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lunedì 1 maggio 2023

Fui aggregato ad una unità segreta di uomini dell'Haganà che operava dentro l'esercito inglese


Il 22 maggio 1945 la Brigata Ebraica raggiungeva il passo del Tarvisio, un’area strategica a ridosso dei confini austriaco e jugoslavo. Nei mesi seguenti la fine della guerra, gran parte di coloro che oltrepassavano il confine proveniva dalle località di Villach, Klagenfurt, Salisburgo, Gratz, dove le autorità Alleate avevano allestito luoghi di soccorso per rifugiati. Trovandosi al centro di numerose linee di passaggio, interessate soprattutto dal transito di profughi, il passo del Tarvisio acquisiva una sempre più significativa rilevanza strategica. Il governo Italiano intendeva mantenere il controllo della città di Trieste e premeva affinché l’esercito britannico impedisse l’ingresso di forze ostili dalla Jugoslavia. <383 L’incarico assegnato alla Brigata Ebraica sarebbe stato proprio quello di sorvegliare la zona di confine fungendo da raccordo nella catena dei rifornimenti verso l’Austria. <384
All’interno dell’area controllata dai «battaglioni palestinesi», i volontari ebrei allestivano due campi per il soccorso ai profughi: il primo battaglione al di fuori della città di Tarvisio ed il terzo a Camporosso; il secondo battaglione veniva collocato invece all’interno della città. Dopo aver provveduto alle attività di accoglienza e di primo soccorso, i soldati del Jewish Brigade Group iniziavano ad organizzare il trasferimento di migliaia di profughi. <385 Nel maggio ’45 venivano avviate delle vere e proprie staffette verso la città di Milano e altri luoghi, come l’orfanotrofio di Sciesopoli a Selvino, <386 in provincia di Bergamo, la clinica per tubercolotici di Merano o le numerose hacsharot <387 vicino Roma, Mantova, Torino, fra cui quelle di Magenta, Boffalora, Tradate, Nonantola. <388
Al Tarvisio i volontari ebrei avevano ampio spazio di manovra. Essi disponevano, come emerge nei vari resoconti giornalistici dei corrispondenti di guerra, di una grande libertà d’azione: "La Brigata [Ebraica] staziona nella parte italiana del confine e non si trova in Austria, tuttavia convogli delle compagnie trasporti palestinesi e colonne di trasporti della stessa Brigata attraversano quotidianamente il confine per recarsi nei centri di occupazione dell’Ottava Armata, ricoprendo ruoli di responsabilità più vari e gestendo problemi connessi ai rifornimenti". <389
La scelta di trasferire la Brigata Ebraica al Tarvisio rappresentava una formidabile occasione per i sionisti che intendevano entrare in contatto con i profughi oltreconfine, <390 mentre si rivelava per i britannici un grave errore di valutazione poiché finì col determinare una indubbia accelerazione delle operazioni di immigrazione degli ebrei in Palestina. Afferma Shlomo Shamir “Rabinowitz”, il comandante degli ufficiali della Haganà nella Brigata Ebraica: "Sul perché i britannici decisero di schierarci in questa posizione strategica, un luogo che si confaceva ai nostri bisogni nazionali, non ho una risposta chiara. È possibile sia stato un miracolo. Forse i britannici semplicemente non capirono che questo luogo avrebbe potuto essere il nostro trampolino di lancio per stabilire il destino dell’ebraismo d’Europa. A pensarci bene, sono quasi certo che l’elemento ebraico non fu preso in considerazione. Dopo tutto, nemmeno noi sapevamo bene in quel momento cosa fosse successo agli ebrei in Europa". <391
La Brigata Ebraica fu trasferita al confine con l’Austria in virtù della sua particolare duttilità operativa e per il fatto che molti volontari ebrei conoscevano le lingue diffuse nella Mitteleuropa. <392 Ad essere sottovalutato, o almeno in un primo momento non considerato, fu pertanto il fattore legato alle esigenze nazionalistiche della dirigenza sionista, per la quale diventava fondamentale riuscire a far giungere in Palestina il più alto numero di sopravvissuti ebrei, unitamente alla efficace capacità operativa dei nuclei sionisti attivi nell’esercito britannico, i quali riuscirono ad organizzarsi autonomamente, ricevendo solo generali e sporadiche direttive da Gerusalemme a causa della precarietà delle comunicazioni, costituendo una avanguardia dalla fondamentale importanza strategica. <393
[...] Nel maggio del ‘45 era già stata avviata una collaborazione fra le organizzazioni ebraiche che operavano in soccorso ai profughi, fra cui il JOINT e la DELASEM, ed i volontari del Jewish Brigade Group, assieme a quelli di altre compagnie ebraiche, in particolare del RASC, che godeva di una più ampia dotazione di veicoli rispetto alle altre unità militari.
Nel mese di giugno aveva luogo al passo del Tarvisio un incontro fra alcuni esponenti della Brigata Ebraica ed i rappresentanti delle Jewish Companies per decidere le modalità di tradotta dei profughi. <394 Oltre ai circa 4 500 uomini del Jewish Brigade Group erano presenti in Italia otto compagnie formate da ebrei, per un totale di altri 3 000 uomini circa: <395 tre compagnie a Milano e dintorni, la 462esima, la 735sima e la 739sima compagnia; <396 due a Trieste, la 179sima e la 643sima compagnia; una nei pressi di Bologna, la 650sima compagnia; <397 una a Napoli e Bari, rispettivamente la 544sima e la 743sima compagnia; a queste si aggiungevano due compagnie interamente formate da volontari ebrei dislocate in Austria, fra cui la 468sima compagnia, proprio a ridosso del confine con l’Italia. <398 L’incontro era organizzato da Yehuda Arazi, il comandante del "Mossad Le Alyiah Bet" in Italia, <399 e da altri luogotenenti della Haganà giunti dalla Palestina; <400 vi partecipava insieme ad altri commilitoni il volontario della 462esima compagnia del RASC Yoseph Koren: "Fui aggregato ad una unità segreta di uomini dell'Haganà che operava dentro l'esercito inglese. Il suo compito era quello di preparare le vettovaglie: acqua, cibo ed equipaggiamento vario per l’immigrazione clandestina in Israele. L'unità 462 tornò a Milano. Dopo qualche giorno ci fu richiesto di presentarci da Eliyahu Cohen, <401 il warrant officer del nostro battaglione. Egli ci diede il compito di andare al comando della «brigata» che si trovava al momento nel triangolo di confine: Italia-Austria-Jugoslavia. Una volta arrivati sul posto ci avrebbero dato altre istruzioni sulla nostra missione. Nel campo militare che si trovava vicino alla «brigata» si ammassarono numerosi autisti con i loro camion delle unità 178, 179, 462, 468, 650. Il nostro compito era quello di prelevare profughi dell'olocausto dall'Austria e poi sparpagliarli tra i diversi campi UNRRA che c'erano in Italia. Solamente in questo momento siamo riusciti a concepire le dimensioni dell'olocausto. Questa era un'immensa marea umana che faceva il suo primo incontro con soldati ebrei provenienti da Israele". <402
L’unità segreta alla quale si riferisce Yoseph Koren era nota con il nome di unità TTG, una sigla che compariva su certificati e fogli di circolazione, acronimo della locuzione arabo-yiddish «Tilhas Tizi Gescheften» (letteralmente «lick my ass business»), che si riferiva ad una unità Alleata in realtà inesistente. <403
Il T.T.G. era formato da una squadra di 50 autisti che appartenevano ad unità di trasporto dell'esercito inglese. Gli uomini del T.T.G. furono meticolosamente scelti dalla Haganà. Ci fu ordinato di mantenere il silenzio, non solo con gli inglesi ma anche con i nostri compagni di altre unità ebraiche, anche se buoni amici dovevano rimanerne all'oscuro. La nostra attività era ritenuta illegale dagli inglesi e dagli italiani. <404
Una volta provveduto ad una prima ed immediata azione di soccorso, i rifugiati sarebbero stati trasferiti dalle zone di confine verso i principali centri di raccolta del nord Italia, soprattutto attorno a Milano e Torino, a bordo dei veicoli militari dell’esercito britannico: "Alla fine della guerra la compagnia di trasporto 462 fu sciolta. I soldati più avanti negli anni rimpatriarono in Israele mentre invece io e altri soldati più giovani siamo rimasti per continuare l'attività di soccorso ai profughi ovunque in Italia. Gli automezzi erano indispensabili per la nostra attività, li abbiamo sottratti così all'esercito inglese. Abbiamo restituito gli automezzi della compagnia, facendoli entrare da un ingresso principale, ma dopo le pratiche burocratiche li abbiamo fatti uscire da un’apertura nella recinzione. Così passarono nelle mani del T.T.G., rimuovemmo poi i numeri e le insegne che avrebbero potuto tradire la loro origine. Con questo metodo siamo riusciti a procurare 50 automezzi per la nostra banda con lo scopo di utilizzarli nell’azione di trasporto profughi nei centri di raccolta e verso i porti. Questi camion servirono anche per trasportare rifornimenti vari e cibarie per i campi, e anche per rifornire la navi per l'immigrazione clandestina di tutto il necessario". <405
A bordo dei veicoli dell’esercito britannico i volontari ebrei godevano di una relativa libertà di movimento anche secondo quanto sostiene Ada Sereni, una delle figure di spicco della Alyiah Bet in Italia: «I confini, in questo momento, sono aboliti e i camion militari alleati non sono fermati da nessuno. Solo la Military Police ha l’autorità di fermarli, ma quando gli autisti hanno i fogli di via in ordine, neppure la polizia può intromettersi». <406
Questa particolare circostanza consentiva ai volontari ebrei, e a quelli della Brigata Ebraica e del RASC in special modo, di offrire un contributo logistico alla Alyiah Bet in un momento in cui la precarietà dei collegamenti limitava in maniera significativa lo spostamento organizzato di un gran numero di profughi. Essi garantivano al contempo una efficace azione di pronto soccorso grazie alla scrupolosa organizzazione militare e al diffuso sentimento di solidarietà nazionale che caratterizzava le Jewish Companies dell’esercito britannico. In altre parole, i volontari ebrei sfruttavano la macchina bellica dell’esercito britannico per trasferire i profughi verso zone sicure, laddove diveniva per loro indispensabile impartire ai futuri «olim», ossia i nuovi cittadini, nozioni di sionismo nonché i rudimenti della vita in kibbutz.
[NOTE]
383 Circa l’importanza strategica della città di Trieste, si faccia riferimento all’appunto della Direzione Generale Affari Politici del Ministero degli Affari Esteri del 27 agosto 1945, ASMAE, Affari Politici, Gran Bretagna, B. 63 (1945) F. 3. Sionismo. Disponibile anche presso Hagana Museum Archive, Tel Aviv, sotto la collocazione 123/איטל /2. Citato anche in M. Toscano, La porta di Sion, p. 17.
384 The Jewish Infantry Brigade Group (1944-1946) - Brigadier E. F. Benjamin C. B. E Memorandum, CZA DD\12828. In un articolo dell’11 giugno 1945 contenuto in CZA J112\1020 viene riportato che «nel frattempo la Brigata Ebraica staziona a 100 miglia da Udine, in Italia, verso il confine con l’Austria, aiutando insieme ad altre unità dell’ottava Armata Britannica e della decima Divisione Alpina Americana a mantenere una sezione della linea dei rifornimenti delle forze di occupazione in Austria». Si veda anche H. Bloom, The Brigade: an epic story of Vengeance, Salvation, and WWII, Hardscrabble Enterteinment, New York 2002 [H. Bloom, La Brigata: una storia di guerra, di vendetta e di redenzione, Saggiatore, Milano 2005, pp. 157-158].
385 D. Porat, One side of a Jewish triangle in Italy: the encounter of Italian Jews with Holocaust survivors and with Hebrew soldiers and Zionist Representative in Italy (1944-1946), in «Italia Judaica IV, Gli ebrei nell’Italia unita (1870-1945)», Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Roma 1993, p. 506.
386 Si faccia riferimento a questo proposito a S. Luzzatto, I bambini di Moshe - Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele, Einaudi, Torino 2019.
387 Centri di educazione professionale agricola allestiti dai sionisti per preparare i nuovi immigrati in Palestina. Tali strutture erano generalmente situate in campagna all’interno di cascine, poderi, fabbricati agricoli.
388 Si vedano A. Sereni, I clandestini del mare e S. Minerbi, Raffaele Cantoni.
389 CZA J112\1020.
390 Report for Week Ending 13 June 1945, 13/6/1945, AMG Bolzano, Repatriation Division. NA, RG 331, ACC Italy, 11202/128/36; S. Kokkonen, Jewish displaced persons in Postwar Italy (1945-1951), in «Jewish Political Studies Review», 20:1/2, 2008, p. 92.
391 S. Shamir, Intervento divino e una bandiera ebraica nell’esercito britannico, p. 217.
392 Ibid.
393 Hagana Museum Archive, File 29.00046/Yitzhak Levi. Ada Sereni afferma che alcuni radiotelegrafisti ed altri emissari dalla Palestina giunsero in Italia a bordo della nave «Pietro», nell’agosto del 1945, probabilmente per ovviare alle difficoltà di comunicazione e per coordinare la gestione dell’immigrazione clandestina. Questo solo dopo che la Brigata Ebraica lasciò il Tarvisio. A. Sereni, I clandestini del mare, p. 44.
394 A. Sereni, I clandestini del mare, p. 21.
395 Lo storico Yoav Gelber sostiene che vi fossero in Italia, nel novembre 1944, circa 10.000 volontari ebrei, Y. Gelber, The Meeting Between the Jewish Soldiers from Palestine Serving in the British Army and She’erit Hapletah, in Y. Gutman; A. Drechsler (a cura di), «She’erit Hapletah, 1944-1948», p. 66. Mario Toscano riporta la cifra di circa 8.000 volontari per quanto riguarda l’estate del 1945, M. Toscano, La porta di Sion, p. 39. Ciò che emerge con chiarezza dalla documentazione del National Archive è che, al maggio 1945, erano operativi al di fuori della Palestina 12 662 volontari ebrei, di cui 5 777 in Egitto e 4 553 nella Brigata Ebraica. Il resto dei volontari ebrei era distribuito fra le Jewish Companies in Italia e nei Balcani. Nei mesi seguenti, alcune centinaia di volontari ebrei lasciavano l’Egitto e raggiungevano i propri commilitoni in Italia, inclusi alcuni membri del Jewish Brigade Group; appare pertanto verosimile che vi fossero circa 7/8 000 volontari ebrei in Italia nel giugno/luglio 1945, Monthly Strenght of Jews and Arabs in Armed Forces and Police - Foreign Office Memorandum, London, 19/3/1946, TNA FO 371/495. Il volontario Piero Cividalli, ad esempio, raggiunse l’Italia insieme ad un centinaio di commilitoni nel maggio 1945, per poi aggregarsi alla Brigata Ebraica, in Belgio, ai primi di ottobre. Intervista a Piero Cividalli (Ramat Gan, 16/5/2020).
396 C. Villani, Milano, Via Unione 5. Un centro di accoglienza per ‘displaced persons’ ebree nel secondo dopoguerra, in «Studi Storici», Anno 50, No. 2, Aprile-Giugno 2009, pp. 335.
397 Intervista al figlio di Ariè Sheck Eugenio (Milano, 15/1/2015).
398 Bintivey Ha’apala Information Center, Atlit Detention Camp Archive, File Peilim/Yoseph Koren.
399 Ada Sereni riporta un dialogo con Arazi nel corso del quale egli avrebbe affermato: «Prima che lasciassi Tel Aviv, Elyahu Golomb [uno dei capi della Hagana] mi disse chiaramente che sarei stato il comandante in Italia». A. Sereni, I clandestini del mare, p. 22.
400 S. Minerbi, Raffaele Cantoni, p. 151.
401 Elyahu Cohen era sergente maggiore della 462esima compagnia trasporti del RASC, «il più alto ufficiale dell’Hagana arruolato nell’esercito britannico», A. Sereni, I clandestini del mare, p. 35.
402 Bintivey Ha’apala Information Center, Atlit Detention Camp Archive, File Peilim/Yoseph Koren.
403 M. Beckman, The Jewish Brigade, pp. 56-59.
404 Bintivey Ha’apala Information Center, Atlit Detention Camp Archive, File Peilim/Yoseph Koren.
405 Ibid.
406 Illegal immigration movements in and through Italy - Vincent La Vista Memorandum, Israeli Defence Forces and Defence Establishment Archives (Tel HaShomer military base, Kiryat Ono), F. 87/1867/1998.
Stefano Scaletta, La Brigata Ebraica e le compagnie di ebrei volontari nell’esercito britannico (1939-1946), Tesi di dottorato, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, Anno accademico 2020-2021

martedì 25 aprile 2023

Gli ultimi scontri armati e le ritorsioni naziste sui civili nell’area ovest della Val di Nievole

Pescia (PT). Fonte: mapio.net

Dopo aver colpito il 23 agosto del '44 nell'area del padule di Fucecchio, le operazioni dell'esercito tedesco, temendo, da quando l'armata britannica si era sganciata per dirigersi a Pesaro, una imminente avanzata degli americani nel territorio della Val di Nievole, si concentrarono a nord-ovest della piana tra Pescia e Collodi e lungo la via di fuga nell'area collinare da Vellano a Pietrabuona, San Quirico, Medicina, Sorana, Malocchio e Prunetta.
Nella zona di Malocchio nel Comune di Buggiano il 24 novembre del '43 vi era stato un grande rastrellamento tedesco con diversi civili trasferiti temporaneamente alle carceri di Pistoia a seguito dell'uccisione, in date diverse, di due noti fascisti. Si trattava del pesciatino Romolo Del Sole fucilato da ignoti antifascisti in località Le Carde, di Orlandi Gherardo detto 'Crispino' ritenuto complice dell'uccisione di due giovani avvenuta a Malocchio ai tempi del primo squadrismo nel lontano 29 settembre 1922.
Come viene rievocato da Amleto Spicciani <71, accadde che il 5 settembre '44, mentre la città di Pescia veniva devastata dai genieri tedeschi in ritirata e si vedevano le brutali impiccagioni di civili lungo il fiume, una pattuglia di tedeschi e di militi repubblichini si mosse verso Malocchio per attuare una operazione di rappresaglia e di cattura dei soldati angloamericani che da mesi avevano trovato rifugio e protezione in quella zona. Si trattava di alcuni prigionieri inglesi fuggiti dai campi di concentramento di Lucca e di due piloti americani di un aereo alleato precipitato in località La Serra.
Dopo aver catturato Gino Ricciarelli e aver trovato nella casa di Stefano Lavorini un fucile dimenticato dai partigiani, i tedeschi uccisero sul colpo Mazzino Gigli che usciva dal bosco scambiato, solo per questo, per un partigiano. Uccisero poi, fuori della loro casa, Lida Menni e Laura Lavorini che aveva in bracco il figlio Aldo rimasto ferito al pari di Gina Papini e dell'anziana Bruna Lavorini. La generosa accoglienza ai prigionieri alleati portò la piccola frazione collinare a subire questa ultima violenza.
Ad ovest di Borgo a Buggiano, nella zona di Pescia, sporadici scontri fin dal mese di luglio avevano acuito la tensione delle truppe tedesche dopo l'uccisione di un loro soldato, avvenuta il giorno 21 a Vellano, ad opera di un partigiano. Il giorno 24 sulla via per Pietrabuona, a seguito di un lancio di bombe a mano all'interno di una cartiera che i tedeschi stavano perlustrando, un altro soldato tedesco era rimasto ucciso ed un terzo, gravemente ferito, all'indomani era morto all'ospedale di Pescia.
Questo stillicidio di assalti partigiani e di vittime tra le proprie file, come era prevedibile, acuì il desiderio di ritorsioni da parte dei tedeschi che intensificarono le loro perlustrazioni nell'intera area collinare della cosiddetta 'Svizzera pesciatina' per cui il 17 agosto a Vellano si ebbero altri due morti per parte nel corso di un violento scontro a fuoco tra tedeschi e partigiani. Il vescovo diocesano monsignor Simonetti, che aveva chiesto clemenza verso la popolazione civile direttamente presso Kesselring, nei giorni in cui, fino a metà luglio, questi stava a Monsummano, si rivolse ai parroci della Val di Nievole.
Il suo messaggio invitava i sacerdoti a capo delle varie parrocchie affinché dicessero a “quei ragazzi dei boschi”, cioè ai partigiani, di stare molto attenti a quello che facevano dal momento che i manifesti affissi dal Comando tedesco avvertivano che per ogni soldato tedesco ucciso dieci italiani sarebbero a loro volta stati fucilati. Ma ormai si era giunti alla resa dei conti tra l'ansia di cacciare i tedeschi e la ferocia con la quale questi difendevano palmo a palmo la loro ritirata. La via di fuga verso La Lima e l'Abetone per attestarsi sulla Linea Gotica era divenuto il più tormentato passaggio e obiettivo da dover raggiungere.
Tra il 17 e il 19 agosto era poi accaduto il caso di San Quirico. Due ufficiali tedeschi in località La Piana, mentre accompagnavano a casa un fascista che, sapendosi ricercato dai partigiani, aveva chiesto protezione a quegli ufficiali germanici, vennero uccisi da un gruppo di disertori tedeschi. Questo episodio avrebbe dato luogo ad una sanguinosa ritorsione che di seguito riferiamo nella testimonianza del sacerdote Vincenzo Del Chiaro costretto a presenziare alla fucilazione di venti persone.
«La sera del 17 agosto '44 in casa degli eredi di Eufisio Quilici di Pariana, casa posta in San Quirico, località La Piana, abitata da Salvatore Altiero sfollato da Livorno, si teneva una cena tra i dirigenti della Todt alla quale prendevano parte anche gli ufficiali tedeschi Flozet Iacchin, Fopp Fleinz e Cinbet Wichert, dei quali i primi due rimarranno uccisi nelle circostanze di cui appresso.
Nel frattempo, persone dal fare sospetto si aggiravano nei pressi della casa di Edoardo Consani nella quale, sfollato da Pescia, abitava Nello Scoti, repubblichino inviso ai partigiani e sospetto di possedere una radio trasmittente al servizio dei tedeschi della quale i partigiani volevano impossessarsi. Due ufficiali tedeschi si dissero disposti ad accompagnarlo fino a casa.
Lungo la strada che conduce ad Aramo, giunti nei pressi della casa del Consani, incontrarono sei tedeschi che, pur vestendo ancora la divisa militare, avevano disertato e si erano uniti ai partigiani che stavano nel paese di Medicina. Erano accompagnati da Roberto Darini e da un francese; il gruppo era invece capitanato dal ben noto Franz. Gli ufficiali tedeschi intimarono l'alt e dissero: 'Voi essere partigiani'. No, rispose Franz, 'noi camerati'.
Alla richiesta di documenti, Franz estrasse una pistola, mentre teneva quella d'ordinanza nella fodera, e fece fuoco contro i due ufficiali che non fecero in tempo a difendersi dal fulmineo gesto. Uno dei due morì sul colpo e l'altro appena raggiunto l'ospedale di Pescia. La mattina del 19 agosto il paese di San Quirico fu raggiunto da un reparto tedesco che lo circondò affinché nessun uomo tra quegli validi, che comunque si erano allontanati fin dal giorno precedente, ne uscisse fuori.
Il paese venne saccheggiato e poi messo a ferro e fuoco; 50 furono le case distrutte, 19 quelle incendiate, le altre danneggiate. Contemporaneamente l'ufficiale ordinò al pievano di far preparare nel cimitero una fossa capace di contenere 20 cadaveri mentre un altro reparto in prossimità di Pietrabuona fermava sulla via Mammianese un gruppo di 47 persone che, dopo essere state rastrellate e condotte alla Lima per eseguire fortificazioni sulla Linea Gotica, erano state mandate indietro perché risultate non idonee a quel lavoro. Tra queste vi era un solo residente del posto. Ne vennero scelti a caso 20 e avviati a San Quirico dove vennero fucilati in quattro gruppi davanti alla fossa comune». <72
Questo episodio si distingue per la sua tragicità che vede soldati tedeschi (disertori) che uccidono altri soldati tedeschi e quella di una rappresaglia nella quale morirono ben due decine di civili - tra i quali di abitanti della zona di Pescia, dove erano stati uccisi in località La Piana due ufficiali, ve ne era uno solo - civili che erano da poco tornati liberi dato che gli stessi tedeschi li avevano rimandati a casa, perché non più necessari al lavoro in corso sulla Linea Gotica.
Un assassinio a sangue freddo, perché fuori da ogni logica di rappresaglia per precedenti attacchi subiti dai tedeschi, fu invece quello compiuto il 14 settembre nel cimitero di Vellano dove una donna, Giuseppina Sansoni, venne uccisa da soldati tedeschi di passaggio mentre era china a pregare sulla tomba del figlio Vittorio, partigiano ammazzato giorni prima al ponte di Sorana. Brutale assassinio fu anche quello di due giovani donne livornesi, Iris Stiavelli e Miriam Cardini, mutilate e gettate in una fogna a Pietrabuona da un manipolo di soldati tedeschi “senza onore” mentre stavano risalendo la collina verso settentrione.
Nella sua rievocazione, Giorgio Calamari ricorda molti altri episodi accaduti nell'area pesciatina che portarono al sacrificio di cento e più vittime civili molte delle quali nell'imminenza della ritirata dei tedeschi, ma anche altri episodi precedenti come quella di impiccati, nella zona centrale del paese, appesi ai rami degli alberi lungo il fiume Pescia. Vittime di pattuglie tedesche in transito verso la Lima erano state il 5 settembre anche due donne a Malocchio e altri tre giovani alla Serra.
Il 6 settembre molte case di Pescia vennero minate da genieri tedeschi per ostacolare l'imminente avanzata degli Alleati. Nella circostanza rimasero uccisi i coniugi Orsucci e le vedove Magnani con le loro giovani figlie. Il 7 settembre a Collodi vennero giustiziati tre partigiani livornesi che operavano nella zona di Villa Basilica. Persino l'8 settembre, mentre Pescia veniva liberata dagli Alleati, una pattuglia tedesca tra Ponte di Sorana e Ponte a Coscia fucilava due giovani partigiani sorpresi armati mentre tornavano da una missione.
Nello stesso giorno altri soldati tedeschi sparavano e uccidevano tre uomini mentre cercavano di sottrarsi alla cattura. Infine in località Medicina venivano ammazzati due partigiani, Elio Mari e Foro Lenci. L'8 settembre Pescia fu finalmente liberata, ma i tedeschi, annidati sulla collina e non paghi del sangue che avevano fatto versare a decine di innocenti, nei giorni 12 e 13 continuarono a cannoneggiare il centro di Pescia causando ulteriori 14 vittime. <73
[NOTE]
71 Amleto Spicciani (don), Il 5 settembre 1944 a Malocchio di Buggiano, Stampria Vannini, Buggiano, 2008.
72 Vincenzo Del Chiaro, (don) Le tragiche giornate di San Quirico in Valleriana, in Memorie di guerra, Stamperia Benedetti, Pescia, 1944, trascitto in www. digilander/sanquiricoinvalleriana/eccidio.
73 Giuseppe Calamari, In memoria delle vittime pesciatine della barbaria nazifascista, Stamperia Benedetti, Pescia, 1945. Dino Birindelli, Pescia 1944. Tre giorni di settembre, Stamperia Benedetti, Pescia, 1984.
Vasco Ferretti, La resistenza nel pistoiese e nell'area tosco-emiliana (1943-1945). Rivisitazione e compendio di una terribile guerra di liberazione, guerra civile e guerra ai civili, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, giugno 2018

domenica 16 aprile 2023

Cenni sulla Resistenza in provincia di Parma

Fornovo di Taro (PR). Fonte: Wikipedia

Nei concitati giorni della proclamazione dell’Armistizio anche il Comitato d’azione antifascista parmense intensifica gli sforzi. In una riunione tenutasi a Mariano il 9 settembre, nella villa del professor Angelo Braga, viene presa la decisione di coordinare gli sforzi degli esili gruppi antifascisti presenti sul territorio e cominciare ad organizzare una concreta opposizione agli occupanti <8. Da subito il nascente CLN si impegna per offrire aiuto e sostegno logistico ai militari alleati in fuga dai campi di prigionia, cercare armi, imbastire una rete di contatti. Il 15 ottobre, nello studio dell’avvocato Francesco Micheli, dirigente del Partito Popolare ed esponente di spicco dell’antifascismo parmense, si costituisce formalmente il Comitato di Liberazione Nazionale di Parma, struttura provinciale di organizzazione e coordinamento della nascente lotta antifascista. Ne fanno parte comunisti, socialisti, cattolici, repubblicani, liberali, azionisti <9.
Il CLN così costituito deve preoccuparsi di imbastire un’efficiente rete di comunicazioni con i centri del movimento partigiano. Ad attendere a questi compiti sarà un esercito di staffette, che costituiranno, per tutti i mesi della lotta partigiana, i nodi fondamentali di una rete clandestina di comunicazione e informazione. Le staffette sono tradizionalmente, nella memorialistica sulla Resistenza, donne. Per loro era forse più semplice muoversi liberamente sul territorio, destando minori sospetti dei colleghi maschi. Un compito importante che però non esaurisce la varietà dei ruoli ricoperti dalle circa 460 resistenti riconosciute in Provincia di Parma che, per tutti i mesi della lotta partigiana, cureranno feriti, faranno opera di propaganda, consegneranno stampa clandestina, organizzeranno manifestazioni pubbliche, prenderanno parte a combattimenti <10.
All’indomani dell’Armistizio si pongono anche le basi per la formazione delle squadre SAP (Squadre di Azione Patriottica) e GAP (Gruppi d’Azione Patriottica), vere e proprie cellule partigiane clandestine dislocate in città, composte da persone che, anziché abbandonare le proprie case e unirsi alle bande della montagna, continuano a vivere nella propria dimora e mantenere un normale impiego, dietro cui mascherano l’attività di guerriglia, sabotaggio e spionaggio.
Al progressivo consolidamento delle forze antifasciste si accompagna la rapida stabilizzazione del potere tedesco in città: tra settembre ed ottobre il controllo militare e amministrativo della provincia di Parma passa nelle mani del Militärkommandatur 1008, l’amministrazione militare tedesca, stabilitasi a ridosso della Cittadella, tranquillo quartiere residenziale lontano dai possibili obiettivi dei bombardamenti alleati <11.
[NOTE]
8 Gorreri D., Parma ’43. Un popolo in armi per conquistarsi la libertà, Parma, Step, 1975.
9 Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma, I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, Step, 1970, p. 159.
10 Pieroni Bortolotti F., Le donne della Resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-1945, Milano, Vangelista, 1978.
11 Klinkhammer L., Una città sotto l’occupazione tedesca: il caso di Parma, in «Storia e documenti», 5, 1999.
Iara Meloni, Occupazione tedesca e lotta di Liberazione a Parma: una breve introduzione storica in Stefano Rotta, Partigiano Carbonaro. Un ragazzo nella Prima Julia, Parma, Graphital, 2015

In questo capitolo ci si vuole soffermare e analizzare in che modo era strutturato il movimento partigiano parmense e che tipo di rapporti intercorrevano tra i comandi (e organismi) provinciali e quelli regionali o nazionali. Non vuole essere questa la sede per analizzare le caratteristiche e le criticità dei Comitati Nazionali come il CLN o il CLNAI, che sono invece stati ampiamente ed egregiamente trattati da storici come Roberto Battaglia, Claudio Pavone o Santo Peli. <46 Al di là quindi degli organi nazionali, ciò che interessa è focalizzarsi su quelli locali, cercando di dipanare la complicata rete di rapporti interni alla provincia di Parma ed esterni ad essa.
Nel precedente capitolo si è visto come il movimento resistenziale, sin dal suo esordio, sia stato guidato da un organizzazione a carattere nazionale, il CLN <47 appunto, che rappresentava quindi il vertice delle gerarchie di comando. Da questo organo si diramavano e si collegavano tutti i vari Comitati Nazionali sorti nelle città; nel caso di Parma, ricordiamo, questo si formò il 15 ottobre 1944. La fitta rete di collegamenti, non passava direttamente dal CLN nazionale a quelli locali, ma si rapportava anche con organi intermedi, a carattere regionale; per l’Emilia Romagna, era il caso del CUMER (Comando Unico Militare Emilia Romagna). La costituzione dei Comandi regionali si deve all’iniziativa comunista che propose, scrive Battaglia, “di trasformare le vecchie giunte militari in Comandi veri e propri, dotati della necessaria autonomia” <48. I Comandi regionali erano modellati sulla base del Comando Centrale, alle dipendenze del CLNAI, che nacque il 9 giugno 1944 con la costituzione del “Comando Generale per l’Alta Italia occupata del Corpo volontari della libertà” <49.
Alla costituzione del CVL, corrispose una spartizione delle competenze: sommariamente, le attribuzioni del CLNAI erano principalmente di natura politica, quelle del CVL, di carattere militare <50. Al pari di quello centrale, anche i Comitati di Liberazione provinciali e i Comandi locali si basavano su questa divisione. Nel caso parmense, si è visto come nel marzo del 1944, per motivi organizzativi, dal CUMER si formò la Delegazione Nord Emilia, con competenza sulle province di Parma, Reggio e Piacenza <51.  I contatti con il Comando Delegato avvenivano grazie alla costituzione a Fornovo, un paese della provincia parmense, di un Centro Collegamenti del Comando Nord Emilia, nel giugno 1944, affidato ai partigiani Bertini (Bruno Tanzi), Ferrarini (Enzo Costa) e Sergio (Alceste Bucci).
Per completare, sommariamente, il quadro dei rapporti tra la provincia parmense e gli altri organismi presenti sul territorio, è doveroso accennare anche alla presenza del Comando Alleato. Nonostante la scarna documentazione a riguardo, Leonardo Tarantini ci informa del fatto che i primi abboccamenti con gli Alleati risalivano al Natale del 1943. <52
I principali contatti con il Comando angloamericano avvennero per gli accordi relativi agli aviolanci; solo negli ultimi mesi prima della Liberazione, il Comando Alleato interverrà in una questione politica interna al Comando Militare parmense, questione che verrà analizzata successivamente, nel presente capitolo.
La gerarchia di comando non riguardava solo l’assetto nazionale, ma si riproponeva anche a livello provinciale. Nel caso di Parma, al pari delle altre città, il movimento era al suo interno rigidamente suddiviso. All’ultimo gradino della scala piramidale si collocavano le Brigate, gerarchicamente divise in Battaglioni, a loro volta suddivisi in Distaccamenti. Ogni reparto, ricordiamo, aveva il suo Comando composto dal Comandante, il Commissario, i rispettivi vice, l’Intendente e il Capo di Stato Maggiore. Salendo nella scala, al gradino intermedio, si posizionavano le Divisioni. Si tratta di raggruppamenti composti da diverse brigate, che si formarono nel parmense a partire dal febbraio 1945. Una relazione dell’ Ispettore del Nord Emilia, Umberto (Umberto Pestarini), ci informa sui motivi della riorganizzazione in Divisioni: “questo ultimo provvedimento, quello delle Divisioni, fa parte di un piano organico di riforma disciplinare e di dislocazione delle nostre forze […]”. <53 Naturalmente anche le Divisioni avevano il loro Comando. Infine al gradino più alto si trovava il Comando Unico Operativo, che coordinava le Brigate dipendenti e interagiva con i Comandi superiori. A differenza che per le vicine Piacenza e Reggio, a Parma si costituì la Delegazione del Comando Unico, operante nella zona ad Est della Cisa; in teoria essa era subordinata al Comando Unico, ma di fatto operava come autonoma. Sulle mansioni e le questioni inerenti al Comando Unico verrà dedicato un ampio paragrafo del capitolo.
[NOTE]
46 Cfr. R. Battaglia, Storia della resistenza Italiana, S. Peli, Storia della resistenza in Italia, C. Pavone, Una guerra civile.
47 sarebbe più preciso dire il CLNAI dal momento che a partire dal maggio 1944, “si considera a tutti gli effetti rappresentante del governo legittimo” cfr. R. Battaglia, Storia della resistenza italiana, p. 333.
48 R. Battaglia, Storia della resistenza italiana, cit. p. 339.
49 Ibidem
50 Per un approfondimento cfr. R. Battaglia, Storia della resistenza italiana, p. 439.
51 Il Comando Nord Emilia era così composto: Comandante: Mario Roveda (Bertola), Commissario: Emilio Suardi (Rinaldi), Vice Comandanti: Amerigo Clocchiatti (Lamberti) e Giovanni Vignali (Bellini), Ispettori: Enzo Costa (Ferrarini) e Bruno Tanzi (Bertini). Cfr. Fernando Cipriani, Guerra partigiana: operazioni nelle provincie di Piacenza, Parma e Reggio Emilia, p.7.
52 Cfr. L. Tarantini, Resistenza armata nel parmense, p. 67.
53 Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma (d’ora in poi AISRECP), Fondo Lotta di Liberazione, busta RI, fasc. QC, f. 19.

Costanza Guidetti, La struttura del comando nel movimento resistenziale a Parma, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2017-2018

A Parma l'attività militare cittadina fu pressoché inesistente fino al 24 febbraio 1944, quando in centro venne ucciso un milite della GNR. Queste difficoltà di azione trovano conferma da quanto riportato nella Relazione della 12ª Brigata Garibaldi, che attribuiva ai GAP unicamente un'azione di recupero di armi per la montagna nel febbraio 1944. Eugenio Copelli “Gianni”, catturato dalla polizia in un'osteria del quartiere Oltretorrente nella serata del 9 marzo 1944 e ucciso subito dopo, veniva indicato quale comandante dei GAP di Parma da un volantino che lo descriveva come un eroico gappista, ma alla prova delle carte d'archivio risulta che dal colpo di febbraio fino al 10 aprile - quando sulla strada Parma-Colorno venne ferito gravemente da un ciclista un milite della Gnr - non si verificò più nessun attentato. Un ultimo colpo di coda del gappismo parmense si ebbe tra i mesi di maggio e luglio 1944, quando vennero segnalate dai Notiziari della GNR alcune sparatorie compiute da ignoti in bicicletta contro militi della RSI.
Maria Grazia Conti, Gruppi di azione patriottica (GAP) in Comando Militare Nord Emilia. Dizionario della Resistenza nell’Emilia Occidentale, Progetto e coordinamento scientifico: Fabrizio Achilli, Marco Minardi, Massimo Storchi, Progetto di ricerca curato dagli Istituti storici della Resistenza di Parma, Piacenza e Reggio Emilia in Rete e realizzato grazie al contributo disposto dalla legge regionale n. 3/2016 “Memoria del Novecento. Promozione e sostegno alle attività di valorizzazione della storia del Novecento”

Nella provincia di Parma le SAP si organizzarono a partire dall'estate del 1944 nella zona della bassa parmense limitrofa ai paesi di Colorno, Roccabianca, San Secondo e Mezzano di Sotto. Durante l'estate esse disarmarono alcune caserme, effettuarono frequenti sabotaggi alla rete telefonica, alle linee ferroviarie e ai cartelli stradali e sparsero sulle principali vie di comunicazione chiodi antipneumatici per bloccare i mezzi nemici, senza però riuscire ad innescare un movimento di massa nelle campagne circostanti. Queste problematiche furono denunciate nel novembre 1944 proprio dal Comando Terza zona che, in una nota al Comando generale delle brigate Garibaldi, lamentava «l'attendismo» delle comunità locali e la sconnessione esistente tra lotta militare e lotta politica. Sempre nel primo autunno del 1944 cominciò ad esserci traccia di nuclei sappisti anche nella zona a sud della via Emilia, ai bordi della città, ma le azioni, anche in questo caso, non andavano oltre qualche disarmo. Come è noto, i grandi rastrellamenti dell'inverno del 1945 costrinsero le SAP a ritirarsi in montagna per impedire gravose perdite di uomini, lasciando la pianura sotto il controllo dei nazifascisti.
Maria Grazia Conti, Squadre di azione patriottica (SAP) in Comando Militare Nord Emilia. Dizionario della Resistenza... op. cit.

sabato 8 aprile 2023

La ‘risposta flessibile’ al contempo rappresentava una “magnifica opportunità” per l’industria bellica


Sin dai primi giorni del suo insediamento l’amministrazione democratica presieduta da Kennedy lavorò ad un’ampia ed articolata revisione della foreign policy e della strategia nucleare. Gli anni di Eisenhower, specialmente gli ultimi, erano stati caratterizzati da una crisi di fiducia nel contesto della Nato, favorendo quelle spinte centrifughe che avevano provocato, tra l’altro, l’iniziativa tripartita (Italia, Francia, Germania) intesa a realizzare un’autonomia atomica continentale. L’impressione suscitata dal lancio dello Sputnik e la politica ‘aggressiva’ condotta da Khrushev avevano alimentato timori e preoccupazioni in partibus Occidentis. L’URSS aveva conseguito significativi progressi in campo nucleare mettendo a repentaglio quell’egemonia balistica statunitense apparsa, per decenni, incontrastabile. L’elezione di Kennedy, coadiuvato da un brain trust di intellettuali efficiente e determinato, venne interpretata come un’iniezione di dinamismo e di rinnovamento. Per i nuovi inquilini della Casa Bianca apparve prioritario ripristinare un clima di fiducia con gli alleati atlantici per reagire con maggior vigore ed ‘apertura di orizzonti’ alla sfida sovietica. Tale atteggiamento implicava il superamento della dottrina nota come ‘massive retaliation’, ritenuta ormai obsoleta e poco credibile6. Prodromicamente, nel corso della sua campagna elettorale, Kennedy aveva attaccato con acredine la politica del containment, denunciando un incremento del ‘potere d’iniziativa’ sovietico in tutte le ‘zone fluide’ -inclusa la ‘sfera d’influenza’ statunitense- per “seminarvi elementi di discordia e di indebolimento”. L’America vacilla, in particolare, sull’immenso fronte dei Paesi emergenti, gradualmente affrancatisi dal colonialismo-, perché il principio militare che è fatalmente legato a quello del containment non solo non allinea tali Paesi alla leading policy degli USA, ma contribuisce molto ad avvicinarli all’URSS. Kennedy riteneva che fosse possibile ‘traghettare’ i due blocchi verso un’epoca di ‘coesistenza competitiva’, se non altro perché entrambi condividevano l’interesse vitale a impedire uno scontro senza vincitori. Tuttavia, era consapevole che la sua ‘agenda’ aveva maggiori opportunità di attuazione a condizione che il concerto delle potenze occidentali mettesse in campo tutte le risorse mature: “Non si può vincere l’antagonista, che per sua natura tende a presentarsi come compatto, se il mondo libero non salvaguarda la propria unità: è da questa esigenza che deriva la politica kennediana nei confronti dell’Europa occidentale e dell’alleanza atlantica. Da un lato egli vuol mantenere la leadership americana - perché è la condizione di tutta la sua foreign policy - e, dall’altro, vuole che questa leadership sia democratica, perché solo a questa condizione può essere preservata l’unità del mondo libero” <7. In realtà, nonostante insistesse sulla novitas temporum -implicante l’esplorazione di altri criteri per ‘pugnare non bellando’- la strategia kennediana fu lungi dall’essere inedita rispetto alla consolidata tradizione della reazione indiscriminata: “According to folklore, the Eisenhower administration held stubbornly throughout its tenure to the strategy of ‘massive retaliation’- the intent to vaporize the whole Warsaw Pact as soon as Soviet tanks poured into West Germany. Conversely, folklore holds that Kennedy moved decisively to promote flexible response and stronger conventional defense options. In reality there was less difference than commonly assumed. Eisenhower supported the impression of staunch commitment to nuclear escalation in his rhetoric and decisions, but the commitment originally enshrined in NATO’s 1954 document MC 48 was modified in official development of strategy three years later in MC 14/2.37 Leaders of the Kennedy administration promoted improvement in conventional forces and revision of strategy, but action in these directions was inconsistent and changes in war plans were small and delayed. In Kennedy’s first year Secretary of Defense McNamara actually budgeted a reduction of conventional forces, and Kennedy later threatened withdrawals of U.S. forces from Europe to cope with the balance of payments deficit. Ten years after 14/2 the official adoption of flexible response as NATO doctrine in MC 14/3 occurred ironically just when capacity for conventional defense was falling, as France withdrew from the integrated command, London moved to withdraw forces from the British Army of the Rhine, and the war in Vietnam hollowed out U.S. units in Europe. MC 14/3 was a compromise in principle between conventional and nuclear emphasis in war plans, but produced little change in practice” <8. L’esperienza bellica nello scacchiere sud-est asiatico (Corea e Indocina) aveva dimostrato l’impossibilità di impiegare ordigni a fissione ‘tattici’, minacciati in una prova di forza convenzionale. Una pari inefficacia veniva imputata alla strategia della ‘graduated deterrence’ che, a partire dal 1956, -mediante installazione di missili Jupiter e Thor in Italia, Turchia e Gran Bretagna- aveva reso meno automatica la risposta occidentale al first strike sovietico. Il two keys system subordinava l’eventuale uso dei missili al consenso tra il comando generale della Nato e il governo del Paese ospitante. Tale procedura -si rilevava criticamente- appariva complessa, di difficile attuazione in contingenze legate ad un improvviso attacco del nemico. Tra problemi tecnici e diffidenze politiche l’azione dell’amministrazione Kennedy nei confronti degli interlocutori europei si mosse, agli esordi, lungo direttrici incerte ed equivoche come attesta la sua decisione di affidare al ‘comitato Acheson’ l’incarico di formulare un’ipotesi alternativa alle strategie nucleari condivise con la partnership atlantica. La relativa analisi prospettò due istanze: a) ridurre il peso del ‘fattore atomico’ nella NATO, favorendone l’incremento dell’armamento convenzionale al fine di innalzare la ‘soglia nucleare’; b) affidare agli Stati Uniti la responsabilità di controllo esclusivo sull’arsenale nucleare. La direttiva di Acheson venne adottata col memorandum del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSAM 40) nell’aprile 1961. Alcuni dettagli non vennero divulgati prevedendo possibili tensioni in seno all’Alleanza. Questa situazione di stallo si protrasse sino alla primavera del 1962 quando acquistò credito l’ ‘agenda McNamara’ i cui profili operativi vennero delineati dal generale Maxwell D. Taylor. “I nostri mezzi - sostenne il Segretario della Difesa - possono essere utilizzati in vari e diversi modi. Possiamo reagire all’aggressione con un unico attacco massiccio o possiamo riuscire a usare le nostre forze di rappresaglia in modo da limitare il danno di un conflitto nucleare per noi stessi e per i nostri alleati, distruggendo le basi del nemico prima che abbia avuto modo di lanciare la seconda salva o cercando di porre termine alla guerra a condizioni favorevoli”. Il concepimento di una strategia ‘proattiva’ in grado di fronteggiare le ‘variabili’ di uno schema congetturale bellico su scala planetaria costituì una ‘novità’ per gli Alleati, condizionati da una visione difensiva ‘radicale’, innestata cioè sul criterio di all-or-nothing: alle prime avvisaglie di pericolo, colpire il ‘nemico’ diffusamente e in profondità, con la certezza di annullare una sua replica nucleare. Una visione ‘sclerotizzata’ che impose agli Stati Uniti una strategia di politica estera basata sul compromesso tra ‘interdipendenza’ e leading mission. “La presidenza Kennedy è stata valorizzata come un momento di profonda intesa ‘universale’ da quanti avevano scorto nella ferrea logica di Guerra Fredda, fino ad allora vigente, una condizione soffocante. Le maglie del confronto, in realtà, si allargano, ma ciò non significa né un miglioramento dei rapporti transatlantici né tanto meno un aumento di ‘potere contrattuale’ a vantaggio dell’Europa. Con Kennedy si accentua la tendenza a dislocare il conflitto fuori dai confini del Vecchio Continente. In tal senso, il passaggio, nella strategia difensiva americana per l’Europa, dalla rappresaglia massiccia alla risposta flessibile acquisisce un valore emblematico. Anche perché, su questo sfondo, dopo gli accordi di Nassau del 1962, di determina la definitiva autonomizzazione della forza nucleare francese. L’intuizione aroniana del decennio precedente, per la quale i tentativi di espansionismo si sarebbero rivolti verso l’Asia e, quindi, lontani dalla centralità, anche mediatica, del territorio europeo, s’invera definitivamente: alla propensione sovietica a questa dislocazione giunge la risposta americana. Si potrebbe affermare, in tal senso, che la costruzione del Muro di Berlino nell’agosto del 1961 rappresenti il ‘congelamento possibile’ della questione tedesca e, con essa, della competizione sul suolo europeo, segnando la sua trasmigrazione in altri scenari” <9. La ‘dottrina’ della ‘flexible response’ eliminava gli automatismi insiti nella massive retaliation, prevedendo un range di opzioni ‘calibrabili’ su specifiche situazioni e ‘teatri’. La premessa che fece da sfondo a tale impostazione ‘geo-politica’ fu la consapevolezza che, in caso di scontro, l’equivalenza offensiva dispiegata simultaneamente non avrebbe lasciato vincitori risolvendosi, invece, in un mutuo annichilimento. L’escalation <10 avrebbe condotto, inesorabilmente, all’Armageddon, l’ennesima e, forse definitiva, ‘apocalisse della modernità’. Il punctum dolens del progetto era costituito dai rapporti con i membri del Patto Atlantico che esigevano concrete garanzie circa l’impegno statunitense nella difesa del Vecchio Continente, avamposto della libertà nel cuore dell’ ‘imperialismo rosso’. Si trattava di trovare una ‘regola aurea’ che rendesse “il protettorato americano più convincente per i Sovietici e gli Europei e meno pericoloso per gli Americani”.
Sarà su questo versante che Kennedy giocò una delle ‘partite diplomatiche’ più appassionanti e controverse, mescolando ‘retorica’ e ‘realismo’ in un mondo ancora vulnerato dal ‘passato trauma’ ed assuefatto alla ‘pax armata’ della Guerra Fredda <11. La ‘risposta flessibile’ prevedeva un gradiente di applicazione della forza tale da aggirare l’aut aut tra il compromesso con l’avversario e l’ecpirosi nucleare. Questo crescendo di risposta ostile mirava ad incrementare il calcolo dei costi/svantaggi presso i ‘centri decisionali’ della catena di comando, scongiurando, per quanto possibile, errori irreversibili. Ciò implicava la codificazione di procedure non più influenzate da meccanismi di elementare, istintiva difesa ma in grado di adattarsi, ragionevolmente, alle situazioni; il ‘fattore umorale’, ideologicamente mediato, non poteva costituire il fulcro intenzionale di eventi destinati a essere ‘fuori controllo’, in grado di spiazzare entrambi i contendenti. Logistica, risorse finanziarie, assetti economici, stabilità di consenso erano variabili da integrare al ‘metodo’ della ‘scuola militare’ e degli ‘apparati di sicurezza’. Lo stesso Kennedy, in un discorso radiofonico del 1961, aveva posto drammaticamente la questione, sostenendo l’esigenza di “avere una scelta più ampia di quella tra l’umiliazione e un’iniziativa nucleare generale”. In quel milieu la retorica copriva un’area materiata di ambiguità e problemi aperti. La dottrina della ‘risposta flessibile’ indubbiamente appariva più ‘umana’ rispetto alla terrificante prospettiva di una conflagrazione scatenata per fedeltà alla propria ortodossia e come ritorsione vendicativa. Al contempo essa rappresentava una “magnifica opportunità” per l’industria bellica.
Oggettivamente, infatti, tale blocco di interessi stava sperimentando l’impatto negativo di una ‘tesaurizzazione’, quantitativamente illimitata, di ordigni atomici (la cui produzione, su larga scala, si mostrava per di più poco suscettibile di assorbire, in risorse produttive diffuse e attività indotte, una dose d’investimenti veramente cospicua). Inoltre, se lo schema della risposta flessibile suggeriva una proporzione sensata, congrua, tra la posta in gioco e i mezzi impiegati, la valutazione dei ‘benefici’ poteva facilmente variare secondo le pressioni prevalenti nell’establishment governativo. La ‘soglia nucleare’, certamente, veniva innalzata, ma il limen della militarizzazione dei conflitti non lo era altrettanto. Vi erano ulteriori difficoltà da considerare. Per funzionare l’approccio del soft power aveva bisogno di un’unità di direzione strategica con i partner della NATO; inoltre occorreva assumere, ragionevolmente, che l’avversario giocasse secondo le stesse regole. Quest’ultima condizione non era minimamente soddisfatta né dalla politica generale di Khruscev né dalla prevalente dottrina militare sovietica. La prima mirava ad una spending review del budget per spesa militare che la focalizzazione sulla tecnologia balistica, non elaborata né eccessiva, sembrava permettere. La seconda era ancora basata sulla nozione ottocentesca di ‘bombardamento ad oltranza’, adattato dai sovietici alla teoria degli ordigni nucleari. Il mutamento di strategia caldeggiato da Kennedy dopo il fallimento della MLF e l’istituzione del Nuclear Planning Group - iniziativa finalizzata a “contenere il nervosismo e il risentimento degli alleati nei confronti del controllo delle forze di teatro da parte dei soli Stati Uniti” (Jordan, Taylor) - non risolse i problemi sul tappeto ma, anzi, ne creò altri. “Poiché essa è una strategia che include l’opzione di contrastare un attacco convenzionale sovietico, almeno inizialmente, opponendo una difesa convenzionale con un vasto schieramento di forze, essa era vista con grande preoccupazione dai paesi europei sul cui territorio avrebbero potuto svolgersi i combattimenti. Inoltre accentuando la capacità di difesa convenzionale si mostrava minore disponibilità ad usare le armi strategiche, determinando una diminuita fiducia nella deterrenza nucleare. Per gli europei, la deterrenza di ogni attacco è la sola strategia in grado di garantire la sicurezza nazionale e la sopravvivenza in termini accettabili” (Jordan, Taylor). La ‘linea McNamara’, enunciata ad Atene nel 1962, era inequivocabile: le armi atomiche non potevano decidere le sorti di un conflitto a favore di una parte considerando l’equivalenza e la simmetria della dotazione nucleare. Tale approccio infliggeva un ulteriore duro colpo alla già vacillante credibilità dell’impegno americano; inoltre implicava l’esigenza di incrementare l’armamento convenzionale col relativo onere finanziario. Il ‘sistema continentale’ reclamava una ‘parità’ nella codificazione di un paradigma strategico che non lasciasse adito a pretese dirigistiche del ‘socio maggioritario’; dubbi e resistenze sulle ‘chiare intenzioni’ degli Stati Uniti a non dipendere criticamente dagli apparati della deterrenza continuarono ad agitare governi e diplomazie. Il sospetto di ‘reticenze’ circa la gestione del ‘patrimonio nucleare’ si coniugava all’insofferente percezione di una crescente egemonia americana nel contesto internazionale <12; pertanto, la ‘dottrina della risposta flessibile’ rimase controversa e ‘sincopata’ almeno fino al 1967 quando l’Europa si emancipò dal complesso del ‘feudalesimo nucleare’. “Il determinismo atomico teme la prospettiva di un mondo diviso fra le superpotenze, con ‘vassalli’, ‘castelli’, ‘borghi fortificati’ e remote province ribelli. Il neo-nazionalismo tedesco, francese o cinese s’innesta in questo timore di un foedus iniquum…La controversia sul contenuto di questo fenomeno riguarda le condizioni effettive della sovranità nucleare, distinta dallo status nucleare simbolico…La vera sovranità presuppone una gigantesca economia e, dunque, dimensioni imponenti e, in genere, alta industrializzazione d’ogni Stato che intenda tutelare davvero la sua sovranità per l’avvenire. La disputa si fonda su analisi complesse, che hanno dato vita a formule e concetti del tutto nuovi: teoria del ‘detonatore’, teoria della risposta proporzionata’ (Gallois) e relative anti-teorie (Kahn, Wohlstetter, Aron). Sul tema della sovranità nucleare s’è già aperta la crisi dei due grandi sistemi di alleanze: la secessione cinese dal mondo sovietico e quella francese dalla NATO. Lo sviluppo dei missili ha segnato l’inizio formale del processo…Se un numero sempre maggiori di governi giungesse a possedere simili armi, ancorché senza adeguati mezzi vettori, il rischio della distruzione totale verrebbe affidato a calcoli probabilistici su un numero sempre maggiore di variabili riguardo agli errori di calcolo politico, militare o semplicemente tecnico, e alla moltiplicazione delle possibili cause di conflitto. Il Presidente Kennedy temeva il giorno in cui «potranno esistere dieci potenze nucleari al posto di quattro…Considero questo come il massimo pericolo… Quando Pandora aprì il suo vaso e tutti i mali si riversarono fuori, non restò che la speranza. Ma la diffusione nucleare potrà annullare anche la speranza»” <13.
[NOTE]
6 Secondo John Forster Dulles, Segretario di Stato sotto la presidenza di Eisenhower, gli Stati Uniti dovevano dissuadere ‘muscolarmente’ il nemico, mediante una poderosa esibizione di forza, facendo ricorso “innanzitutto alla capacità di rappresaglia istantanea con i mezzi e nei luoghi che ci riserviamo di scegliere”. Gli ‘analisti’ di Kennedy confutarono la validità di tale approccio sulla base di considerazioni ‘contabili’ (costi e investimenti), stime rischi/benefici, efficacia nel preservare l’ ‘equilibrio del terrore’ attraverso il ‘contenimento’/inibizione del blocco sovietico. Come si evince dal seguente documento la strategia del ‘soft power’ si proponeva, nelle intenzioni dei suoi fautori, di impedire un collasso (economico, politico, civile) a seguito di un confronto nucleare globale: “The gratuated deterrence and the flexible response resulting therefrom are the main pillars of a strategic concept for the entire NATO area. The threat of a massive retaliation by means of automatic employment of nuclear weapons in any aggression is no longer credible. The Secretary said that the U.S. fully agrees that the West cannot make a credible deterrent out of an incredible action, i. e., the inevitable destruction of Central Europe, the U.S. and the Soviet Union. Massive retaliation is not a credible response to a small enemy action in Central Europe. The Secretary said that the political and strategic directives of NATO must be changed. However, other national view are not consistent with those of the U.S. and FRG . Von Hassell agreed that political directive must be changed. The Secretary added that timing of the change presented a problem. Von Freitag explained that the flexible response must be tailored to the requirements prevailing within the areas of conflict. The NATO response to aggression in the Mediterranean area of the Atlantic region would differ from the response in Central Europe. Central Europe offers limited strategic freedom of action because the entire territory of the FRG forms the combat zone and the bulk of the population of Western Europe as well as its economic capability lie in a zone having a width of about 625 miles. Densely populated areas, major industrial centers and the high population density in general will restrict the operational freedom of the NATO forces in war” Memorandum of conversation McNamara-von Hassell, November 1964
7 M. Albertini, La coscienza della nuova situazione degli USA: la politica estera dell’amministrazione Kennedy, in Tutti gli scritti, IV. 1962-1964, Società editrice il Mulino, pag. 431
8 Richard K. Betts, From Bumper Sticker to Driver’s Manual: The Case of NATO’s Flexible Response Doctrine, in U.S. NATIONAL SECURITY STRATEGY: LENSES AND LANDMARKS, Princeton University Press, 2004, pag. 20
9 T. Bonazzi (a cura di), Il grande freddo (1960-1969), in Quale Occidente, Occidente perché, Rubbettino Editore, 2005
10 Il termine escalation indica “una trasformazione qualitativa del carattere di un conflitto verso una crescita in ampiezza e in intensità…Si riferisce a qualcosa di più del semplice allargamento di un conflitto ed implica, piuttosto, il superamento di un limite accettato in precedenza da entrambe le parti” (Lawrence Freedman). Negli anni ’60 Herman Kahn e Thomas Schelling fecero dell’escalation il fulcro della loro riflessione teorica sulla strategia nucleare. Kahn elaborò un gradiente costituito da 44 livelli, sostenendo che fosse possibile, da parte dei vertici politici e militari, controllare, in ogni momento e a qualsiasi stadio, l’evoluzione di un conflitto potenzialmente distruttivo che egli definiva ‘spasm war’ (guerra spasmodica o insensata). Schelling, invece, si focalizzava sull’incertezza e indeterminazione del confronto nucleare: una volta che la deterrenza avesse fallito nel suo compito di evitare il conflitto, una accorta gestione di questi due fattori avrebbe potuto consentire di sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Si trattava della “minaccia che lascia qualcosa al caso…La chiave di questa minaccia è che, indipendentemente dalla sua eventuale messa in atto, la decisione finale non è pienamente sotto il controllo di chi esercita la minaccia stessa”
11 L’‘astro nascente’ della ribalta internazionale ereditò dall’amministrazione Eisenhower l’impervio compito di ‘aggiornare’ il significato e il ruolo dell’Alleanza Atlantica, rilanciando, al contempo, la leadership statunitense. Kennedy ‘costruì’ un carisma intorno a topoi sensibili tanto allo ‘spirito americano’ che a quello europeo, sostenuto da un team di esperti di alta competenza e formazione accademica. Inaugurò una politica emancipatasi dall’egida dei ‘quadri militari’ e, in linea di massima, più proclive ad esperimenti di ‘distensione’ e di ‘dialettica aperta’. “La politica europeo-atlantica dell’amministrazione Kennedy fu influenzata da spinte e tendenze molto diverse, talora palesemente contrapposte, e oscillò ripetutamente in varie direzioni; né esisteva una soluzione immediata che permettesse di conciliare le aspirazioni nucleari francesi col mantenimento degli equilibri all’interno della NATO e con la ricerca di una strategia in grado di innalzare la soglia del conflitto atomico. Di fronte ai marcati contrasti esistenti all’interno della sua amministrazione e alla diversità di opinioni riscontrata tra gli alleati europei, lo stesso Kennedy esitò a prendere decisioni definitive e ritornò spesso sui propri passi; e mentre all’interno dell’amministrazione una forte componente europeista presente nel Dipartimento di Stato cercava di utilizzare la leva nucleare per spingere gli alleati a riprendere il percorso dell’integrazione europea, Kennedy adottò al riguardo un atteggiamento sufficientemente pragmatico e mantenne sempre una posizione molto duttile sulle politiche europee della sua amministrazione. Solo dopo gli eventi del dicembre 1962-gennaio 1963 sembrò che la politica euro-atlantica degli Stati Uniti cominciasse ad orientarsi in una direzione precisa, e anche allora non mancarono, comunque, ripensamenti ed incertezze” L. Nuti, Trow in the MLF, in Atlantismo ed europeismo, pag. 563
12 “The problem was that the Europeans felt we were secretive in our nuclear strategy. We had put thousands of nuclear warheads on their soil; NATO had officially adopted a nuclear strategy; we had war plans and tactics to carry out that strategy; but we had refused to disclose to the Europeans the numbers, the characteristics of the warheads, the tactics and the war plans under which they would be applied. Our allies were, in effect, totally ignorant of our plans for utilizing nuclear weapons in defense of Europe. For two decades we had withheld all such information from the Europeans. At that time there was no intention to change the policy, so those who favored the MLF did so because it was a means of introducing the allies into a limited participation in nuclear strategy in support of the alliance. That failed. Then I proposed to the President that we reverse our policy completely and fully inform the Europeans on all aspects of nuclear weapons and strategy. That led to the formation of Nuclear Planning Group” McNamara G. S., Interview, 22 of May, 1986
13 A. Ronchey, Clausewitz H (il determinismo atomico), in Atlante ideologico, Aldo Garzanti Editore, 1973, pp. 144-146 passim
Giulia Altimari, Quale risposta flessibile? La dottrina strategica americana nell'era Kennedy, Tesi di laurea, Università LUISS "Guido Carli", Anno accademico 2015-2016

sabato 1 aprile 2023

Le storie di Nico vivono dell’aria che scende dal Grammondo e del salino di baia Begliamin

Mortola, Frazione di Ventimiglia (IM): uno scorcio

Nico [Orengo] è nato nel 1944 ed è morto nel 2009 a Torino. Ma la tomba è nella sua Mortola dove è interrato in un cimitero luminoso, senza cipressi nel quale anch’io vorrei un posto per il mio ultimo riposo.
All’ombra di un grande pino il suo tumulo è segnato da quattro ciappe di ardesia messe di costa a contorno e da una lapide in verticale con scolpite le due date, il nome preceduto dal titolo di marchese e in fondo l’indicazione di poeta.
Di fronte, poco lontano all’ombra dello stesso albero, riposa il padre marchese Vladi che suo nonno materno chiamava Volodja. Sua mamma Valentina faceva infatti di cognome Tallevich, era figlia di un ufficiale russo che nella seconda metà dell'Ottocento si era trasferito a Sanremo. Nel 1912 su un terreno situato all'inizio della passeggiata già dedicata alla imperatrice russa, ed acquistato da un comitato appositamente costituito a nome del Tallevich, venne posata la prima pietra della chiesa russa ortodossa di Sanremo.
Già nel 1864 la zarina Maria Aleksandrovna per prima scelse Sanremo per "svernare", aprendo la strada al turismo della nobiltà russa, attratta dal clima mite e dai posti incantevoli.
Prima della chiesa di Sanremo gli ortodossi frequentavano la chiesa di Mentone che esisteva dal 1892. Racconta Vladi che in quel periodo la sua famiglia festeggiava i due Natali, quello cattolico a Sanremo il venticinque dicembre e quello ortodosso a Mentone il sette gennaio, basandosi sul calendario Giuliano. Arrivavano per le feste Vittorio e Momò da Ginevra, Cirillo e Pepino da Parigi, Sergio da Oxford, Olga dal collegio di Dresda.
Finché Valentina abbracciò il cattolicesimo ad insaputa del padre e i rapporti si raffreddarono. Solo molti anni dopo, quando il piccolo Vladi fu presentato al grande nonno, ci fu la riconciliazione. Ma fu l'unica volta che nonno e nipotino si incontrarono.
Al cimitero della foce di Sanremo, a ridosso del muro di cinta, c'è ancora la tomba del numeroso ramo russo della famiglia.
Tra le prime cose Nico Orengo pubblicò Miramare edito da Marsilio, la casa editrice fondata pochi anni prima da Toni Negri. Luigi Malerba ne scrisse la prefazione. Poi seguirono oltre cinquanta libri tra poesie e romanzi, forse qualcuno di troppo.
Le storie di Nico vivono dell’aria che scende dal Grammondo e del salino di baia Begliamin. In un biglietto che mi aveva scritto mi racconta della pianta di giuggiole che c'è a Latte all'inizio della via Romana vicino alla casa del Vescovo e ricorda che all'osteria da Bataglia c'era il più buon condiglione che avesse mai mangiato; e poi mi spiega che becìciùre* chiede due accenti, sulla prima i e poi sulla u.  Io a casa Bataglia ci sono nato, sono cresciuto a condiglione e coniglio e conosco tutte le piante di carrubo e giuggiole e i cespugli di lavanda che ci sono in zona e so dove a Pasqua fioriscono le becìciùre. Quest'estate sono passato da quelle giuggiole e le ho rubate con gusto per Nico. Il legno di giuggiolo, più duro del bosso, si presta molto bene a lavori di scultura. Raccontava mio padre di quel paesano che, inginocchiato davanti ad un Cristo scolpito nel legno di giuggiolo, dopo averlo supplicato in silenzio esclamava: "… pensare che ti ho conosciuto quando eri ancora Zizura".
*muscari [La muscari è una bulbosa perenne che fiorisce in primavera con fiori azzurri. Di facile coltivazione. La specie lampascione è commestibile. Da tuttogreen.it]
Arturo Viale, 1. Nico e Vladi in Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2018 

Altri libri di Arturo Viale: Punti Cardinali, Edizioni Zem, 2022; La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; L'ombra di mio padre, 2017; ViteParallele, 2009; Quaranta e mezzo; Viaggi; Mezz'agosto; Storie&fandonie; Ho radici e ali.
Adriano Maini

venerdì 31 marzo 2023

Sulla genesi del progetto di "2001: Odissea nello spazio"


Nel 1957, Alexander Walker intervista Kubrick nell'appartamento di New York in occasione dell'uscita di "Orizzonti di gloria". In quel momento arriva una consegna di film da visionare. Il critico nota che si tratta di un gruppo di film di fantascienza giapponesi <1. Sette anni dopo, durante un pranzo al Trader Vic's con Roger Caras della Columbia Pictures, Kubrick dichiara la sua intenzione di fare un film sugli extraterrestri. In questo momento il regista non ha ancora uno sceneggiatore ma sta leggendo tutti i principali scrittori di fantascienza. Il 1964 è l'anno di svolta nella carriera artistica e nella vita privata del regista. Anche il suo aspetto esteriore inizia a mutare: in un profilo pubblicato sul «New Yorker», il fisico e giornalista Jeremy Bernstein descrive un Kubrick dall'aspetto bohémien di un baro da crociera o di un poeta rumeno <2. Kubrick e Arthur C. Clarke si incontrano il 23 aprile <3, giorno di apertura della Fiera mondiale di New York, del 1964. Clarke propone al regista "La sentinella" <4, un racconto che aveva scritto per un concorso della Bbc durante le vacanze di Natale del 1948. Kubrick opta per un modo non convenzionale di stendere una sceneggiatura da lui concepita “la forma di scrittura meno comunicativa mai concepita”. Una stesura su carta era indispensabile dal momento che la Mgm si dimostrò interessata al progetto. Il regista propone a Clarke di scrivere insieme un romanzo da cui trarre un copione. La stesura del progetto avviene nella suite 1008 del Chelsea Hotel, al centro di Manhattan, dove lo scrittore prende residenza. Il problema della raffigurazione degli extraterrestri è imminente. Clarke suggerisce a Kubrick di parlare con il giovane scienziato Carl Sagan, astrofisico allo Smithsonian Astrophysical Observatory di Cambridge nel Massacchusetts. Sagan fu invitato da Kubrick a una cena-colloquio nel suo attico; la conversazione fu centrata su quale poteva essere l'aspetto delle creature extraterrestri. Secondo Kubrick la creatura doveva avere sembianze umane, Clarke era contrario. Sagan sconsiglia vivamente qualsiasi tentativo di raffigurare gli alieni. Martedì 23 febbraio 1965 la Mgm, dai suoi uffici al 1540 di Broadway a New York, diffonde un comunicato stampa che annuncia l'intenzione di produrre con Kubrick "Journey Beyond the Stars", un titolo di lavorazione usato per vendere l'idea. Il progetto sarebbe stato realizzato a colori e in Cinerama. Gli interni sarebbero stati girati negli studi Mgm di Londra. Nell'aprile 1965 Tony Masters si trasferisce da New York all'Inghilterra e viene assunto come scenografo. Nella primavera dello stesso anno Kubrick trasferisce la sua unità produttiva presso gli studi Mgm a Boreham Wood, ventiquattro chilometri a nord di Londra. Stanley e Christiane traslocano con tutta la famiglia in un grande appartamento al Dorchester Hotel di Londra. Come era avvenuto per "Lolita" e "Il dottor Stranamore", Kubrick sceglie l'Inghilterra. Grande attenzione è riservata al reparto dei giovani modellisti che, guidati da Wally Veevers - supervisore degli effetti speciali - si occupavano della creazione delle astronavi e dei pianeti. La produzione impiegava centotre modellisti con competenze diverse: Kubrick aveva convocato costruttori di barche, studenti di architettura, disegnatori, scultori, litografi, metallurgici e perfino alcuni intagliatori di avorio appena sbarcati da una baleniera. Ognuno era assunto con brevi contratti a termine e il ricambio era frequente. Per la documentazione Kubrick visiona film sullo spazio prodotti in tutto il mondo, programmi televisivi, cortometraggi, documentari, film realizzati per la Fiera Mondiale, film sperimentali. In questo modo viene scoperto "Universe", un cortometraggio prodotto nel 1960 dal National Film Board of Canada <5 che dimostrava al regista come una macchina da presa poteva diventare un telescopio puntato sui cieli. "Universe" era una produzione della Unit B del Canadian Film Board. Colin Low e Roman Kroitor, da sempre affascinati dalla cosmologia, creano questo progetto, nato cinque anni prima dello Sputnik, come proposta per un film scolastico <6. Kubrick non riesce ad assicurarsi l'intera squadra che aveva creato le immagini per il film - Colin Low, Sidney Goldsmith e Wally Gentleman - ma riesce ad avere quest'ultimo per parecchie settimane di lavoro preliminare salvo dare le dimissioni per motivi di salute. I collaboratori responsabili per gli effetti speciali di "2001" sono stati: Wally Veevers, Douglas Trumbull <ll7, Con Pederson e Tom Howard. È importante ricordare alcune date che segnano le tappe fondamentali per l'evoluzione iconografica del progetto. Il 28 maggio 1964 Clarke suggerisce a Kubrick l'idea che “they” - gli extraterrestri - potrebbero essere macchine che considerano la vita organica come una malattia orribile <8. Stanley accetta favorevolmente l'idea e la considera la base per ulteriori sviluppi narrativi. Il rapporto macchine/esseri organici sembra trovare proprio qui l'origine dell'interesse che Kubrick svilupperà pienamente con il progetto per "A.I.". Tre giorni dopo Clarke annota un'idea, di cui non è specificata la paternità, che poi viene scartata: diciassette alieni - piramidi nere - guidano auto cabrio lungo la Fifth Avenue circondati da poliziotti irlandesi. Questa densa iconografia rimanda a tre elementi importanti: la scorribanda in auto, New York e i poliziotti irlandesi. In "Arancia meccanica" e in "A.I." si ripresenta l'immagine di folli corse in automobile (e in motocicletta per i bikers di A.I.). La Fifth Avenue è un esplicito richiamo a New York, città amata dal regista e scelta come set per "Il bacio dell’assassino", "Eyes Wide Shut" e "A.I." l'avere specificato “poliziotti irlandesi” è un possibile riferimento alla New York degli anni 1945-1950 e al servizio fotografico scattato per la rivista «Look» del 27 settembre 1949 intitolato “Paddy Wagon”. “Paddy” è un soprannome irlandese che trae origine dal gaelico Pádraic, o Partick. Dato che la maggior parte dei poliziotti di New York aveva origini irlandesi, lo stesso nome, in modo un po' sprezzante, era stato utilizzato per etichettare il cellulare, il mezzo adibito al trasporto degli arrestati. Il 6 agosto Stanley decide che il computer sarà un femmina e porterà il nome di Athena. Il 17 ottobre Stanley ha la bizzarra idea - secondo Clarke - di “slightly fag robots” che creano un'ambiente vittoriano per mettere i protagonisti della storia a loro agio. Per il giorno di Natale del 1964 il romanzo era quasi terminato. In realtà è più opportuno parlare di una bozza che copriva i due terzi dell'intero sviluppo narrativo e che terminava proprio nel punto di massima suspense: Bowman alle soglie dello Star Gate senza sapere cosa sarebbe accaduto dopo se non in termini estremamente generali. L'8 marzo Clarke annota nel suo diario: "Fighting hard to stop Stan from bringing Dr. Poole back from the dead. I'm afraid his obsession with immortality has overcome his artistic instincts" <9. La dichiarazione di Clarke conferma che gli interessi di Kubrick circa il rapporto esseri umani/computer, mortalità e immortalità hanno origine in questi anni dedicati a letture e studi di scienza, astronomia, antropologia e fantascienza. Il 2 maggio Clarke termina il capitolo intitolato “Universe” per il quale il regista gli comunica approvazione in special modo per la sequenza “Floating Island”. Si noti come “Universe” sia un termine ricorrente nella fase di pre-produzione del progetto. L'influenza del film canadese è rintracciabile anche tra gli altri titoli pensati in alternativa a quello comunicato dalla stampa <10: "Universe", "Tunnel to the Stars" e "Planetfall" <11. Un'altra “Floating Island” molto amata dal regista compare nei disegni di Chris Baker per "A.I.", in specifico per il progetto dell'istituto di cariogenesi. Nel settembre 1965 Kubrick decide che la missione della Discovery non doveva andare su Giove ma su Saturno per sfruttare le possibilità visive degli anelli del pianeta. I tre mesi di preparazione per il progetto su Giove sembrano tempo e denaro sprecato ma presto il regista indirizza nuovamente la Discovery verso Giove insoddisfatto della resa su pellicola degli effetti speciali per la visualizzazione degli anelli. Clarke decide, il 25 agosto 1965, che il romanzo deve terminare con Bowman in piedi accanto a un'astronave aliena ma Kubrick non è soddisfatto. Solo in ottobre Stanley si concentra sul problema del finale. Il 3 ottobre Clarke, al telefono con Kubrick, gli propone Bowman che regredisce all'infanzia: “Lo vedremo come un bambino in orbita” <12. Il 15 ottobre Stanley decide di liberarsi di tutto l'equipaggio ad eccezione di Bowman <13. Il 18 novembre Clarke si reca al cinema a Londra e annota poche righe che, nella loro essenzialità, danno una spiegazione all'intero progetto: "Feeling rather stale - went into London and saw Carol Reed's film about Michelangelo,'The Agony and the Ecstasy'. One line particularly struck me - the use of the phrase: “God made Man in His own image”. This, after all, is the theme of our movie" <14.
Il 26 dicembre 1965 Kubrick dichiara di non amare il dialogo, trova il copione verboso e vuole che "2001" si basi più su immagini e suono che sulle parole. Il canadese Douglas Rain, già voce narrante di "Universe", era stato preso per la narrazione prevista dalla prima versione del copione, quella che Kubrick aveva chiesto a Clarke di scrivere per la sequenza che apriva il film, “l'alba dell'uomo”. Il testo viene poi eliminato e l'attore ha il compito di dare voce ad Hal. L'animazione dei modellini, affidata alla supervisione di Harry Lange che traduceva i suoi disegni in prototipi, e la sua visualizzazione su pellicola sono assimilabili alla metodologia artistica dell'artista americano contemporaneo Bill Viola. Per ottenere la giusta profondità di campo, in modo da creare l'illusione di un'astronave a grandezza naturale, il diaframma dell'obiettivo doveva essere aperto al massimo; affinchè le parti mobili dei modellini si muovessero in modo fluido, i motori che guidavano i meccanismi erano regolati al minimo, in modo che il movimento creato fotogramma per fotogramma fosse impercettibile. Kubrick racconta a Herb Lightman di «American Cinematographer»:
"Era come guardare la lancetta delle ore di un orologio. Abbiamo girato la maggior parte di queste scene usando esposizioni lente di quattro secondi a fotogramma, e se stavi sul set non vedevi nulla in movimento. Anche la gigantesca stazione spaziale, che sullo schermo ruotava a una discreta velocità, sembrava immobile durante le riprese delle scene. Per alcune inquadrature, come quelle in cui sulle astronavi si aprivano o chiudevano delle porte, un movimento di dieci centimetri richiedeva cinque ore di riprese. Non era possibile notare un movimento irregolare, se c'era qualche irregolarità, fino a quando non si vedeva la scena sullo schermo, e anche gli ingegneri non potevano mai essere sicuri circa il punto esatto dove l'irregolarità si fosse prodotta. Questo tipo di cosa implicava infiniti tentativi ed errori, ma i risultati finali sono un tributo alla grande precisione dell'officina meccanica della Mgm inglese" <15.
Il Natale del 1965 viene ricordato da Clarke come un periodo di intenso lavoro. L'immenso set del TMA1, contenente il monolito trovato sulla Luna, è stato allestito negli Shepperton Studios a sud-est di Londra. Stanley aveva solo pochi giorni per girare dato che la prima settimana del nuovo anno un'altra produzione avrebbe occupato lo studio. Il monolito occupa molte righe nei ricordi di Clarke per la difficoltà nella sua concezione, per la costruzione e l'adeguata illuminazione e tecnica fotografica: "My diary records that first day in some detail: December 29, 1965. The TMA 1 set is huge - the stage is the second largest in Europe, and very impressive. A 150 x 50 20-foot hole, with equipment scattered around it. ( E.g. neat little electric-powered excavators, bulldozers, etc. which could really work on the Moon!). About a hundred technicians were milling around. I spent some time with Stanley, reworking the script - in fact we continued through lunch together. I also met the actors, and felt quite the proper expert when they started asking me astronomical questions. I stayed until 4 p.m. - no actual shooting by then, but they were getting near it. The spacesuits, back packs, etc. are beautifully done, and TMA 1 is quite impressive - though someone had smeared the black finish and Stanley went on a rampage when I pointed it out to him".
[NOTE]
1 Vincent Lo Brutto, Stanley Kubrick. L’uomo dietro la leggenda, Il Castoro, Milano, 2009, p. 268.
2 Ivi, p. 270.
3 Si incontrano al Trader Vic's, popolare bar del Plaza Hotel.
4 Il racconto non vince premi. Scott Meredith lo vende alla rivista «Ten Story Fantasy» che lo pubblica nel 1951 con il titolo originale Sentinel of Eternity.
5 “È risaputo che Kubrick conosceva la produzione dell'ONF e dopo avere visto Very Nice, Very Nice, aveva chiesto a Arthur Lipsett di realizzare il cartellone pubblicitario de Il dottor Stranamore. Meno noto invece, il fatto che il regista avesse intravisto la possibilità di realizzare il suo capolavoro negli studi dell'Office a Saint-Laurent. In un'intervista rilasciata a Marc Glassman e Wyndham Wise, pubblicata la scorsa primavera sulla rivista «Take One», Colin Low, figura storica dell'ONF, racconta del suo incontro con Kubrick a New York. Aveva visto Universe, il celebre documentario sul sistema solare realizzato da Low e Roman Kroitor. Kubrick rimane impressionato dagli effetti speciali realizzati nel cortometraggio e vuole saperne di più in previsione del progetto che stava portando avanti con Clarke. Kubrick dichiara a Low: "Non ho intenzione di fare questo film a Hollywood. Potrei farlo in Inghilterra ma non è ciò che desidero davvero. Cosa ne pensate dell'idea di produrlo all'ONF?" Low risponde che l'ONF non aveva mai portato avanti progetti di quel calibro ma che si sarebbe potuto fare. Tornato a Montreal, Colin Low cerca di convincere Grant McLean, l'allora direttore di produzione, ad accettare la sfida. McLean raffredda gli entusiasmi di Low:"il lungometraggio di fiction non è di nostra competenza. Inoltre costerà un occhio della testa". Kubrick ingaggia Wally Gentleman, uno degli specialisti di effetti speciali dell'ONF e tenta di coinvolgere Sydney Goldsmith che preferisce rimanere a Montreal. Il resto è storia”, traduzione dal francese, Marcel Jean, ‘2001: A Space Odyssey’ aurait pu être un film de l’ONF, «24 images», n.100, inverno 2000, p. 43.
6 Si noti ancora una volta come Kubrick tragga ispirazione da forme artistiche che creano progetti specifici per la didattica: per il Napoleon è stata analizzata a fondo l'opera di “Job” e i suoi rapporti con i programmi educativi della scuola nella prima metà del Novecento.
7 Il membro più giovane del gruppo, Douglas Trumbull era un americano di ventitré anni. La sua formazione di architetto si arresta quando la Graphic Films Corporation di Hollywood vede il suo portfolio di illustrazioni spaziali e lo assume a capo del settore sfondi. Dopo Lifeline in Space per la Usaf e Space in Perspective per la Nasa, Kubrick scopre il suo nome nei titoli di To the Moon and Beyond, un film in Cinerama 360 prodotto per la Fiera Mondiale del 1964 e attraverso la Graphic Films gli commissiona alcuni disegni di sfondo; Kubrick gli assegna il compito di risolvere alcune delle principali difficoltà di 2001, inclusa la sequenza della Porta delle Stelle che conclude il film.
8 Arthur C. Clarke, The Lost Words of 2001, Sidgwick and Jackson Limited, London, 1972, p. 32.
9 Arthur C. Clarke, The Lost Words of 2001, op. cit., p. 36.
10 Journey Beyond the Stars.
11 Arthur C. Clarke, op. cit., p. 32.
12 Vincent Lo Brutto, op. cit., p.287. Kubrick a Jerome Agel: “Il finale fu alterato poco prima di girare. Nell'originale non c'era la trasformazione di Bowmann. Egli si limitava a girare per la stanza e alla fine vedeva l'oggetto. Ma non ci sembrava una soluzione abbastanza soddisfacente o interessante, e continuammo a cercare nuove idee, finchè ci venne in mente il finale che conoscete”.
13 Douglas Trumbull dichiara che la paternità dell'idea è sua: “[…] At an early stage, all the astronauts were to make it to the room in the penultimate scene. I told Stanley to kill all except Bowman, and he told me I was ridiculously stupid”, Stephanie Schwam (selected by), The Making of 2001: A Space Odyssey, Modern Library, 2000, p. 134.
14 Arthur C. Clarke, op. cit., p. 39.
15 Vincent Lo Brutto, op. cit., p. 292. 

Laura Matiz, Stanley Kubrick e le Arti visive. Da 2001: Odissea nello spazio a Eyes Wide Shut, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Ferrara, 2009

domenica 19 marzo 2023

In sintesi, l’intelligence americana evidenziava che una penetrazione su larga scala dell’Italia era viepiù necessaria


 

In coerenza con il progetto che stava a cuore a Donovan, sin dal dicembre 1944 il Planning Group Office dell'OSS elaborò una speciale programmazione concernente l'istituzione di un articolato servizio d'intelligence nel Teatro del Mediterraneo, compresa l'Italia, da attuarsi nel periodo postbellico e, in particolare, nella delicata fase di transizione successiva alla cessazione delle ostilità con la Germania. Con particolare riguardo all'Italia, la pianificazione di un servizio d'intelligence nel periodo postbellico doveva essere finalizzata a salvaguardare la sfera d'influenza americana in Italia, avuto riguardo al fatto che l'assetto degli equilibri europei, come configurato dalle Nazioni Unite <84, non avrebbe impedito, nelle previsioni a lungo termine dell'intelligence americana <85, che altre Nazioni, non esclusi gli stessi Alleati, avessero mire su un Paese, quale l'Italia, di notevole importanza strategica scaturente dalla posizione nel Mediterraneo, approfittando della situazione di grande fragilità in cui versava il 'Bel Paese', che, a giudizio dell'OSS, era in rovina, sia economica sia politica e morale, incapace di ritrovare la sua unità e risollevarsi dalle sue ceneri, dopo un ventennio di dittatura fascista che aveva significato "la sua disfatta economica e psicologica" <86 e, in quanto tale, privo delle necessarie risorse sia psichiche e sociali sia materiali per fronteggiare un'eventuale politica d'influenza, se non di controllo, da parte di altre nazioni.
"Tuttavia non sarebbe saggio pensare che la costituzione di tale status impedirebbe ad altri paesi di mostrare interesse per l'Italia. Anche se l'Italia manterrà la sua sovranità e non diventerà proprietà fisica di alcun paese, si manifesteranno vari livelli d'interesse. La città di Roma, sin dal momento della sua liberazione, è stata un centro d'intrighi pullulante di rappresentanti di partiti e fazioni, del Vaticano, dei paesi dei Balcani, degli Alleati e di ex membri dell'Asse e loro satelliti, tutti impegnati a stringere alleanze, coltivare interessi e spiarsi l'una con l'altra. Una volta che debba essere stabilito un certo grado di controllo sull'Italia, la questione degli scopi e metodi diventa un problema di analisi politica, piuttosto che di controspionaggio e non c'è alcun dubbio che tale controllo, se controllo deve essere, sarà più saldo nelle mani degli Stati Uniti che non tirano acqua al loro mulino e rivestono il più ampio ruolo nella tutela della pace mondiale" <87.
Si consigliava, dunque, di approfondire l'indagine sui servizi segreti stranieri nel nord dell'Italia, soprattutto quelli russi e slavi, in collegamento con i comunisti italiani, indagine da condursi con alta priorità, da parte dei servizi di controspionaggio dell'OSS, non solo perché si trattava di una sfida per gli Stati Uniti in Europa da non declinare, ma anche perché offriva una splendida opportunità, favorita dalla "confusione del momento", la volatilità delle alleanze che "cambiano di giorno in giorno e si vendono al migliore offerente (se offerenti vi sono)", l'ambiguità e, infine, la mancanza di lealtà, per infiltrare su larga scala agenti americani in Italia <88.
In sintesi, l'intelligence americana evidenziava che una penetrazione su larga scala dell'Italia, non solo del paese, in quanto tale, e dei suoi servizi segreti, ma anche dei servizi segreti stranieri, ivi operanti, era viepiù necessaria, giacché molti paesi erano interessati all'Italia e molti lo sarebbero diventati, per le ragioni di cui sopra, mentre per gli Stati Uniti essa si presentava non solo possibile, ma anche favorita dalle seguenti condizioni: -l'ampia copertura, nel senso che l'Italia, più di ogni altro paese europeo, eccettuata la Germania, era stata messa in ginocchio dalla guerra e gli Stati Uniti, mostratisi più affidabili e meglio equipaggiati di ogni altra nazione, avrebbero potuto giocare un ruolo di prim'ordine nella ricostruzione economica italiana; - il favorevole atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti sia della polizia di Stato che dei servizi segreti italiani, con i quali l'OSS, come sopra visto, aveva nel corso della sua campagna d'Italia, instaurato ottime relazioni. Era, dunque, necessario che gli Stati Uniti si dotassero di un servizio permanente d'intelligence e, in particolare, di un potente e ramificato servizio di controspionaggio, al fine sia di garantire la sicurezza dello spionaggio 'positivo' sia di neutralizzare lo spionaggio da parte degli altri paesi stranieri in Italia e, così, controllare, anche indirettamente, l'intelligence di ogni potenziale nemico degli Stati Uniti in Europa.
Secondo le linee fondamentali della strategia d'intelligence postbellica dell'OSS nel Teatro del Mediterraneo, quindi, le operazioni speciali si sarebbero dipartite dall'Italia, quale centro strategico del Teatro del Mediterraneo e dalle sue stazioni sarebbero state dirette e coordinate e, in particolare:
- il servizio d'intelligence, di competenza del SI, avrebbe continuato a svilupparsi in e dai paesi del Teatro, sia neutrali sia occupati ovvero liberati, sotto la direzione dei comandi militari nei paesi, ove fosse costituito un Governo Militare Alleato con un comandante americano, ovvero di un rappresentante militare dell'OSS presso le competenti commissioni dell'ACC in quelli, dove si fosse insediata la Commissione Alleata di Controllo;
- le attività di competenza del SO sarebbero state, poi, circoscritte alle aree soggette all'occupazione e controllo militari e sarebbero state condotte secondo le direttive dei comandanti militari;
- la Research & Analysis (R & A) avrebbe proseguito la sua fondamentale attività di raccolta, analisi e studio d'intelligenze per conto dell'OSS e le altre agenzie militari americane.
"Le attività dell'OSS nel Teatro del Mediterraneo durante questo periodo saranno condotte in conformità della seguente politica:
1. Inizialmente le attività dell'OSS prescritte da questo programma saranno controllate e coordinate dalle stazioni in Italia. (…) Appena sarà cessato il bisogno di basi nel Mediterraneo (…) il personale dovrà essere trasferito o rilasciato appena possibile;
2. L'attività d'intelligence continuerà a svilupparsi in e da tutti i paesi occupati, liberati e neutrali del Teatro del Mediterraneo e si diffonderà in conformità alle previsioni del presente programma;
3. Nelle aree dove si sia insediato un governo militare alleato con a capo un comandante americano, l'attività d'intelligence dell'OSS sarà diretta da quest'ultimo;
4. La R & A continuerà a svolgere nel Teatro del Mediterraneo la sua funzione di raccolta e analisi delle intelligenze segrete per l'OSS, l'Esercito, la Marina, le Commissioni Alleate Centrali e i Capi delle Missioni Diplomatiche degli Stati Uniti(…);
5. Le attività del SO saranno limitate alle aree soggette all'occupazione e controllo militari e saranno condotte secondo le volontà dei comandanti militari (…);
6. Le unità dell'OSS dovranno essere assegnate al rappresentante militare anziano dell'OSS presso le competenti commissioni dell'ACC e assoggettate alla supervisione e controllo di quest'ultimo in quei paesi, ove tali commissioni si sono insediate;
7. Nel Teatro saranno sviluppati le comunicazioni e i relativi servizi, nei limiti in cui siano necessari allo svolgimento delle attività avanti delineate;
8. Richieste per un aumento dei fondi in vista dell'incremento di tali programmi saranno inoltrate nel rispetto delle regole in vigore a Washington e sul campo" <89.
Poste queste linee programmatiche complessive, gli obiettivi che l'OSS si prefisse di conseguire nel Teatro del Mediterraneo, nel periodo in esame, si concentrarono, primariamente, nello sviluppo e implementazione di una rete d'intelligence in e dall'Italia, compresa la Sicilia, da un lato, e nella conduzione di operazioni speciali a diretto supporto delle Forze militari nelle aree liberate e soggette all'AMG nonché in quelle ancora occupate dal nemico, dall'altro. Con riguardo particolare al primo obiettivo, il programma prescrisse che il SI dell'OSS del Mediterranean Theatre of Operations (OSS/MTO) si sarebbe avvalso delle fonti già acquisite e consolidate in Italia per l'acquisizione d'informazioni segrete ritenute importanti per l'esercito, la marina, l'OSS, l'AC e gli altri dipartimenti e agenzie governative statunitensi, mantenendo, così, le proprie basi in Italia, sempre nel rispetto delle direttive del Comando Militare Americano del MTO, l'AC, l'OSS dell'European Theatre of Operations (ETO) e l'OSS di Washington e, altresì, conservando stretti contatti con le altre basi del SI in Europa e coordinandosi con gli altri servizi segreti alleati. Per il conseguimento dei suddetti obiettivi furono pianificate le seguenti missioni:
a) raccogliere dalle fonti segrete informazioni militari, politiche, economiche, sociologiche, psicologiche e tutte quelle che fossero state richieste dalle agenzie competenti sopra citate;
b) elaborare e valutare le informazioni raccolte e trasmettere rapporti segreti al Comando Militare Americano del Teatro del Mediterraneo, all'AC, all'OSS del Teatro Operativo Europeo, all'OSS di Washington e al Capo delle Missioni Diplomatiche degli Stati Uniti <90;
c) classificare le informazioni raccolte secondo le seguenti categorie: -militari (concernenti "la posizione e la forza di bande di guerriglieri nemici ovvero gruppi di opposizione e sovversivi operanti in o dall'Italia, con particolare attenzione alle organizzazioni sviluppatesi di recente"; "attività di opposizione al controllo o al governo civile alleato"; "armi e dispositivi segreti, con particolare riguardo alle armi … non usate durante la guerra", "sviluppi scientifici segreti"; "metodi di comunicazione segreti"; "basi militari, stazioni radio e arsenali segreti in Italia e altrove"; piani di fuga clandestina di personale militare nazista e/o fascista in Italia o altrove; "tecniche di difesa segreta contro incursioni aeree o altre attività militari", etc.); -politiche (concernenti eventuali attività di contrasto al controllo o al governo civile alleato in Italia in violazione dei termini dell'armistizio; il Governo italiano, la sua composizione, le sue politiche sia interne sia internazionali e i rapporti con gli altri Poteri; partiti e gruppi politici; le attitudini politiche del popolo italiano, con particolare riguardo alle "reazioni alle politiche delle Nazioni Unite"; tendenze separatiste di alcuni elementi della popolazione; posizioni politiche della Chiesa; etc.); -psicologiche e sociali (concernenti la posizione e condizione dei prigionieri di guerra alleati in Italia); "il morale della popolazione italiana e gli effetti degli stenti vissuti in tempo di guerra"; "l'attitudine della popolazione italiana verso le Nazioni Unite"; effetti dei mutamenti demografici, etc.); -economiche e finanziarie (aventi a oggetto attività poste in violazione dei termini economici e finanziari degli accordi post-bellici); accordi commerciali, industriali o finanziari segretamente stipulati tra l'Italia e gli altri Stati; cartelli e affari che vedevano coinvolti anche gli interessi economici di Tedeschi e Fascisti; prove della continuità della partecipazione tedesca alla gestione delle industrie italiane e in particolare nel nord dell'Italia) <91;
d) provvedere, in collaborazione con l'OSS di Washington, ai necessari adattamenti dell'organico rispetto alle esigenze di implementazione del programma in esame.
Complementare fu, poi, uno speciale programma d'intelligence postbellico di competenza di un'altra fondamentale Divisione dell'OSS in Italia, lo X-2, titolare del servizio di controspionaggio dell'OSS, che, in una situazione che si prospettava pullulante di organizzazioni avverse di spionaggio, controspionaggio e sovversive operanti in e attraverso la penisola, anche dopo la cessazione delle ostilità, avrebbe dovuto non solo mantenere, ma anche estendere il suo servizio per l'Italia per tutto il periodo postbellico e, altresì, reclutare e addestrare personale aggiuntivo, ove richiesto dall'OSS per il Teatro del Mediterraneo, al fine di implementare il programma sopra enunciato.
[NOTE]
84 Si consultino i documenti finali delle conferenze di Yalta del febbraio 1945 e Potsdam del luglio 1945 che statuirono rispettivamente la ripartizione delle rispettive sfere d'influenza sull'Europa tra le potenze vincitrici e dopo la resa ufficiale della Germania, la definizione degli equilibri europei. Reperibili on line in www.lasecondaguerramondiale.it.
85 Si fa riferimento a un dettagliato studio, recante una data parzialmente illeggibile e annotata a mano probabilmente del 6 novembre 1945, sulle condizioni dell'Italia nel periodo postbellico e al ruolo dell'intelligence americana in Italia. L'autore è il capitano italo-americano Roberto Bellini, il quale antepose al proprio rapporto dattiloscritto alcuni commenti autografi di esemplare chiarezza. "Una stretta alleanza con l'Italia dipende dall'esito delle libere elezioni. Il pericolo dell'attuale collaborazione con l'Italia è di perdere la confidenza della Gran Bretagna che non scambierà rapporti con gli italiani. Inoltre, le difficoltà interne ai servizi italiani e i loro continui cambiamenti di personale rendono pericoloso mostrare le nostre carte ovvero puntare tutto su una sola cosa, pena il rischio di perdere. Per questa ragione [incomprensibile], dobbiamo lavorare pazientemente dietro le quinte sino a quando non saremo certi della scena politica italiana e non avremo una linea politica ben determinata da parte del nostro governo." A study of conditions in Italy and of their relation to American intelligence, in NARA, R.G. 226, E. 210, B. 396.
86 "Vent'anni anni di vita sotto un governo dittatoriale con la filosofia del 'diventa ricco senza lavorare', ha defraudato il popolo della sua iniziativa e aggravato la già esistente e universalmente nota allergia al lavoro onesto" A study of conditions in Italy cit., p. 3.
87 "However, to suppose that such establishment of status would prevent other countries from showing interest in Italy would be unwise. Although Italy will retain its sovereignty and will not become the physical property of any other country, varying degrees of interest will become manifest. The city of Rome, from the moment of its liberation, has been a center of intrigue, with representatives of Italian factions, the Vatican, the Balkan countries, the Allies and former Axis members and satellites - all forming alliances, advancing interests and spying on each other. Once a certain degree of control should be established over Italy, the methods and aims of its exploitation become the problems of the political analyst rather than of the counterintelligence operative, yet there is no doubt that such control, if control there must be, would be safest in the hands of the United States , which has non imperial axe to grind and which has the largest stake in world peace." A study of conditions in Italy cit., p. 1
88 Ivi, p. 2
89 Il rapporto Over-All and Special Programs for Strategic Services Activities in the Mediterranean Theater (Post-Hostilities), redatto dall'OSS -Planning Group Office- l'11 dicembre 1944, fu inviato al JCS a Washington per l'informazione, dopo aver ricevuto l'approvazione di Donovan. A esso sono allegati due speciali programmi concernenti l'uno, le attività d'intelligence di competenza del SI e l'altro, quelle di competenza dello X-2, denominati rispettivamente Special Program No. 1, MTO. Intelligence Program -SI (Post-Hostilities) e Special Program No. 1, MTO. Intelligence Program - X-2 (Post-Hostilities). Una copia fu inviata, per conoscenza, il 2 gennaio 1945 al Quartier Generale dell'OSS di Caserta e di questa è conservata traccia nei NARA, R.G. 226, E. 210, B. 396.
90 "MISSIONS: a. Collect military, political, economic, sociological, psychological, and such other information as may be required. b. Process and evaluate the information collected by SI and disseminate secret intelligence to the U.S. Military Commander/MTO, to the Allied Commission, to OSS/ ETO, to OSS/Washington, and to the Chief of the Diplomatic Mission of the United States." Over-All and Special Programs for Strategic Services Activities in the Mediterranean Theater (Post-Hostilities) cit., Special Program No. 1, MTO. Intelligence Program - SI (Post Hostilities), p. 3
91 "Operatives will be briefed to collect primarily from secret sources specific information of which the following classes are typical: (1) Military [sic] (a) Location and strength of any enemy guerrillas and other opposition and subversive groups operating in or from Italian territory with particular attention to newly developing organization. (b) Activities opposed to Allied control or civil government. (c) Secret weapons and devices, especially weapons or plans for weapons which were not used during hostilities. (d) Secret scientific developments. (e) Secret communications methods. (f) Secret military bases, radio stations, ad supply arsenals in Italy and elsewhere. (…) (h) Plans of German and Fascist military personnel to go underground in Italy and elsewhere. (i) Undisclosed techniques or defenses against air raids or other military activity. (2) Political [sic] (a) Activities in violation of the political terms of Allied control or civil government; (b) Composition of the Italian regime, attitudes and policies in domestic and foreign affairs, and relations with other powers. (c) Strenght, composition, intentions and motives or political factions and parties. (d) Political inclinations of all groups of the population; local feeling on political questions; reactions to United Nations policies. (e) Separatist tendencies of various elements of the population. (f) Political policies of church groups, and their activities. (g) Reactions to Allied control policies (…) 3) Psychological and Social [sic] (a) Location and condition of Allied prisoners of war and foreign labor groups. (b) Morale of the Italian people - effects of war time privations. (c) Attitude of the people toward United Nations. (d) Effects of shifts of population. (4) Economic and Financial [sic] (a) Activities in violation of the economic and financial terms of post - hostilities agreements. (b) Existence and terms of secret commercial industrial or financial agreements between the Italian government and other states. (c) Present status of cartel arrangements in which Nazi or Fascist business interests participated. (d) Evidences of continued German participation in Italian baking and industry, particularly in Northern Italy." Over-All and Special Programs for Strategic Services Activities in the Mediterranean Theater (Post-Hostilities) cit., Special Program No. 1, MTO. Intelligence Program - SI (Post Hostilities), pp. 4 e 5.

Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012 

L’OWI, dal canto suo, aprì la propria sede centrale in Italia a Roma, nell’estate del 1944. In teoria, il suo ruolo era quello di ufficio stampa, per la diffusione delle informazioni sulle attività belliche dell’esercito americano, ma la Commissione alleata di controllo lo trasformò in uno strumento più potente: non solo il bollettino curato dall’ufficio divenne l’unico strumento per conoscere le notizie di agenzia (e tale sarebbe rimasto fino al gennaio 1945, quando iniziò la sua attività l’ANSA), ma l’OWI divenne il fornitore di carta per i giornali, ed un bene così prezioso per l’informazione in tempo di guerra fu gestito per influenzare la linea editoriale delle redazioni della capitale <124.
Con la fine del conflitto, le strutture create dall’OWI e dal PWB non furono immediatamente smantellate, e la loro attività divenne un punto di riferimento per le azioni successive. In particolare, la propaganda organizzata favorevole agli Stati Uniti rimase attiva, tramite gli uffici USIS (United States Information Service), che già l’OWI aveva istituito in oltre quaranta ambasciate <125. Formalmente, il ruolo di tali agenzie era quello di curare i rapporti tra le rappresentanze ufficiali del governo americano e i mezzi di informazione dei paesi ospitanti, fornendo notizie ed informazioni di carattere ufficiale sugli Stati Uniti; negli anni della guerra fredda esse agivano da centrali di controllo dell’opinione pubblica dei paesi ospitanti, e cercavano di orientarla in senso favorevole agli USA <126. L’OWI fu poi soppresso nell’estate del 1945, ma con l’irrigidimento delle tensioni internazionali a partire dal 1947, si ebbe una riorganizzazione delle strutture di definizione della strategia propagandistica internazionale: a novembre il National Security Act istituì il National Security Council, destinato all’elaborazione della politica internazionale americana <127. Il progetto era di riproporre in tempo di pace, e in chiave marcatamente antisovietica, alcune delle attività propagandistiche sperimentate nel conflitto, a imitazione di quanto andava tentando di organizzare la Gran Bretagna <128, ma su una scala assai più vasta.
[NOTE]
124 Cfr. R. Faenza, M. Fini, Gli americani in Italia cit., pp. 57-58 e 102. Utili riferimenti comparativi con le strutture che agivano in altri paesi, occupati per un periodo più lungo sono N. Pronay, K. Wilson (eds.), The Political Re-Education of Germany and her Allies after World War II, London-Sidney, Croom Helm, 2001, e R. Wangneitner, Coca-Colonization and the Cold War. The Cultural Mission of the United States in Austria after the Second World War, Chapel Hill-London, The University of North Carolina Press, 1994, pp. 84-107.
125 Per un’idea del lavoro svolto nel corso del tempo dagli uffici USIS, una descrizione interessante è ancora quella di J.W. Henderson, The United States Information Agency, New York, Praeger, 1969, spec. pp. 128-162.
126 Walter L. Hixson, Parting the Curtain. Propaganda, Culture and the Cold War, Bakingstoke-London, Macmillan, 1998, pp. 2-4.
127 Sul ruolo del NSC nel mondo della propaganda, cfr. W. P. Dizard, Inventing Public Diplomacy cit., pp. 38-39 e ss.
128 Cfr. A Defty, Britain, America and Anti-Communist Propaganda. 1945-1953. The Information Research Department, London-New York, Routeledge, 2004, pp. XVIII-281.

Andrea Mariuzzo, Comunismo e anticomunismo in Italia (1945-1953): strategie comunicative e conflitto politico, Tesi di perfezionamento in discipline storiche, Scuola Normale Superiore di Pisa, 2006