non abbiamo però trovato conferme concrete per edizioni non ufficiali, copie illegali o simili di cui invece si sente parlare spesso, ma quasi mai senza indicare alcuna fonte, cosa che ci costringe a considerare tali affermazioni non affidabili.
Nonostante l’oppressione e il costante pericolo di altre violenze, questo tempo non fu del tutto "wortlos". Il dialogo culturale, quello non a servizio dei regimi e delle ideologie, era molto ridotto, ma non del tutto interrotto. Nuovamente, come all’inizio della ricezione di Mann in Italia, si mostra in questi anni l’importanza dell’agire di singoli personaggi, in prima fila, ancora una volta, Croce e Mazzucchetti.
Bisogna però prendere atto che oltre le circostanze difficili per la ricezione di un autore straniero, per di più tedesco, si è verificato anche un brusco rallentamento dell’interesse effettivo nei confronti di Mann, quasi come se la lontananza geografica dovuta all’esilio di Mann in America aumentasse anche quella spirituale.
[NOTE]
175 Thomas Mann, Sangue riservato, in “La difesa della razza”, anno I, 5 settembre 1938, p. 39. D’ora in poi cit. Mann, Sangue riservato.
176 Lettera di Thomas Mann a Heinrich Mann, 17 gennaio 1906, in Thomas Mann - Heinrich Mann, Briefwechsel 1900-1949, Fankfurt a.M., Fischer, 1975, p. 45.
180 Thomas Mann, Mario e l’incantatore. Una tragica avventura di viaggio, trad. di Anna Bovero, illustrazioni di B. Badia, Torino, Libreria Editrice Eclettica, 1945.
182 Ibidem.
183 Thomas Mann, Wälsungenblut, einmalig limitierte Sonderausgabe, München, Phantasus-Verlag, 1921.
184 Thomas Mann, Sang réservé, traduit de l’allmand, Paris, Grasset, 1931.
185 Lavinia Mazzucchetti, Die andere Achse, p. 20.
Arno Schneider, La prima fortuna di Thomas Mann in Italia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Padova, 2008
 
Lo scambio epistolare tra Lavinia Mazzucchetti e Thomas Mann rappresenta un unicum nei rapporti dello scrittore con gli italiani non soltanto per l’estensione temporale, l’intensità, la simpatia e l’attualità degli argomenti trattati, ma anche perché ha costituito un contatto più che autentico dello scrittore con l’Italia.
Elisabetta Mazzetti, I carteggi di Lavinia Mazzucchetti con Thomas Mann, Hans Carossa e Gerhart Hauptmann. La soddisfazione «di servire la causa della libertà e bollare la barbarie» e la fuga dalla realtà in (a cura di) Anna Antonello e Michele Sisto, Lavinia Mazzucchetti. Impegno civile e mediazione culturale nell’Europa del Novecento, Istituto Italiano di Studi Germanici, Roma, 2017
 

domenica 3 ottobre 2021

L’80% dei partenti verso destinazioni americane negli anni venti preferì l’Argentina


L’inizio della prima guerra mondiale provocò una drastica diminuzione dell’immigrazione in Argentina. Se nel 1913 arrivarono 215.871 persone, nel 1914 gli ingressi furono solamente 76.217. Il calo riguardò gli immigrati di tutte le nazionalità, compresi gli italiani, che scesero negli stessi anni da 114.252 a 36.122. Anche se il conflitto scoppiò nel settembre e l’Italia vi entrò solo nel maggio del 1915, quando le forze neutraliste, il clima era già tale da scoraggiare le partenze.
[...] D’altro canto, prima ancora che scoppiasse il conflitto, l’Italia come misura precauzionale aveva sospeso provvisoriamente il rilascio dei nulla osta per l’espatrio ai riservisti (peraltro erano previste delle deroghe su sollecitazione degli interessati). Così, già nel 1914, il saldo migratorio degli italiani in Argentina diventò negativo e i rientri per la prima volta dal 1891 superarono gli arrivi (- 24.480). L’anno seguente, nel 1915, con l’Italia ormai in guerra contro l’Austria-Ungheria, il saldo negativo aumentò e sbarcarono appena 11.309 italiani a fronte di 55.775 ritorni. Fino al 1919 i saldi rimarranno negativi.
Tuttavia, se confrontiamo il flusso dall’Italia al Plata con quello diretto negli Stati Uniti notiamo alcune interessanti differenze. Verso gli Usa ancora nel 1914 furono registrati saldi ampiamente positivi (quasi 300.000 arrivi con 85.000 partenze) e solo a partire dal 1915 il movimento si invertì, mantenendo il segno meno anche negli anni successivi, con l’eccezione del 1917 <64.
Tutto ciò suggerisce che, oltre che con gli effetti della guerra, la brusca caduta dell’immigrazione in Argentina vada messa in relazione con l’evoluzione economica del Paese sudamericano. Le prime difficoltà si fecero sentire già nel 1914, quando ancora il conflitto, che poi avrebbe aggravato la situazione, non era scoppiato. Se la guerra creò alcune possibilità di sviluppo per l’industria argentina, che era chiamata a sostituire quei prodotti importati che non si potevano più comprare in Europa, per altri versi ne rese drammaticamente evidenti i ritardi sul piano tecnologico in molti settori, che non erano in grado di produrre localmente i beni alternativi. Soffrirono anche le esportazioni argentine, che videro cambiare la loro composizione, dato che aumentarono quelle della carne e calarono quelle dei cereali, di cui gli italiani erano tra i principali produttori <65.
Qui incideva la caduta dei prezzi dovuta agli abbondanti raccolti nordamericani e all’aumento dei costi di trasporto, per il rialzo delle tariffe dei noli sulle tratte dell’Atlantico meridionale rispetto a quelle praticate sulle rotte settentrionali.
La guerra da molteplici punti di vista colpiva l’immigrazione e favoriva i ritorni.
Per i contadini in particolare, che costituivano la stragrande maggioranza degli emigranti, il conflitto era certamente una sciagura in più. Obbligati a servire al fronte, dovevano lasciare la famiglia e abbandonare le coltivazioni in mano agli anziani, alle donne e ai bambini.
Terminato il conflitto, l’emigrazione italiana riprese molto lentamente e l’economia argentina pure.
Uno degli effetti della guerra era stata la brusca caduta del Pbi (il prodotto interno lordo), che si combinò con il drastico aumento della disoccupazione. Solo nel 1920 il Pbi argentino, in crescita per il secondo anno consecutivo, superò i livelli del 1913. Da lì in avanti ci fu un nuovo periodo di espansione fino al crack del 1930 <66. Parallelamente il flusso migratorio tornò a essere leggermente positivo nel 1920 e confermò la tendenza nel 1921. Il processo conobbe una significativa accelerazione l’anno dopo, per il concorso di due fattori: il forte recupero dell’economia argentina per un verso e la nuova legislazione statunitense per l’altro.
Introducendo il sistema delle quote nel 1921, il governo nordamericano penalizzò fortemente gli italiani e gli altri gruppi della cosiddetta «new emigration».
[...] L’immigrazione italiana in Argentina continuò a crescere fino a toccare nel 1923 i 91.992 ingressi, il picco del decennio. Nei tre anni successivi si mantenne su livelli elevati, anche se in diminuzione, raggiungendo il secondo valore più alto della decade nel 1927 (75.000), per poi cominciare a calare, stabilizzandosi intorno ai 35.000 nel 1931. Si potrebbe collegare questo declino alle nuove disposizioni restrittive. Misure e controlli furono tra l’altro intensificati a partire dal 1923, sia sul piano normativo che della prassi.
Le fluttuazioni del movimento verso l’Argentina seguirono il ritmo dell’emigrazione italiana nel suo complesso verso tutte le destinazioni: sebbene esse fossero condizionate dalle restrizioni applicate negli Stati Uniti, il calo che si verificò al Plata fu parallelo a quello registrato in Europa <67.
Invece è possibile che la diminuzione del flusso italiano in generale sia da collegare più strettamente, dal 1927 in poi per quanto concerne l’Argentina, alle disposizioni che l’Italia fascista, al pari di altri paesi di emigrazione, introdusse per limitare il numero delle partenze. Tra queste c’era l’obbligo di essere in possesso di un contratto di lavoro per ottenere l’autorizzazione a lasciare la penisola. Le norme per scoraggiare gli espatri rispondevano alla logica fascista, che considerava il numero degli abitanti di un Paese sinonimo di potenza.
In ogni caso, l’emigrazione al Plata nel complesso continuava a riguardare in larga misura il Mezzogiorno, con una partecipazione non indifferente di altre zone da cui tradizionalmente si partiva per l’Argentina, come il Piemonte e le Marche <68.
Una componente nuova (che anticipava in qualche modo la distribuzione regionale del flusso del secondo dopoguerra) era costituita dall’’immigrazione proveniente dalla neonata regione del Friuli Venezia Giulia: l’80% dei partenti verso destinazioni americane negli anni venti preferì l’Argentina.
In questi anni meridionali e friulani si orientarono infatti prevalentemente verso le città, mentre i piemontesi continuarono a dividersi: in buona parte optarono ancora per la pampa gringa, una percentuale minore scelse le aree urbane. Per altri versi, ci fu una penetrazione in zone nuove, in particolare la valle del Rio Negro e altri luoghi della Patagonia.
La crisi mondiale del 1930 causò una brusca interruzione delle migrazioni internazionali in generale e di quelle italiane in particolare. Nel caso argentino alla diminuzione degli arrivi si sommò l’aumento dei rientri, così che il saldo risultò negativo nel 1932 e nel 1933, gli anni di maggior impatto della depressione mondiale. Anche se per l’economia argentina le cose migliorarono già a partire dal 1933, il flusso italiano non recuperò, attestandosi intorno ai 15.000 ingressi annuali, con saldi positivi che oscillarono tra i 3.000 e i 5.000 immigrati a seconda degli anni. Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale immigrazione ed emigrazione da e verso l’Argentina cessarono quasi completamente, con un saldo in pratica pari a zero negli anni compresi tra il 1940 e il 1945. Dunque si verificò un’interruzione di quasi quindici anni, tra 1932 e 1946, durante i quali gli italiani smisero di alimentare la società e l’economia argentina e però anche le loro stesse comunità nel Paese, con conseguenze di grande portata.
Le ragioni di questo nuovo calo migratorio possono nuovamente essere collegate all’introduzione di ulteriori misure restrittive in Argentina: nel 1930 (aumento sostanziale del costo del visto consolare per i certificati imposti dal regolamento del 1923), nel 1932 (obbligo per l’immigrato di avere un contratto di lavoro per entrare nel Paese) e nel 1938, quando diventò necessario anche un permesso di «libero sbarco», che oltre a complicare ulteriormente la trafila burocratica, lasciava ampia discrezionalità ai funzionari consolari e di immigrazione argentini, rimettendo a loro la decisione su chi poteva sbarcare <69.
Tuttavia le nuove disposizioni non puntavano a bloccare gli italiani (con l’eccezione non secondaria degli ebrei italiani e degli altri esuli che scelsero l’Argentina come destinazione dopo l’introduzione da parte di Mussolini delle leggi razziali, nel 1938). Al contrario gli italiani erano tra i gruppi chiaramente preferiti, in base al principio della maggiore loro compatibilità con la società argentina, e per effetto anche delle teorie razziste sempre più in voga in quegli anni.
[NOTE]
64 Ferenezi I.- Willcox W., International Migration, NBER, New York. 1929, vol I pp.465 e 496
65 Incisa di Camerana L., L’Argentina, gli italiani, l’Italia , SPAI, Milano, 1998, pp. 387-9.
66 Bertello U., Argentina, il sogno… e la realtà, L’Artistica Editrice, Cuneo, 2003, p.86.
67 Rosoli G., Un secolo…, p. 346.
68 Ivi, p. 351.
69 Devoto Fernando, Historia…, p. 382.
Andrea Ferrari, Aspetti socio-culturali dell’emigrazione italiana in Argentina: il caso di Santa Fe, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2007/2008

domenica 13 dicembre 2020

I Bassi di ebrei ne hanno fatti sconfinare molti verso Francia

Ventimiglia (IM), Largo Ettore e Marco Bassi,  a fianco del negozio che era stato della famiglia

Con gli anni si dorme di meno e Pierin ne ha ottantasette e la sera da un po’ di tempo fa fatica a prendere sonno.
E poi c’è quella scena che gli viene in mente tutte le sere.
Sono a cena da Tornaghi, il commissario Pavone è passato con la scusa di bere una volta; ha avvertito Marco Bassi che il giorno dopo passerà a prenderlo, arrestarlo, lui e suo padre Ettore.
Li avvisa per dar loro l’ultima occasione per fuggire, in un certo senso sono tutti amici, compagni di ribotte.

I Bassi di ebrei ne hanno fatti sconfinare molti verso Francia e stavolta dovrebbero scappare loro.

Pierin ha capito al volo ed ha subito pensato alle valli di Cuneo, già in mano ai partigiani ed ai contrabbandieri, alla possibile salvezza a Caraglio, a Castelmagno dove conosce molti amici.
E’ pronto col tassista Cavallotti per portarli via, padre e figlio.
Anche Marco ha capito, ma il padre è già anziano e non vuole lasciarlo solo; la mamma l’hanno già sistemata con l’aiuto dei Notari alla clinica Moro, sulla via Romana.
Sono lì e si guardano indecisi; Marco si toglie dal polso l’orologio d’oro di marca e lo offre in ricordo a Pierin che tentenna, vuole ancora convincerlo a scappare.
Così l’orologio lo prende la Giretto, che gestiva il negozio dei Bassi.
Quell’orologio gli manca da più di sessant’anni e quel gesto è l’ultimo che gli viene in mente ogni sera prima di addormentarsi. E prendere sonno è sempre più difficile.

Arturo Viale (3), ViteParallele, 2009

(1)  [ristorante in Ventimiglia (IM), vicino alla stazione ferroviaria]

(2) [I commercianti ebrei Bassi, Ettore, il padre, e Marco, il figlio, benefattori non solo degli ebrei stranieri in fuga, a causa delle Leggi Razziali del 1938, tramite Ventimiglia e zona verso la Francia nel periodo 1938-1939, ma anche benemeriti della città e del comprensorio, i Bassi, arrestati a Ventimiglia il 26 novembre 1943, incarcerati a Milano e deportati ad Auschwitz, da dove non fecero più ritorno. In proposito degli ebrei stranieri: Paolo Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014].

(3) [  Arturo Viale, La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Arturo Viale, Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019; Arturo Viale, L'ombra di mio padre, 2017; Arturo Viale, Quaranta e mezzo; Arturo Viale, Viaggi; Arturo Viale, Mezz'agosto; Arturo Viale, Storie&fandonie; Arturo Viale, Ho radici e ali  ]