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lunedì 27 aprile 2026

Primo Maggio d'antan


Per tanti anni, di sicuro sino al 1968, la Cgil celebrava con un comizio il Primo Maggio nel mercato coperto di Ventimiglia, allora ancora Mercato dei Fiori. Nel 1965 oratore ufficiale fu Lorenzo Trucchi, ventenne, da pochi mesi segretario della locale Camera del Lavoro. Veniva utilizzato un piccolo palco, poco più di una scala, fornito gratuitamente dal Municipio e adornato con i fiori donati da una pregiata ditta di esportazione con sede nell'ancora esistente stabile dell'ex Conceria di Via San Secondo. Al sonoro, al tempo, provvedeva una nota ditta di elettricisti, ben presto usa a lasciare in loco in modo permanente delle sorte di enormi trombe di foggia antiquata, gli altoparlanti insomma.
Altre due similari iniziative il sindacato teneva in provincia di Imperia a Sanremo e nel capoluogo.
Nel 1969 ci fu il Primo Maggio unitario Cgil Cisl Uil e così per diversi anni ancora, con momenti significativi e principali a Ventimiglia, Sanremo e Imperia.

Nel 1971 alcuni partecipanti ad un ciclo di lezioni dell'Istituto di Studi Comunisti delle Frattocchie sui Colli Albani, ciclo che era appena stato prolungato di un mese, parteciparono al Primo Maggio di Roma nella tradizionale Piazza di San Giovanni. I colleghi più vicini come abitazioni erano rientrati a casa per una breve vacanza, mentre quel piccolo gruppo poteva usufruire dell'automobile di uno di loro, un giovane operaio di Parma: non si stupirono, pertanto, di trovare agevolmente in un giorno di festa parcheggio per il loro mezzo, dato che questa possibilità era già loro capitata addirittura nei pressi della stazione ferroviaria di Roma Termini, allorquando, prima di entrare in un cinema qualsiasi, avevano tentato - anche se già paghi dell'ottima cucina della loro scuola - l'esperienza di una trattoria tipica, rimanendo invero soddisfatti.


Per diverso tempo, con epicentro negli anni Ottanta, nei dintorni di zona Due Strade a Bordighera nel magazzino in aperta campagna di un noto imprenditore, dirigente comunista e consigliere comunale nella città delle palme, si teneva un pranzo del Primo Maggio, al quale era ospite d'onore un ex comandante partigiano, già deputato del Pci. Dei selezionati compagni che parteciparono a quegli appuntamenti, spicca immancabilmente nelle rare rievocazioni connesse ad occasionali conversazioni la figura di un omone baffuto e calvo, un uomo di poche parole e diligente segretario - non c'erano ancora i cosiddetti "portaborse" - dei vari parlamentari comunisti della provincia, nella sua Sanremo ancora più ricordato come impegnato dirigente di una squadra giovanile calcio, la quale diede il nome ad un affermato sul piano nazionale torneo Primavera di quello sport.


A Ventimiglia Alta, invece, in quel frattempo i pranzi del Primo Maggio presso la società operaia prossima alla Chiesa di San Michele avevano, in quanto a partecipazione, delle caratteristiche da arco costituzionale, come si diceva allora, e invitato principale un sindaco, affermato professionista, che da studente aveva sudato ben più delle proverbiali sette camicie: imperavano lassù fave e salame, ma soprattutto le fave, ammanite in tante maniere.

Adriano Maini

domenica 7 dicembre 2025

Rievocava escursioni gastronomiche



Apolitico, per non dire qualunquista, era, invece, Carlo, simpatico e cordiale, Carlo che aveva ben conosciuto i "vitelloni" di Ventimiglia, ma che le sue avventure femminili se le era cercate tutte da solo.
Dopo una dozzina d'anni trascorsi nella città di confine, era tornato a Parma, dove, lavorando nella sanità, non solo conobbe almeno un altro importante - per la qualifica professionale acquisita - immigrato da questa costa, ma anche cugini di un suo vecchio sodale.
Negli ultimi tempi, ormai pensionato, amava fare lunghe conversazioni telefoniche con gli amici della zona di Ventimiglia, che talora metteva in contatto tra di loro, come per il caso della ricerca di vecchi fumetti.
Poteva chiedere notizie di un ex ragazzo di Nervia, che aveva frequentato con lui l'avviamento professionale a Ventimiglia Alta, ma poteva essere lui ad informare del prossimo arrivo per le ultime edizioni della Battaglia di Fiori di chi avrebbe aiutato con i suoi consigli alla costruzione di carri - i cui capannoni erano piazzati nell'area dell'ex deposito locomotori di Nervia - dei giovani non ancora del tutto rodati, lui che, però, dei carri di un tempo ricordava poco o nulla.
Poteva stupirsi di ritrovarsi in una vecchia immagine di quando giocava - senza mai incontrare, però Ferenc Puskás, che tra quei ragazzi talora si allenava - negli juniores della Giovane Bordighera, il cui campo casalingo, sulla storica spianata del Capo, allo stato attuale è soprattutto un parcheggio.
Rievocava escursioni gastronomiche in Val Roia e in Val Bevera con uno zio acquisito, valente e noto panettiere della città di confine.
Soprattutto si sentiva ancora un ragazzo di Via Regina, come viene chiamata ancora da qualcuno Via Dante a Ventimiglia, dove aveva intessuto la maggior parte delle sue relazioni in cifra locale: non potevano allora mancare menzioni di un vecchio campetto di calcio dei dintorni o di una certa pianta di deliziose carrube.
Significativo, poi, il senso di come si tenesse in contatto con tanti ex compagni delle scuole elementari: certo tornava spesso in questo territorio, ma non mancava quasi mai di partecipare agli incontri conviviali spesso organizzati da quegli ex alunni con il loro maestro. 
 
Adriano Maini 

 

mercoledì 3 settembre 2025

Autoscontri, giostrine, baracconi, fotografie...

 




E così anche a Bordighera, sulla passeggiata a mare, c'era un tempo un servizio a pagamento di automobiline a pedali, che, tuttavia, non risulta abbia mai avuto una ancorché pallida eco letteraria, come invece tuttora accade per analoga pregressa fattispecie ubicata nelle vicinanze dello zoo di Milano, ogni tanto ricordata quanto meno in qualche libro poliziesco.



La tradizione orale non tramanda per Bordighera, invece, tracce di giostrine, autoscontri, luna park o "baracconi", come dicevano certi ragazzotti di un tempo, che si trovavano sparsi tra Camporosso e Ventimiglia.
In quest'ultima città in almeno un'occasione gli autoscontri vennero collocati in uno scomparso cortile interno di una via centrale, ma era la piazza del Municipio ad ospitare più spesso tali attrazioni.
 
Camporosso (IM): Piazza d'Armi

Queste, quando venivano poste nell'altrettanto scomparso campo di calcio di Piazza d'Armi lungo la Via Aurelia a Camporosso, al momento dei traslochi lasciavano, al pari dei tendoni e dei carri di circhi, che di tanto in tanto si mettevano là, su quello, che definire un prato erboso era molto arduo, solchi evidenti sul terreno, accentuati dagli effetti delle piogge che non mancavano mai: al punto da domandarsi dove andasse nel frattempo a giocare la squadra di calcio dilettanti della Ventimigliese, che a tutto il 1964 ebbe la titolarità di quello spiazzo.
 

Nella città di confine faceva, intanto, consolidate apparizioni la giostra popolarmente ribattezzata "calci nel posteriore" (l'espressione, invero, sarebbe più pittoresca), stabile presenza in seguito alle Feste dell'Unità nei Giardini Pubblici: un'attrezzatura che più tardi sarebbe incorsa in un triste evento, ma che era gestita da una famiglia che, abitando ad Imperia, nei prati di periferia di Milano aveva trovato le maggiori occasioni di lavoro.

Capita che si possa essere diffidati dal fare fotografie da una strada pubblica o in una campagna abbandonata.
Se ne fornisce qualche esempio, senza entrare troppo nei dettagli, che sarebbero quasi romanzeschi.



Per la Chiesa della Madonna della Ruota a Bordighera interveniva, dopo le grida di una donna affacciata ad una finestra dell'edificio che incorpora il piccolo tempio, il manente della villa sottostante, il cui proprietario, noto industriale, fa, o faceva, alloggiare, i suoi domestici nella citata costruzione. Una scusa addottata per i rimproveri fu quella che non si voleva più che un vicino esercizio turistico spacciasse nella sua propaganda immagini relative ai loro beni immobili. Nel frattempo, quella specie di condominio, che occulta al suo interno anche le testimonianze di un antico ostello per pellegrini, veniva ridipinto nelle facciate, ma di questa novità qui non si possono fornire al momento degli scatti.
 




Poco lontano da San Giacomo di Camporosso, il fotografo amatoriale stava quella volta contemplando un superbo rudere, quando veniva redarguito da una donna che aveva fermato la sua automobile poco lontano nella leggera salita per la Frazione: al momento l'uomo si affrettava a sostenere che avrebbe subito spostato la propria di autovettura, in effetti parcheggiata poco sotto quel piccolo bastione naturale a fianco di una catena, ma la signora voleva sottolineare la sua preoccupazione che là in piena aria si stessero facendo dei preparativi per dei furti nelle dimore, dimore non proprio circostanti.

Carro "Arlecchino", progettato da Mario Raimondo Barbadirame, Compagnia "Nuova Generazione",  Battaglia di Fiori di Ventimiglia, 1964. Fonte: Ivo Motroni

Spuntano ancora, per fortuna, fotografie concernenti edizioni storiche della Battaglia di Fiori di Ventimiglia, che aiutano a capirne alcuni aspetti. Si può, quindi, tornare pure sull'esperienza che intorno alla manifestazione fecero militanti e simpatizzanti comunisti, che avevano titolato le loro compagnie di carristi con i nomi di alcune testate di riviste del partito.

In ogni caso, è difficile su questo blog sottrarsi ad alcune ripetizioni ed integrazioni.

Adriano Maini

giovedì 17 luglio 2025

Altre piccole scene degli anni Sessanta

 

Sanremo (IM): l'ultimo tratto della discesa del Poggio

Nella piccola scarpata sottostante l'ultima curva della discesa del Poggio della corsa ciclistica Milano-Sanremo - più o meno a metà degli anni Sessanta - era stata realizzata una sorta di piattaforma in legno che consentiva a chi debitamente invitato di guardare con discreto agio le partite di calcio della Sanremese che si svolgevano, come tuttora, sul prato dell'adiacente stadio comunale: probabilmente non si era intervenuti a far rimuovere quello che poteva apparire come un abuso, perché il minuscolo appezzamento interessato di terreno era privato.

Bordighera (IM): Lungomare Argentina lato di ponente

Nello stesso torno di tempo ragazzine e ragazzini affollavano la parte terminale di ponente della passeggiata a mare di Bordighera, quella che in oggi prosegue per unirsi ad analoga infrastruttura di Vallecrosia, per ascoltare gratuitamente in esterno, davanti a noto locale, le esibizioni, debitamente alte come suono, di un complesso musicale che, in epoca di nascita di tanti similari gruppi nella zona intemelia, era destinato ad acquisire la maggiore fama, non solo nostrana, come riportato in tanti articoli di social media.


Sempre nello stesso periodo i tornei estivi di calcio dei bar, tenuti nel campo della spianata del Capo di Bordighera attiravano molto pubblico, tra cui anche mature signore accanite tifose. Essendo la competizione riservata a non tesserati, si ritrovarono nella stessa compagine vincitrice di uno di tali trofei due ex giocatori della Veloce di Savona ed un giovanotto, radiato dalla Federazione perché aveva colpito un arbitro, che, però, ebbe il merito di divulgare per primo le sporadiche partecipazioni di Ferenc Puskàs agli allenamenti della Giovane Bordighera.

Ai campionati studenteschi provinciali andava a primeggiare, di lì a poco, la squadra di pallavolo della "Ragioneria" di Ventimiglia, irrobustita nei ranghi da alcuni ripetenti.
 

Imperia: il campo del Prino

Il campeggio del Ministero della Pubblica Istruzione a Cappella, Frazione di Lavarone (TN) a luglio 1966

Tra i partecipanti a quelli riservati all'atletica leggera del 1966, svolti come da consuetudine al campo del Prino del capoluogo, il Provveditorato agli Studi di Imperia scelse per una breve vacanza-premio del primo turno quindicinale di luglio presso il campeggio, istituito dal competente Ministero a Cappella, Frazione di Lavarone in provincia di Trento, tre studenti, due dei quali non del tutto in regola con il principio di equilibrio tra valore sportivo e profitto scolastico: in ogni caso, qualche fotografia venne tra di loro scambiata, grazie alla digitalizzazione ed al web, solo qualche decennio dopo.

Camporosso (IM): uno scorcio della struttura di atletica leggera in zona Braie

Qualche persona ricorda ancora - dunque, non si tratta di una leggenda - che nell'inverno 1961-62 quando atterrava il piccolo velivolo nel campo di aviazione in regione Braie di Camporosso alcuni calciatori in erba si affrettavano a tirare giù i pali senza traversa dell'unica porta ed a sdraiarsi per terra. L'infrastruttura, causa un precedente grave incidente occorso, venne definitivamente chiusa poco dopo. L'area venne ancora a lungo interessata in modo più o meno organico da giochi e passatempi, al punto che ci fu chi, in procinto di diventare maggiorenne, mise in piedi con allenamenti da quelle parti una squadretta di piccoli footballer, da lui fornita di magliette arancioni, dalle quali derivò il pittoresco nome di Canarini Boys.
Adesso quel vasto sito è in larga misura allocato come installazione di atletica leggera.

Ventimiglia (IM): Via Dante

Nella primavera del 1962 un musicista del non ancora formato già citato complesso si cimentava nel dehor di un bar di Via Dante (per molti ancora Via Regina) a Ventimiglia con la chitarra acustica insieme ad uno dei figli della proprietaria per la delizia del fratello di quest'ultimo e di alcuni dei suoi compagni di scuola. Nelle pause discettava della bravura di Duane Eddy, soprattutto della sua esecuzione di "Unchained melody".

Adriano Maini

venerdì 6 giugno 2025

Arturo Viale vide l'esordio di Suarez nell'Inter


Milano, stadio di San Siro: un'imprecisata partita dell'Inter, a ridosso degli anni Sessanta

Un pregresso post di questo blog ha suscitato l'interesse di Arturo Viale, che ha segnalato un singolare avvenimento a lui capitato, episodio non ancora riportato nella sua pur notevole mole di pubblicazioni.
Nel 1961 Viale fu spettatore allo stadio di San Siro di Milano dell'unica partita di calcio professionistico che gli sia mai capitato di vedere: una circostanza singolare per questo scrittore del ponente ligure, persona che, come ha sottolineato nei suoi libri, ha compiuto molte esperienze, anche girando mezzo mondo.
Conviene, a questo punto, trascrivere qualche parola dei suoi appunti, accantonati a futura memoria per un nuovo lavoro: "Ad agosto del 1961 eravamo andati una mezza settimana al paese di mamma nella Lomellina. Avevo nove anni. A fine agosto iniziava il campionato di calcio e i cugini avevano deciso di andare a San Siro e vedere la partita della prima giornata Inter-Atalanta [...] Io ricordo che era il debutto di Luis Suarez appena arrivato dal Barcellona dove era stato premiato con il pallone d'oro: tutti indicavano quel biondino che giocava con il numero 10. Erano arrivati insieme Helenio Herrera e Luis Miramontes Suarez perché l'allenatore aveva posto per il suo ingaggio la condizione di avere con sé il giocatore. I due nell'Inter conquistarono tra i molti titoli [...] Racconta Eduardo Galeano che Suarez sapeva che ogni volta che rovesciava il bicchiere del vino sulla tavola si realizzava la magia di segnare uno dei suoi gol".
Messo agli atti che quella gara terminò con la vittoria dell'Inter per 6-0, occorre aggiungere che Arturo, di rimando, è stato informato che qui si potrebbe pubblicare - come in effetti si sta facendo - la fotografia di una vecchia partita dell'Inter e che in almeno in un'occasione negli anni Sessanta Suarez fu visto fare rifornimento per la sua autovettura - si presume di ritorno dalle vacanze estive trascorse in Spagna - in località Nervia di Ventimiglia.
 
Una volta di più non si resiste alla tentazione di effettuare, più che delle integrazioni, delle divagazioni.
 
Milano: l'esterno dello stadio di San Siro domenica 28 febbraio 1960

Per l'incontro Inter-Sampdoria (risultato: 0-0), disputato il 28 febbraio 1960, c'é, invero, uno scatto dell'esterno di San Siro proprio di quel giorno, mentre di altri, che pure inquadrano l'Inter non vi è - per carenza di inventario - la matematica certezza che siano di pari data. In quel match, comunque, solo a fare qualche esempio, - sempre che nella ricerca non si vi siano state delle falle - nella squadra di Genova c'era Skoglund, che aveva già militato nell'Inter, e Mora, luminosa ala destra, la cui carriera incontrò di lì a poco tempo un prematuro brusco arresto, e in quella nerazzurra Corso, il solo che poi Viale ebbe occasione di ammirare rispetto alla formazione di due campionati prima, perché con l'arrivo del nuovo allenatore Helenio Herrera i ranghi dei «bauscia» - come vengono o venivano chiamati dai rivali cittadini milanisti - erano stati più che largamente rinnovati.

Juventus-Milan di domenica 6 novembre 1960

Si va qui, inoltre, a produrre un'immagine relativa a Juventus-Milan (risultato: 3-4) del 6 novembre 1960, perché nelle file della Vecchia Signora quella domenica esordì, guarda caso, proprio il già citato Mora. 


Nel dialogo intercorso Viale è "inciampato" poi in un equivoco sull'identità del gestore (o varie identità dei gestori) delle pompe di benzina di Nervia, il che autorizza all'esibizione di almeno una fotografia in merito.

Puskas, Herrera ed un terzo signore. Foto Moreschi

Poteva poi mancare la copia di un'istantanea con cui il bravo Alfredo Moreschi aveva colto proprio nel 1961 a San Romolo di Sanremo Helenio Herrera (al centro) con Ferenc Puskás (a sinistra), Puskás per diverse classifiche di settore uno tra i dieci migliori calciatori di ogni epoca e che in quel torno di tempo poteva anche essere visto talora allenarsi sul campo del Capo della città delle palme con gli allievi e gli juniores della Giovane Bordighera, ed un terzo signore, di cui non è sicura l'identità?

Adriano Maini

 

giovedì 20 marzo 2025

Il marciatore... marciava

 







Al giorno d'oggi si assiste - solo a fare qualche esempio di tipo nostrano nel settore dei passatempi e della cura dei corpi - ad un gran novero di persone di ogni età che praticano il cosiddetto footing, che si danno al ciclismo amatoriale o che affollano le piscine che ormai ci sono un po' dappertutto: in gran parte in abbigliamenti adeguati, se non di gran classe, di discreta evidenza.
 
Camporosso (IM): uno scorcio dell'ex Piazza d'Armi

Ancora qualche decennio fa chi per motivi agonistici - vale a dire chi era tra i pochi che erano stati avviati ad una qualche pratica di atletica - faceva qualche corsa individuale di allenamento partendo da casa sua veniva, invece, considerato come un eccentrico. Probabilmente per questi motivi un discreto marciatore, già riserva azzurra alle Olimpiadi di Roma del 1960, preferiva all'inizio scendere sino a Piazza d'Armi di Camporosso Mare dal suo paesello di Val Nervia per inanellare giri e giri della sua specialità, anche se poi doveva fare questo nelle stradine della zona non presentando - al netto delle pallonate che fioccavano dappertutto - quel campo di calcio in genere selvaggiamente affollato non si dice una qualche forma di pista perimetrale, ma neppure lo spazio adeguato per muoversi lungo i lati: con il passare del tempo, tuttavia, quel futuro attivista della Caritas, potendo contare - forse per emulazione - sulla dedizione al suo sport di un giovane compaesano si dava a procedere con metodo in siffatta compagnia ai margini di quella pericolosa strada provinciale.
In tema di vestiario ed articoli connessi, non si può fare a meno di rammentare che nei mitici (solo per la musica?) anni Sessanta agli allievi degli Istituti superiori della zona di Ventimiglia, selezionati per i campionati studenteschi provinciali, poteva capitare in sorte di ritrovarsi ad usare scarpette - quasi mai delle misure giuste - in cuoio con qualche chiodino traballante o ad indossare canottiere da gara molto stinte. 
 
Ventimiglia (IM): la palestra ex G.I.L.

Le selezioni locali avevano luogo con ragazzi che portavano - va da sè! - proprie scarpette da ginnastica sul ghiaino del cortile - oggi parcheggio pubblico - della palestra ex G.I.L. della città di confine. Per non dire della confusione, se non di colori, perlomeno di tipi di magliette e di pantaloncini: un aspetto ancora più allegro in occasione delle partite di pallavolo quando, tuttavia, la rete divisoria aiutava lo scarso pubblico presente a capire un po' degli avvenimenti.


Qualcosa del genere capitava anche alle selezioni allievi e juniores della Ventimigliese Calcio: una sorta di gemellaggio con il Torino di Serie A prevedeva il regalo di indumenti usati da quest'ultimo sodalizio alla Ventimigliese, ma i ripetuti lavaggi probabilmente avevano prodotto dei risultati non desiderati, tanto è vero che esiste almeno una fotografia che attesta magliette molto strette addirittura per i corpi ancora acerbi di teenagers, al punto che un malcapitato poteva esibire all'obiettivo una bella striscia di pancia nuda con tanto di vigoroso ombelico.
C'é da dire, però, che sui campi da tennis a quei tempi tutti giocavano vestiti rigorosamente di bianco.


Ci sono adesso più strutture: di recente anche piccole aree pubbliche di fitness.
Ma queste sono solo alcune pennellate di carattere locale.
 
Adriano Maini

martedì 9 luglio 2024

Peglia e dintorni...








Località  Peglia di Ventimiglia (IM), a nord del ponte della ferrovia per la Francia.
C'era un po' più in su una pista di go-kart con annesso pubblico servizio: un'area molto frequentata ed oggi molto rievocata in tante memorie. Con base di partenza e di arrivo da quel sito e con deviazione su sentieri sull'addomesticato greto o solo su quel cemento - si tenne almeno in un'occasione (anno di grazia 1966) una sorta di pre-selezione (sub-provinciale) dei campionati studenteschi di corsa campestre.
A valle della strada ferrata l'area forse ha un altro nome, ma un tempo aveva una maggiore interconnessione con la precedente: c'erano anche anche delle piccole peschiere; il vecchio mattatoio; un po' a ponente, a fianco della strada che attualmente concede solo un minimo accesso a Peglia, ai suoi vecchi mulini, alla Bocciofila del Dopolavoro Ferroviario, c'era una fabbrica di liquirizia, un edificio purtroppo devastatato dallo scoppio di una caldaia agli inizi degli anni '70, con la conseguenza di gravi danni alle persone, soprattutto con la morte di una giovane ragazza che frequentava il Bar Irene, vero centro sociale e culturale dell'epoca nella città di confine. Ed ancora un camping sempre molto affollato d'estate...
 



 
Sino a tutti gli anni Sessanta alcuni carri della Battaglia di Fiori, una volta finita la manifestazione, venivano portati, o riportati, davanti al mattatoio.
La via principale per Peglia, che passava per un varco del ponte della ferrovia, è stata resa intransitabile in quel proseguimento per motivi di sicurezza rispetto alle piene del limitrofo fiume Roia.
Per arrivare all'altra Bocciofila (quella storica ed affiliata al CONI), ai campi da tennis, ai rettangoli verdi del calcio occorre adesso sottoporsi ad un lungo giro.
Il campo di calcio di Peglia forse venne realizzato man mano che veniva dismesso quello vecchio in Piazza d'Armi a Camporosso (IM), ancora utilizzato nel 1964.

Adriano Maini

martedì 1 marzo 2022

La FIGC punì i giocatori “fuggiti in terra jugoslava” con una squalifica semestrale

Una formazione della Triestina seconda in Serie A nel ’48 - Fonte: unionetriestina.it - Immagine qui ripresa da SportHistoria

La formazione Amatori Ponziana che castigò l’Hajduk Spalato nel 1946/47 - Fonte: Contrasti

La stagione 1947-48 viene celebrata dagli sportivi di Trieste come il fiore all’occhiello del calcio triestino. La società alabardata - dopo le caotiche vicissitudini nel corso del campionato precedente - arrivò seconda in classifica, insediando la testa del campionato al “Grande Torino”. Alla guida della squadra fu chiamato l’ex giocatore della Triestina e della Nazionale Nereo Rocco, che formò una rosa quasi esclusivamente di triestini nutrita da un codice di appartenenza territoriale impensabile ai giorni nostri. Una squadra che doveva essere composta da triestini, per gridare in campo l’appartenenza a una città così vicina e lontana <345.
Una delle novità del campionato fu la concessione del GMA (Governo Militare Alleato) di far giocare dall’inizio della stagione tutte le gare casalinghe a Trieste (allo Stadio San Sabba) ad entrambe le squadre. Tale concessione fu subordinata all’assunzione della completa responsabilità del Presidente dell’Amatori Ponziana e dal segretario della Triestina in caso di incidenti.
Da come si legge dagli atti dell’Archivio statale di Trieste
"Io sottoscritto BOLTAR Edoardo, presidente dell’Amatori Ponziana, dopo essermi consultato con i diversi capi dei partiti politici aderenti all’U.A.I.S., garantisco con la presente e mi assumo la responsabilità per il comportamento corretto degli elementi sloveni di Trieste in occasione dell’incontro calcistico che avrà luogo nello Stadio S. Sabba […]"
"Io sottoscritto, COTTA Luciano, segretario dell’UNIONE SPORTIVA TRIESTINA, dopo essermi consultato con i diversi capi dei partiti politici italiani aderenti al C.L.N. garantisco con la presente e mi assumo la piena responsabilità per il comportamento corretto degli elementi italiani di Trieste in occasione dell’incontro calcistico che avrà luogo nello stadio S. Sabba domenica 22 dicembre 1946, tra una squadra proveniente dalla Jugoslavia ed una squadra di Trieste" <346.
Mentre l’A. Ponziana otteneva una discreta prestazione nel campionato jugoslavo, piazzandosi a metà classifica, la Triestina, dunque, disputò il suo miglior campionato della sua storia: dopo una fila di tredici partite utili consecutive, terminò seconda classificata con 49 punti, a pari merito con Juventus e Milan, e sotto solo al Torino.
L’imponente disponibilità finanziaria elargita dal governo italiano, unita alla possibilità di giocare le proprie gare casalinghe a Trieste e alla sapienza tattica di Nereo Rocco, portarono la Triestina nel punto più alto nella sua storia, a distanza di un solo anno dall’ultimo posto ottenuto nel corso del campionato precedente. Tale risultato sportivo è rimasto tuttora ineguagliato e risulta significativo che sia stato ottenuto proprio durante uno dei periodi più tesi della “questione di Trieste”. L’anno successivo la squadra alabardata non riuscì nell’impresa di riconfermarsi tra le grandi del calcio italiano e terminò il campionato del 1948/49 con un discreto ottavo posto; l’A. Ponziana, invece, concluse la stagione all’ultimo posto in classifica, e fu l’ultima apparizione nella Prva Liga.
Nel frattempo, infatti, un importante evento politico andava a sconvolgere gli equilibri internazionali, segnando profondamente tutto l’universo comunista, in maniera particolare quello triestino, ambito sportivo compreso. Stiamo parlando della “crisi del Cominform”. Tale evento politico determinò l’espulsione del partito comunista jugoslavo dall’ecumene comunista per tutta una serie di motivi: lo Stato jugoslavo veniva accusato dal PCUS di quella di aver condotto una «politica indegna nei confronti dell’URSS» <347, di aver rifiutato di rendere conto dei proprio atti politici al Cominform; di aver intrapreso un percorso di deviazionismo ideologico dai principi marxisti-leninisti; e, infine, Tito venne addirittura accusato di essere una spia imperialista.
In questa sede ci limiteremo a considerare solo una delle principali cause che determinò l’espulsione del PCJ dall’organismo del Cominform; vicenda che, oltre a innescare un vero rovesciamento dei rapporti tra potenze occidentali e lo stato Jugoslavo, avrà un effetto dirompente sugli equilibri politici (e, come vedremo, sportivi) del contesto triestino. Tito usciva dalla seconda guerra mondiale come uno dei leader più autorevoli del panorama comunista. Tra il 1941 e il 1944 divenne la guida del movimento di liberazione jugoslavo, ottenendo la liberazione del paese dalle forze nazifasciste e avviando la costruzione dello Stato socialista Jugoslavo. Sulla base di questi successi - che estesero la sua popolarità e il suo prestigio ben oltre i confini jugoslavi - <348 il leader del PCJ, cominciò, sin dall’immediato secondo dopoguerra, a condurre una politica estera in modo sostanzialmente autonomo, suscitando l’ostilità delle potenze occidentali e diventando una figura ingombrante per il regime sovietico. Come scrisse lo storico Pirjevec Stalin come Geova era un dio geloso, e non poteva permettere che accanto a lui sorgessero altri dei <349. Nel giro di pochi anni si venne a creare un clima di sospetto e diffidenza nei rapporti tra sovietici e jugoslavi che portarono alla definitiva sconfessione della Jugoslavia da parte dell’URSS nel giugno del 1948.
La questione di Trieste fu uno dei primi motivi d’attrito tra il leader jugoslavo e quello sovietico: l’occupazione della città giuliana nel Maggio del 1945 da parte delle truppe di Tito e le conseguenti richieste annessionistiche, rischiarono di trascinare la Jugoslavia, assieme all’Unione Sovietica, alle soglie di uno scontro armato con le potenze alleate <350. L’operazione militare di Tito venne interpretata dalle potenze del blocco occidentale come un gesto di sfida, come un deciso tentativo di espansione del mondo comunista all’interno dell’Europa occidentale. Tale tentativo, dunque, fu percepito dalle potenze del blocco occidentale come una manovra architettata dall’Unione Sovietica; lo stesso Churchill si convinse che Tito «fosse un tentacolo della piovra moscovita» <351. Tuttavia, per Stalin, la “questione di Trieste” - benché non fosse contrario alle pretese jugoslave - non fu mai considerata una questione prioritaria né tantomeno una causa per la quale rischiare un conflitto armato con le potenze occidentali.
[...] Tale clima di ostilità e di contrapposizione si estese anche all’ambito extrapolitico, coinvolgendo l’ambito culturale, quello editoriale e, ovviamente, la dimensione sportiva.
A Trieste ci fu lo scioglimento di tantissimi circoli culturali, compagnie teatrali e gruppi bandistici italo-sloveni; in alcune associazioni si scatenarono durissime guerre intestine tra membri di orientamento titoista e fra quelli stalinisti <365. Le principali testate della città presero due strade separate: i “cominformisti” mantennero il giornale italiano “Il Lavoratore”, mentre i titoisti, invece, conservarono la proprietà del già menzionato “Primorski Dvenik”.
A farne le spese fu altresì la dimensione sportiva. Come ha osservato Nicola Sbetti, lo scisma comunista indebolì profondamente la posizione dell’Ucef sullo sport triestino: "Da quel momento il supporto di Tito all’UCEF venne meno anche perché, con l’uscita della Jugoslavia dal Cominform, vi fu una presa di distanza anche dal PCI, partito a cui molti membri dell’UCEF erano legati" <366.
Ma soprattutto la “crisi del Cominform” pose fine del sostegno finanziario del governo Jugoslavo nei confronti dell’Amatori Ponziana. La società triestina terminò mestamente la stagione 1948/1949 all’ultimo posto in classifica e, dopo tre campionati nella Prva Liga, scomparve completamente dal panorama calcistico <367. Alcuni suoi giocatori trovarono sistemazione in altre squadre del campionato jugoslavo, la maggior parte, invece tornò in Italia. A quest’ultimi, però, fu impedito, per i primi sei mesi, di svolgere l’attività sportiva: la FIGC, infatti, punì i giocatori “fuggiti in terra jugoslava” con una squalifica semestrale <368.
Successivamente, l’epilogo della vicenda dell’A. Ponziana andò a incidere anche sul destino della Triestina, determinando un progressivo disinteresse da parte del governo italiano per le sue sorti sportive, che divenne pressoché totale dopo il 1954.
Dopo il Memorandum di Londra, che sancì il ritorno ufficiale della città all’Italia, il valore simbolico e propagandistico della Triestina subì un deciso ridimensionamento; e, anche per questo motivo, dopo la retrocessione in serie B nella stagione 1956-57, la squadra alabardata non riuscirà più a prendere parte alla massima serie italiana.
Si chiudeva quindi una vicenda fortemente rappresentativa del clima di contrapposizione e rivalità che caratterizzò la città giuliana dopo il 1945.
[...]
Appendice
Intervista con Giuliano Sadar, 19 Febbraio 2015.
Giulino Sadar è stato inviato del quotidiano “TriesteOggi” per il quale ha seguito le vicende delle squadre di vertice triestine. Giornalista professionista dal 1993, oggi lavora alla sede Friuli-Venezia Giulia della Rai. Nell’Ottobre 1997 ha pubblicato il suo primo libri “El Paron, vita di Nereo Rocco (Lint Editoriale).
1. Come nasce l’idea di questo libro?
Tutto nasce dal particolare clima politico che poi si riverberò all’interno del contesto sportivo. Sono venuto a sapere di questo episodio negli anni '80 ad Avellino, durante una partita tra Triestina e Avellino. Sono andato a casa di un certo Lo Schiavo, un triestino che viveva ad Avellino e mi riferì di questo episodio. La storia dell’Amatori Ponziana l’ho raccontata io per la prima volta, perché qua c’era proprio un tabù nel parlarne.
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3. Lei ha scritto che «passare dall’Amatori Ponziana era un tradimento di maglia, affetti e ideologie», cosa intendeva con questa espressione?
Calcoli che il Ponziana, era la tradizionale squadra dei lavoratori del porto di Trieste, un ambiente molto frequentato dai socialisti; la Triestina invece era la squadra, tra virgolette dei “signori”, della borghesia italiana. Erano due mondi diversi, inconciliabili. Passare da una squadra all’altra veniva visto come un tradimento, soprattutto per quelli che dalla Triestina passarono all’Amatori Ponziana. La gente li vedeva come “dei venduti ai comunisti di Tito”. Questi 40 giorni di Tito a Trieste, sono stati vissuti malissimo dalla cittadinanza, era il periodo delle “Foibe”, un periodo di grandi violenze.
4. Quanto contava la questione ideologica nell’aderire all’Amatori Ponziana?
Intanto erano tutti giocatori italiani. A quanto mi ha detto Ettore Valcareggi (giocatore dell’Amatori Ponziana, ndr) fu prevalentemente una motivazione economica. Quando lo incontrai, mi disse “mi davano un milione all’anno”. La dirigenza era invece comunista: c’era un evidente motivazione politica. Secondo me, almeno tra i giocatori, ma è solo una mia sensazione, non c’era una particolare adesione politica.
5. Una parte di Trieste sperava nell’adesione di Trieste durante quel periodo?
Gli sloveni, e una parte dei comunisti italiani favorevoli a Tito. Al di là del socialismo, la Jugoslavia era una potenza militare, perché Tito era uscito vincitore da una guerra civile sanguinosissima, quindi aveva una grande forza di attrazione rispetto all’Italia, che era si era praticamente sfaldata dopo l’8 Settembre.
6. Quanto ha inciso la rottura fra Tito e Stalin sulle sorti sportive di entrambe le squadre?
Come ho già scritto nel libro, ha fatto calare il valore propagandistico di tenere la squadra in Jugoslavia. Lo stesso vale per la Triestina. Ha avuto finanziamenti fino agli anni ’50, fu tenuta in serie A fino al 1959, dopodiché ci fu il declino. Arrivavano soldi qua, come arrivavano soldi dalla Jugoslavia. Lo sport è sempre servito per motivi politici.
7. Era molto seguita l’Amatori Ponziana?
Si, era molto seguita durante le partite, ovviamente dalla parte comunista della città.
[NOTE]
345 Ivi, p. 64.
346 ASTs (Archivio di stato di Trieste), Oggetto n. 246, Unione Sportiva Triestina, II 27 B.
347 J. Pirjevec, Tito, Stalin e L’Occidente, Opicina, Villaggio del fanciullo, 1985, p. 173
348 P. Purini, op.cit. , p. 264.
349 J. Pirjevec, Tito, Stalin e L’Occidente, Opicina, Villaggio del fanciullo, 1985, p, 16.
350 Il pericolo che Tito trasformasse Trieste in un fronte di agitazione comunista portò le forze alleate a prendere in considerazione l’eventualità di uno scontro armato con le forze jugoslave. J. Pirjevec, op. cit., p. 36
351 J. Pirjevec, op.cit , p. 19.
365 P. Purini, op.cit. , p, 272
366 N. Sbetti, op.cit. , p, 429.
367 Ricordiamo che il C.S. Ponziana 1912 continuava a svolgere la sua attività sportiva nelle categorie inferiori del calcio italiano.
368 G. Sadar, op.cit. , p, 64.
Nicolò Falchi, Il Calcio al confine: il caso di Trieste. Dall’irredentismo alla guerra fredda, Tesi di laurea, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Anno accademico 2014-2015


Il Ponziana del 1948/49, all'ultima recita nella Prva Liga - Fonte: Stefano Affolti, art. cit. infra

[...] L'Amatori saluta e torna nei ranghi della casa madre Ponziana. L'Italia non stende certo tappeti rossi e la zelante Figc presenta un conto salato: sei mesi di squalifica per tutti coloro che hanno osato tesserarsi altrove e iscrizione della squadra solo al campionato di Promozione, la quarta serie. Molti giocatori se ne vanno, trovando posto in Jugoslavia o in categorie superiori.
Declino, blitz e campioni. Da allora il Ponziana conosce un lento ma inesorabile declino: la coraggiosa squadra del quartiere popolare naviga nei tornei minori, segnalandosi come ottimo vivaio (escono da lì Fabio Cudicini, il povero Giorgio Ferrini e Giovanni Galeone) e realizzando ogni tanto blitz da prima pagina. Come quando, il 17 luglio 1960, vince grazie alla monetina la finale nazionale dei dilettanti a Rimini con la Scafatese (finita 1-1). O quando, il 1° dicembre 1974, batte 1-0 la Triestina in un memorabile derby di serie D, giocato al Grezar davanti a ventimila spettatori. Triestina che, dopo la fine della querelle sui confini orientali, a sua volta perde la tutela politica della Dc: abbandona la serie A nel 1959 per non rivederla più.
Siccome reincarnarsi non gli dispiace, lo spirito del Ponziana è ancora vivo sotto altre spoglie: la società originaria è scomparsa nel 2014, oggi la legittima erede si chiama Chiarbola Ponziana e milita in Promozione.
Stefano Affolti, La guerra fredda del Ponziana, Gente di Calcio, 22 luglio 2020 

L’inviato speciale del «Corriere» Egisto Corradi avrebbe tenuto in sospeso gli animi dei lettori con un reportage a puntate sulle sorti di quegli «Italiani modello, intensissimi Italiani, uomini che da piccoli giuocavano con le bandiere italiane invece che con bambole e palline», costretti nella Zona B del Territorio Libero di Trieste a veder smantellato «tutto ciò che è italiano, dalle scuole alle squadre di calcio, [...] terra italiana in cui si ascolta Radio-Milano di nascosto, a porte e finestre chiuse» <461, ridotti in libertà vigilata, serrati dietro «una trincea».
"Tutti gli Italiani possono esaminare carte geografiche e rendersi conto della situazione, ma i triestini, in mezz’ora di automobile da Piazza Oberdan, possono arrivare a toccare uno qualsiasi dei sedici posti di frontiera che dividono la zona anglo-americana del Territorio libero dalla Jugoslavia. [...] Dovete sempre ricordarvene quando parlate con loro: vivono in un cerchio che ha per raggio mezz’ora di vita libera. Se ve ne dimenticate, senza dirvelo, ve lo ricordano; e se avete orecchio intenderete sempre questo fatto della mezz’ora come sottinteso implicito ed incombente in ogni loro discorso. I triestini «sentono» la cortina di ferro che corre tutt’intorno, così come un cieco «sente» le pareti che ostacolano il suo cammino" <462.
[NOTE]
461 A Capodistria si ascolta Radio-Milano di nascosto, «Il Corriere della Sera», 1 aprile 1948.
462 Sarà duro per Tito lasciare la “Piccola Istria”, «Il Corriere della Sera», 8 aprile 1948.
Vanessa Maggi, La città italianissima. Usi e immagini di Trieste nel dibattito politico del dopoguerra (1945-1954), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Anno Accademico 2018-2019