C'era a
Bordighera una
bella villa, di cui oggi rimane traccia solo - usando la fantasia - per
via di un terreno incolto una volta occupato da qualche pertinenza
della citata abitazione, la quale, invero, sorgeva, circondata da un
vasto parco in cui spiccavano gli eucalipti, abbastanza arretrata
rispetto alla Via Aurelia.
Chi l'aveva visitata ne parla ancora come
di una casa delle meraviglie, che ospitava altresì in quello che veniva
definito museo diversi ricordi di caccia esotica del proprietario.
La
demolizione e l'occupazione di suolo di tutta evidenza vennero
effettuati per un trasferimento di volumetria a vantaggio di nuove
palazzine.
Si ebbe necessità in una specifica occasione di ricorrere a
uomini di fatica per lo spostamento o l'arrivo di un pesante elemento
di arredamento. Il padrone si raccomandò che quei facchini a giornata
procedessero a piedi scalzi per non rovinare i preziosi marmi dei
pavimenti, ma male gliene incolse perché uno dei due lavoranti, un vero
Maciste, aveva delle estremità, appena coperte da scarpe per il caso in
questione, così luride da fare, date le nefaste conseguenze, rimpiangere
a lungo il committente per l'ingaggio effettuato.
L'episodio venne raccontato da Sergio Marcenaro, già sindaco di quel paese, nel corso di una conversazione con Arturo
Viale, appena sentito il soprannome in dialetto di un abitante di Soldano.
Ci sono nomignoli che talora si ripetono nelle storie di Arturo
Viale e di Gianfranco
Raimondo.
Anche
quest'ultimo nei suoi articoli non fa mancare la rievocazione di tipi
bizzarri: qui sarà sufficiente menzionare chi - sempre molto addietro -
in Via Dante (ancora oggi da molti appellata come Via Regina) si era per
così dire specializzato a spaccare tirando frecce le zucche dei
numerosi pergolati.
Ancora a Bordighera si vedeva ai tempi un
caratteristico personaggio, che sospingeva una carriola in legno, nella
quale il più delle volte appoggiava solo la copia di un quotidiano,
tornare dal centro città a Villa Hortensia, dove svolgeva diverse
mansioni per conto del professore Raffaello
Monti
- o della famiglia - e nel cui garage secondo alcune versioni
alloggiava: a lui spettò, in ogni caso, l'onore di essere ritratto a
torso nudo - come in effetti si aggirava, se non quando indossava una
sorta di canottiera o gilé - dal pittore Roman Bilinski.
Sempre da
Bordighera emerge la soluzione di sciorinare, a casaccio ed a titolo
indicativo, qualche soprannome senza tema di affibbiare al singolo un
circostanza controversa, perché selezionato da un vecchio articolo di
Mario
Armando
(altro importante cultore di cose nostrane e non solo del dialetto: a
lui si devono ad esempio significative rievocazioni del passaggio
davanti a questa costa di confine del Rex) comparso nel numero di
settembre 2010 di "Paise Autu", periodico dell’Associazione “
U Risveiu Burdigotu”, nel quale si usava come principale il termine "
stranome" con l'avvertenza che la "
nomea" - al plurale - "
i nosci veci chiamavano 'Spronomi' non pregiudicanti amicizie":
Gianèira, Gianòira, Gianè, Manineta, Scimùn, Tunina, Dumuà, Gigè,
Neghin, Martinbè, Mè, Chicheta, Perugin, Baiòca, Sciasciùn, i Linghèia, u
Sàrdu, Sciangài, Gianchetu, Sparissoera, Scùrpina, Pistùn, Bagiotu,
Castagnà, Tirèijina, Perussetu, Castagneta, Patatina, Scijèrbura,
Ciarùn, Caretè, Ferandìn, Sciurbetè, Strascè, Vacà, Pastù, Pulaioe,
Pecina, Mamà, Biunda, Tetasse, Lerfan, Gamba, Becu, Bellocchio,
Sètelèrfi, Ranghetu, Boetascui, Scciapabricheti, Dentan, Gamèla,
Paciarò, Sètelèrfi, Zibà, Manèlu, Vagliò, Favèla, Nenenè, Patacà,
Bazazò, Bedò, Mungìn, Cantalamessa, Cundutu, Ciò, Guapa, Lagnò, Taleti,
Chipò, Meninò, Fanfafè, Sciànte, Sigareta, Putoschi, Bulò.
Ed allora
con lo stesso criterio si possono aggiungere nomignoli che affiorano
negli scritti dei richiamati autori di Ventimiglia, quali Bacì di
Sciapi, Cartun, Ciurina, Giuà de Canun, Sciacamoti, Sciapassùche,
Tapapussi. Altri ancora sono rimandati ad un prossimo articoletto.