Pagine

martedì 3 agosto 2021

Boine, Campana, Sbarbaro...


Nell’agosto 1915, Giovanni Boine pubblica una prosa intitolata Delirii: non ha nemmeno trent’anni e, nonostante le precarie condizioni fisiche, è riuscito ad affermarsi come critico letterario e studioso di mistica scrivendo per «Il Rinnovamento», organo ufficiale dei modernisti lombardi, per «La Voce» di Papini e Prezzolini e per «La Riviera Ligure» di Mario Novaro. Da qualche anno combatte coraggiosamente con la tubercolosi, malattia che non gli dà tregua e che lo costringe a frequenti e costosi soggiorni terapeutici in montagna che può permettersi solo grazie alla generosità dell’amico Alessandro Casati <1. Boine risiede in un paesino della Liguria, Porto Maurizio, un borgo di pescatori baciato dal sole che non è sufficiente a lenire il suo profondo disagio, un turbamento interiore e fisico che non smette di attanagliarlo anche nei pressi della profumata e ridente costa ligure. Tra gli ulivi, la malattia, lo stato d’animo angosciato che lo accompagna quotidianamente, finiscono per riflettersi sul paesaggio circostante e penetrano come spettri nelle pieghe più intime delle sue prose espressionistiche, condizionando in profondità lo sguardo stesso del narratore. Nei Delirii non vi è traccia degli scogli bianchissimi, del rassicurante vociare della gente, delle onde che si infrangono sulla battigia, ma il paese è descritto come un borgo semideserto, un ambiente urbano dai tratti lugubri e inquietanti animato da spettri che «escono quatti [...] dal cimitero» <2, mentre «lenti fiottando con molli dita ungon di febbre ogni via» <3. Perfino i fanali delle poche automobili in circolazione gli appaiono come penetranti «occhi di mostro» di una bestia feroce dalle «zanne» aguzze, che si muove furtiva nell’oscurità spinta da «chimeriche coscie» metalliche pronte a balzare sulla malcapitata preda <4. Attorno al narratore ogni cosa si deforma, in una terrificante convulsione da incubo che ha i tratti di un’«allucinazione» <5 che sembra evocare Les Campagnes Hallucinées di Verhaeren e quella Ville, già «tenteculaire» <6, che appare avvolta da «une lumière ouatée, / Trouble et lourde» <7: «ogni cosa si sfa di paura», mentre «gli alberi e le quadre facciate» delle case «si contorcono in visi d’angoscia» <8. Lo stato d’animo del narratore finisce per proiettarsi su un paesaggio urbano che ormai non ha più nulla della solare atmosfera della Riviera. Lungo le viottole del borgo, altre viscide figure indistinte strisciano come ombre nell’oscurità, errando «per gli spiazzi delciati» <9 del paese: sono figure senza volto, fantasmi senza pace che evocano gli «spectres baroques» de Les sept Vieillards di Baudelaire, con quella loro «décrépitude» <10 che sembra renderli eterni, nell’orrore. Ad avvolgere l’intero ambiente è «una corrente viscida come di fiati e di larve», un vento ostile e deformante che rende le finestre delle case simili a «nere bocche arrestate nell’urlo» <11. Sembra di essere di fronte alle medesime finestre scure, simili a occhi vuoti <12, che accolgono il protagonista di House of Usher di un Edgar Allan Poe che, nei dintorni della costruzione, respirava «an atmosphere which had no affinity with the air of heaven, but which had reeked up from the decayed trees, and the grey wall and in the silent tarn, a pestilent and mystic vapor - dull, sluggish, faintly discernible, and leaden-hued» <13. Le atmosfere gotiche di Poe, quella nebbia nociva e misteriosa, quella foschia «color del piombo» del racconto dell’autore americano, sembrano trasferirsi, come per un macabro sortilegio, nel paesino della costa ligure dove «ombre nel buio fuggono per amorfi addensamenti di nuvolaglia bassa» <14.
Boine avverte attorno a sé lo spandersi disorientante del «ronzio vasto dell’allucinazione», uno stato d’animo che assomiglia molto a quell’«hallucination» che nel Rimbaud della Saison en enfer sa evocare, all’improvviso, «monstres» e «mystères» <15. È una trasfigurazione, quella di Boine, permeata di riferimenti culturali, di una città che - agli albori del Novecento - inizia ad essere tema centrale della letteratura del tempo e che si configura sempre più nitidamente come «la forma generale che assume il processo di razionalizzazione dei rapporti sociali» <16, lo schermo sul quale gli autori proiettano il proprio punto di vista sulla società borghese e sulle contraddizioni insite nella modernità. Nel testo boiniano non è difficile rinvenire tracce degli amati poeti francesi, ma anche rimandi letterari alle opere degli amici e colleghi scrittori che proprio in quegli anni collaboravano con le riviste letterarie più autorevoli come il «Leonardo», «Il Regno» o la stessa «Voce» sulla quale Boine pubblica numerosi interventi. 


Tra gli amici del ligure c’è Camillo Sbarbaro che nel 1914 pubblica Pianissimo, raccolta poetica descritta da Boine con entusiasmo - sulla stessa «Riviera Ligure» che accoglierà i suoi Delirii - come una silloge che «appare il meno possibile canto di gioia e di vita» e che «non intoppa mai ricercando la bellezza, nel falso, nell’abbondevole della rettorica», ma che è arte «della plumbea disperazione, succinto velo, scarna espressione di un irrimediabile sconforto» <17. Altra atmosfera rispetto alle allucinazioni dei Delirii, ma anche nella raccolta sbarbariana ci si imbatte in una passeggiata notturna:
Quando traverso la città la notte
io vivo la mia vita più profonda. [...]
Mi trasformo nel cieco del crocicchio
che suona ritto gli occhi vaghi al cielo.
Voluttà d’esser solo ad ascoltarmi! […]
E voluttà di scendere più basso!
Rasentando le case cautamente
io sento dietro le pareti sorde
le generazioni respirare.
E so l’ostilità di certe vie
tozze,
la paura di certe piazze vuote... <18
Ci si immerge in un borgo che pulsa, respira e che a tratti è disorientante e ostile: Sbarbaro, tra quelle vie, sembra vivere drammaticamente sulla propria pelle «la condizione dell’individuo nella società contemporanea, o meglio, della sua figura storica decisiva, l’abitante della grande città creata dal rapido processo di industrializzazione e dallo sviluppo dell’economia di mercato» <19. Il poeta, come già accaduto al Boine de La città <20, finisce per estraniarsi da un ambiente urbano ormai incomprensibile, animato da «Fronti calve di vecchi, inconsapevoli / occhi di bimbi, facce consuete / di nati a faticare e a riprodurre, / facce volpine stupide beate, / facce ambigue di preti, pitturate / facce di meretrici» <21 che assomigliano molto a «le grand désert d’hommes» de La Modernité di Baudelaire <22, una massa di «maschere inerti» <23 che manifesta in modo sconcertante «il carattere fondamentale della grande città moderna, il vuoto sociale ed umano in cui proietta chi vi abita» <24. L’io lirico individua così «nello sguardo l’ultima forma di contatto con il mondo» <25, uno sguardo gelido che è l’ultimo appiglio per tentare di scorgere, tra la folla, un bagliore di quella solidarietà umana ormai irrimediabilmente smarrita tra le vie della città: cammina «fra gli uomini guardando / attentamente […] ognuno, / curioso di lor ma come estraneo» <26, una massa indifferente di «esseri / sigillati in sé stessi come tombe» <27 che lo sfiorano e che ispireranno analoghe atmosfere boiniane <28.
Tra i corrispondenti di Boine in quel periodo c’è anche Dino Campana che, nella Giornata di un nevrastenico, trasfigura un ambiente urbano. La Bologna di Campana non appare nella sua nobile veste «dotta e sacerdotale», ma si palesa, «agli occhi “nevrastenici” del poeta triste, monotona, cimiteriale, fangosa, sporca, percorsa da donne artificiosamente impellicciate e irrise» <29: è una città immersa nel «malvagio vapore della nebbia», in una foschia che «intristisce tra i palazzi velando la cima delle torri, le lunghe vie silenziose deserte come dopo il saccheggio» <30. Il poeta intravede alcune ragazze nella nebbia, giovani donne che gli appaiono come «tanti piccoli animali, tutte uguali, saltellanti, tutte nere», come bestiole ostili e sconosciute, pronte «a covare in un lungo letargo un loro malefico sogno» nell’oscurità della notte <31, incubi come quelli che popolavano le notti di un giovanissimo Rebora, amico e confidente di Boine, mentre «con la man sugli occhi» sudava, da bambino, «eterne notti di paura / Nell’ascoltare il passo d’un fantasma» <32: un breve e intimo ricordo, incastonato nel cinquantesimo componimento dei Frammenti lirici, silloge poetica uscita nel 1913 e recensita da Boine nella stessa «Riviera Ligure» che accoglierà, nell’agosto del 1915, i suoi Delirii <33. Ma Campana è anche attento lettore: tra i suoi libri prediletti non solo autori italiani ma anche numerosi stranieri e, grazie alla conoscenza di ben cinque lingue, confidava già nell’estate 1910 di offrirsi «volentieri per far passare un po’ di giovine sangue nelle vene di questa vecchia Italia» <34, aprendo la cultura nazionale alle influenze estere. Traduce dal francese, dal tedesco, lingua che dimostra di conoscere «abbastanza bene» <35, ma soprattutto dall’inglese: nel 1914 Papini gli offre la possibilità di pubblicare una versione italiana di The Problems of Philosophy di Bertrand Russell, impresa editoriale che non avrà seguito. Tra le letture del poeta di Marradi c’è l’amato Poe, autore che confiderà a Carlo Pariani di aver «letto molto» <36, ma soprattutto Walt Withman, a tal punto che, salendo sul bastimento che lo avrebbe condotto in Argentina nel 1907, sembra avesse portato con sé proprio una copia di «Leaves of Grass in tasca e nella cintura, una pistola belga calibro 38» <37. La prostituta morta abbandonata nell’«immortal house» di The City Dead-House <38 ricorda sì le cupe atmosfere «dalla impronta bodleriana» <39 dell’House of Usher di Poe <40, ma si proietta al contempo, come per un macabro sortilegio, nella triste e desolata Bologna campaniana, animata solo da sataniche «troie notturne […] in fondo ai quadrivii» <41. Il Campana che si imbarca per l’America, in fondo, ha già bene in mente le rapide sequenze di immagini di città e paesaggi, pullulanti di vita e di immagini improvvise, che scandiscono il ritmo di City of Orges, della seconda strofa di Song of the Broad-Axe o di City of Ships <42. Sono questi motivi inscindibili dall’ispirazione dell’intera silloge dei Canti Orfici che si arricchiscono dei rimandi alle passeggiate di Boine e Sbarbaro tra le vie - colme di gente - dei rispettivi contesti urbani <43, con un atteggiamento di osservazione attenta - quasi registrazione visiva - che ricorda l’incipit di Once I Pass’d Through a Populous City: «Once I pass’d through a populous city imprinting my brain for future use with its shows, architecture, customs, traditions» <44. D’altronde è proprio «attraverso il tema del viaggio […] che la poesia campaniana allaccia le proprie radici […] a quelle del naturalismo panico di Withman» <45 e non è certo un caso che il poeta di Marradi inserisca alcuni versi di Song of Myself di Withman a conclusione dei suoi Canti Orfici, offrendo «una possibile chiave di lettura» <46 della propria poesia e rivelando al contempo quel rapporto profondo che lo legava all’opera dell’autore americano che, già nel marzo 1916, confidava così a Cecchi: «Se vivo o morto lei si occuperà ancora di me la prego di non dimenticare le ultime parole They were all torn and covered with the boy’s blood che sono le uniche importanti del libro. La citazione è di Walt Withman che adoro nel Song of myself quando parla della cattura del flour of the race of rangers» <47.
Nelle esperienze artistiche di questi giovani autori, legati da fili sottili ma inestricabili, si scorge una complessa matassa di allucinazioni, incubi e citazioni letterarie, un flusso di immagini permeate di un dolore e di una solitudine che, attraverso le sperimentazioni della nuova generazione di intellettuali, trovano una direzione verso la quale essere convogliati e sfociare.
1 Casati è forse l’amico più costantemente vicino a Boine, tanto che, «con somma discrezione ed altrettanta generosità, dal 1906 al 1917 e sino al giorno della morte, è sempre intervenuto in tutto, ha provveduto a tutto, a lui, alla madre, anche al fratello. Studi, libri, viaggi, soggiorni di cura a Zurigo e poi a Davos, visite mediche e medicine, vacanze e traslochi, sempre ed in tutto» (G. VIGORELLI, Prefazione, in G. BOINE, Carteggio. III. Giovanni Boine – Amici del «Rinnovamento», a cura di M. Marchione e S. E. Scalia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1977, XVII).
2 G. BOINE, Frantumi, a cura di V. Pesce, Genova, Edizioni San Marco dei Guistiniani, 2007, 62.
3 Ibidem.
4 Ibidem. Si noti la profonda distanza da ciò che scriverà Marinetti, meno di un anno dopo, ne «L’Italia Futurista» a proposito dei veicoli a motore: «I motori a scoppio e i pneumatici d’un’automobile sono divini. Le biciclette e le motociclette sono divine. La benzina è divina. Estasi religiosa che ispirano le centocavalli» (F. T. MARINETTI, La nuova religione-morale della velocità, in ID., Teoria e invenzione futurista, a cura di L. De Maria, Mondadori - I Meridiani, 1998, 130-138: 133).
5 BOINE, Frantumi, 62.
6 E. VERHAEREN, La Ville, in ID., Les Campagnes hallucinées. Les Villes tentaculaires, prefazione di M. Piron, Parigi, Gallimard, 1982, Bruxelles, Edmond Deman, 1895, 21-24: 21.
7 Ivi, 23
8 BOINE, Frantumi, 62.
9 Ibidem.
10 CH. BAUDELAIRE, I fiori del male, traduzione e cura di L. de Nardis, Milano, Feltrinelli, 1999, 166.
11 BOINE, Frantumi, 63.
12 «I […] gazed down […] upon the remodelled and inverted images of the gray sedge, and the ghastly tree-stems, and the vacant and eye-like windows» (E. A. POE, The Fall of the House of Usher and other tales, a cura di S. Basso, Torino, Einaudi, 1997, 82).
13 Ivi, 86. «La mia immaginazione s’era eccitata al punto da persuadermi che attorno a quella dimora si raccoglieva una atmosfera specifica a quel luogo, che non aveva affinità con l’aria del cielo, ma che esalava dagli alberi corrotti, il grigio muro, la pozza taciturna, vapore arcano e torbido, greve, neghittoso, a mala pena avvertibile, color del piombo» (ivi, 87).
14 BOINE, Frantumi, 62.
15 «Je m’habituai à l’hallucination simple: je voyais très franchement une mosquée à la place d’une usine, une école de tambours faite par des anges, des calèches sur les routes du ciel, un salon au fond d’un lac; les montres, les mystères; un titre de vaudeville dressait des épouvantes devant moi» (A. RIMBAUD, Opere, Milano, Mondadori – I Meridiani, 2006, 244).
16 M. CACCIARI, Metropolis. Saggi sulla grande città di Sombart, Endell, Scheffler e Simmel, Roma, Officina Edizioni, 1973, 9. Cacciari, riprendendo Simmel, chiarisce come la grande città sia «la fase, o il problema, della razionalizzazione dei rapporti sociali complessivi, che segue a quello della razionalizzazione dei rapporti produttivi» (ibidem).
17 G. BOINE, Il peccato. Plausi e botte. Frantumi. Altri scritti, a cura di D. Puccini, Milano, Garzanti, 1983, 132. Sbarbaro gli ricorda il Leopardi de Le Ricordanze e il critico è colpito a tal punto «dalla secchezza, dalla immediata personalità, dalla scarna semplicità del suo dire» che sente di essere di fronte a «una di quelle poesie [...] di cui si ricordano gli uomini nella vita loro per i millenni» (ivi, 134).
18 C. SBARBARO, Pianissimo, a cura di L. Polato, Venezia, Marsilio, 2001, 77.
19 A. ROMANELLO, Il poeta nella grande città: introduzione a Pianissimo, «Lettere italiane», XLVIII (1996), 2, 230-251: 230.
20 «La gente era queta [...]: visi noti, andature note, voci note di tutti i giorni. […] E lo pigliò uno stupore inquieto, uno sbigottimento pauroso. Voglia di fuggire come di chi fiuta un pericolo al buio. […] Perché gli uomini e le cose gli parevano improvvisamente fatti sordi, come chi non s’accorga di una valanga o della fiumana che urlando arriva e s’indugi lieto. Ora, egli, dentro la sentiva la valanga e la fiumana angosciosamente urlare» (G. BOINE, La città, in L’esperienza religiosa e altri scritti di filosofia e di letteratura, a cura di G. Benvenuti e F. Curi, Bologna, Pendragon, 1997, 185-198: 186-187).
21 SBARBARO, Pianissimo, 52.
22 «E così egli va, corre, cerca. Ma che cosa cerca poi? Si può essere certi, così come io l’ho ritratto, quest’uomo, questo solitario di un’immaginazione così attiva, sempre in viaggio attraverso il gran deserto d’uomini, persegue un fine più alto di quello di un semplice perdigiorno […]. Egli cerca quell’indefinito che ci deve essere permesso di chiamare modernità, giacché manca una parola più conveniente per esprimere l’idea a cui rimanda» (CH. BAUDELAIRE, Il pittore della vita moderna, in ID., Scritti sull’arte, Torino, Einaudi, 2004, 287-288).
23 ROMANELLO, Il poeta..., 235.
24 Ivi, 239.
25 Ivi, 237.
26 SBARBARO, Pianissimo, 43.
27 Ivi, 73.
28 Si ricordi a tal proposito l’immagine della «tomba del nome» che imprigiona l’io lirico nel terzo brano di Frammenti: «Mi fermi per via chiamandomi a nome, col mio nome di ieri. Ora cos’è questo spettro che torna (l’ieri nell’oggi) e questa immobile tomba del nome?» (BOINE, Frantumi, 47).
29 D. CAMPANA, Canti Orfici e altre poesie, a cura di R. Martinoni, Torino, Einaudi, 2003, 172.
30 Ivi, 83
31 Ibidem. Martinoni sottolinea come la notte offra a Campana l’«occasione di visioni rapide e improvvise», una fase del giorno in grado di rivelare al poeta «una atemporalità decantata, trasumanata, l’astoricità dell’inconscio, la sospensione del mito […], la ricerca dell’eterno» (ivi, XLVI).
32 C. REBORA, Le poesie (1913-1957), a cura di G. Mussini e V. Scheiwiller, Milano, Garzanti, 1999, 95.
33 Boine scrive che quasi ogni verso della raccolta reboriana «è non sai se l’elegia o il peana della vita breve e dolorosa d’ogni giorno, la quale ti lascia in cuore lo sconforto e l’amaro ma è pregna dell’infinito, ma di cui il pensiero ti assicura ch’è il ritmo stesso dell’universo, ma in cui nella rinunzia del singolo, del gramo atto trovi l’esaltazione della divina pienezza» (BOINE, Il peccato..., 117).
34 D. CAMPANA, Souvenir d’un pendu. Carteggio 1910-1931 con documenti inediti e rari, a cura di G. Cacho Millet, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, 46. La lettera era indirizzata alla redazione della rivista fiorentina «La Difesa dell’Arte», diretta da Virgilio Scattolini.
35 G. PAPINI, Il poeta pazzo, in C. PARIANI, Vita non romanzata di Dino Campana. Con un’appendice di lettere e testimonianze, a cura di C. Ortesta, Milano, SE, 2002, 97-100: 98.
36 C. PARIANI, Vita non..., 39.
37 G. CACHO MILLET, Dino Campana sperso per il mondo. Autografi sparsi 1906-1918, Firenze, Leo S. Olschki, 2000, 34. Nel paragrafo Quando Dino Campana vide “l’altro sud”? (ivi, 32-35), si offre un’analisi puntuale e documentata delle diverse ipotesi in merito alla controversa vicenda del viaggio americano del poeta.
38 W. WITHMAN, Foglie d’erba, a cura di M. Corona, Milano, Mondadori - I Meridiani, 2017, 840.
39 PARIANI, Vita non..., 48. 40 Vedi nota 13.
41 CAMPANA, Canti Orfici..., 86.
42 WITHMAN, Foglie d’erba, 290-293, 426-429, 676-679. 43 Si vedano a tal proposito le note 20 e 21.
44 WITHMAN, Foglie d’erba, 258.
45 M. DEL SERRA, Dino Campana, Firenze, La Nuova Italia, 1974, 22. Si precisa qui che il «viaggio campaniano […] è […] centrato sulla restituzione oggettiva di polivalenza dinamica alle immagini umane o paesistiche che lo sostanziano, fissandole attraverso la memoria in un senso verticale, di ascesa e di approfondimento, tanto del loro valore iconico quanto della loro “apertura” simbolica» (ivi, 23).
46 PARIANI, Vita non..., 139.
47 CAMPANA, Souvenir..., 141-142. La confidenza che il poeta dimostra di avere con Cecchi è data dal fatto che il critico fiorentino, «fra la primavera del 1915 e l’autunno del ‘17» (CAMPANA, Canti Orfici..., XI), era - con Mario Novaro e Boine - uno degli ultimi amici rimasti al poeta. Cecchi, inoltre, era stato tra i primi a scorgere la centralità dei Canti Orfici nel panorama culturale del tempo, pubblicandone una recensione ne «La Tribuna» (E. CECCHI, C. Linati, D. Campana, «La Tribuna», 21 maggio 1916, 3).

Enrico Riccardo Orlando, «Allora ogni cosa si sfa di paura». Trasfigurazioni paesaggistiche nel primo ’900, in Natura Società Letteratura, Atti del XXII Congresso dell’ADI - Associazione degli Italianisti (Bologna, 13-15 settembre 2018), a cura di A. Campana e F. Giunta, Roma, Adi editore, 2020


Dino Campana (1885-1932) rappresenta uno dei casi più controversi nel canone della prima metà del XX secolo. La sua opera principale, i Canti Orfici, si compone di poesie e prose. In questi testi nulla viene presentato ricorrendo a un piano di realtà e di esistenza ordinaria. Le poesie sono costruite soprattutto attraverso l’uso intensivo della ripetizione e dell’analogia, nonché grazie all’accostamento straniante di immagini esterne e sensazioni interiori. La poesia è una via per esporre una sensibilità disturbata, alienata, che insegue un mondo primitivo e sensuale, parla di una realtà turbata da un trauma. Consideriamo come esempio una prosa, La notte: "Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara, la mitica custode dei sogni dell’adolescenza. Saliva al silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi: non si udiva il rumore dei suoi passi. Una piazzetta deserta, casupole schiacciate, finestre mute: a lato in un balenìo enorme la torre, otticuspide rossa impenetrabile arida. Una fontana del cinquecento taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e deserta verso la città".
[...] Le prime recensioni esaltano la componente visionaria di Campana (a partire da Boine nel 1915), e suggeriscono facili accostamenti a Rimbaud; questa lettura è amplificata dagli ermetici a partire da Carlo Bo.
Successivamente si contrappongono in modo netto due interpretazioni critiche. Per Sanguineti, Bo, Luzi, Anceschi e Luperini i Canti Orfici è una delle poche opere con cui la poesia italiana del primo Novecento si pone al livello dell’espressionismo europeo. Secondo Mengaldo, Fortini e Contini si tratta di un libro in cui è ancora presente un’eredità tardottocentesca, pesantemente simbolista e decadente, nonché carducciana. Mengaldo definisce Campana «un tramonto che poté sembrare un’alba» (Mengaldo, 1978, p. 279). Questa sottovalutazione costituisce uno dei punti più contestati dell’antologia; probabilmente è dovuta anche a una reazione alla lettura critica di Sanguineti, che fa di Campana il principale esponente di un espressionismo italiano.
[...]
La vicenda critica di Camillo Sbarbaro (1888-1967) è legata alla “Voce” fin dall’inizio: su questa rivista Sbarbaro pubblica i primi versi, e su quelle stesse pagine Giovanni Boine scrive una delle prime recensioni a Pianissimo, libro fondamentale per molti autori successivi, a partire da Montale. Nel 1920 lo stesso Montale commenta in modo molto positivo Trucioli (Vallecchi, 1920), una raccolta di prose liriche; e in quella recensione definisce alcune caratteristiche della poesia di Sbarbaro, che viene identificato come uno dei più grandi poeti del suo tempo. Tuttavia nei decenni successivi Sbarbaro diventa uno dei «maestri in ombra» del Novecento (Pasolini, 1960), e spesso viene considerato soltanto uno dei molti poeti vociani. La vicinanza con gli altri scrittori della “Voce”, spesso invocata sulla base di presunte tendenze etico-psicologiche comuni, è, in realtà, debole sia da un punto di vista stilistico, sia per le caratteristiche della voce poetica, sia per le stesse dichiarazioni dell’autore. I versi di Sbarbaro sono quasi prosastici, scarni, e si rifanno piuttosto all’endecasillabo di Leopardi, come notato per la prima volta da Cecchi già nel 1914. Ma la vera differenza è che i suoi testi fanno qualcosa in più rispetto a quelli di Soffici, Jahier, Slataper: introducono nella poesia del Novecento l’autobiografismo come rivelazione di uno straniamento dal mondo e di una lacerazione interiore. A questo proposito, si considerino le parole di Montale, risalenti al 1920: «C’è in questo poeta una gran voglia di piangere senza perché; egli non accetta la vita benché si aggrappi disperatamente alle apparenze e di queste soltanto sia ricco [...]. Spaesato e stupefatto Sbarbaro passa tra gli uomini che non trova» (Montale, 1997, p. 190).
Questo contenuto di sofferenza personale è presentato come una parte dell’esistenza fondamentale. Lo era già nei Canti (Starita, 1835) di Leopardi, che è senz’altro un autore di riferimento fondamentale per Sbarbaro, e lo sarà ancora di più nell’opera di Montale.
Claudia Crocco, La poesia italiana del Novecento. Il canone e le interpretazioni, Carocci, 2015

martedì 27 luglio 2021

In memoria dei partigiani Lina Meiffret e Renato Brunati


Un gruppo, che confluì dopo la guerra nel partito socialista ma che sorse autonomo intorno al 1939 ed ebbe come centro Bordighera, fu quello che fece capo a Guido [Hess] Seborga, un giovane il quale cominciò a osteggiare il fascismo fin dalla guerra d'Abissinia (lo disse ai compagni di scuola e fu "pestato" per tali sentimenti "anti-patriottici"). Attorno a Seborga si raccolsero numerosi giovani: Renato Brunati (poi garibaldino e trucidato dai tedeschi), Lina Mayfrett [Meiffret], deportata in campo di concentramento, Beppe Porcheddu (il quale si suicidò nel '47 per la delusione che l'assetto politico scaturito dalla Resistenza provocò in lui). Questo gruppo lavorava anche in contatto con i torinesi Alba Galleano, Giorgio Diena, Vincenzo Ciaffi, Domenico Zucàro, Raffaele Vallone, Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Musso e altri. Il gruppo svolse soprattutto attività di propaganda di collegamento tra le regioni, di diffusione di libri proibiti e, quando giunse il momento della lotta aperta, i suoi principali esponenti, allora "azionisti", militarono nelle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà" e della "Matteotti".
Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Garzanti, 1971

... nel ‘39 si formò a Bordighera un gruppo orientato verso i partiti della classe operaia e in particolare verso il partito socialista guidato da Guido Seborga, coadiuvato da Renato Brunati, Lina Mayfrett [Meiffret] e Beppe Porcheddu.
Gli aderenti stabilirono contatti a Torino con il gruppo di Alba Galleano, Giorgio Diena, Vincenzo Diena. Tra gli altri Domenico Zucaro, Raf Vallone, Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Mussa…
Pietro Secchia - Enzo Nizza, Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza, Milano, La Pietra, 1968

La prima pagina del manoscritto Porcheddu cit. infra

La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati e da me in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d’impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici.
La vera azione partigiana s’iniziò dopo il fatale 8 settembre 1943, allorchè Brunati e la sig. Maiffret [Lina Meiffret] subito dopo l’occupazione tedesca organizzarono un primo nucleo di fedeli e racimolarono per le montagne, sulla frontiera franco-italiana e nei depositi, armi e materiali: armi e materiali che essi vennero via via accumulando a Bajardo in una proprietà della Maiffret, che servì poi sempre di quartier generale in altura, mentre alla costa il luogo di ritrovo e smistamento si stabiliva in casa mia ad Arziglia e proprio sulla via Aurelia. Nei giorni piovosi di settembre ed ottobre 1943 i trasporti d’armi e munizioni, furon particolarmente gravosi: occorreva (ai due capi) far lunghissimi rigiri per evitar le pattuglie ed i curiosi, sempre pronti alle indiscrezioni e delazioni: così i nostri patrioti conobbero a fondo l’asprezza e le insidie della zona Negi, Monte Caggio, Bajardo […] L’armamento della banda, ormai numerosa di circa 40 elementi, raggiunse i 30 moschetti e le 5 mitragliatrici, più bombe a profusione e forti riserve di munizioni. Verso la metà di novembre due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta  […] Purtroppo il 14 febbraio 1944 Brunati e la Maiffret, venivano definitivamente presi dai repubblicani, su denuncia di (……) Garzo partigiano traditore, ex camicia nera rientrato nella guardia repubblicana per inimicizia coi 2 eroici capi: la denuncia era tale da comportar pronta esecuzione capitale, ma l’intervento d’un agente bene intenzionato, faceva sospender le condanne e vi sarebbe riuscito del tutto se il console Bussi vigliaccamente non avesse distratto le pezze a scarico, consegnando i 2 capi alla S.S. tedesca. Sappiamo dolorosamente che Brunati e la Maiffret vennero bestialmente seviziati: il 1° fu poi fucilato il … maggio a … la seconda deportata in Germania ove languì per 10 mesi: ora essa è salva, il che ha del miracoloso.
Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento IsrecIm) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019  

Nei primi di ottobre 1943 Bruno "Erven" Luppi dopo varie peripezie raggiunge la sua abitazione a Taggia [...] In quel periodo entra a far parte del Comitato di Liberazione di Sanremo, come rappresentante insieme al Farina del PCI, con l’incarico di addetto militare. Organizza pure il CLN di Taggia. Il gruppo prende pure contatto con la banda armata di Brunati, dislocata a Baiardo e con altre formatesi in Valle Argentina.                                           
Francesco Biga in Atti del Convegno storico Le Forze Armate nella Resistenza, venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, edito dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)

Baiardo (IM)

[…] l’eroica Meiffret, nella cui villa di Baiardo si costituirono le prime bande armate della zona e che in seguito doveva subire la tortura e gli orrori del campo di concentramento in Germania; il giovanissimo poeta Brunati spentosi nelle prigioni di Genova [n.d.r.: in effetti dalle carceri prelevato per essere fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] […] il pittore Porcheddu; il Maggiore Enrico Rossi […] Chi potrà enumerare gli episodi infiniti, talvolta veramente eroici, di cui questi uomini, ai quali era solo compenso la coscienza del dovere adempiuto, furono i protagonisti nei lunghi mesi del terrore nazifascista? Le riunioni segrete sotto l’incubo della delazione […]                            
Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

Friedrich Wilhelm Konrad Siegfried Engel nasce a Warnau an der Havel il 3 gennaio 1909.
A soli 15 anni si iscrive ad un’organizzazione giovanile nazista e nel 1931 entra nella Gioventù Hitleriana.
Laureato in Filosofia, diventa menbro delle SS dal 28 gennaio 1936 e poi entra a far parte del Servizio di Sicurezza delle SS (Sicherheitsdienst). Da qui ha inizio la sua carriera militare: il 12 settembre 1937 è nominato Sottotentente, il 9 novembre Tenente e il 30 gennaio 1939 Capitano.
Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale viene inviato a Oslo dove opera dal 25 aprile al 1° dicembre 1940.
Tornato dalla Norvegia occupata, il 29 gennaio 1941 viene nominato Maggiore e dal 5 gennaio 1944 diventa capo dell’Aussenkommando Sipo-SD a Genova dove il 30 gennaio 1944, “in considerazione dei buoni risultati conseguiti in ogni ambito”, viene promosso Tenente Colonnello.
Negli anni dell’occupazione tedesca in Italia Engel, divenuto noto come “il boia di Genova”, si macchia di numerosi crimini. Sua è la responsabilità per la strage della Benedicta (147 fucilati tra il 6 e l’11 aprile 1944), per la strage del Turchino (59 fucilati il 19 maggio 1944), per la strage di Portofino (22 fucilati il 2 e 3 dicembre 1944) e per la strage di Cravasco (20 fucilati il 23 marzo 1945), nonché per le torture e le violenze ordinate ed eseguite ai danni di antifascisti e partigiani rinchiusi nella Casa dello Studente a Genova.
Per questi reati Engel è stato indagato e giudicato dalla procura militare italiana presso il Tribunale Militare di Torino. Condannato all’ergastolo in contumacia il 15 novembre 1999 in Italia e a sette anni dalla procura tedesca presso il Tribunale di Amburgo, Engel è morto all’età di 97 anni nel 2006 senza aver mai scontato un giorno di carcere per i suoi crimini.
Bibliografia e approfondimenti:
- I dati biografici di Friedrich Engel sono tratti dagli atti del processo ai criminali nazisti.
Redazione, Friedrich Wilhelm Konrad Siegfried Engel [n.d.r.: il boia di Genova], memorieincammino.it

Nella zona di Bussana [Sanremo, a est di Capo Verde] costituirono un gruppo di resistenza i professori e cugini Calvini Giovanni Battista (Nanni) e Calvini Nilo.
[...] Entrano pure in contatto con le seguenti persone:
- Renato Brunati (che risiedeva a Bordighera);
- sig.na Meiffret (che risiedeva in Sanremo, ma lavorava per l'antifascismo particolarmente in   collegamento con Renato Brunati)
[...] Nell'ottobre del 1943 Calvini Nanni partecipa, in Sanremo, alla formazione di un comitato interpartitico, di cui fanno parte lo stesso Calvini Nanni, Bruno Luppi («Erven»), la sig.na Meiffret, l'avv. Nino Bobba, Umberto Farina.
[...] Calvini Nanni fu tradotto dapprima nelle carceri mandamentali di Oneglia, indi a Marassi (Genova), alla V Sezione. A Marassi, in un rifugio delle carceri, ebbe occasione di incontrare ancora una volta il Brunati [nell'opera qui sopra citata di Mario Mascia Calvini lasciò scritte vibranti parole sulla figura di Brunati ... Ben poco potemmo dirci... eri ispirato nel tuo ideale... Il tuo sacrificio non fu e non sarà sterile mai, amico Brunati, compagno nei bei giorni della lotta... altruista, quale io ti lasciai in quel triste pomeriggio invernale della quarta sezione, in cui le nostre mani nella caldissima stretta che le univa...], che pochi giorni dopo verrà ucciso al Turchino, come si è già detto, per rappresaglia, con altri 58 ostaggi.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

 

La pagina finale del documento, da Archivio di Stato di Genova, firmato dal maresciallo Ferrero, cit. infra

Il nominato in oggetto [Quinto Garzo], camicia nera scelta della ex G.N.R., si è reso responsabile della fucilazione della fulgida figura dello scrittore Renato Brunati, e dell'arresto e della conseguente deportazione in Germania della Signorina Lina Meiffret, nota idealista, nemica dichiarata in campo aperto del fascismo e del nazismo. Il Garzo... nell'ottobre 1941 venne presentato alla Signorina Meiffret dallo scrittore Guido Hess [Guido Seborga], noto antifascista ed antinazista... Meiffret lo presentò allo scrittore Renato Brunati, il quale si interessò subito e molto del Garzo al punto da considerarlo come un fratello...
Egidio Ferrero, Maresciallo di Polizia, nella comunicazione dell'Ufficio di Polizia Politica alle dipendenze dell'A.M.G. di Bordighera, prot. 35, Bordighera, lì 8 giugno 1945, al Pubblico Ministero presso la Corte d'Assise Straordinaria di Imperia - Ufficio di Sanremo -, documento rinvenuto da Giorgio Caudano   [  Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]

[n.d.r.: senonchè, poche settimane dopo anche il maresciallo Ferrero era sotto processo per i suoi trascorsi nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR)]

Lina (Emanuela Maria Angela) [Meiffret], nata nel 1917, apparteneva ad una agiata famiglia sanremese e avrebbe potuto condurre una vita spensierata, dedita al divertimento e ai rapporti sociali gratificanti come fecero molte ragazze borghesi degli anni trenta, senza chiedersi cosa stesse succedendo intorno a lei. Invece Lina aveva uno spessore culturale, morale e politico che le chiedeva impellentemente di agire contro la barbarie nazi-fascista che stava dilagando in tutta Europa.
Parlava correntemente inglese, tedesco e francese, amava la poesia, la filosofia, la natura e aveva frequentazioni non di poco conto, come Italo Calvino, il prof. Amoretti, espulso dal liceo di Imperia per aver rifiutato la tessera fascista, ed altri antifascisti come Aurora Ughes e Dino Giacometti
[...] Iniziò così la sua attività clandestina di partigiana durante la quale agì insieme a Renato Brunati, un giovane scrittore poeta e filosofo, che aveva svolto già in precedenza attività politica recandosi in Spagna per il “Soccorso rosso” (organizzazione internazionale a  fini umanitari che forniva  assistenza a coloro che, durante le rivolte operaie, erano imprigionati per il loro ruolo nella ribellione, organizzando anche campagne per l’amnistia ai prigionieri condannati a morte).
I due giovani, accomunati dalla passione politica, artistica e letteraria, si legarono anche affettivamente e all’indomani dell’8 settembre si attivarono per cercare basi in cui organizzare la resistenza. Lina mise a disposizione la sua villa di Baiardo, distante dieci chilometri da Sanremo, dove venivano raccolte le armi che si riuscivano a reperire e trovavano riparo i fuggiaschi. Fu con questa organizzazione che salvarono anche due ufficiali inglesi sbandati.
Quando furono arrestati, il 14 febbraio del ’44, furono condotti prima ad Imperia dove per diciassette giorni furono torturati dagli aguzzini fascisti ben noti ai partigiani. Lina non scorderà mai né riuscirà mai a far tacere nella sua mente le urla di Renato durante gli interrogatori. Portati poi al carcere di Marassi a Genova, furono separati per sempre.
Renato ne uscì a maggio per essere fucilato, nella zona del passo del Turchino, insieme ad altri 59 prigionieri politici come rappresaglia per l’uccisione di cinque militari tedeschi.
Lina, il 13 aprile, fu mandata in un campo di lavoro in Germania. L’inferno di Marassi, dopo le torture subite ad Imperia, aveva contributo a debilitarne il fisico per la fame (il rancio giornaliero era costituito da acqua calda, un cucchiaio di pasta nera  e quattro pezzi di rape) e gli estenuanti interrogatori a cui era sottoposta.
Tutto questo mentre i campi venivano bombardati e nonostante i tentativi di evasione falliti di cui era riuscita, probabilmente, ad informare la famiglia vista la preparazione nel dicembre del 1944 di un documento falso con la sua foto [...]
Rosanna Conte, La gattara di Frontone (seconda parte), Ponza Racconta, 17 marzo 2021 

 

Pagina del Notiziario GNR cit. infra - Fonte: Fondazione Luigi Micheletti

Imperia - Giunge ora notizia che il 5 corrente la G.N.R. dopo lunghe e laboriose indagini ha arrestato il maggiore Enrico ROSSI, il tenente Alfonso TESTAVERDE e il tenente Angelo BELLABARBA. I tre ufficiali, provenienti dal servizio permanente dell'ex esercito regio, avevano tenuti contatti con la professoressa Emanuela MAIFRETT [Meiffret] e con l'amante di lei, Renato BRUNATI, già arrestati dalla G.N.R. il primo marzo c.a. e consegnati alle S.S. di Genova, perché responsabili di attività sovversiva [...] i tre arrestati distribuivano stampati di licenza illimitata ad ex militari non in regola, arruolavano persone per un costituendo battaglione "Principe di Piemonte", sovvenzionavano ex militari, facevano parte del comitato direttivo di liberazione nazionale. I tre ufficiali sono stati consegnati alle S.S. germaniche di Imperia. Le indagini proseguono per scoprire eventualmente altri correi.  
Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 11-06-1944, p. 27
, Fondazione Luigi Micheletti  

Nel campo di Stoccarda Lina Meiffret incontrò, finalmente, un medico umano che le fece ottenere un foglio di trasferimento a Vienna per motivi di salute: un bombardamento aveva distrutto il locale dove erano conservati i dossier degli internati e la prigioniera politica Meiffret poté risultare, secondo il certificato medico, una lavoratrice volontaria, come i tanti che erano partiti dall’Italia per andare a lavorare nella grande Germania pensando ad una collaborazione col popolo tedesco e che invece si ritrovarono ad essere trattati alla stregua di prigionieri, anche se potevano usufruire, per motivazioni eccezionali, di qualche garanzia.
Le conoscenze che Lina aveva a Vienna le consentirono, corrompendo un ispettore dell’Organizzazione Todt che installava bunker e faceva lavori connessi ai disastri della guerra, di ottenere un libretto di lavoro per la cittadina italiana di Dobbiaco dove Lina non si fermò, ma, proseguendo, giunse  in Brianza. Qui si fermò presso amici fino alla liberazione, quando tornò a Imperia.

Rosanna Conte, La gattara di Frontone (terza parte), Ponza Racconta, 21 marzo 2021  

Ohé ragazza che passi/ Con la cesta dei fiori/ Lascia un garofano sulla tomba di Renato.
Guido Seborga

E pure morì sotto il martirio nazista l’animatore d'una delle prime bande a Baiardo: Brunati, il partigiano poeta. E la trista Germania inghiottì Lina Meiffret, prima partigiana.
Italo Calvino, articolo apparso sul numero 13 de La voce della democrazia, uscito a Sanremo martedì 1° maggio 1945

Lina Meiffret, ritornata dai campi di concentramento della Germania... rinvenimento di alcuni dattiloscritti di Italo Calvino relativi ai racconti partigiani, poi raccolti in Ultimo viene il corvo, conservati tra le carte di Lina Meiffret, partigiana sanremese amica e sodale del giovane Calvino... Fonte: Lumsa

Rivedo Lina Meyfrett che pare sempre miracolosamente scampata ad un campo di concentramento e insieme ricordiamo Renato Brunati e Beppe Porchedddu
Guido Seborga
, Occhio folle, occhio lucido, Ceschina, Milano, 1968, ristampa Graphot Spoon-River, Torino, 2012, pag. 45 

Fonte: Laura Hess

Plan Gardena, 27 gennaio 1942
Mia madre mi ha scritto che hai mandato le foto prese da "Paideuma": spero siano riuscite bene.
[...] Tradurrei volentieri delle poesie di Eliot, ma dove trovarle?
Forse Pound potrebbe dare indicazioni.
Come va il lavoro?
Un mio amico tedesco, che va spesso a Parigi e a cui avevo dato l'incarico di prendere dei libri di Breton, mi ha assicurato di avere girato una ventina di librerie senza trovarli: sono esauriti.
Ho cercato a Milano "Il messaggio dell'Imperatore" di Kafka: anche questo è easurito: se a Torino ci fosse sarei ben contenta se me lo mandassi a Sanremo.
Saluti ad Alba [Alba Galleano, moglie di Guido Seborga]. Cordialmente.
Lina
Lettera di Lina Meiffret a Guido
Seborga in Archivio Laura Hess, figlia di Guido Seborga
 

Fonte: Laura Hess

Bordighera, 30 luglio 1943
Carissimo Guido
ricevo con gioia particolare la tua cartolina in data 28 c.m., Anno I° di Libertà [n.d.r.: riferimento alla caduta di Mussolini e del fascismo di pochi giorni prima: doveva, però, ancora  arrivare l'8 settembre...]!
Qua tutto calmo, meno qualche piccolo fatto personale senza alcuna importanza per noi!
Lavoro sempre con Lina a produrre e tradurre.
Solo in questi ultimi giorni il lavoro ha subito un piccolo, logico arresto. Abbiamo pensato molto a te e ai comuni amici, e saremmo naturalmente felici di abboccarci per una "messa a punto" del nostro pensiero [n.d.r.: proseguire nella strada della cospirazione libertaria].
[...] E la stampa come va? Noi la seguiamo ora attentamente, con occhio clinico [n.d.r.: il governo Badoglio in effetti praticava la censura sui giornali]. Ma rimane ancora molto, quasi tutto da fare [parole profetiche]!
L'importante è di trovarci tutti d'accordo per la ripresa, in un "blocco di pensiero e di volontà" [n.d.r.: Brunati presagiva in effetti la Resistenza] che non esiterei a definire "Viribus unitis"! [...]
Lettera di Renato Brunati, con firma di saluto di Lina Meiffret, a Guido Seborga in Archivio Laura Hess, figlia di Guido Seborga

Nel 1946 il curatore del Museo di Grenoble inviò a Guido Seborga, quale presidente dell'Unione Culturale Democratica di Torino, una lunga lettera nella quale si soffermava sulla figura di Lina Meiffret.
Nel dopoguerra, all’epoca del suo soggiorno a Roma, Guido Seborga incontrò Lina Meifrett e parlarono di Renato Brunati e di Beppe Porcheddu.
A Renato Brunati Guido Seborga restò fedele nell’affetto: lo fece rivivere nel personaggio di Renato Bruni del “Figlio di Caino” [
n.d.r.: Mondadori, 1949, ristampa Graphot, 2006].
Giorgio Buridan ha citato Lina Meiffret come una signora francese con cui aveva discusso a lungo a suo tempo a Rapallo e come traduttrice dei The Cantos di Pound in Ezra Pound e l'osteria del porto, (da Fatti e persone della mia vita di Giorgio Buridan, Caraglio 1998, ristampa Nerosubianco, 2021).
Laura Hess, figlia di Guido Seborga, email del 25 luglio 2021

sabato 24 luglio 2021

Genova canta il tuo canto!


Tu mi portasti un po’ d’alga marina
Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
Che è corso di lontano e giunge grave
D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
- Oh la divina
semplicità delle tue forme snelle -
Non amore non spasimo, un fantasma,
Un’ombra della necessità che vaga
Serena e ineluttabile nell’anima
E la discioglie in gioia, in incanto serena
Perché per l’infinito lo scirocco
Se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!
Dino Campana, Donna genovese

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.
Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
Genova canta il tuo canto!
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.
[...]
Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
[...]
Dino Campana, Genova

“Io, Dino”: grande poeta, artista, simbolo, “ma soprattutto uomo”. Riprende vita da Genova in modo inedito, in musica, la figura di Dino Campana: una delle voci (in versi) più profonde del nostro Novecento, autore di una sola, grandiosa opera (i “Canti Orfici") e poi dimenticato, riscoperto postumo solo a fine anni Trenta, dopo la morte in manicomio, grazie a Montale, Ungaretti e altri grandi intellettuali dell’epoca. A riportarlo in scena è il nuovo disco del cantautore genovese Paolo Gerbella, un concept album esclusivamente dedicato a vita e vicende umane - ancora prima del lato artistico - del poeta toscano, che sarà presentato al pubblico per la prima volta oggi pomeriggio, nell’emporio-museo Viadelcampo29rosso, il piccolo “tempio” della memoria dei cantautori della città.
[...] Un totale di 12 tracce - tra cui due poesie integrali di Campana musicate, e 10 canzoni costruite anche grazie a parole, lettere, versi, accenni dell’opera del poeta - in “Io, Dino” si scoprono le origini dei tormenti di Campana (la famiglia, la povertà), si va oltre la leggenda (inesatta, “superficiale”) del “poeta pazzo”, si ripercorrono quasi in ordine cronologico fino a un ultima canzone che pare un testamento gli ultimi, terribili anni di vita (dal 1917 al 1932) nel manicomio di Castelpulci. In mezzo c’è spazio per il rapporto con la madre, per le sedute di elettroshock, per il racconto del viaggio “che pareva senza ritorno” dal porto di Genova fino in Argentina, e pure per sfatare il mito del folle amore con Sibilla Aleramo, “che invece fu solo storia di sesso e altro tipo di emarginazione” [...]
Matteo Macor, "Io, Dino", così la poesia di Campana diventa musica, la Repubblica -Genova, 3 ottobre 2015

La raccolta poetica di Dino Campana nota con il titolo Quaderno è stata pubblicata nel 1942 da Vallecchi nel volume Inediti curato da Enrico Falqui. Il titolo redazionale non deve suggerire un legame d’identità tra il Quaderno, che è l’edizione della raccolta, e l’autografo. Il manoscritto che conteneva quarantadue testi in versi e uno in prosa era un quaderno scolastico, anepìgrafo, mutilo, «pieno zeppo», riferisce Falqui, della scrittura di Campana; è un’anomalia che nel manoscritto non figurasse il nome del poeta. Negli Inediti, peraltro, la censura è intervenuta a sottrarre «un’espressione molto violenta» (p. 313) dalla poesia che nel manoscritto conteneva la principale nota di possesso: «il mio libro» (p. 139).
Manlio Campana, fratello del poeta, nel 1938 intraprese su richiesta di Falqui <1 la ricerca di testi inediti che portò a ritrovare a Marradi il quaderno, e consegnò il manoscritto a Falqui entro l’estate 1941. La nostra conoscenza del «portentoso quaderno campaniano tutto pieno di poesie inedite» <2 dipende dall’edizione facsimilare di poche pagine e dalla descrizione e trascrizione di Falqui: «Il manoscritto passò, insieme a poche altre carte di sorte analoga, tra le mani di Falqui (che lo rese pubblico negli Inediti del 1942) e poi scomparve» <3. Dopo la stampa della princeps il manoscritto era custodito a Marradi: Bonalumi, recatosi nel 1946 a Marradi per studiare il manoscritto, apprese dalla moglie di Manlio che «durante la battaglia d’Appennino» il quaderno era stato «bruciato» e «con molte altre carte del poeta gettato nel fiume sottostante la casa» <4.
Questo lavoro <5 presenta alcuni risultati della collazione delle edizioni falquiane dei testi del Quaderno.
1. Prime edizioni
Il volume Inediti è l’editio princeps del Quaderno ma non è la prima edizione di tutte le poesie della raccolta. Diciannove poesie sono state pubblicate per la prima volta nel 1940 e nel 1941.
La prima edizione di una poesia di questa raccolta indica che il ritrovamento del quaderno risale almeno al 1940: una poesia contenuta in quel manoscritto è stata pubblicata in «Beltempo. Almanacco delle lettere e delle arti», a cura di E. FALQUI e LIBERO DE LIBERO, Roma, Edizioni della Cometa, 1940, e poi, con l’aggiunta di un commento, in E. FALQUI, Giunta ai «Canti orfici» di Dino Campana, «L’Italia che scrive», n. 3, XXIV, Marzo 1941 - XIX. Il titolo Genova è redazionale. Non si fa menzione del quaderno. Falqui spiega che «i ventitre versi inediti di Dino Campana» sono stati «rinvenuti tra le sue carte senz’alcuna indicazione». Il testo è riconoscibile: è la poesia «O l’anima vivente delle cose», testo XXVIII, anepìgrafo, del Quaderno.
[...] Una lettera del novembre 1941 attesta che Falqui temeva la mediazione delle trascrizioni realizzate dal proprietario degli autografi, Manlio: «temo sia tutto ricorretto» <6.
[...] Con la dicitura «Dal volume Inediti di prossima pubblicazione a cura di Enrico Falqui», quattro poesie sono state pubblicate in Il Tesoretto. Almanacco dello «Specchio», Mondadori, 1942, XX, finito di stampare il 25 novembre 1941: A una t... dagli occhi ferrigni, Donna genovese, Une femme qui passe e Furibondo. Il titolo abbreviato sarà invece riportato integralmente negli Inediti [...]
1 Cfr. la lettera di Manlio Campana ad Enrico Falqui del 5 maggio 1938 in Aldo Mastropasqua, Per una storia delle prime edizioni delle poesie di Campana, in Dino Campana nel Novecento. Il progetto e l’opera, a cura di Francesca
Bernardini Napoletano, Roma, Officina Edizioni, 1992, p. 69.
2 Enrico Falqui ad Alessandro Parronchi, lettera del 23 agosto [1941], ivi, p. 91. Falqui attinge al lessico campaniano: cfr. nel Quaderno l’uso di «portentoso» nelle poesie La creazione e La forza.
3 Giorgio Grillo, Introduzione, in Dino Campana, Canti Orfici, ed. critica a cura di Giorgio Grillo, Firenze, Vallecchi, 1990, p. LV.
4 Giovanni Bonalumi, Cultura e poesia di Campana, Firenze, Vallecchi, 1953, p. 15.
5 Questo breve saggio fa parte di una ricerca iniziata anni fa ma in pieno svolgimento. L’ultima mia pubblicazione sul Quaderno è «Il mercato librario in Italia è assolutamente nullo per il mio genere». L’editoria italiana e il caso
Campana, negli Atti del Congresso MOD, AA.VV., Autori, lettori e mercato nella modernità letteraria, a cura di Ilaria Crotti, Enza Del Tedesco, Ricciarda Ricorda, Alberto Zava, Pisa, ETS, 2011.
Frammento di una lettera di E. Falqui ad E. Vallecchi, 8 novembre 1941, pubblicato da Laura Piazza nel suo Contro le «industrie del cadavere». Dino Campana nel carteggio inedito Falqui-Vallecchi, in AA.VV., Autori, lettori e mercato nella modernità letteraria cit., p. 442. Credo che Falqui si riferisca alla trascrizione di «La dolce Lombardia coi suoi giardini» e «Sorga la larva d’antico sogno», come si desume dalla loro Nota al testo (ed. 1942, p. 328): Falqui precisa che non ha potuto vedere gli autografi, che la lezione gli è stata trasmessa dai familiari del poeta e riporta tra virgolette le stesse parole citate nella lettera a Vallecchi su «qualche breve frammento» e «qualche superato rifacimento» di cui non è stata trasmessa neppure la trascrizione. Dopo la stampa degli Inediti Manlio ha permesso la pubblicazione di numerosi altri autografi, ma non ha affidato la loro pubblicazione a Falqui.

Susanna Sitzia, Per una nuova edizione del «Quaderno» di Campana. Testimoni e varianti di tradizione, OBLIO, Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca Anno I, numero 2-3 Ottobre 2011

lunedì 19 luglio 2021

Quello che mi ha colpito è l’immagine del cascinale


Lo spirito con cui Romano rilegge i propri pezzi “occasionali” non è distante da quello con cui si riaccosta alle maggiori opere narrative, in occasione di ristampe e riedizioni. Se nel gennaio 1989 - ripresentando ai lettori "Le parole tra noi leggere" a distanza di vent’anni dalla prima edizione - si soffermava sul rapporto tra lavoro creativo e «veridicità» <20 e definiva quella sua fortunata indagine letteraria sul rapporto con il figlio un «libro di pensiero», qualche mese più avanti inseriva in "Un sogno del Nord" - autentico «libro di pensiero» <21 - ben due testi che insistono sul medesimo tema. Veridicità della scrittura, necessità della memoria <22: fuori da questo binomio, è impossibile comprendere il percorso di Lalla Romano e la sua impressionante coerenza.
[...] A questo proposito è interessante porre - agli stessi testi - una domanda che apparentemente esula dal discorso su Lalla Romano scrittrice ed entra nello specifico della lettrice: qual era il suo rapporto con il giornale fisicamente inteso? Come sfogliava, Lalla Romano, un quotidiano? In cerca di cosa?
La risposta è adombrata in uno degli articoli (La lüna 'd Muncalè) pubblicati in "Un sogno del Nord": un testo in cui Romano rievoca il suo rapporto con un prozio, il matematico Giuseppe Peano, per il quale lei - studentessa universitaria - andava a comprare talvolta i giornali, proprio negli anni in cui il fascismo abbatteva ogni residuale pluralismo di idee.
Dopo il ricordo di quegli anni, tornando a raccontare il presente, Romano si chiede: «Cosa leggo nei giornali?», ammettendo che le «notizie importanti» le devono esser segnalate, poiché a lei, «dei giornali, saltano agli occhi certi particolari […]. Esempio: caso Montelera. Quello che mi ha colpito è l’immagine del cascinale. Immagine così piemontese, familiare, riposante».
Non c'è bisogno di conoscere il caso Montelera per comprendere come tutto il discorso di Romano stia a testimoniare la sua perenne ricerca di letteratura (intesa come «immagine», come «atmosfera»), anche laddove apparentemente letteratura non c'è; anche dentro alla nuda cronaca. «Del resto - continua Romano nello stesso pezzo -, in tutti i campi dell'esperienza accade che un particolare mi si imponga e smuova qualcosa che è come un acuirsi della conoscenza, in senso soprattutto emotivo».
Questa sfida, che è sfida ingaggiata contro la deperibilità di tutte le cose, volontà di riscattare ciò che non è più, di restituirgli vita e restituirlo alla vita - ribadita nella già citata introduzione a "Un sogno del Nord" -, risulta tanto più evidente nella scrittura di viaggio, genere di per sé testimoniale e alimentato proprio dalla volontà di fermare «quello che il tempo porta via» <25.
[...] Evitava - scrive Laura Lilli - «le trappole della banalità o dell’esibizionismo, con una scrittura controllata in cui ogni lacrimosità si dissecca, ogni alone di sentimentalismo evapora» <27. È il risultato di quel confronto «ancora più serrato, potremmo dire senza scampo, con sé stessa», di cui parla ancora Affinati. C’è dunque una qualità critica, ferocemente critica e auto-critica, in questa scrittura: è - come si vede perfettamente in "Le parole tra noi leggere" - un costante mettersi a processo. Se è dura, perfino brutale, la definizione che si dà degli altri e delle vicende che li riguardano, altrettanto lo è quella che si dà di sé stessi e del proprio vissuto.
Non vi è compiacimento, mai. La sentenziosa assertività, la clausola fulminea, acida sono parte di un percorso, personale e stilistico, vòlto a evitare qualsiasi forma di indulgenza e di auto-indulgenza.
Non si può non tenere conto di tutto questo - se si vuole, perfino del dato caratteriale <28 - per rilevare la sostanziale uniformità delle diverse tipologie di scrittura di Lalla Romano. È come se all’origine vi fosse irriducibilmente la volontà di esporre a giudizio l’oggetto del proprio scrivere, qualunque esso sia. L’incipit de "Le parole tra noi leggere" - il cui oggetto è il figlio dell’autrice - si presta a essere inteso quasi come un’indicazione di metodo: "Io gli giro intorno: con circospezione, con impazienza, con rabbia. Adesso, gli giro intorno; un tempo invece lo assalivo". <29
Un paesaggio, una persona, una frase. Perfino i sogni, o le fotografie. I tratti essenziali di un volto <30. Tutto è da Lalla Romano indagato nella direzione di un possibile giudizio: "Quando entrammo nella nostra casa, c’era già Maria. Eravamo di ritorno dal viaggio, e camminavamo in punta di piedi, perché era mezzanotte. Io non conoscevo Maria, se non per averla vista, quando era venuta a presentarsi. Affrontare la conoscenza delle persone mi metteva in grande imbarazzo; così, da una stanza vicina, avevo spiato, attraverso l’uscio socchiuso. Stava seduta sull’orlo della sedia, con i piedi incrociati e le mani raccolte nel grembo; era magra e minuta, vestita di nero: con un colletto, rotondo, di pizzo. Teneva la testa reclinata su una spalla; i suoi occhi azzurri e fermi, dalle palpebre piegate all’ingiù, avevano un’aria rassegnata e un po’ triste. Non ne avevo concluso niente: più che altro avevo pensato che era una figura adatta a ritrarsi nei quadri". <31
«Non ne avevo concluso niente»: anche nell’incipit del romanzo "Maria" (1953) si avverte la presenza di uno sguardo severo e, appunto, critico in perenne ricerca di una sintesi. Si legge poco più avanti: «Anche la casa era nuova, per me»; «Di fuori, la casa era una grossa palazzina»; «Era una casa silenziosa». Nel capitolo VI, a proposito del medesimo oggetto: «La casa di Torino non mi dispiacque. Le trovai qualche somiglianza con l’altra; solo le proporzioni erano cambiate».
20 ROMANO, Le parole tra noi leggere, Einaudi, Torino 1998, p. 271 (Poscritti e conclusione).
21 Giovanni Tesio evidenzia, attraverso Un sogno del Nord - libro così caratterizzato da una forte «consapevolezza dell'arte», dalla costante riflessione dell'autrice sul proprio lavoro - lo «sviluppo di una vera e propria - filosofica - “visione del mondo” (se è vero che “tutte le opere di poesia sono opere filosofiche, non sistematiche s’intende” e che i romanzi che non sono filosofici “non sono nulla”» (TESIO, Il cuore («imperdonabile») di “Un sogno del Nord”, cit.).
22 ROMANO, Un sogno del Nord, cit., p. 197.
25 ROMANO, L'eterno presente. Conversazione con Antonio Ria, Einaudi, Torino 1998, p. 69. Si affronta questo tema specifico nel capitolo II del presente studio.
27 Laura Lilli, Una vita tutta scritta che si specchia nel Novecento, in «la Repubblica», 27 giugno 2001, pp. 38-39.
28 Affinati, Fedrigotti, Orengo
29 Le parole tra noi leggere
30 Un americano a Torino (Un sogno, p. 101): «A ripensarci poi, la sua faccia era davvero da americano, formula puritana (che io chiamo “protestante”): lunga e stretta un po’
ispessita in basso; ma io l’avevo già iscritto nella categoria - più larga - delle fisionomie che non sono illuminate da occhi e sguardo eccezionale».
31 Maria, p. 9
Paolo Di Paolo, La scrittura critica di Lalla Romano, Tesi di laurea, Università degli Studi Roma Tre, 2012

È stato come se una vita sola non ti bastasse. E infatti ne hai vissute due, Lalla. Ricche entrambe.
Eri occitana, venivi da Demonte. Tuo padre era un geometra comunale con l’animo d’artista. Fu pittore e fotografo provetto. Tuo zio materno era Giuseppe Peano, il grande logico matematico.
La vita, fin dall’infanzia, ti ha messo a disposizione tutte quelle persone che negli anni hanno sempre saputo indirizzare le tue passioni.
Ma incontrare le persone giuste, non basta. Il tuo talento stava nel saperle riconoscere.
Lionello Venturi ti fu maestro di gusto negli anni dell’Università, a Torino.
Fu lui ad indirizzarti da Felice Casorati, maestro d’arte. Diventasti una pittrice consapevole sotto il suo magistero.
[...] Montale annotò a matita i tuoi fogli, apprezzò tuoi versi. Fu forse il tuo primo lettore ufficiale. Ti rimase affezionato per tutta la vita. Fu così che iniziasti a scrivere per lui di mostre d’arte a Torino. Da pittrice, ma forse già da scrittrice. Poeta, per la precisione. Ché nel 1941 pubblicasti la tua prima silloge, “Fiore”, con Frassinelli. Ne regalasti una copia a Giulio Einaudi, con una dedica puntuta: “a chi non ha voluto stampare questo libro”. Nacque così la vostra amicizia, Lalla. Einaudi fu il tuo editore per tutta la vita.
[...] Fu Flaubert e fu la guerra. Bombardarono la vostra casa torinese. Riparaste a Cuneo. La tua prima vita venne rinchiusa in decine e decine di bauli. Li riapristi a Milano, nel 1947, quando con Piero raggiungesti Cenzo. L’anno appresso arriverà in città anche Montale che andrà a vivere in via Bigli. Non abbandonerete mai più Milano.
[...] Hai sempre avuto un rapporto fisico con la scrittura. Retaggio del tuo passato di pittrice. Hai sempre scritto a mano ogni prima stesura: la penna era il pennello, il foglio la tela. Il tavolo del soggiorno rimase ingombro di carte fino all’ultimo tuo giorno di vita.
[...] Lo Strega nel 1969 per Le parole tra noi leggere (verso rubato al tuo Montale) portò gioia e tristezza.
Piero non amò essere al centro della tua narrazione. Eppure quante donne, quante lettrici, vennero a trovarti a casa per un consiglio. Tu, che ti sentivi una madre fallita, non capivi come poter aiutare quelle amiche sconosciute. Eppure non hai mai rifiutato un incontro, un appuntamento, da pari a pari.
Gianni Biondillo, Lalla Romano, Storie Milanesi

mercoledì 14 luglio 2021

Caro Sereni / Mi compiaccio con Lei per la sua buona volontà

Ottone Rosai, Carlo Betocchi, 1954-’55 - Firenze, Museo Novecento - Fonte: il Manifesto  

Tullio Pericoli, Vittorio Sereni, 1993 - Fonte: Tullio Pericoli

A volte le lettere trasmettono la ‘voce’ mentale di un poeta più chiaramente delle sue opere. Accade, in particolare, per Vittorio Sereni: si ha l’impressione, o l’illusione, che le situazioni e i dialoghi delle poesie entrino in risonanza con il suo epistolario, ne proseguano il discorso. Non è una questione di autenticità o di utilità: i carteggi di Sereni sono preziosi per commentare i suoi libri, certo, ma non più di quanto accada per altri autori novecenteschi. Il punto è che Sereni scrive le poesie come scrive le lettere, con la stessa postura e il medesimo pathos della ferialità. Per fortuna, abbiamo molte occasioni per ascoltare quella ‘voce’: dal centenario della nascita (2013) a oggi sono stati pubblicati i carteggi con Anceschi, Bodini, Gallo, Luzi, Ungaretti, che si sommano tra gli altri a quelli con Bertolucci, Parronchi, Saba usciti in precedenza. Un nuovo volume si aggiunge ora alla serie: Vittorio Sereni-Carlo Betocchi. Un uomo fratello. Carteggio (1937-1982),  Mimesis, pp. 248, euro 24,00. Clelia Martignoni firma il saggio introduttivo, mentre l’edizione e il commento, ampio e preciso, sono curati da Bianca Bianchi, già redattrice dell’Almanacco «La Rotonda», diretto dallo stesso Sereni con Piero Chiara. I materiali, conservati a Luino nell’Archivio Sereni, comprendono 172 documenti, tra i quali 150 lettere, per lo più manoscritte, la maggior parte delle quali ha per mittente Betocchi. Anche per questo, Un uomo fratello è un libro che parla di Betocchi almeno quanto parla di Sereni, sebbene il primo, per attitudine all’umiltà, finisca per assumere un ruolo tra il maieutico e l’ausiliario nei confronti del secondo. Tra le qualità di Betocchi c’è infatti la capacità di intuire gli esiti della poesia di Sereni e di trovare i giusti toni per incoraggiarlo o interpellarlo; a volte perfino per rimproverarlo, come in una lettera della fine del 1955: «Non mi dare dispiaceri. Fai l’uomo, smetti di ricoverarti dietro tante timidezze».
Milano-Firenze, crescente distanza
L’estensione cronologica del carteggio permette di seguire la vita e l’opera dei due autori nell’arco di un mezzo secolo denso di cambiamenti. Nell’esistenza di Sereni s’inanellano la prigionia, la famiglia, gli onori e gli oneri del lavoro editoriale (cui spesso queste lettere alludono); in quella di Betocchi, le trasferte e la fede perduta dopo la malattia e la morte della moglie. Per entrambi conta e resiste la scrittura, mentre le trasformazioni della società italiana lasciano segni profondi su uomini e libri. Di anno in anno, attraverso le parole e le idee condivise dai due amici, si percepisce ad esempio la crescente distanza tra la Firenze di Betocchi, capitale di una cultura primonovecentesca in esaurimento, e la Milano industriale di Sereni, necessaria alla maturazione dei suoi grandi libri, anche se non sempre amata. «E del resto se mi guardo attorno, che cosa dà più Milano?», scrive Sereni in una lettera del luglio ’54; e prosegue: «Sì, qualche amicizia davvero cara e di cui ho bisogno; ma per il resto pagliacciata e commercio anche di quelle poche ragioni che una volta ci facevano vivi».
All’anagrafe, poco meno di una generazione separava Betocchi (nato nel 1899) da Sereni (nato nel 1913): «In fondo io sono ancora uno, quanto a spirito e conoscenza del mondo, uno del primo ventennio del secolo», scrive Betocchi nell’ottobre del 1980. In effetti, le prime lettere, risalenti all’estate del ’37, tradiscono ancora una certa asimmetria dei ruoli: Betocchi è un poeta già noto (Realtà vince il sogno era uscito nel 1932), Sereni un esordiente. Il carteggio prende spunto proprio dalla pubblicazione dei primi versi sereniani sul «Frontespizio», la rivista fiorentina fondata da Bargellini, per la quale Betocchi curava la rassegna poetica. Fin dall’inizio, però, il tenore delle lettere è tale da ridurre le distanze: «Caro Sereni / Mi compiaccio con Lei per la sua buona volontà; mi dolgo per quel che di meno sereno ha potuto turbarlo nella cerchia dei suoi amici, che sono anche i miei, che si amano poeti». Non è un caso se tra le parole ricorrenti nel carteggio, quasi come un suo Leitmotiv, risalta l’aggettivo ‘umano’, che qualificherà il titolo del libro più importante di Sereni, Gli strumenti umani (per il quale l’autore aveva pensato anche a un’alternativa, Teatro di parole, di ascendenza betocchiana). Del resto, è proprio in una lettera all’amico (4 luglio ’54) che si riconosce l’occasione di partenza più tardi rielaborata da Sereni nella poesia Il muro degli Strumenti: «Vorrei raccontarti d’una sera che andai a vedere un torneo notturno di calcio proprio dietro la chiesa del cimitero e si levò una specie di bufera con lampi e gran polvere».
Quanto all’‘età’ letteraria, i due poeti si consideravano coetanei. Betocchi, convinto della prossimità fra gli autori della cosiddetta terza generazione (in particolare Sereni, Caproni e Luzi), si sentiva più vicino a loro che non a Montale e Ungaretti. È su questa base che, ne primi anni cinquanta, insiste (invano) con Sereni perché gli dia una raccolta delle sue poesie da pubblicare per Vallecchi: «Da una conversazione lunga, fatta ieri sera con Luzi che si è convinto - scrive Betocchi il 3 aprile 1953 - emergevano altre ragioni, per tutti, richiedenti la raccolta in volume, la presentazione compatta in catalogo, e l’uscita poco dopo distanziata delle poesie di Luzi, Sereni, Caproni, Parronchi, Betocchi». L’opportunità di allineare questi autori, fra i quali Betocchi s’include, dipendeva tanto dalla volontà di superare la categoria di ‘ermetismo’ per un «nucleo di poeti, che ha carattere assai compatto di nascita e d’interessi»; quanto dall’esigenza di «presentare la poesia soprattutto dei primi fra i poeti nominati per quello che è realmente, l’unico punto stabile di necessario passaggio dagli Ungaretti Montale ai poeti futuri».
Il problema della linea lombarda
Irriducibile all’ermetismo, Sereni si sottrae anche ad altre forzate assimilazioni: come osserva giustamente Martignoni nell’introduzione, «l’elogio “lombardo” di Betocchi» è un’«altra cosa rispetto all’angusta chiusura nella “linea lombarda” prospettata a suo tempo nell’antologia omonima». Il riferimento è a uno scambio avvenuto tra il marzo e l’aprile del ’58. «Quando sei lombardo - aveva scritto Betocchi - sei della migliore stirpe per interpretare la modernità della storia». «Dalle tue parole - risponde Sereni - sono quasi indotto a pensare che dal poco di nuovo che ho messo fuori vada facendosi strada quel tanto, non più di lombardo, ma di milanese addirittura con cui lotto ogni giorno, non per sopprimerlo ma per ridurlo a ispirazione». È quasi una sintesi della poetica che di lì a pochi anni si compirà negli Strumenti umani. «Nella sua disperazione», quel libro rappresenta, secondo Betocchi, «la giustificazione più intensa» di tutta la storia di Sereni (23 ottobre ’65). La lettera «mette il dito nella piaga», risponde l’autore pochi giorni dopo (31 ottobre), perché lo «raggiunge più nel segreto», con tutte le «vergogne scoperte». Il nuovo libro è poco congeniale a Betocchi, che in una lettera a Caproni - lo ricordano Bianchi nel commento e Martignoni nell’introduzione - confessa di preferire le opere precedenti alla «poesia Milano-Industria».
Ha ragione Sereni allora quando, nell’articolo sugli Strumenti scritto da Betocchi per il «Giornale d’Italia», legge «un’insoddisfazione e un rammarico, non di ordine critico-estetico, ma umano e morale», una sorta di «nostalgia» per com’era o appariva «una volta» (lettera del 5 aprile ’66). È il tratto in cui il carteggio diventa più acuto, ma non polemico o recriminatorio. Tant’è vero che l’attenzione e la comprensione non vengono meno. Betocchi prevede ad esempio l’importanza che Char, tradotto da Sereni, avrà anche per la poesia dell’amico: un lavoro - gli scrive in una lettera del novembre ’74 - «che, penso, ti sarà fonte di altro tuo lavoro personale». E così sarà: quel «lavoro personale» si realizza nella sezione quarta (Traducevo Char) dell’ultima raccolta sereniana, Stella variabile. La lettera finale del carteggio, datata 6 febbraio 1982, si chiude proprio sui «rinnovati rallegramenti» per l’uscita di quella raccolta. Tempo un anno e Sereni, l’«uomo fratello» (così ‘battezzato’ in una lettera del maggio ’48), muore nella sua casa di Milano. Betocchi gli sopravvive fino al 1986, quasi cinquant’anni dopo la sua presentazione delle prime poesie sereniane nel «Frontespizio».
Niccolò Scaffai, Fra Sereni e Betocchi risalta l'aggettivo umano, il Manifesto, 6 giugno 2019
 

Sabato 5 ottobre, alle ore 17.30, nella Sala Conferenze di Palazzo Verbania di Luino si terra’ la Presentazione del volume “Vittorio Sereni - Carlo Betocchi. Un uomo fratello. Carteggio (1937-1982)” - Mimesis Editore, - a cura di Bianca Bianchi, introduzione di Clelia Martignoni.
Ne parlano Gianmarco Gaspari e Giulia Raboni con Bianca Bianchi e Clelia Martignoni. Documento di una profonda solidarietà umana e intellettuale, il carteggio fra Vittorio Sereni e Carlo Betocchi illumina di nuovi riflessi il dibattito sul fare poesia in Italia negli anni del secondo conflitto mondiale e della ricostruzione.
Lo scambio epistolare inizia alla fine degli anni Trenta, quando Betocchi favorisce l’esordio di Sereni su «Frontespizio», e si sviluppa ininterrottamente fino al tempo della sua piena maturità e della definitiva affermazione, chiudendosi solo in seguito alla prematura scomparsa del poeta luinese avvenuta nel 1983.
Bianca Bianchi, laureatasi all’Università di Milano con Marino Berengo, è stata redattrice dell’Almanacco Luinese “La Rotonda” (1979-1984), diretto da Vittorio Sereni e da Piero Chiara. Ha pubblicato alcuni saggi sul carteggio con Carlo Betocchi (2010, 2012), e ha curato il volume Poeti francesi letti da Vittorio Sereni (2002).
Redazione, Sereni, Betocchi: grande letteratura a confronto, VareseNews, 4 ottobre 2019

Nuovo appuntamento con la cultura presso Palazzo Verbania a Luino, con la presentazione del volume “Vittorio Sereni - Carlo Betocchi. Un uomo fratello. Carteggio (1937-1982)”, in programma per il pomeriggio di oggi, sabato 5 ottobre.
Il libro, edito da Mimesis, verrà presentato da Gianmarco Gaspari e Giulia Raboni, che divideranno il microfono con l’autrice Bianca Bianchi e con Clelia Martignoni che ha curato l’introduzione del progetto.
Il carteggio tra Sereni e il poeta torinese Betocchi è un documento di profonda solidarietà umana e intellettuale. Illumina di nuovi riflessi il dibattito sul fare poesia in Italia negli anni del secondo conflitto mondiale e della ricostruzione.
Lo scambio epistolare, come spiegheranno i relatori, parte dalla fine degli anni Trenta, quando Betocchi favorisce l’esordio di Sereni su “Frontespizio”, e si sviluppa interrottamente fino al tempo della sua piena maturità e della definitiva affermazione, chiudendosi solo in seguito alla prematura scomparsa del poeta luinese, avvenuta nel 1983.
Bianca Bianchi, laureatasi all’università di Milano con Marino Berengo, è stata redattrice dell’almanacco luinese “La Rotonda” (1979-1984), diretto da Vittorio Sereni e da Piero Chiara. Ha pubblicato alcuni saggi sul carteggio con Carlo Betocchi (2010, 2012), e ha curato il volume “Poeti francesi letti da Vittorio Sereni (2002).
Redazione, Luino, i carteggi di Vittorio Sereni e Carlo Betocchi a Palazzo Verbania, Luinotizie, 5 ottobre 2019
 
[...] Il 22 ottobre 1956 Sereni dattiloscrisse a Betocchi una lettera dedicando un disponibile e al contempo cauto pensiero a De Giovanni: "A proposito di De Giovanni debbo dirti che non ho visto il numero di «Letteratura» di cui mi parli. È una rivista ormai quasi fantomatica che non ricevo e che non mi capita mai tra le mani. Si potrebbe avere una copia del numero? Forse però non ti ho spiegato che la mia collezione della Meridiana è finita. C’è in corso un’altra iniziativa in cui ho parte, senza però la responsabilità così precisamente personale che avevo prima. Bisogna almeno vedere come si avvia per prendere in considerazione il nome di De Giovanni. Per questo dovrà passare del tempo, ma se intanto riceverò il numero di «Letteratura» potrò farmene un’idea". <14
[...] Betocchi, non ignaro della situazione né incurante, volle ancora ma delicatamente ricordare a Sereni di prendere in considerazione De Giovanni in apertura di una lettera (conservata, anche questa, a Luino) del 22 dicembre 1956:
"Mio caro Vittorio,
abbi gli auguri di Natale e di capo d’Anno: riprendo una tua lettera d’un mese fa, <22 che non aveva avuto risposta. Ti ringrazio se, col tempo, potrai dare uno sguardo ai versi di quel De Giovanni: se poi non incontreranno il gusto tuo e della tua nuova collezione (il bel “Levania” di Sergio Solmi, da lui ricevuto, ma che - con la tua nota - devo ancora leggere, è forse il primo numero della tua nuova raccolta?) fammelo sapere: proverò altrove, il poeta De Giovanni, autentico stagnino, è così ingenuo e fiducioso nell’aiuto di noi che pensa contiamo qualcosa!
" [...]
14 Si rimanda al carteggio Sereni-Betocchi in corso di stampa.
Alessandro Ferraro, «Almeno il suo giudizio». L’esordio poetico di Luciano De Giovanni nello scambio epistolare con Carlo Betocchi e Vittorio Sereni, «Quaderni del '900», XVIII, 2018

Ecco dunque come Sereni ridimensiona la narratività praticata da uno «scrittore a base autobiografica», quale lui è:
"L’esistenza lascia certi segni - quelle lesioni o ustioni o ferite, quegli attriti e magari anche conflitti d'idee che appartengono al tempo, che passano nell'esistenza di un uomo. Che cosa fa lo scrittore a base autobiografica che una volta che abbia deciso di operare uno scarto rispetto ad essi e al quale non basti il documentarli o il descriverli o - sia pure - il 'cantarli'? Si affida ad una forza inventiva che non può non venirgli se non da una combinazione o connessione di fatti e di dati, dell’intuizione <3 di certi nessi... egli demanda, conferisce mandato a determinate situazioni e scorci di sviluppare la fecondità supposta dei moventi. Impropriamente pensavo dunque a una mia inclinazione essenzialmente narrativa, nonostante un certo apporto che tale può essere considerato, una certa piega frequentemente narrativa. Mi esprime meglio una frase colta a caso in un recente ‘pezzo’ di Betocchi, fondato probabilmente su presupposti affatto diversi: «E così, penso ora alla poesia quasi come a un TEATRO DI PAROLE, dove le parole sono come persona, e e penso con i miei difetti, vizi, infinite mutabilità». Strano, non avevo mai pensato al teatro (ed ero quasi tentato di rubare l’espressione a Betocchi per dare questo titolo al libro: teatro di parole. Continuerebbe a non piacere a Niccolò con la giustificazione che sto fornendo?). Il mio sforzo sempre più evidente è appunto quello del mandato ad altri (situazioni e figure evocate, evocazioni di situazioni e figure) a interposte persone, lo sviluppo dell’emozione di partenza". <4
Non ci sarebbe forse bisogno di sottolineare come la nozione, già caproniana, di «interposta persona», messa criticamente in auge una quindicina d’anni fa da Enrico Testa, <5 aiuti qui a Sereni a tematizzare il tipo di ‘alienazione’ espressiva (il fortiniano mandato) da lui posto in essere. Narrare attraverso contenuti che non appartengono direttamente al soggetto lirico, ma che lo hanno segnato e continuano a condizionarlo, significa rappresentare un accadimento in actu; secondo un’intenzionalità ben diversa da quella che mira a riferire e ordinare eventi ed esistenti in sequenze testuali dotate di una loro diegetica coerenza. (Ma su questa distinzione dovrò peraltro tornare più avanti.)
3  Sic: ma forse andrà letto «dall’intuizione».
4  Vittorio Sereni, cit. nella Nota introduttiva di Giulia Raboni a PP 30-31.
5  Enrico Testa, Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento, Roma, Bulzoni, 1999.

Paolo Giovannetti, Se, e come racconta la poesia di Vittorio Sereni, Vittorio Sereni, un altro compleanno, a cura di Edoardo Esposito, Ledizioni, 2014

mercoledì 7 luglio 2021

Serra appare sempre sensibile al cromatismo


Una vista notturna di La Spezia - Fonte: Wikipedia

La città natale [La Spezia] assume un valore affettivo molto forte proprio perché finisce per coincidere con la figura materna, e il suo sconvolgimento definisce nel poeta [Ettore Serra] quasi una seconda perdita, come emerge dalle prime strofe de "La casa immaginaria!" (vv. 1-18, p. 49-50), uno degli ultimi testi della sezione <143:
Dopo tanto penare
e girovagare,
ho ritrovato
la mia città:
distrutta.
In quegli spazi
già inclusi nelle nostre care stanze,
respirava mia madre.
(Per l’azzurra
notte superstite,
come ne’ miei capelli
risento le sue
affilate carezze).
Tento ricostruirla, la mia casa,
con una geometria immaginaria:
incroci di righe invisibili,
labile fumo nell’aria,
di cui vanisce ogni traccia.

Questo testo rappresenta un unicum nel panorama della raccolta per il suo stile conciso (da contrapporre allo stile solitamente prolisso di Serra) e apparentemente asettico, dietro al quale, in realtà, si nasconde un forte coinvolgimento emotivo.
Inoltre, la sinteticità e il breve dispiegarsi del verso, dove il posizionamento di ogni singola parola risponde a una precisa strategia sul piano semantico - come accade soprattutto nell’esordio - stabiliscono un legame diretto (e visivo) con la costruzione dei testi ungarettiani de "Il porto sepolto".
La prima strofa si delinea grazie alla giustapposizione di versi brevi che, portatori di un nucleo autonomo di significato, vanno modellando progressivamente il messaggio.
I due versi iniziali sono rispettivamente occupati da due voci verbali all’infinito, che rispondono alla doppia funzione di fornire l’antefatto della narrazione e di presentare il protagonista: entrambe parasintetiche, la prima pone l’accento sullo stato d’animo di ‘pena’ del poeta, motivato poi nel secondo verso dal suo stile di vita da ‘girovago’ - immagine cara al poeta che già nell’esordio di "Esule", «col batticuore ho corso tutto il mondo», affidava la sua identificazione al viaggio <144. Ma al termine di questo viaggio il protagonista ritrova «la sua città: / distrutta», dove la forte pausa impressa dalla punteggiatura e dalla fine del verso crea un effetto di suspence che, oltre a conferire una grande forza espressiva al passo, isola il termine chiave ‘distrutta’ sottolineandone il forte valore connotativo.
[...] Allo spazio chiuso dell’abitazione si contrappone l’aria aperta della notte «azzurra» (Serra appare sempre sensibile al cromatismo), che si innalza sopra alle macerie e rispetto a esse è «superstite»: surrogato del respiro materno, la brezza notturna scompiglia i capelli del poeta con le sue «affilate carezze»; il gesto della ‘carezza’, intimo e delicato, è tratto distintivo della madre e appare ogni volta che il poeta la ricorda, come per esempio in "Sabbia nel porto" «ed era una carezza, / solo intravisto, quel bianco sì terso», (vv. 17-18, p. 39) o in "Verso l’ultimo approdo" «caldi della materna carezza la guancia» (vv. 4-5, p. 71).
[...] Se l’abitazione finisce per coincidere con l’infanzia, la sua distruzione corrisponde all’avvento dell’età adulta, come si legge nell’esordio della quinta strofa «ecco, e dal candido / limitare d’infanzia / qui mi sorprendo / sulle macerie» (vv. 24-27). Mentre il poeta è «quasi vegliardo», l’immagine della madre persiste «giovane ancora, bellissima» (v. 30), cristallizzata come fuori dal tempo; ma «nell’amoroso / sogno» che li lega, anche il poeta rimane «quel bimbo d’allora» (vv. 32-34), dove la venatura sensuale autorizza una sovrapposizione con la figura della moglie.
Questa raffigurazione ambigua, oltre a rintracciarsi in altri testi della raccolta come "Sabbia nel porto" (p. 39), sarà proficua all’interno dell’intera produzione dell’autore che, soprattutto in seguito alla malattia e dipartita della moglie, affiancherà spesso le due figure femminili.
Anche in Caproni si trova una sovrapposizione simile, come si legge, per esempio, ne "L’ascensore" dove mima un fidanzamento con la madre.
L’immagine conclusiva della tomba materna, sulla quale trascorre il vento «solingo», si contrappone alla vacuità e inafferrabilità del ricordo e riporta bruscamente il poeta sul piano del presente. Allo stesso modo anche nel sonetto "D’estate" ("presso una moschea") - analizzato nel capitolo precedente - l’atmosfera languida veniva turbata dall’affiorare lontano di una tomba spazzata dal vento; il camposanto ricorre anche in altri due testi della sezione dedicati alla città natale - "Pianto di madre sul mondo" e "Alla Spezia" - sempre con la funzione di controbilanciare lo slancio del ricordo.
Rispetto a "Pianto di madre sul mondo", datata «La Spezia, Gennaio 1946» e dal taglio fortemente patetico, "Alla Spezia" appare più interessante come testimonianza delle sfumature stilistiche rintracciabili all’interno della raccolta.
L’ode per la città ligure, scritta a Marsiglia nel 1948, è composta da una strofa unica di sessantotto versi dal metro vario (in prevalenza settari ed endecasillabi) e viene pubblicata per la prima volta tra le pagine de "La casa in mare"; attraverso la dedica intrecciata, «A Manara Valgimigli / in memoria di Severino Ferrari / della Spezia amatissimo», Serra intende nobilitare la sua città e allo stesso tempo giustificare il suo intento di lode. Infatti, come precisa nelle "Note" poste in chiusura del volume, entrambi gli intellettuali furono profondi estimatori della città ligure: il grecista Manara Valgimigli fu insegnante alla Spezia tra il 1903 e il 1905 nel medesimo liceo dove, alcuni anni prima, fu impiegato anche il poeta Severino Ferrari, il quale dedicò alla Spezia una corona di sei sonetti (Serra ne riporta il primo, "Fonte") <145.
143 Tra le Note conclusive della raccolta (p. 90), Serra puntualizza che la prima pubblicazione de "La casa immaginaria" avvenne, «con qualche mutazione», tra le pagine della «Fiera Letteraria» nel 1951.
144 Nella scelta della voce verbale «penare» si può rintracciare una ripresa della presentazione che a sua volta fa di sé l’autore del "Porto sepolto" nella lirica "Pellegrinaggio": «Ungaretti / uomo di pena», vv. 11-12, p. 46. L’edizione di riferimento per l’opera di Ungaretti è "Vita d’un uomo" (1969), cit.; per eventuali altri richiami ci si limiterà a riportare solo il riferimento alla pagina.
145 E. Serra, "Note" a "La casa in mare" (1959), cit., pp. 91-92.

Simona Borghetti, “Un amore a lungo termine”: Ettore Serra poeta tra i poeti, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Pisa, Anno accademico 2012/13