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martedì 3 marzo 2026

Di quella parte d'Africa serbava lieti ricordi una signora anziana

Ventimiglia (IM): una vista sino a Bordighera

Franco, da sempre abitante in Ventimiglia, di tanto in tanto dice delle sue esperienze lavorative compiute, tra il 1962 ed il 1969 circa, in diversi stati dell’Africa più o meno affacciata sul Golfo di Guinea. Delineando con lucidità la realtà socio-economica di nazioni appena decolonizzate e citando alla perfezione nomi d’epoca ed attuali di tante città, fa emergere aspetti singolari, quali in Camerun il fenomeno di numerosi abitanti che, a cinquant’anni dal forzato abbandono del paese, causa la prima guerra mondiale, da parte della Germania, parlassero ancora il tedesco ed in Ciad la presenza di tanti italiani che, arrivati in qualità di prigionieri di guerra (del secondo conflitto globale!), vi erano rimasti, divenendo quasi tutti imprenditori attivi e dinamici.

Di quella parte d'Africa, ma di quella colonizzata dalla Gran Bretagna, serbava lieti ricordi una signora anziana, cittadina di Bordighera a tutti gli effetti, perché in quelle lontane terre c'era stata da ragazzina al seguito del padre, impegnato nel settore delle costruzioni, raro esempio di momentanea emigrazione fortunata, quasi dorata, al tempo del regime fascista.

È d'uopo ripetere a questo punto che la CIA controllava verso il 1950 Nino Siccardi (Curto), già comandante della I^ Zona Operativa Liguria delle forze partigiane, il quale, ripreso il suo mestiere di ufficiale alla macchine su navi mercantili, distribuiva la rivista "Vie Nuove" nei porti del nord Africa.

Nella Libia di Gheddafi hanno lavorato un discreto numero di persone del ponente ligure: il caso vuole che almeno il compianto Giuseppe "Mac" Fiorucci di Vallecrosia abbia scritto una sorta di diario della della sua presenza in quel deserto.
 
Di Vallecrosia era anche Angelo Oliva che, nella sua vasta attività, soprattutto come vice responsabile della sezione Esteri del Pci, il mondo lo aveva girato sul serio.
 
Per paradosso è stato un immigrato per non più di un anno a Sanremo, dove rivestiva un importante incarico in una Associazione di categoria, a raccontare di pregresse peripezie avvenute al confine tra Libia e Tunisia con tanto di dettagli relativi a ottusità e venalità delle milizie locali e con tanto di non scontato lieto fine, perché oltrepassare una frontiera - ancorché per errore - all'insaputa dei controllori non è sport salubre neppure oggi.

Chi decenni fa da Ventimiglia si recava in Marocco per il commercio di pregiate piante di rose poteva anche vedersi offrire, nelle case ben celate di notabili locali, discrete bevute di eccellenti liquori nord-europei.

Un altro ventimigliese, Pino, da bravo saldatore specializzato, la più parte delle sue trasferte lavorative le fece in Medio Oriente, anche nell'Iran dello Scià, e conserva di diversi cantieri fotografie che di sicuro hanno oggi un certo rilievo storico.

Adriano Maini

 

domenica 8 febbraio 2026

Ricordi da una notte di inizio estate

 

 
Questo è il racconto parziale di un incontro in una notte della scorsa estate di sette persone, quattro delle quali dimorano tuttora nel centro storico di Ventimiglia Alta. Capitava al termine di un concerto lirico nell'anfiteatro del porto turistico della città di confine. Senonché l'apparizione qualche ora prima dell'arcobaleno, nunzio involontario dell'incombente notte, oltre che essersi manifestato come ormai tradizionale simbolo di pace, potrebbe avere assunto altri significati ed altre valenze, una strana e scombinata malia, insomma.
 



E così una delle signore, ragazza "padrona di casa" di una festa danzante di fine anni Sessanta nell'appartamento vicino all'uscita della Galleria degli Scoglietti su Marina San Giuseppe di Ventimiglia, proprio là dove oggi si affaccia lo scalo, abbina ancora, probabilmente perché presenti a quell'evento, il rampollo dell'illustre - ancor più, "notabile" - famiglia della città di confine e il giovanotto che arrivava da Nervia, da lei già conosciuto allo stabilimento balneare gestito dai genitori.
Furono partecipi anche due fratelli gemelli di Latte, floricoltori, ma ancor più valenti pescatori dilettanti. Anche il discendente di egregi lombi aveva insieme ai suoi campagne e villa in quella ridente frazione di ponente. Nessuno di loro conosceva ancora i versi della famosa canzone di Lucio Battisti "E la cantina buia...", ma se non era tale, perché situato al pianterreno, uno stanzone di un lungo edificio adibito a magazzini, a due passi dalla Via Aurelia in Latte, ospitava, intanto, altri pomeriggi danzanti, ai quali per paradosso partecipò con una qualche costanza solo il ragazzo di Nervia. Quest'ultimo, invero, a breve avrebbe ritrovato in uno di quei depositi i due germani in occasione di riunioni del Partito comunista, mentre avrebbe avuto altre possibilità per non perdere di vista il sodale benestante.
Sono rievocazioni strampalate, ancor più perché mutuate da esperienze condivise, a scalare, solo da tre fra i presenti. 
 


Potrebbe essersi aggiunta - in senso metaforico - la vigilanza effettuata dall'alto su quel sito dalle case e dai monumenti della città vecchia ad esercitare ulteriore influenza, per cui le affabulazioni di quel piccolo gruppo spaziarono su svariati temi, come quello attinente bambini che a metà anni Cinquanta si ritrovavano spesso per le chiacchiere tipiche di quell'età in uno o nell'altro negozio - guarda caso sempre di qualche genitore o parente di uno di loro - di Ventimiglia Alta. 
 

Sembrava a tutti singolare, comunque, la citazione di una particolare "inaugurazione" compiuta dal monello, che in seguito sarebbe andato ad abitare a Nervia, dell'edicola, per la quale erano stati appena celebrati dalla stampa i settant'anni di attività, "inaugurazione" consistente nella libertà concessa da benevoli proprietari di sfogliare - quel particolare cliente non sapeva ancora leggere, in attesa, com'era, di frequentare dalle Suore dell'Orto la "primina" - affascinanti fumetti a strisce, Capitan Miki, Il Grande Blek e così via.
 

Nessuno, forse, fece caso - ma spirava un forte vento di maestrale, che aveva in precedenza disturbato la soprano - al fatto se fosse già presente in cielo la luna piena, quella che qualche giorno prima in forma non ancora compiuta, ed ancor più seminascosta dalle nuvole, riusciva, comunque, a mostrare all'incombere del nuovo dì tutta la bellezza del suo color rosso rame, affacciata sull'arco della vicina Costa Azzurra.

Adriano Maini

lunedì 26 gennaio 2026

Anche un isolotto artificiale quasi alla foce del Nervia

 







Il torrente Nervia scorre verso la foce tra gli alberi sfiorando in tangente sulla sponda orografica di destra Via Gradisca, nella zona di Ventimiglia che prende il nome da questo corso d'acqua, ma risulta visibile in pratica solo attraverso una griglia che sbarra il fondo - lato, dunque, di levante - di questa stradina. Tanti, tanti anni addietro, nonostante fosse già passata anche da quelle parti - novembre 1966 - una disastrosa piena, che meriterebbe un capitolo a parte, in quel punto era stato realizzato un notevole accumulo di terra e di ghiaia, accesso per uno sterrato, che diventava presto nulla di più di un sentiero, che terminava su una spiaggia pressoché selvaggia, nelle cui adiacenze in direzione Francia spiccava in pratica solo il deposito - ormai dismesso - dei locomotori delle Ferrovie, un'area oggi ristrutturata a spazio pubblico.
Qualcuno parla addirittura di una sorta di isolotto realizzato al centro del corso d'acqua, da molte persone utilizzato per il lavaggio delle proprie automobili.
Nelle sue cronache telefonate da Parma se ne ricordava Carlo, che millantava lontani arrivi in loco - più probabili, tuttavia, dal lato mare - a bordo dell'autovettura dello zio acquisito, il bravo panettiere ben conosciuto in città per approdare a gustosi picnic all'aperto o, più spesso, a pranzi nel primo ristorante costruito sulla riva, un altro edificio dalla proprietà e della storia controverse. 
 




Opinabili o meno che siano le date e gli assetti di quel punto di territorio, erano incontrovertibili i riversamenti provenienti dal distributore di benzina non poi così lontano, quello, alla data attuale chiuso, dove, quando ancora non era stata realizzata l'Autostrada dei Fiori, si fermarono per fare rifornimenti di benzina tante celebrità, soprattutto calciatori. Era di là da venire la protezione - non si quanto efficace - data al corso d'acqua verso la foce dalla denominazione ufficiale "Oasi del Nervia" e dai connessi approntamenti.



Via Gradisca, ancora, piccolo rione di case anche di ferrovieri: non c'é più sulla scarpata della ferrovia l'alto traliccio, oggetto nei primi anni Sessanta di spericolate arrampicate di Piero e di altri avventurosi adolescenti.



Non doveva passare molto tempo prima che l'assetto dell'adiacente - a ponente - località mutasse radicalmente, soprattutto con l'edificazione di palazzoni che hanno pure elettrizzato a lungo la vita amministrativa di Ventimiglia.

Adriano Maini

mercoledì 17 dicembre 2025

"Avevina" e "corsetta", treni d'antan

 

Sanremo (IM): l'ex stazione ferroviaria


Le Ferrovie dello Stato, in collaborazione o per conto dell’agenzia di viaggi A.V.E.V., organizzò, impiegando alla bisogna i propri dipendenti, per alcuni anni viaggi di andata e ritorno Milano-Sanremo a disposizione non solo dei giocatori del Casinò della città dei fiori, bensì, specie nella bella stagione, dei padri di famiglia che volevano raggiungere per poco più di una giornata i loro cari in vacanza al mare. 
La partenza da Milano era al sabato alle ore 14.42 con arrivo a Sanremo alle ore 19.10. Da Sanremo si tornava a Milano alle 9.17 del lunedì. Non risulta fossero previste fermate intermedie.
Si tramanda che questo “direttissimo” abbia svolto le sue funzioni dal 1948 al 1958. Il mezzo utilizzato era una più o meno classica “Littorina”, come si diceva ancora alla soglia degli anni Sessanta, ribattezzata - non ci si si ricorda quanto ufficialmente - “Avevina”, mentre una pubblicità la definiva “freccia Aurelia”. 
Si potrebbe risparmiare per l’occasione l’astruso nome tecnico del mezzo, ALtn.444.3001, ma non almeno un accenno al fatto che si era proceduto all'adattamento di un mezzo d'anteguerra, rispetto al quale i progettisti, inserendo una torretta belvedere - altro appellativo talora usato - si era forse ispirati ai vista-dome americani: in ogni caso l'esperimento fece da modello per altri treni all'epoca considerati più o meno di lusso.
La vicenda aveva interessato qualche anno fa il grande fotografo di Sanremo Alfredo Moreschi, che aveva reperito notizie sparse sull'argomento da inserire nel sito dell'Archivio di immagini di famiglia.
Il servizio del rientro a Milano era assicurato dai ferrovieri di Ventimiglia, che, per recarsi a questo lavoro, abitualmente salivano su precedente convoglio, così come per il ritorno da Milano prestavano la loro attività su di un altro treno.
Quei ferrovieri di Ventimiglia, dal gergo colorito, concorrenziale con quello di altri addetti ai trasporti, quali carrettieri e marinai, avevano, invero, ribattezzato quella "littorina", alludendo con un epiteto molto salace a certe possibili conseguenze delle lunghe assenze dei mariti.

Ospedaletti (IM): l'ex stazione ferroviaria

Santo Stefano al Mare (IM): la zona dell'ex stazione ferroviaria 

Una "corsetta" nel 1958

Uno scorcio di Imperia

Sempre quei birboni dei ferrovieri di Ventimiglia preferirono chiamare tra di loro "corsetta" un "accelerato" che grosso modo nella seconda metà degli anni Cinquanta, partendo da Ventimiglia più o meno poco dopo l'ora di pranzo, si arrestava alla stazione di Imperia Oneglia. Vi è da notare che, essendo ancora avveniristico lo spostamento a monte della linea, le fermate intermedie erano veramente tante: Vallecrosia, Ospedaletti, Bordighera, Sanremo, Arma di Taggia, Riva - Santo Stefano (stazione unica sul confine tra le due cittadine), San Lorenzo al Mare - Cipressa, Imperia Porto Maurizio. Il treno ripartiva, facendo la stessa trafila dell'andata, per rientrare a Ventimiglia per l'ora di cena. E si è persa la memoria di quali fossero in prevalenza gli utenti, molti dei quali, se salivano nella città di confine, probabilmente erano statali con incarichi solo mattutini, mentre la casistica per chi gravitava sul capoluogo provinciale e nelle località intermedie dovrebbe essere stata di tipo più corrente.
Si possono aggiungere delle note curiose. Essendo la sosta ad Oneglia di macchinisti, capitreno e conduttori abbastanza prolungata, poteva capitare che qualcuno di loro spendesse il tempo libero entrando in un cinema, il che attesta che anche in provincia a quei tempi erano aperti dei locali di seconda, se non terza visione, un aspetto comunque di rilievo sul piano sociale e su quello del costume. Anche in questi casi, come spesso per Milano, accadeva che qualche ferroviere portasse con sé un figlio o due, magari soprattutto pensando alla piacevole sorpresa che poteva essere garantita dalla visione di un bel film: solo che qualche volta nel buio di una sala poteva succedere che un piccolo rimanesse intimorito, per cui il genitore lo accompagnava fuori abbandonando, senza rimborso di biglietti, le poltrone, magari lasciando indietro un pargolo più grande, da andare a ripescare finita la proiezione.
Ad Oneglia c'era anche altre distrazioni ed attrazioni, soprattutto il porto, nella sezione di levante tuttora dedicata allo sbarco del pescato - in quel torno di vita più semplice una vera attrattiva per tutti, grandi e piccini! - un porto ai tempi sul serio uno scalo commerciale, sulla cui calata e sul cui molo corto spiccavano cumuli di merci varie: una zona collegata alla stazione ferroviaria da binari collocati su arterie cittadine, binari sono a non molti anni fa ancora utilizzati - con evidenti intoppi per l'aumentato traffico stradale - per una nota fabbrica purtroppo ormai chiusa.

Da tanto, poi, per lo meno da quando la S.N.C.F., la società transalpina, ha pensato di rinunciare in modo definitivo alle vaporiere, permane ancora la necessità di congegni ed accorgimenti tecnici per garantire il passaggio dall'elettrificazione francese (1500 V in corrente continua) a quella italiana, con locomotori - come scrivono gli esperti - "alimentati a mezza tensione fino a una sezione di separazione 1500/3000 V", questa situata in un punto prossimo all'ex Seminario di Bordighera.

Adriano Maini

lunedì 3 novembre 2025

Anche un macello in legno

 





Si è aperto già per questa ultima stagione a Camporosso nella zona a mare un campeggio di quelli come una volta, di quelli con le tende portate da casa, insomma, come quelli già esistenti negli anni Cinquanta e Sessanta sulle due sponde, dunque, anche su quella di Ventimiglia, della foce del torrente Nervia.



Foto Mariani

A Nervia di Ventimiglia Vico del Pino prendeva il nome da un maestoso albero, che cadde, tuttavia sotto la furia di una tromba d’aria nei primi anni Sessanta: si collocava più o meno all'angolo con Via Nervia ed un muro nell'estate del 2018 portava ancora sotto forma di squarcio la traccia di quel crollo: la recizione nel frattempo è stata ristrutturata. 

Le scuole di Nervia

L'edificio, prima Ospedale, poi, sino a qualche anno fa presidio ASL, che negli anni Cinquanta ospitava le scuole elementari di Nervia

Avanzando di poche decine di metri a ponente ci si imbatte nel plesso scolastico costruito nel 1960, dove venne spostato il ciclo delle elementari, prima ospitato al piano terra dell'ex clinica Isnardi - poi a lungo ospedale - e fu aggiunta una sezione di medie inferiori.








Nel campetto posto alla foce del fiume Roia a Ventimiglia si svolgevano, come di certo nell'estate del 1951, tornei di calcio, si facevano talora - con rischio di incendiare i pini dei limitrofi Giardini Pubblici - i fuochi d'artificio per la Festa patronale di San Secondo, si vide nel 1967 anche una gara di dama vivente, ma soprattutto si consentì a lungo (di sicuro ancora nel 2010) una destinazione d'uso a parcheggio per automobili: utilizzi oggi inibiti per motivi di sicurezza.


Diverse persone affermano che il 1970 fu l'anno di più intense frequentazioni culturali, sociali e politiche presso il Bar Irene di Ventimiglia, quello che vedeva l'abituale presenza - in orari diversi, notturno di sicuro per il primo! - di Francesco Biamonti, di Lorenzo Muratore, di Elio Lanteri, di Lorenzo Trucchi, di dirigenti, di attivisti e di utenti dell'antistante Camera del Lavoro.



Dalla stazione ferroviaria di Vallecrosia, adesso fermata incustodita nella singola giornata per un treno in direzione Genova e per uno di ritorno, quando la produzione floricola del ponente era diversa e più florida, partivano comunque per il nord Europa carri merci colmi di variopinti prodotti della terra.




In località Cabane di Bordighera sono scomparsi due casolari di antica bellezza, ancora presenti nei primi anni Sessanta, per fare posto a nuove costruzioni in terreni che due famiglie coltivavano in affitto.
Al confine con i Piani di Borghetto, ma più di recente, è stata demolita - per dare più volumetria ad un nuovo edificio - una casa in pietra, che insisteva sull'attuale Via Giulio Cesare, dove iniziò a metà anni Trenta il decollo per un'attività di successo una stirpe di bravi gelatieri, tuttora attivi a Bordighera con la loro antica insegna. Dietro resistono ancora i ruderi di un pozzo (noria!) cui si attingeva a trazione animale, l'ultimo di una discreta schiera diffusa nelle vicinanze. Più verso il mare, rispetto a quel punto, svolse ai tempi le sue funzioni anche un macello in legno.

Adriano Maini